lunedì 22 maggio 2017

“UNA CITTA' IN FUGA” – I LIVORNESI SFOLLATI A SAN MINIATO DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE

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di Francesco Fiumalbi

Sabato 20 maggio 2017, presso il Circolo “A. Cheli” di San Miniato si è svolta la presentazione del libro di Enrico Acciai, Una città in fuga. I livornesi tra sfollamento, deportazione razziale e guerra civile (1943-1944), Edizioni ETS, Pisa, 2016. Una pubblicazione realizzata fra le iniziative di ricerca promosse dall'Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea (ISTORECO) di Livorno e la cui presentazione si è svolta nell'ambito della rassegna “Il maggio dei libri”, a cui ha aderito la Biblioteca Comunale “M. Luzi” di San Miniato.
Partendo dalla pubblicazione, è stata l'occasione per trattare molti argomenti legati anche alla storia sanminiatese. Di seguito è proposto un breve resoconto.

Un momento della serata. Al centro l'autore Enrico Acciai
Foto di Massimo Gabbrielli

Lo “sfollamento” dei civili durante la Seconda Guerra Mondiale è un tema che troppo spesso è stato relegato in posizioni marginali. Certamente non si tratta di un argomento di scarsa importanza, bensì determinante per comprendere la vita italiana nell'ultimo triennio della guerra, fra il 1943 e il 1945. Le principali cause di questo “vuoto” storiografico vanno ricercate nella vastità e nella complessità del fenomeno: come ricordava Enrico Acciai, durante la guerra circa metà della popolazione italiana fu costretta a sfollare, da alcuni giorni a molti mesi, e l'altra metà si trovò a dover accogliere e ospitare. Va aggiunto il fatto che non si trattò di un qualcosa di organizzato e pianificato dalle autorità politiche e governative – la cui capacità era ormai ridotta dal progredire della guerra – bensì di un processo lasciato quasi interamente alle iniziative dei singoli, al massimo a livello familiare. Per questi motivi, una ricerca scientifica che intenda approfondire una tale tematica non può che incontrare una serie di difficoltà: quali fonti narrative utilizzare? Che tipo di documenti pubblici è possibile rintracciare? In quali archivi e in quali contesti? Si tratta di aspetti che fino a questo momento hanno costituito un ostacolo considerevole per giungere alla definizione e quindi alla comprensione del fenomeno nella sua dimensione e articolazione.

Tenendo presenti queste considerazioni è stato trattato il caso particolare della città di Livorno: quando e come ebbe inizio l'allontanamento dalla città, con quali modalità e dove si diressero i livornesi, quali furono le difficoltà immediate e quelle di lungo periodo affrontate dalla popolazione in fuga, quale accoglienza ricevette e come risposero le comunità ospitanti. Senza dimenticare le storie individuali e particolari, come le vicissitudini patite da una famiglia ebraica.
In tutto questo è stata l'occasione per parlare anche un po' di storia sanminiatese. Durante la guerra, infatti, nell'intero territorio comunale arrivarono circa 3200 sfollati di cui 1600-1700 livornesi. Perché tutte queste persone a San Miniato? I singoli legami personali ebbero una grande importanza: la possibilità di trovare ospitalità presso familiari o persone amiche, tanto in città quanto nella campagna, determinò la scelta di molte destinazioni. Tuttavia, anche la presenza della ferrovia fu un elemento decisivo per quanti dovevano raggiungere Livorno quotidianamente per lavorare nei pubblici uffici, nelle industrie e nel porto labronico.

Uno sfollamento che per molti durò più di un anno, dal momento che la città di Livorno fu letteralmente distrutta dal passaggio dalla guerra e solamente il 25% degli alloggi era abitabile alla fine delle ostilità. A ciò va aggiunta la massiccia presenza di militari, prima tedeschi e poi alleati, a controllo e gestione del porto. In questo periodo, che va dalla primavera del 1943 alla fine del 1945 (e per alcuni anche molto oltre) i livornesi si trovarono a vivere lontani dalle proprie case, dalla propria comunità: patirono la fame, si dettero da fare in ogni modo per sopravvivere, crearono nuovi legami e talvolta innescarono anche momenti di tensione. Inoltre si trovarono a condividere i drammi delle popolazioni locali come a San Miniato, dove 9 delle 55 vittime della Strage del Duomo erano originarie proprio di Livorno. Per rimanere in zona, alcuni livornesi morirono anche nella Strage del Padule di Fucecchio. Ne esce un quando estremamente ampio e variegato, intessuto di episodi di grande generosità ma fatto anche di tensioni e tentativi di lucrare sulla pelle degli sfollati. Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire.

La serata è terminata con le testimonianze di Giorgio Morelli, Giuseppe Chelli e Riccardo Nieri che hanno condiviso con i presenti alcuni episodi legati alla presenza dei livornesi nel territorio sanminiatese. Circostanze personali e familiari, ma rivelatrici del clima che si respirava in uno dei periodi più difficili della nostra storia contemporanea.

In conclusione si tratta di un libro incentrato su un tema importantissimo e centrale per comprendere la vita dei civili toscani e italiani durante la Seconda Guerra Mondiale, partendo dal caso specifico della città di Livorno. Un testo redatto con grande lucidità, privo di retorica e contraddistinto da un'ottima chiarezza di esposizione. Si tratta a buon titolo di un testo di divulgazione, destinato alla lettura di un pubblico anche non specialistico, senza tuttavia rinunciare al rigore scientifico. Chi fosse interessato ad approfondire il tema del passaggio della guerra in Toscana non può fare a meno di leggerlo.


domenica 14 maggio 2017

LA STORIA GIUDIZIARIA DELLA STRAGE DEL DUOMO DI SAN MINIATO: DALLE PRIME INDAGINI AL DECRETO DI ARCHIVIAZIONE DEL TRIBUNALE MILITARE DI LA SPEZIA

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di Francesco Fiumalbi
Indice del post:
0_INTRODUZIONE
1_LA COMMISSIONE CENTRALE CONTRO I CRIMINI TEDESCHI
2_IL PASSAGGIO DEGLI ATTI ALLA PROCURA GENERALE - 1946
3_L'ANTEFATTO: L'INDAGINE PRELIMINARE AMERICANA
4_L'ASSUNTO, LA LIMITATEZZA E LE CONTRADDIZIONI DELL'ISTRUTTORIA
5_LE DIFFICOLTÀ DELLE INDAGINI
6_L'EVOLUZIONE DEL CONTESTO INTERNAZIONALE
7_L'ARCHIVIAZIONE PROVVISORIA - 1960
8_LA PRESCRIZIONE VENTENNALE IN GERMANIA - 1965
9_L'ARMADIO DELLA VERGOGNA - 1994
10_IL PASSAGGIO AL TRIBUNALE MILITARE DI LA SPEZIA - 1995
11_I NUOVI STUDI STORICI E QUEL PRANZO A SAN MINIATO - 2000
12_LA NUOVA FASE DELLE INDAGINI
13_NEL FRATTEMPO A SAN MINIATO
14_VERSO LA CONCLUSIONE DELLE INDAGINI
15_IL DECRETO DI ARCHIVIAZIONE - 2002
16_IL SIGNIFICATO DELL'ARCHIVIAZIONE
17_LA NOTIZIA DELL'ARCHIVIAZIONE A SAN MINIATO – 2006
NOTE E RIFERIMENTI

0_INTRODUZIONE
In questa pagina è proposta la ricostruzione di tutte le vicende giudiziali che portarono al Decreto di Archiviazione emesso dal Tribunale Militare di La Spezia in data 20 aprile 2002, a proposito della Strage del Duomo di San Miniato in cui persero la vita 55 persone. In questo post si cercherà, dunque, di ripercorrere la strada, talvolta tortuosa e accidentata, che trovò la sua conclusione dopo ben 58 anni!
Il Decreto è un documento già noto e pubblicato (01), tuttavia può essere utile ricostruire l'avvio, la successiva evoluzione e la conclusione del procedimento giudiziario, poiché, ad oggi, rappresenta l'unico “approdo” della Giustizia italiana sul tragico episodio sanminiatese avvenuto il 22 luglio 1944. D'altronde, per trovare un precedente atto pubblico occorre risalire addirittura al 1945, alla cosiddetta “Relazione Giannattasio(02), ma si trattò di una “relazione” e non di una “sentenza” o comunque di un atto giudiziale, sebbene fosse redatta da un giudice del Tribunale di Firenze. Fu compilata – vale la pena ricordarlo – a conclusione del lavoro della Commissione d'Inchiesta istituita dal Comune di San Miniato e presieduta dall'allora Sindaco Emilio Baglioni. Per circa un sessantennio, la “Relazione Giannattasio” rappresentò l'unico documento pubblico ufficiale su cui si basarono tutte le iniziative legate alla “memoria” della Strage, fra cui l'apposizione della “prima lapide” sulla facciata del Municipio nel 1954.
Le nuove ricerche storiche e il clima cittadino che produssero, stimolarono l'Amministrazione Comunale alla costituzione di nuova Commissione di Studio, nell'anno 2001, che portò ad una complessiva riflessione su tutta la vicenda e, da ultimo, alla realizzazione di una “seconda lapide”. Questa fu collocata di fianco alla prima il 22 luglio 2008. Le due epigrafi furono rimosse l'8 aprile 2015 e successivamente ricollocate presso i Chiostri di San Domenico il 21 luglio successivo.
Per la prima parte del post è proposta una sintesi dei contenuti della Relazione Finale, a firma dell'on. E. Raisi, presentata a conclusione dei lavori della Commissione Parlamentare di inchiesta sulle cause dell'occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti istituita con legge 15 maggio 2003, n. 107, approvata dalla Commissione nella seduta dell'8 febbraio 2006 e trasmessa alle Presidenze delle Camere il 19 febbraio 2006, consultabile on-line. Per la parte conclusiva, invece, è proposta la disamina dei documenti e delle informazioni fornite da Giuseppe Chelli, che desidero qui ringraziare, essendo, come vedremo in seguito, tra i protagonisti della vicenda.

Il duomo di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

1_LA COMMISSIONE CENTRALE CONTRO I CRIMINI TEDESCHI
Già alla fine della Seconda Guerra Mondiale, la Procura Generale del Regno d'Italia, attraverso l'Ufficio procedimenti contro criminali di guerra tedeschi, aveva aperto un fascicolo (il n. 2097 del Registro Generale) Contro Ignoti Militari tedeschi dell'aviazione a seguito della denuncia avanzata dal Comando Militare Alleato per il reato di violenza con omicidio e distruzione fabbricati commesso a San Miniato il 22 luglio 1944 (03).
L'indagine partiva dal lavoro della Commissione centrale italiana contro i crimini commessi dai tedeschi e dalle bande fasciste al loro servizio contro la popolazione civile italiana, costituita all'indomani della Liberazione, il 26 aprile 1945. Con lettera del 1 giugno successivo, l'allora Ministro dell'Italia Occupata Mauro Scoccimarro (Governo Bonomi III) chiese al Brigadiere Generale Richmond, nella sua qualità di US Army Judge Advocate, che le Autorità alleate trasmettessero a detta Commissione centrale la documentazione degli accertamenti in loro possesso relativi a tali crimini, nonché le denunzie e semplici notizie di essi sulla base delle quali la Commissione centrale avrebbe espletato una completa istruttoria. Tale “Commissione” ebbe diramazioni su base provinciale e poté dunque prendere visione degli atti delle inchieste promosse dagli Alleati (04).

2_IL PASSAGGIO DEGLI ATTI ALLA PROCURA GENERALE - 1946
Nel frattempo, ormai liberato il Nord Italia, il Presidente del Consiglio Ivanoe Bonomi il 19 giugno 1945 rassegnò le dimissioni, affinché fosse possibile la creazione di un nuovo governo, finalmente democratico. Tuttavia i tempi non erano ancora maturi e appena due giorni dopo si insediò un nuovo esecutivo, stavolta sotto la guida di Ferruccio Parri. In questo passaggio il Ministero dell'Italia Occupata non fu ricreato e dunque la predetta Commissione si trovò a dialogare direttamente con la Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Il 20 agosto 1945 si tenne a Palazzo Chigi una riunione alla presenza del dott. Umberto Borsari in qualità di Procuratore Generale Militare presso il Tribunale Supremo Militare. In tale circostanza fu disposto che i vari atti, carteggi e documenti, inerenti i crimini di guerra nazisti su suolo italiano, venissero tutti accentrati presso la Procura Generale Militare, in modo che le indagini vere e proprie potessero avere inizio e fosse possibile pervenire all'identificazione dei responsabili. La successiva direttiva della Presidenza del Consiglio è del 2 ottobre 1945: in accordo con le autorità alleate, la procedura prevedeva di arrivare a vere e proprie denunce da presentare agli Alleati tramite l'Ambasciata Italiana a Londra. Sarebbero stati gli stessi Alleati ad impegnarsi nel rintracciare i colpevoli. Più complesso, invece, sarebbe stata l'eventuale organizzazione dei relativi processi (05). Dunque, da quel momento, alla Procura Generale Militare pervennero anche gli atti inerenti la Strage del Duomo di San Miniato, che furono trasmessi dal Tenente Colonnello John R. Hogger, in qualità di capo del Tribunale Supremo Militare presso il General Head Quarter of Central Mediterranean Forces in data 6 maggio 1946, come ricostruito da Paolo Paoletti (06).

3_L'ANTEFATTO: L'INDAGINE PRELIMINARE AMERICANA
All'istruttoria della Procura Generale Militare del Regno d'Italia troviamo allegate, infatti, alcune carte della Preliminary Investigation of San Miniato atrocity predisposta dal comando della 362nd Infantry Regiment. Fra questi documenti ci sono le relazioni redatte dal Capitano E. J. Ruffo (28 luglio 1944) e dal Capitano J. R. Grower (1 agosto 1944), le deposizioni di Don Guido Campigli, Don Luigi Neri, del medico Dott. Domenico Parisi (datate 30 luglio 1944) e i verbali degli interrogatori condotti nella giornata del 14 agosto 1944 dal Maggiore Milton R. Wexler, I.G.D., Military Counsal della Fifth Army, coadiuvato dal Sergente Hugo J. Gelardia in qualità di interprete. Furono sentiti Giorgina Taddei, Domenico Parisi, Liliana Ciulli, Armando Lorenzi, Duilio Arzilli, nonché il Presidente del Comitato di Liberazione Nazionale di San Miniato Emilio Baglioni (poi Sindaco), del Vescovo di San Miniato Mons. Ugo Giubbi e del Proposto della Cattedrale Don Guido Rossi.
Questi documenti, in realtà, sono solamente una parte degli atti dell'indagine americana conservati presso i National Archives di Washington D.C., tradotti e pubblicati da Paolo Paoletti (07).


Il duomo di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

4_L'ASSUNTO, LA LIMITATEZZA E LE CONTRADDIZIONI DELL'ISTRUTTORIA
Come abbiamo visto, dunque, il procedimento della Procura Generale prese avvio dagli atti dell'inchiesta preliminare americana e dalla documentazione ad essa relativa, seppur parziale rispetto a tutti gli atti esistenti a Washington.
Il fascicolo inerente la Strage del Duomo, partiva dall'assunto così sintetizzato: “Il 22 luglio 1944 i tedeschi fecero entrare la popolazione di S. Miniato nella cattedrale per quanta ne contenesse, poi, verso le ore 10, mentre tali persone assistevano alle funzioni sacre, fecero esplodere delle bombe già predisposte ad orologeria. Le vittime – uomini, donne, bambini – furono numerose: circa 27 morti e 70 feriti”.
Vale la pena, a questo punto, soffermarsi su alcuni aspetti che non possono essere considerati marginali. Da notare il computo delle vittime, che non furono “circa 27”, bensì 55. L'istruttoria partiva dalle relazioni americane stilate nei giorni immediatamente successivi alla strage, ed effettivamente erano una trentina le vittime che morirono immediatamente, all'interno della Cattedrale. Inoltre, al momento in cui poté prendere avvio l'indagine, era già stata formulata la “Relazione Giannattasio”, datata al 13 luglio 1945, che non sembra essere stata presa minimamente in considerazione. Per quale motivo non la troviamo fra gli atti, assieme all'incartamento della Commissione Comunale d'Inchiesta? Possibile che, oltre alla documentazione statunitense, nessuno si adoperò per reperire altre informazioni? A queste domande, ad oggi, non è possibile trovare una risposta certa. Coloro che sostengono la tesi dell'insabbiamento, predisposto per celare la responsabilità americana, potrebbero pensare che la Procura non avesse voluto approfondire, per non correre il rischio di trovarsi davanti ad una verità scomoda. D'altra parte il periodo era particolarmente delicato, e nessuno avrebbe voluto correre il rischio di creare fonti di imbarazzo nei rapporti fra Italia e USA. Altra ipotesi, non certo da scartare, è che ulteriori documenti, eventualmente raccolti nell'indagine, siano andati perduti per una qualche ragione non conosciuta. In realtà, al fascicolo sanminiatese, come vedremo in seguito, toccò la stessa sorte di centinaia di altri procedimenti. Ma questo si vedrà più avanti.
Inoltre, l'assunto iniziale dell'istruttoria, rispetto alla “Relazione Giannattasio” presenta due contraddizioni abbastanza evidenti. La prima riguarda gli eventi che precedettero la strage, per i quali è proposta una ricostruzione non solo sintetica, ma soprattutto semplicistica, che tralasciò il contesto e tutti gli episodi avvenuti la mattina del 22 luglio 1944 e nei giorni precedenti. La seconda contraddizione riguarda invece le modalità con cui sarebbe avvenuto l'eccidio, ovvero con bombe già predisposte ad orologeria. Questa circostanza, infatti, sebbene ipotizzata dall'indagine preliminare americana, fu immediatamente scartata dal Giudice Giannattasio che si basò sulla ricostruzione di Charles R. Jacobs, Ist. Lt. Infantry Training Officer, redatta il 18 ottobre 1944.

5_LE DIFFICOLTÀ DELLE INDAGINI
Il Procuratore Generale Militare dott. Umberto Borsari, nella lettera del 7 giugno 1946 inviata al Ministero degli Affari Esteri e per conoscenza al Ministero della Guerra, lamentava che «le denuncie che pervengono, nella quasi totalità mancano degli essenziali requisiti, e in primo luogo della identificazione dei responsabili. Per questo, è necessario fare compiere approfondite indagini, dirette ad accertare le generalità dei colpevoli, le date in cui avvennero i fatti, le modalità di essi, le cause che li determinarono, ecc. [...] ma è evidente che, per varie ragioni, gli organi giudiziari e di polizia incontrano, a loro volta, notevoli difficoltà per l’espletamento del loro compito». Ed ancora, lo stesso Borsari, nel novembre 1947 ammetteva che «le indagini giudiziarie nei confronti di criminali di guerra tedeschi possono non avere risultato concreto, o che debba pronunciarsi il loro proscioglimento per mancanza assoluta o insufficienza di indizi» (08). Insomma, a livello complessivo, la Procura Generale trovò non poche difficoltà a reperire le informazioni, sia per la complessità e la mole del lavoro, ma anche per la “demilitarizzazione” e successiva “burocratizzazione” delle istruttorie a livello internazionale.

6_L'EVOLUZIONE DEL CONTESTO INTERNAZIONALE
Come accennato nel paragrafo precedente, la situazione sul finire degli anni '40 si complicò ulteriormente per la “burocratizzazione” delle istruttorie e il conseguente affievolimento della collaborazione da parte delle autorità alleate (09), ma anche per il mutato contesto politico internazionale. Le estradizioni si fecero via via più difficoltose e l'origine di questa circostanza deve essere ricercata nell'evoluzione della condizione della Germania, ed in particolare della parte Occidentale. Ancora il Procuratore Generale Umberto Borsari, in una lettera del 14 maggio 1948 al Ministero degli Esteri rilevava che «data l’importanza dei procedimenti già in corso e di quelli da instaurarsi e dato che, per ovvie ragioni per detti processi l’autorità giudiziaria italiana nulla di concreto può raggiungere senza una continua ed effettiva opera di collaborazione da parte delle Autorità che occupano la Germania» (10).
La nascita della Repubblica Federale Tedesca fu proclamata il 23 maggio 1949, fu dichiarata pienamente sovrana solamente il 5 maggio 1955 e il 9 maggio dello stesso anno aderì alla NATO. Il 14 maggio successivo, invece, venne firmato il cosiddetto “Patto di Varsavia”. Erano gli anni in cui andavano costituendosi i “due blocchi”, quello “Occidentale” e quello “Sovietico”.
Inoltre l'impossibilità di estradare cittadini tedeschi, prevista dalla Costituzione di Bonn (1949) era resa impraticabile da varie altre circostanze (11). A tal proposito è significativo il carteggio fra il Ministro della Difesa Paolo Emilio Taviani e il Ministro degli Esteri Gaetano Martino nell'ottobre del 1956 (Governo Segni I). Circa la possibilità di richiede l'estradizione di un militare tedesco per l'eccidio di Cefalonia, il Ministro Martino rilevava che «Proprio in questo momento, infatti, tale Governo (della RFT) si vede costretto a compiere presso la propria opinione pubblica il massimo sforzo allo scopo di vincere la resistenza che incontra oggi in Germania la ricostruzione di quelle forze armate, di cui la NATO reclama con impazienza l'allestimento». Nella risposta, il Ministro Taviani si dichiarò in pieno accordo con quanto affermato da Martino. E dunque, il riaccendersi della questione dell'operato dei militari tedeschi durante la guerra, nell'opinione pubblica germanica, avrebbe potuto ostacolare la piena realizzazione del “blocco occidentale”, anche e soprattutto da un punto di vista militare. La questione della corrispondenza Martino-Taviani è stata a lungo dibattuta: episodio da circoscrivere ad un mero scambio di opinioni personali o rivelatore degli indirizzi politici italiani? (12). Sta di fatto che, per la complessità della situazione e per il contesto italiano e internazionale del tempo, la Procura Generale Militare – al tempo guidata dal Gen. Arrigo Mirabella – fu costretta ad un sostanziale stato di inerzia.

7_L'ARCHIVIAZIONE PROVVISORIA - 1960
I procedimenti istruiti dalla Procura Generale Militare non fecero progressi negli anni a seguire. Fra questi anche quello relativo alla Strage del Duomo di San Miniato, tant'è che nel relativo fascicolo, contrassegnato dal n. 2097, non sono presenti ulteriori atti. Fu così che il 14 gennaio 1960 l'allora Procuratore Generale Militare Enrico Santacroce ordinò la controversa “archiviazione provvisoria”, poiché, – queste le parole della motivazione – nonostante il lungo tempo trascorso dalla data del fatto anzidetto, non si sono avute notizie utili per la identificazione dei loro autori o per l'accertamento della responsabilità. Lo stesso giorno furono archiviati anche tutti gli altri 2274 fascicoli, fra cui quelli relativi a Sant'Anna di Stazzema, all'eccidio del Padule di Fucecchio e alle Fosse Ardeatine, giusto per citare tre dei casi più conosciuti. Su questo passaggio, la Commissione Parlamentare di inchiesta sulle cause dell'occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti, istituita con la Legge n. 107 del 15 maggio 2003, ha avanzato molteplici interrogativi: un'iniziativa funzionale al riordino materiale della Procura Generale Militare, oppure un provvedimento abnorme e innaturale data l'obbligatorietà dell'azione penale? Una decisione presa in coscienza e autonomia oppure dettata da un condizionamento politico? La contrarietà alla celebrazione di processi in contumacia, vista l'impraticabilità dell'estradizione, può essere un elemento determinante? Volontà di non procedere o la presa di coscienza dell'impossibilità a procedere? (13).

8_LA PRESCRIZIONE VENTENNALE IN GERMANIA - 1965
L'8 maggio 1965 in Germania scattò il termine della prescrizione ventennale per i reati commessi durante il regime nazista. All'approssimarsi di questa scadenza il Governo della Repubblica Federale Tedesca chiese all'Italia e ad altri Paesi di avanzare la documentazione inerente presunti crimini in modo da indirizzarli alle competenti autorità giudiziarie tedesche. Il 9 marzo 1965 la Procura Generale Militare inviò, tramite il Ministero degli Esteri e l'Ambasciata di Germania, un elenco di crimini, suddivisi su base provinciale. Scorrendo quelli relativi alla Provincia di Pisa, troviamo gli eccidi di Riparbella, della Romagna a San Giuliano Terme, la strage di Noccioleta a Castelnuovo Val di Cecina, l'eccidio di Guardistallo, l'eccidio di Piavola presso Buti, oltre a vari episodi avvenuti presso Castelfranco di Sotto, Santa Luce, Montopoli, Lari, Castellina Marittima (14). Nessun riferimento alla Strage del Duomo di San Miniato.

9_L'ARMADIO DELLA VERGOGNA - 1994
Nello stesso 1965, 1265 fascicoli sul totale di 2274 – tutti contro ignoti – furono inviate alle competenti Procure Militari ed archiviati di volta in volta. I restanti procedimenti “archiviati provvisoriamente” nel 1960 – circa un migliaio, di cui 353 contro ignoti – rimasero in seno alla Procura Generale (15) dove, anche per una complessa serie di vicissitudini (16) andarono a finire nel cosiddetto “Armadio della Vergogna”. Il controverso deposito fu ri-scoperto solamente nel 1994, all'interno del Palazzo Cesi-Gaddi sede della stessa Procura Generale Militare (17). Fra i documenti rinvenuti in tale armadio, c'era anche il fascicolo riguardante la Strage del Duomo di San Miniato.
Sulla vicenda, la Commissione Parlamentare di inchiesta sulle cause dell'occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti – istituita con legge 15 maggio 2003, n. 107 nella Relazione Finale a firma dell'on. Enzo Raisi (AN) (approvata dalla Commissione nella seduta dell'8 febbraio 2006 e trasmessa alle Presidenze delle Camere il successivo 19 febbraio) è arrivata alla conclusione che vi sia stato un «comportamento di negligenza e superficialità da parte dei vertici della magistratura militare che si è prolungato per oltre un cinquantennio. Questo giudizio non riguarda l’Istituzione nel suo complesso, ma si riferisce alle responsabilità individuali di alcuni Procuratori generali militari specificamente quelli che hanno gestito l’archivio di Palazzo Cesi senza inviare alle procure territorialmente competenti i fascicoli sui crimini di guerra. Questo comportamento omissivo, che ha violato la direttiva assunta dal Governo Parri nella riunione tenuta presso la Presidenza del consiglio i l 20 agosto 1945, infatti, ha impedito l’esercizio dell’azione penale in capo ai soggetti competenti secondo l’ordinamento vigente.». Ed ancora rileva l'assenza «di accertati input di natura politica legati alla “guerra fredda” e al riarmo tedesco, (ipotizzati invece nelle precedenti indagini del Consiglio della Magistratura Militare e della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati nella XIII legislatura)» (18). Completamente opposta la conclusione della Relazione di Minoranza, a firma dell'on. Carlo Carli (DS) che invece individua «nella necessità di evitare problemi alla Germania, che in quel periodo stava ricostituendo il proprio esercito e si sarebbe dovuta inserire in maniera forte nella Alleanza Atlantica, le cause che portarono all’occultamento dei fascicoli». Senza dimenticare che «il governo italiano si trovava nell’imbarazzante situazione, da un lato di negare l’estradizione di presunti criminali italiani, richiesta da altri Paesi, e dall’altro di procedere alla richiesta, proveniente dalla magistratura militare italiana, per l’estradizione di militari e criminali di guerra tedeschi». Al contempo rileva la «contiguità tra il mondo politico e la giurisdizione militare» e che dunque «non è verosimile attribuire la mancata celebrazione dei processi alla esclusiva responsabilità dei magistrati militari», per cui «si può dedurre il coinvolgimento e la specifica responsabilità politica sulla vicenda» (19).

10_IL PASSAGGIO AL TRIBUNALE MILITARE DI LA SPEZIA - 1995
Al di là di dove stia effettivamente la verità sul cosiddetto “Armadio della Vergogna”, una volta rinvenuti i fascicoli si costituì un'apposita commissione con lo scopo di valutare l'effettiva esistenza di elementi di reato (20). Per 273 fascicoli furono firmati i provvedimenti di non luogo a provvedere, mentre altri 695 furono inviati alle competenti Procure Militari Territoriali (oltre al cosiddetto “carteggio vario”, per un totale di circa 800 elementi) (21).
La Procura Generale Militare della Repubblica, presso la Corte Militare d'Appello, con nota n. P0795-1277/CRIM del 19 luglio 1995 trasmise alla Procura Militare di La Spezia gli atti del fascicolo relativo alla Strage del Duomo di San Miniato, per quanto di eventuale competenza, che risultava «rinvenuto presso l'archivio dei Tribunali Militari di Guerra Soppressi». L'incartamento arrivò a La Spezia il 22 luglio 1955 e a questo punto si aprì una nuova fase istruttoria, con il nuovo procedimento penale n. 262-96 R. mod. 44 (B) nei confronti di Ignoti Militari, iscritti nel Registro delle Notizie di Reato in data 13 luglio 1996. Le indagini furono quindi affidate al Reparto Operativo presso il competente Comando Provinciale dei Carabinieri di La Spezia (22).
Questa nuova fase d'indagine fu condotta con estrema discrezione, tanto che molti dei sopravvissuti o i familiari delle vittime ne rimasero all'oscuro. Almeno inizialmente, sembra che non fossero rinvenuti elementi di novità, tanto che il Comando Provinciale dei Carabinieri di Pisa, con la nota n. 480/2-6 inviata alla Procura Militare di La Spezia in data 29 ottobre 1996, riferiva che «non è stato possibile reperire alcun documento agli atti d'ufficio sulla strage del Duomo di San Miniato», ma al tempo stesso venivano inviate le copie «di alcuni documenti reperiti presso l'archivio storico del Comune e presso la Diocesi», fra cui la Relazione Giannattasio”. Tuttavia le indagini proseguirono anche in seguito, come si rileva dal verbale di “Sommarie Informazioni Testimoniali” (S.I.T.) con le dichiarazioni di Duilio Arzilli rese presso il Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia dei Carabinieri di Pontedera in data 30 dicembre 1996 (23). Evidentemente le indagini si erano mosse anche alla ricerca di persone ancora in vita fra coloro che erano stati interrogati dal Maggiore Milton R. Wexler il 14 agosto 1944, i cui atti erano stati trasmessi dalle autorità americane alla Procura Generale Militare il 6 maggio 1946, come abbiamo visto nei paragrafi precedenti.

11_I NUOVI STUDI STORICI E QUEL PRANZO A SAN MINIATO
A conclusione di una lunga e complessa ricerca, nei primi mesi del 2000 venne stampato il libro di Paolo Paoletti, 1944 San Miniato. Tutta la verità sulla strage. Tale pubblicazione ribaltò completamente i contorni della vicenda e rinfocolò l'animo di quanti, fino a quel momento, nutrivano perplessità sull'effettiva natura dell'eccidio. Fra questi anche Giuseppe Chelli, il quale la mattina del 22 luglio 1944 si trovava in Duomo assieme ad alcuni suoi familiari, tra cui suo fratello Carlo, che quella mattina perse la vita. Giuseppe Chelli conobbe Paolo Paoletti proprio durante il periodo della ricerca, intorno alla metà degli anni '90. Fra i due iniziò un rapporto di amicizia che va avanti ancora oggi.
Alla metà di ottobre di quell'anno, l'autore ed alcuni suoi consulenti si trovavano a San Miniato per organizzare la presentazione del libro, dal momento che qui non era ancora stata fatta. E fu così che rimasero a pranzare a San Miniato in un noto ristorante della zona. A quel tavolo sedeva anche Giuseppe Chelli. «Lo sai Beppe, informò Paoletti che presso la Procura del Tribunale Militare di La Spezia le indagini sono ancora aperte? Tu sei una parte in causa, sei un testimone della strage e un familiare delle vittime. Puoi chiedere al Tribunale che arrivi ad una sentenza!» Non conosciamo le parole esatte, ma questo è quello che ricorda lo stesso Giuseppe Chelli, il quale, il 23 ottobre 2000 prese carta e penna e scrisse al dott. Gioacchino Tornatore, Procuratore Militare della Repubblica presso il Tribunale Militare di La Spezia chiedendo, a proposito del "supposto crimine di guerra tedesco", visti i progressi della ricerca storica, «che codesto Tribunale esprima un parere definitivo sulla vicenda» (24).

12_LA NUOVA FASE DELLE INDAGINI
A questo punto, ricevuta la missiva, i Pubblici Ministeri Gioacchino Tornatore e Marco Cocco l'8 novembre 2000 disposero la comparizione di Giuseppe Chelli «per essere sentito quale persona informata sui fatti», presso la Procura del Tribunale Militare di La Spezia, il giorno 13 novembre successivo (25). Giuseppe Chelli si presentò regolarmente nel luogo e all'orario indicato e rilasciò la sua deposizione in cui asserì che la strage sarebbe stata determinata non per «opera dei tedeschi, ma sia derivata da una fatalità, conseguita al bombardamento americano» (26). Nell'occasione depositò vari documenti, fra cui gli articoli del Canonico Enrico Giannoni pubblicati sul «Giornale del Mattino» di Firenze il 21 luglio e l'8 agosto 1944 (27). A questo punto le indagini, che evidentemente stavano vivendo una fase d'inerzia, acquistarono un nuovo e sostanziale impulso.
Nel frattempo il Comandante del Reparto Operativo presso il Comando Provinciale dei Carabinieri di La Spezia, con nota n. 434/11-1996 del 25 novembre 2000, «riferiva sullo stato delle indagini a suo tempo delegate». Lo stesso Comandante, con nota n. 434/11-1-1996 del 23 dicembre 2000 «comunicava l'avvenuto decesso di Ceccherini Adriana e di Formichini Filippo – già ritenuti in grado di riferire circostanze utili per la ricostruzione degli eventi – nonché l'assenza di “ulteriori elementi utili per le indagini”» (28)
Ulteriori elementi, invece, furono presentati nella “memoria integrativa” inviata da Giuseppe Chelli il 22 gennaio 2001, in cui, oltre a riproporre una ricostruzione delle vicende che seguirono la strage, avanzava le proprie perplessità sul ruolo controverso del Sindaco Emilio Baglioni (29). La “memoria integrativa” fu protocollata a La Spezia il successivo 24 gennaio (30).
Ancora il Comandante del Reparto Operativo della Comando Provinciale dei Carabinieri di La Spezia, con nota n. 434/12-2-1996 informava che l'unico testimone in vita che era stato individuato era il sig. Duilio Arzilli «il quale ha riferito di ritenere che la cannonata sparata […] provenisse dalle linee tedesche». Tuttavia il Comandante ebbe a concludere che «in base alle indagini finora esperite (…) non risultano essere emersi elementi concreti per poter stabilire con assoluta certezza la provenienza (tedesca o americana) dell'ordigno sparato sul Duomo di San Miniato che causò la morte di oltre 50 civili» (31).

13_NEL FRATTEMPO A SAN MINIATO
A San Miniato nel frattempo era scoppiato il finimondo. Chi seguì le vicende da vicino, non può non ricordare il clima infuocato di quei giorni, culminato con la presentazione del libro di Paoletti il 15 dicembre 2000 a Palazzo Grifoni. La questione, d'altronde, scese subito sul piano politico. Oltre a quelle dovute agli attacchi degli esponenti dei partiti d'opposizione, anche all'interno della stessa maggioranza non mancarono forti tensioni, con alcune personalità vicinissime alle posizioni della Chiesa sanminiatese, la quale chiedeva che fosse sgombrata ogni ombra sulla figura del Vescovo Giubbi e che ne fosse riabilitata la memoria. Anche la stampa locale mostrò una vitalità considerevole. Si creò, insomma, una situazione potenzialmente esplosiva che minacciava addirittura gli equilibri del Governo municipale. 
Fu così che la Giunta Comunale, con delibera n. 20 del 14 febbraio 2001, istituì la Commissione per la ricostruzione degli eventi della Strage del Duomo. I primi risultati furono presentati il 22 luglio 2001 e successivamente raccolti nel volume P. L. Ballini, G. Contini, C. Gentile, S. Moroni e L. Paggi, L'eccidio del Duomo di San Miniato. La memoria e la ricerca storica (1944-2004), a cura di L. Paggi, Comune di San Miniato, Tip. Bongi, San Miniato, 2004.
Anche la Diocesi di San Miniato costituì una propria commissione per far luce sulla vicenda, i cui esiti furono pubblicati nel volume R. Cerri, A. Landi, P. Morelli, P. Pezzino, F. Scorzoso, Relazione della Commissione di studio sulla figura del Vescovo Giubbi, a cura di P. Morelli, Tipografia Palagini, San Miniato, 2002.
Come se non bastasse, un ulteriore tassello alla ricerca storica fu aggiunto, alcuni mesi più tardi, dalla pubblicazione di C. Biscarini e G. Lastraioli, La Prova. Un documento risolutivo sulla strage del Duomo di San Miniato, FM Edizioni, San Miniato, 2001, che fu presentato a Palazzo Grifoni il 12 ottobre 2001.

14_VERSO LA CONCLUSIONE DELLE INDAGINI
Mentre a San Miniato infervorava la questione e venivano istituite due commissioni, la Procura Militare di La Spezia proseguiva nel suo lavoro. Il 26 febbraio 2001 pervenivano ai Pubblici Ministeri del Tribunale Militare di La Spezia, per mezzo di Giuseppe Chelli, le pagine del diario redatto da Mario Caponi nel 1944, che furono appositamente trascritti su supporto magnetico (ovvero al computer), il giorno 15 gennaio 2001 (32).
Proseguì il lavoro anche dei Carabinieri. Il Comandante del Reparto Operativo del Comando Provinciale di La Spezia, con nota 434/12-4-1996 del 18 aprile 2001, trasmise i verbali delle informazioni rese da Delio Fiordispina e Paolo Morelli (33).
A questo punto, il 7 agosto 2001 la Procura acquisì agli atti il citato libro di Paolo Paoletti, 1944 San Miniato. Tutta la verità sulla strage e il successivo 15 ottobre, con nota 434/14-1996, il Comandante dei Carabinieri di La Spezia riferiva dell'avvenuta presentazione dello studio di Claudio Biscarini e Giuliano Lastraioli, pubblicato col titolo La Prova (34).
Ancora, il 26 gennaio 2002 la Procura di La Spezia sentì il Dott. Carlo Gentile, noto storico che negli anni precedenti era stato più volte consulente delle autorità giudiziarie italiane e tedesche a proposito di procedimenti penali su crimini di guerra tedeschi. In quel momento faceva parte anche della Commissione istituita dalla Giunta Comunale. Gentile, in sintesi, riferì che «ormai, l'opinione comune presso gli storici esclude che l'ordigno (…) fosse di matrice tedesca» e, al contempo, che «che quell'ordigno provenisse dal fuoco delle truppe alleate che quel giorno cingevano d'assedio la città». (35).

15_IL DECRETO DI ARCHIVIAZIONE
Terminata la fase istruttoria, di fatto conclusasi con le dichiarazioni di Carlo Gentile, i Pubblici Ministeri Dott. Marco Cocco e Dott. Gioacchino Tornatore, il 23 febbraio 2002 chiesero formalmente «che il Giudice per le indagini preliminari voglia disporre l'archiviazione», in quanto «alla luce delle più recenti acquisizioni storiche – concordi nell'individuare la causa dell'eccidio nell'esplosione di un proiettile proveniente dalle linee delle truppe alleate – neppure potrebbe affermarsi che la strage oggetto del presente procedimento penale sia stata effettivamente causata da forze armate tedesche (o, comunque, da appartenenti alle forze armate nemiche)».
A questo punto gli atti passarono al Giudice per le indagini preliminari Dott. Marco De Paolis, il quale osservò «che l'attento esame della copiosa documentazione raccolta consente di condividere le conclusioni avanzate dal Pubblico Ministero, non ravvedendosi nella specie elementi obiettivi né per ritenere che lo scoppio della granata, o comunque, dell'ordigno esplosivo che ebbe a provocare la strage delle persone civili raccolte nella chiesa, sia stato dolosamente provocato dai militari tedeschi che occupavano la zona al fine di determinare la morte delle persone stesse, né per reputare con certezza (sebbene questa sembra essere l'ipotesi maggiormente accreditata dalle ricerche storiche) che essa sia attribuibile ad un errato tiro di artiglieria delle forze armate alleate (in specie statunitensi) impegnate nella zona ove avvenivano i combattimenti contro l'esercito tedesco». Inoltre rilevò «la concreta mancanza di un movente da parte del comando militare tedesco per compiere una strage di tale portata» e che «il mezzo adoperato (un ordigno esplosivo sparato da lunga distanza) non parrebbe il più preferibile in ordine al perseguimento della supposta finalità criminale, ben potendo esser realizzato l'evento, attraverso altre modalità di azione, altrove largamente praticate». Dunque, che «deve ragionevolmente ritenersi che l'ipotesi maggiormente preferibile sia quella dell'incidente bellico, ovverosia del colpo di artiglieria erroneamente caduto su un bersaglio civile». Per queste e per altre considerazioni dispose «l'archiviazione del procedimento» (36).

16_IL SIGNIFICATO DELL'ARCHIVIAZIONE
Da un punto di vista procedimentale, il Pubblico Ministero che non rilevi elementi per esercitare l'azione penale, propone l'archiviazione al Giudice per le indagini preliminari (GIP). In questo caso l'archiviazione ebbe un presupposto fattuale, come si evince dalla motivazione addotta, ovvero per l'infondatezza della notizia di reato [artt. 408-409 del Codice di Procedura Penale]. Per completezza, va detto che l'archiviazione non rappresenta una conclusione definitiva, soprattutto per l'ipotesi di reato in oggetto, ma che le indagini possono essere riaperte su richiesta del PM, in ordine all'esigenza di nuove investigazioni, cioè quando vi siano notizie nuove e diverse che possano mettere in discussione la precedente conclusione [art. 414 Cpp]. Cosa che fino a questo momento non sembra sia accaduto.
Dunque il GIP, visti gli atti e accogliendo le conclusione dei PM, sostanzialmente ha sostenuto che non sia da attribuire ad ignoti militari tedeschi un'azione con precisi intenti criminali. Tuttavia, non si sbilanciò oltre. Ovvero, pur ritenendo “ragionevole” che si sia trattato di un incidente bellico, non assegnò la responsabilità a nessuno, neppure all'esercito statunitense. E questo almeno per due motivi: l'indagine doveva accertare l'eventuale responsabilità criminale di “ignoti militari tedeschi dell'aviazione” e non andare oltre, a meno di non individuare ulteriori notizie di reato; inoltre, come è stato sostenuto in varie sedi e circostanze, è sempre mancata la “prova regina”, il DNA, ovvero una scheggia del proietto esploso all'interno della Cattedrale, la cui composizione, debitamente analizzata, avrebbe indicato con certezza la provenienza e quindi da quale mano sarebbe partito il colpo che provocò la morte di 55 persone. Tante volte si è sentito ventilare l'ipotesi di esumazioni o di autopsie, che però non sono mai state fatte per varie ragioni su cui non staremo ad indugiare.

17_LA NOTIZIA DELL'ARCHIVIAZIONE A SAN MINIATO
E' certamente curioso che la notizia dell'avvenuta archiviazione del procedimento non sia giunta immediatamente a San Miniato. Nonostante molte persone fossero state coinvolte nell'indagine, nessuno sembrò esserne a conoscenza. Tanto più che Giuseppe Chelli scrisse una nuova missiva ai PM Tornatore e Cocco, datata 31 maggio 2002, chiedendo «di valutare se, nel frattempo, non sia opportuno far oscurare la lapide che campeggia sulla facciata del palazzo del Comune di San Miniato». A questa lettera non seguì alcuna risposta, probabilmente perché la richiesta andava oltre al compito dei due PM, i quali, tuttavia non informarono Giuseppe Chelli dell'avvenuta conclusione del procedimento.
Ignaro dell'archiviazione, il 4 luglio 2006, Giuseppe Chelli inviò una nuova lettera con cui rinnovò la sua «rispettosa richiesta a codesta Procura affinché esprima un parere definitivo sul supposto crimine tedesco» (37). Stavolta la risposta non tardò ad arrivare. Il 7 luglio 2006 il Procuratore Militare Dott. Marco De Paolis (il GIP che aveva firmato il decreto di archiviazione) lo informò che il «procedimento fu definito (…) con decreto di archiviazione emesso in data 20 aprile 2002», spiegando al contempo di aver ritenuto «verosimile, e pertanto, accolsi l'ipotesi sostenuta da esperti e storici circa l'insussistenza di una azione criminale condotta dai tedeschi in danno della popolazione civile italiana di San Miniato, ritenendo invece preferibile accogliere la tesi di un errato svolgimento di un tiro di artiglieria da parte di truppe alleate». Dalle parole conclusive del Procuratore De Paolis, si evince che nessuno avesse fino a quel momento richiesto copia del provvedimento per prenderne conoscenza (38). Dunque la notizia era veramente rimasta sconosciuta a tutti, all'Amministrazione Comunale, ai familiari delle vittime, alla Diocesi di San Miniato, ma anche ai membri della Commissione istituita nel 2001 e che nel frattempo aveva pubblicato i risultati (2004).
Giunta la lettera nelle mani di Giuseppe Chelli, la notizia fu diffusa a San Miniato, rinfocolando nuovamente le polemiche, per la verità, mai sopite. A questo punto Giuseppe Chelli, in data 10 luglio 2006, oltre a ringraziare il Procuratore, chiese ed ottenne una copia del decreto di archiviazione (39), che poi l'anno seguente fu proposto in appendice alla pubblicazione di C. Biscarini e G. Lastraioli, De bilia. Ultima ripassata sulla strage del Duomo di San Miniato (22 luglio 1944), Le Memoriette – 3, Empoli, 2007.
NOTE E RIFERIMENTI
(01) Il Decreto di Archiviazione procedimento n. 262/96/R.IGNOTI, emesso dal Giudice per le Indagini Preliminari dott. Marco De Paolis del Tribunale Militare della Spezia e depositato in Cancelleria in data 20 aprile 2002, è proposto in appendice alla pubblicazione di C. Biscarini e G. Lastraioli, De bilia. Ultima ripassata sulla strage del Duomo di San Miniato (22 luglio 1944), Le Memoriette – 3, Empoli, 2007.
(02) Archivio Storico del Comune di San Miniato, F200 S062 UF184, 22 Luglio 1944. Inchiesta Eccidio del Duomo, fasc. n. 1, Relazione dell'Inchiesta; ed. «Miscellanea Storica della Valdelsa», n. 189/197, LXXIV-LXXVI, 1968-1970, pp. 270-279; poi riproposta in M. Battini e P. Pezzino, Guerra ai Civili. Occupazione tedesca e politica del massacro. Toscana 1944, Saggi Marsilio, Venezia, 1997, pp. 374-381. La trascrizione completa è proposta anche su Smartarc nel post LA “RELAZIONE GIANNATTASIO” SULLA STRAGE DEL DUOMO DI SAN MINIATO.
(03) Archivio Storico della Camera dei Deputati, Documenti declassificati di Commissioni parlamentari d'inchiesta, Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell'occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti (XIV Legislatura), Ministero Affari Esteri, il cui indice è consultabile on-line.
(04) E. Raisi, Relazione Finale, Commissione Parlamentare di inchiesta sulle cause dell'occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti istituita con legge 15 maggio 2003, n. 107, approvata dalla Commissione nella seduta dell'8 febbraio 2006 e trasmessa alle Presidenze delle Camere il 19 febbraio 2006, pp. 41-42; 50. La relazione è consultabile on-line.
(05) Ivi, pp. 43-45.
(06) P. Paoletti, 1944 San Miniato. Tutta la verità sulla strage, Mursia Editore, Milano, 2000, p. 61.
(07) Ivi, pp. 45-63.
(08) I due testi del Procuratore Generale Militare Umberto Borsari sono tratti dalla già citata Relazione Finale di E. Raisi alla Commissione Parlamentare di inchiesta sulle cause dell'occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti; i passaggi si trovano alle pp. 57-58.
(09) E. Raisi, Relazione Finale, Commissione Parlamentare... cit, pp. 64-66.
(10) Ivi, p. 65.
(11) Ivi, pp. 67-77.
(12) Ivi, pp. 78-81. In queste pagine sono riportate anche le parole del Ministro Martino riproposte in questo post.
(13) Ivi, pp. 82-88.
(14) Ivi, pp. 89-92.
(15) Ivi, pp. 98-102.
(16) Ivi, pp. 103-107.
(17) Ivi, pp. 108-118.
(18) Ivi, pp. 243-245.
(19) C. Carli, Relazione di Minoranza, Commissione Parlamentare di inchiesta sulle cause dell'occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti istituita con legge 15 maggio 2003, n. 107, approvata dalla Commissione nella seduta dell'8 febbraio 2006 e trasmessa alle Presidenze delle Camere il 19 febbraio 2006, pp. 422-426. La relazione è consultabile on-line.
(20) E. Raisi, Relazione Finale, Commissione Parlamentare... cit, p. 119.
(21) Ivi, pp. 218-221.
(22) Decreto di Archiviazione procedimento n. 262/96/R.IGNOTI, emesso dal Giudice per le Indagini Preliminari dott. Marco De Paolis del Tribunale Militare della Spezia e depositato in Cancelleria in data 20 aprile 2002, pp. 1-2; Ed. C. Biscarini e G. Lastraioli, De bilia. Ultima ripassata sulla strage del Duomo di San Miniato (22 luglio 1944), Le Memoriette – 3, Empoli, 2007, Appendice.
(23) Ivi, p. 4.
(24) Lettera di Giuseppe Chelli al dott. Gioacchino Tornatore Procuratore Militare della Repubblica presso il Tribunale Militare di La Spezia del 23 ottobre 2000. Il documento è conservato in copia presso lo stesso Giuseppe Chelli.
(25) Decreto di citazione di persone informate sui fatti, disposto dai Pubblici Ministeri Dott. Gioacchino Tornatore e Dott. Marco Cocco, datato 8 novembre 2000 e indirizzato a Giuseppe Chelli. Il documento è conservato in copia presso lo stesso Giuseppe Chelli.
(26) Decreto di Archiviazione procedimento n. 262/96/R.IGNOTI... cit., p. 4.
(27) I due articoli del Canonico Enrico Giannoni furono ripubblicati in appendice a G. Lastraioli e C. Biscarini, § 5. San Miniato (22 luglio 1944. Le schegge non fanno curve, in Id. Arno Stellung. La quarantena degli Alleati davanti a Empoli (22 luglio – 2 settembre 1944), «Bullettino Storico Empolese», n. 9, a. 32-34 (1988-1990), Empoli, 1991, pp. 225-235.
(28) Decreto di Archiviazione procedimento n. 262/96/R.IGNOTI... cit., p. 5.
(29) Lettera di Giuseppe Chelli ai Pubblici Ministeri Dott. Gioacchino Tornatore e Dott. Marco Cocco, datata 22 gennaio 2001, ad oggetto “Memoria integrativa della deposizione resa da Chelli Giuseppe l'11 Nov. 2000 sulla strage del duomo di San Miniato del 22 luglio 1944”. Il documento è conservato in copia presso lo stesso Giuseppe Chelli.
(30) Decreto di Archiviazione procedimento n. 262/96/R.IGNOTI... cit., p. 5.
(31) Ibidem.
(32) Decreto di Archiviazione procedimento n. 262/96/R.IGNOTI... cit., p. 6. Il testo di Mario Caponi riporta il titolo “San Miniato – Luglio e Agosto 1944”. Il documento è conservato in copia presso Giuseppe Chelli.
(33) Decreto di Archiviazione procedimento n. 262/96/R.IGNOTI... cit., p. 6.
(34) Ibidem.
(35) Decreto di Archiviazione procedimento n. 262/96/R.IGNOTI... cit., p. 7.
(36) Ivi, pp. 8-9.
(37) Lettera di Giuseppe Chelli al Procuratore della Repubblica del Tribunale Militare di La Spezia, datata 4 luglio 2006, ad oggetto “Eccidio di 55 persone nel Duomo di San Miniato il 22 luglio 1944”. Il documento è conservato in copia presso lo stesso Giuseppe Chelli.
(38) Lettera del Procuratore Militare della Repubblica presso il Tribunale Militare di La Spezia indirizzata a Giuseppe Chelli, datata 7 luglio 2006. Il documento è conservato in copia presso lo stesso Giuseppe Chelli.
(39) Lettera di Giuseppe Chelli a Marco De Paolis Procuratore della Repubblica del Tribunale Militare di La Spezia, datata 10 luglio 2006, ad oggetto “copia del provvedimento emesso il 20 aprile sull'eccidio del Duomo di San Miniato del 22 luglio 1944: RICHIESTA”. Il documento è conservato in copia presso lo stesso Giuseppe Chelli.

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