domenica 26 marzo 2017

ISVP-028 L'EDICOLA CON LA CROCE DELLE MISSIONI DEI PASSIONISTI A ISOLA IN VIA DELLE ROSE

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di Francesco Fiumalbi


APSM-ISVP-028 L'EDICOLA CON LA CROCE DELLE MISSIONI DEI PASSIONISTI A ISOLA IN VIA DELLE ROSE

SCHEDA SINTETICA
Oggetto: Edicola votiva
Luogo: San Miniato, Isola, via delle Rose
Tipologia: Edicola
Tipologia immagine: Croce metallica
Soggetto: Croce, Gesù Risorto
Altri soggetti: Maria di Magdala e Maria di Cleofa
Autore: Sconosciuto
Epigrafe: SI
Indulgenza: NO
Periodo: 1911, 1938, anni '70 del XX secolo
Riferimenti: Don Aldo Stacchini
Id: APSM-ISVP-028

L'edicola con il Crocifisso della Missione dei Passionisti
Isola, via delle Rose
Foto di Francesco Fiumalbi

DESCRIZIONE
Esattamente davanti alla chiesa parrocchiale di Isola è situata una edicola votiva contenente un crocifisso realizzato in metallo. La piccola costruzione in muratura, interamente intonacata, è caratterizzata da un'ampia apertura arcuata in posizione centrale e dal tetto a due spioventi. Il perimetro dell'apertura, gli spigoli e il coronamento sono caratterizzati da un trattamento cromatico di colore grigio, rispetto al giallo scuro con cui è tinteggiato il resto dell'edicola.

L'edicola con il Crocifisso della Missione dei Passionisti
Isola, via delle Rose
Foto di Francesco Fiumalbi

La parte interna, delimitata da una piccola cancellata in ferro, ospita una croce in ghisa realizzata nei primi anni del '900 e posizionata su di un basamento in mattoni lasciati a vista. Da notare Cristo Risorto che trova posto al centro e le figure femminili ai piedi della croce. Anche se i Vangeli non sono concordi nell'indicare le persone che stavano presso la Croce e poi al Sepolcro, le due donne rappresentate, verosimilmente, dovrebbero essere Maria di Magdala e Maria di Cleofa: assieme alla Madonna rimasero ai piedi della Croce sul Monte Calvario [Gv, 19,25] e la mattina del terzo giorno, recatesi al sepolcro, furono le prime testimoni dell'avvenuta Resurrezione [Mt, 1-7].

Come indicato da un'apposita iscrizione su marmo, la croce fu collocata in occasione delle Sante Missioni, condotte dai Padri Passionisti nell'anno 1911. E' verosimile che tale iniziativa si svolgesse durante il periodo quaresimale, in preparazione dei riti della “settimana santa”, ovvero della memoria liturgica della Passione, Morte e Resurrezione. D'altra parte i religiosi della Congregazione della Passione di Gesù Cristo, detti Padri Passionisti, hanno come elemento peculiare la spiritualità incentrata sul mistero della Passione e Morte di Gesù, quale manifestazione più grande dell'infinito amore di Dio. Inoltre hanno un ministero specifico per la “missione”, dettato dal cosiddetto “quarto voto” incentrato sulla propagazione della devozione per il mistero della Passione di Gesù, oltre ai tre voti tipici degli ordini mendicanti quali povertà, obbedienza e castità.

Particolare del Crocifisso della Missione dei Passionisti
Isola, via delle Rose
Foto di Francesco Fiumalbi

Ai piedi del basamento trova posto una seconda iscrizione che ricorda l'avvenuto “restauro” del crocifisso, in occasione delle Sante Missioni che si tennero nel febbraio del 1938, ancora una volta dai Padri Passionisti. Lo si deduce dalle tre iniziali poste quasi a titolo di questa seconda epigrafe: J.X.P., che stanno per “JESU XPI PASSIO” [trad. Passione di Gesù Cristo], ovvero le tre parole collocate nell'emblema della Congregazione. Molto probabilmente non si trattò di un restauro in senso stretto, ma di una vera e propria risistemazione. Infatti, le croci posizionate in occasione delle Missioni di solito venivano collocate sulle facciate delle chiese (per rimanere in zona, alla chiesa di Roffia c’è ancora). Esattamente nel 1938 venne deliberata la costruzione della nuova chiesa dell’Isola e il progetto, fin dall’inizio, prevedeva l’abbattimento dell’allora chiesa esistente. Per questo, dunque, è assai probabile che in quell’occasione venisse spostata la croce: dalla facciata della chiesa che sarebbe stata demolita al lato opposto della strada.
Tuttavia l'edicola vera e propria fu costruita solamente qualche decennio più tardi. Non conosciamo l'anno esatto, ma dalle ortofoto – consultabili sulla piattaforma Geoscopio della Regione Toscana –  si vede chiaramente che l'edicola non c'è nel 1965, ma è perfettamente visibile nell'immagine del 1981. Dunque possiamo circoscrivere l'epoca di tale costruzione fra le due date, verosimilmente durante gli anni '70 del secolo scorso.
Una terza iscrizione venne collocata, invece, sulla parete interna di sinistra. Fu installata nel 1996 in occasione del completamento dei restauri all'edicola, operati in memoria di Don Aldo Stacchini [San Miniato, 1911-1996] che fu parroco ad Isola per oltre 50 anni, dal 1939 al 1990.

Di seguito il testo delle iscrizioni:

Epigrafe 1:
1911
S.S. MISSIONI
P.P. PASSIONISTI
Epigrafe 2:
J.X.P.
IL POPOLO DELL'ISOLA
A RICORDO DELLE SS. MISSIONI
2-13 FEBBRAIO 1938
QUESTA S. CROCE RESTAURO'
Epigrafe 3:
IN MEMORIA
DI DON ALDO STACCHINI
PARROCO DI ISOLA
DAL 1939 al 1990
LA COMUNITA' CRISTIANA
21-7-1996

Particolare dell’iscrizione più antica
relativa al ricordo delle Missioni del 1911
Foto di Francesco Fiumalbi

Particolare della seconda iscrizione
relativa alla risistemazione del 1938
Foto di Francesco Fiumalbi

Particolare della terza iscrizione del 1996
in memoria di Don Alto Stacchini
Foto di Francesco Fiumalbi



venerdì 24 marzo 2017

[VIDEO] PINO A.D. 1841 - "I NOSTRI ANTENATI" - 23 marzo 2017

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Giovedì 23 marzo 2017 si è svolta la serata PINO A.D. 1841 - "I NOSTRI ANTENATI”, organizzata e “interpretata” dagli infaticabili soci dell'Associazione Kampino. Un'iniziativa dedicata alla storia del centro abitato di Ponte a Elsa, lato sanminiatese, in un momento storico preciso, il 1841, ovvero l'anno del primo Censimento del Granducato di Toscana.

Un momento della serata
Foto di Francesco Fiumalbi

Grazie alla documentazione del Censimento, oggi conservata presso l'Archivio di Stato di Firenze e disponibile on-line, è stata ricostruita un'interessante fotografia dello stato della popolazione dell'allora “Popolo di Selva e Pino” nel 1841, confrontandolo anche con la situazione odierna. Il tutto realizzato in maniera semplice, ma non certo meno rigorosa, e soprattutto con un taglio leggero e a tratti divertente. Una modalità molto apprezzata dal numeroso pubblico accorso.

Di seguito il video della serata:


L'immagine può contenere: sMS e spazio all'aperto
La locandina della serata


giovedì 23 marzo 2017

IL NECROLOGIO IN MEMORIA DI GIUSEPPE RONDONI NELL’«ARCHIVIO STORICO ITALIANO»

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a cura di Francesco Fiumalbi

In questa pagina è proposta la trascrizione del testo redatto da Pietro Santini [1860-1921] in occasione della morte di Giuseppe Rondoni (San Miniato, 17 novembre 1853 – 16 novembre 1919) già Direttore della Miscellanea Storica della Valdelsa e Presidente dell'Accademia degli Euteleti, e senza dubbio una figura molto importante per i suoi contributi sulla storia sanminiatese.
Il necrologio apparve in appendice al volume II dell’anno 77 della rivista «Archivio Storico Italiano», curata dall'allora Regia Deputazione di Storia Patria, uno dei periodici storici più importanti del tempo, fondata da Gian Pietro Vieusseux nel 1842 e prodotta ancora oggi dalla casa editrice Leo S. Olschki. Questo particolare merita di essere sottolineato per meglio comprendere l’alta considerazione tributata a Giuseppe Rondoni dall'ambiente culturale di allora.

«Archivio Storico Italiano», anno 77, vol. II (1919),
R. Deputazione di Storia Patria, Firenze, 1921, frontespizio

Estratto da P. Santini, Necrologia. Giuseppe Rondoni, in «Archivio Storico Italiano», anno 77, vol. II (1919), R. Deputazione di Storia Patria, Firenze, 1921, pp. 288-293.

[288]
NECROLOGIA

GIUSEPPE RONDONI.

Giuseppe Rondoni, assiduo e apprezzato collaboratore dell'Archivio, cessava di vivere il 19 novembre 1919 [* si tratta di un refuso, la data di morte è il 16 novembre 1919, n.d.r.]. Ci par di vederlo ancora, con l'occhio precocemente stanco, ma con l'animo ancor vivace, felicitarsi di aver lasciato da poco il pubblico insegnamento, non perché amasse staccarsi dai suoi diletti scolari, ma perché anelava di dedicare nella quiete della casa gli ultimi suoi giorni esclusivamente agli studii, nella speranza di avere dinanzi a sé tempo sufficiente per completare alcuni lavori rimasti a mezzo e per ripresentarne sotto nuova ed ampliata veste altri, pubblicati negli anni giovanili ed oggi invecchiati di fronte al progresso degli studi critici; ma non gli è bastata la vita per porre in atto l'accarezzato disegno.
Una intera generazione di giovani, alcuni dei quali oggi uomini maturi, rimpiangono in lui il maestro dotto ed amorevole, l'educatore efficacissimo, il propagatore ed incitatore delle più eccelse virtù, che furono abito della sua vita esemplare, quali la operosità indefessa [289] nel lavoro, il sentimento rigoroso del dovere, la purezza degli affetti familiari, il fervido amore della patria. All'apostolato di un simile maestro non potevano mancare frutti copiosi: una schiera numerosa di scolari del Rondoni primeggia oggi nelle discipline storiche e letterarie, nelle professioni libere, nelle cariche pubbliche, nella vita politica; fra i più giovani non pochi hanno dato prova di purissimo amor patrio, combattendo da prodi nella recente guerra e, purtroppo, alcuni di loro hanno preceduto il maestro nella tomba, offrendo la loro balda gioventù in olocausto all'Italia.
Come è noto ad ognuno, poco dopo il trasferimento della Capitale da Torino a Firenze (giugno 1865), ebbe vita qui la Facoltà filosofica, filologica e storica dell'Istituto di Studi superiori; ma, come avviene d'ogni nuova istituzione nel suo periodo primordiale, gli atti della segreteria dei primi anni, disordinati e manchevoli, andarono dispersi, sicché oggi non si conservano i registri
di matricole degli scolari anteriori al 1875. Fra i giovani iscritti in questo anno troviamo Giuseppe Rondoni; tuttavia egli doveva aver già frequentato da più di un anno i corsi della Facoltà filosofica, perché si addottorò in Filosofia nel 1877. Eravamo allora nell'età aurea dell'Istituto superiore, il quale in pochi anni, non pure emulò, ma sorpassò di gran lunga la fama dell'antico «Studio fiorentino». Il ricchissimo materiale di ricerca e di consultazione delle nostre biblioteche e dell'Archivio di Stato richiamava in Firenze un'eletta brigata di giovani i quali, sotto la guida del Villari, del Bartoli, del Trezza, del Comparetti, del Giuliani, del Conti, del Tocco, del Vitelli e di altri professori, illustri non meno per meriti scientifici che per virtù ed opere patriottiche, rafforzarono potentemente l'intelletto, [290] offrirono già da scolari i primi saggi di proficui studi e poi, emulando i maestri, onorarono con la loro dottrina e con i loro scritti la cattedra.
Subito dopo ottenuta la laurea, il Rondoni andò ad insegnare Filosofia nel liceo comunale di Velletri; ma vi rimase un solo anno, per ritornare ad iscriversi nel nostro Istituto superiore. E la ragione fu questa: egli si era precedentemente iscritto ai corsi di Filosofia non tanto per naturale inclinazione, quanto per l'alta stima e l'affetto che lo legavano ad Augusto Conti, suo compaesano; se non che, si sentiva attratto di preferenza agli studi storici, nei quali aveva dato qualche promettente saggio ancor prima di laurearsi. Ora, seguendo per altri due anni corsi complementari e di perfezionamento e dedicandosi di preferenza alle discipline storiche, nel 1880 conseguì la laurea in Lettere, avendo presentato una tesi di storia, alla quale gli esaminatori assegnarono i pieni voti con lode, e ne deliberarono la pubblicazione fra gli Atti dell'Istituto.
Nei primi sette anni di insegnamento nelle scuole regie, il Rondoni resse le cattedre di Lettere classiche nel ginnasio di Siena e di Storia e Geografia nei Licei di Prato e di Siena. Fu questo un periodo di grande operosità didattica e scientifica del giovane professore; talché, quando nel 1887 egli si presentò al concorso per titoli, bandito per la cattedra di Storia e Geografia del Liceo Dante di Firenze, superò facilmente gli altri concorrenti ed ebbe il posto, che ha occupato fino al termine della sua lunga carriera d'insegnamento. Così, ritornato nella prima e naturale sede dei suoi studi, potette con maggior facilità attendere ad essi nelle ore che le assidue cure della scuola gli lasciavano libere. Fu nell’Archivio compagno nostro, desiderato e diligente: la [291] Società Colombaria lo annoverò fra i suoi soci urbani, l'Accademia degli Euteleti di S. Miniato lo scelse suo
Presidente, il Consiglio provinciale scolastico ed il Consiglio del R. Educatorio di Foligno lo vollero fra i loro membri. Si tennero onorate del nome e della collaborazione di lui la «Pro cultura», la Società Dantesca italiana, la Società per la Storia del Risorgimento Nazionale ed altre Accademie letterarie e scientifiche. Nel 1907 la R. Deputazione Toscana di Storia Patria, che da più anni aveva fra i suoi corrispondenti il Rondoni, lo nominava socio ordinario. Nel dicembre del 1917, la Società Storica della Valdelsa invitava Giuseppe Rondoni ad assumere la direzione della rivista.
Andrei troppo in lungo se volessi dare l'elenco completo delle pubblicazioni del nostro amico, avendone sott'occhio oltre centoventi, riflettenti gli argomenti più vari, di storia, di letteratura, di pedagogia: mi limiterò ad un breve cenno od ai titoli dei principali lavori, raggruppandoli per affinità di materia.
Il Rondoni considerò nei suoi primi scritti la storia della città che lo vide nascere, S. Miniato al Tedesco; né in questo prediletto argomento si fermò ai saggi giovanili, ma vi ritornò a più riprese nell'età matura. Ed il soggetto ne valeva la pena, perché v'ha un periodo del Medio Evo, nel quale la storia di S. Miniato oltrepassa i limiti dell'interesse puramente locale per abbracciare le vicende, non pure della Toscana e dell'Italia, ma quelle della storia generale d'Europa, quando cioè gli imperatori Tedeschi fecero di S. Miniato il centro della loro amministrazione in Toscana. Nel 1886 videro la luce le Memorie storiche di S. Miniato di Tedesco; e per una seconda edizione di questo lavoro, che è mancata alle stampe, il Rondoni aveva ultimamente raccolto [292] molto altro materiale. Alla storia di S. Miniato od a soggetti affini appartengono le seguenti monografie: La Rocca di S. Miniato al Tedesco e la morte di Pier delia Vigna; L'ultimo lembo della Valdelsa e lo Statuto di una lega del contado fiorentino; Spigolature degli atti del Potestà di S. Gimignano negli anni 1227-1270; Uno sguardo alla Rocca ed alla Storia di S. Minialo al Tedesco; Arte e Storia nel Convento e Chiesa dei SS. Jacopo e Lucia di S. Miniato al Tedesco: Un piccolo ed importante Comune medievale Toscano: S. Miniato al Tedesco.
Indirizzati pertanto i suoi studi sopra la storia italiana del Medio Evo, il Rondoni rivolse anche la sua
attenzione alle istituzioni dell'antico Comune di Firenze, ed in ispecie alla formazione ed allo sviluppo degli Statuti di questa città. E ben noto che non si conservano compilazioni dei Costituti fiorentini anteriori al sec. XIV, alla distanza di circa un secolo e mezzo dai giuramenti dei Consoli, che furono i primi Statuti della città libera. Il Rondoni (seguito poi in queste ricerche da altri) si propose di raccogliere dalle serie degli Atti dell'Archivio fiorentino di Stato anteriori al sec. XIV, ed in particolare dalla ricchissima raccolta delle pergamene del Diplomatico, i più antichi frammenti dei Costituti fiorentini. Fu questo il lavoro presentato come tesi di laurea in Lettere e pubblicato fra gli Atti dell'Istituto Superiore. Altri soggetti di Storia fiorentina il Rondoni trattò negli opuscoli: Il franco ed esperto cavaliere messer Barone dei Mangiadori; Ordinamenti e vicende principali dell’antico Studio fiorentino; I giustiziati a Firenze dal sec. XV al sec, XVIII.
La ricchezza dei monumenti e dei documenti storici della Siena medievale non mancò di attrarre l'attenzione e lo studio del Rondoni, non solo durante gli anni della [293] sua residenza scolastica colà, ma anche in tempi posteriori, quando rivisitò più volte quella bella città e, appunto per ragione di studio, vi soggiornò. I suoi scritti senesi si iniziano con uno studio letterario, le Laudi drammatiche dei Disciplinati di Siena. Poi, come frutto di accurate ricerche nell'Archivio di Stato senese, e specialmente nella celebre Serie dei Caleffi, pubblicò l'apprezzato studio Sena vetus, o il Comune di Siena dalle origini alla battaglia di Monterperti. Ma il più importante, ed a lui più caro, lavoro di cose senesi furono le Tradizioni popolari e leggende di un Comune medievale e del suo contado. In seguito, in una conferenza, letta alla Accademia dei Bozzi, presentò nuovo materiale sopra lo stesso argomento, sotto il titolo: Leggende, novellieri e teatro dell'antica Siena; ed anche negli ultimi anni della sua vita, fatte ulteriori ricerche, ebbe in mente di riprendere a mano il lavoro. Altri suoi opuscoli dell'istessa indole sono i seguenti: Appunti sopra alcune leggende popolari di Pisa, della Lunigiana e di S. Miniato al Tedesco; Alcune fiabe dei contadini di S. Miniato al Tedesco in Toscana.
Lo scolaro prediletto di Augusto Conti, che fu portabandiera del battaglione universitario sui campi di Curtatone e di Montanara, non avrebbe certo trascurato nei suoi studi l'eroico periodo del nostro Risorgimento nazionale. Fra le molte monografie sopra tal soggetto citeremo le seguenti: Un gran carattere: lettere e documenti del Barone Bettino Ricasoli; Un cronista popolano dei tempi della dominazione francese, in Toscana; Uomini e cose del Risorgimento nazionale italiano nel carteggio di Q. P. Vieusseux; Due vecchi giornali del Risorgimento Nazionale (La Vespa e lo Stenterello); La politica italiana nel 1861; Il giornale «Lo Statuto», e la reazione nel [294] 1850-51 in Toscna; Giornali di Livorno nel 1848-49 (il Corriere Livornese, il Calambrone e L’Inferno); il Piovano Arlotto; I giornali umoristici fiorentini del triennio glorioso; La voce del Popolo; Anti-Lampione, giornale fiorentino del 1848; Archivio comunale di S. Miniato al Tedesco. Deliberazioni municipali relative al Risorgimento Nazionale (1848-61); Stampa clandestina in Firenze nel 1850-51; La Gazzetta dei Tribunali di Firenze e la reazione in Toscana dal 1851 al 1853; Due supplementi di Giornali fiorentini del 1849 e 1859 - Ricordi di Niccolò Roffia, ecc.
Lasciamo da parte le numerose recensioni e conferenze del Rondoni; e diamo invece i titoli di alcuni scritti d'indole didattica e scolastica, cioè: Due parole di avviamento allo studio della storia antica; Potenza educatrice dell'affetto nella letteratura e nella scuola; Storia e Geografia storica nei nostri Licei; Compendio di Olografia storica per uso delle Scuole classiche; Letture storiche con
particolare riguardo all’Italia; Relazione al sindaco di Firenze per la scelta dei libri di testo nelle Scuole elementari del Comune di Firenze; A proposito della riforma della Scuola Media; Disegno di Storia del Medioevo, Moderna e Contemporanea.
Se si considera che la maggior parte degli insegnanti di Liceo, anche fra i più valorosi, se non lasciano, dopo i primi anni d'insegnamento, la cattedra liceale per ascendere alla universitaria, abbandonano gli studi originali e le pubblicazioni, perché il faticoso lavoro scolastico li assorbe quasi del tutto, li stanca e li deprime, è tanto più apprezzabile la costanza del Rondoni nel continuare i suoi studi, mentre le cure della scuola e della famiglia lo tenevano occupato da mane a sera.
Vero è che lo sforzo eccessivo doveva, purtroppo, lasciare [295] prima del tempo la sua fibra, ch'era stata, nella gioventù e nella maturità, sana e robusta; onde il compianto amico, caduto, si può dire, sulla breccia, non ha avuto il conforto di poter godere, circondato dall'affetto dei suoi, qualche lustro di meritato riposo, ch'egli sognava di trascorrere, non nell'inerzia intellettuale, contraria alla sua natura, ma in mezzo ai suoi libri ed ai suoi studi prediletti.
Firenze.
Pietro Santini. 

GIOSUE' CARDUCCI «PROCESSATO» A SAN MINIATO

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a cura di Francesco Fiumalbi

INTRODUZIONE
Il primo a parlare di «processo» fu lo stesso Carducci ne Le “risorse” di San Miniato al Tedesco in Confessioni e battaglie (1° edizione 1883), per descrivere la situazione “surreale” venutasi a creare durante la sua permanenza a San Miniato, dato l'incarico di insegnante di Rettorica presso il Ginnasio nell'anno scolastico 1856-57.
Le argute parole carducciane non devono trarre in inganno: benché le circostanze coinvolgessero il Sottoprefetto di San Miniato Luigi Manenti, il Prefetto di Firenze Comm. Petri, vari funzionari di polizia e pubblica sicurezza, oltre all’allora Ministro dell’istruzione Pietro Fanfani, non si trattò di un “processo penale”, nell’accezione moderna del termine processo. Fu piuttosto una serie di fatti, atti e operazioni propri di una “indagine”, che tuttavia non determinò nemmeno un richiamo disciplinare vero e proprio.

Una simpatica rielaborazione di una immagine
raffigurante il giovane Giosuè Carducci

A dire la verità, le accuse che furono mosse al Carducci non erano da considerarsi di particolare gravità o di pericolo per l'ordine pubblico in generale. Il nodo della questione è che egli non era un comune cittadino, bensì un insegnante, e a chi svolgeva tale compito era richiesta non solo una preparazione disciplinare, ma anche una irreprensibile condotta morale, essendo una figura d'esempio per gli studenti. Ecco il motivo per cui, oltre alle autorità politico-governative sanminiatesi (Sotto-prefetto, il Delegato e il Capo-posto), si interessò della vicenda anche il Ministero dell'Istruzione dell'allora Granducato di Toscana. Un maestro o professore che non avesse mantenuto una condotta esemplare poteva essere ritenuto inidoneo all'insegnamento e quindi gli poteva essere revocato il Diploma di Magistero.

Cosa era successo? Cosa aveva combinato il giovane Giosué Carducci di tanto grave per essere sottoposto ad indagine?

Tutta la vicenda fu ricostruita dal filologo e scrittore Ermenegildo Pistelli [Camaiore, 15 febbraio 1862 – Firenze, 14 gennaio 1927] sulle pagine de «Il Marzocco» nel 1908 – il cui testo è proposto di seguito – salvo poi ripubblicare il medesimo articolo nella più ampia raccolta Profili e caratteri, G. C. Sansoni Editore, Firenze, 1921, pp. 31-53.

Trascrizione del testo E. Pintelli, Il Carducci e il Governo Toscano. Da documenti d'Archivio inediti, 1856-58, in «Il Marzocco», anno XIII, n. 36 del 6 settembre 1908, Firenze, 1908, p. 1:

IL CARDUCCI E IL GOVERNO TOSCANO
Da documenti d'Archivio inediti, 1856-58

I. Il «processo» di San Miniato.

Tutti hanno letto “Le «risorse» di San Miniato al Tedesco” e perciò tutti sanno che l'anno scolastico 1856-57 è per più ragioni memorabile nella vita del Carducci. Memorabile perché fu il primo del suo insegnamento, perché la spensieratezza giovanile gli fece correre qualche pericolo e perché illudendosi di trarne tanto da saldare i debiti con l'oste e il caffettiere – debiti assai giustificati dallo stipendio di 77 lire codine al mese – egli s'indusse a pubblicare a San Miniato il suo primo volumetto di Rime (luglio 1857). Tutte cose ormai notissime, anche per quel che ne ha scritto Giuseppe Chiarini nelle Memorie. Per il mio scopo basti ricordare che il Carducci, nelle bellissime pagine sopra ricordate, descrivendo la vita sua e de' suoi colleghi Pietro Luperini, «il più positivo» dei tre, e Ferdinando Cristiani, racconta che si trovavano spesso con «una brigata di giovanotti, piccoli possidenti e dottori novelli, che passavano tutte le sante giornate» a mangiare, bere e divertirsi. Nella “casa dei maestri”, dove i tre facevan vita comune, «ci si sentiva, pur troppo, di notte e di giorno, ogni qual volta, ed era spesso, l'allegra compagnia la invadesse»:

Ave color vini clari.
Ave sapor sine pari!
Tua nos inebriari
Digneris potentia!

«Tali erano – continua – se non le parole, il senso e il significato di quelli strepiti, e le invocazioni e le antifone di quei misteri, che non di rado erano pure celebrati in pubblico nel caffé Micheletti, o in una osteriuccia a pié del colle su la strada provinciale»
Peggio, qualche volta andavano alla messa e ci stavano con poco rigetto. Una di quelle messe al poeta era in memoria «per la lieta illustrazione di certi quadri o affreschi, che il capo più ameno della brigata recitava menandolo in giro per le navate, in istil bergamasco..., con un sistema critico di perpetua comparazione tra la figura di san Giuseppe e quella del sotto-prefetto, che, tutto in nero, ascoltava il divino ufficio nella prima panca».
Afferma il Carducci che da tutto questo si formò contro di lui «una leggenda d'empietà e di feroce misocristismo» tanto che prese credito la voce calunniosa che egli, il Venerdì Santo del '57, fosse sceso da San Miniato alla taverna del piano e all'oste sbigottito avesse intimato, con bestemmie sacrileghe, di portargli cibi di grasso. Fu perciò «avviato un processo» contro di lui; e «un processo di tal materia e in quegli anni in Toscana poteva menar lontani. Per fortuna che del '57 anche c'era in Toscana, pur all'ombra della cappamagna di santo Stefano, del buon senso parecchio e dell'onestà».
Tutto dunque finì bene, ma noi restiamo con la voglia di qualche particolare su questo processo. A me è accaduto di potermi levar questa voglia, che avevo da un pezzo, mentre, per isbattere la malinconia di queste vacanze, frugavo – con le debite licenze – tra le filze del nostro Archivio di Stato, dove è, per chi la sa intendere e sentire, tanta più poesia che nelle opere o nelle chiacchiere estetiche di tanti artisti incompresi o, peggio, critici d'arte creati ex nihilo. Le «risorse» sono pagine d'arte di mirabile evidenza: eppure in quelle filze vidi e conobbi il Carducci a ventun anno con evidenza anche maggiore, perché mi dicevano come fosse accolto e giudicato nel primo paese dove insegnò e me ne mostravano la figura, già fin da allora fuori dal comune anche nei difetti, disegnata da testimoni che, non supponendo di parlare per i posteri, erano naturalmente più sinceri. Comunque sia, certo ne risultava un quadretto non privo d'interesse della vita d'una piccola città toscana di cinquant'anni fa, e del carattere, in fondo così bonario, benché fossimo già al '57, dei rappresentanti di quel Governo morituro; insomma, quasi un commento e un complemento alle «risorse». Spero dunque che non parranno inutili le notizie che mi induco a pubblicare; anzi confido che i lettori me ne saranno grati, non foss'altro per la bella pagina inedita che offrirò loro dopo aver narrato del processo e d'altro, “pour la bonne bouche”, o... per ammenda.

***

Non si trattò propriamente d'un “processo per accusa d'empietà”, come dice con qualche esagerazione il Chiarini nelle “Memorie” (sommario del cap. III) e come potrebbe far credere il Carducci stesso con le parole “un processo di tal materia”. Le indagini politico-giudiziarie ebbero due periodi, e il secondo non s'intende bene senza conoscere il primo, sin qui del tutto ignoto. Dice il Carducci che “prima mali labes” furono la «bergamascata» in chiesa e le «smargiasserie di antimazonianismo». Ma la spinta al movimento anticarducciano dei Samminiatesi non poteva venire soltanto da questi motivi, dirò così, troppo ideali. Anche a questi si ricorse, ma più tardi, e soltanto per trovar pretesti a piegare le ingiuste antipatie contro il giovine professore e poeta.

Il 26 maggio 1857 da “picchetto” della I. e R. Gendarmeria di San Miniato il gendarme “capoposto” scriveva al Delegato di Governo in questa forma ed ortografia:

La sera del 25 stante verso le ore 9 Gesue Carducci, Maestro di Lettorica a questo liceo entrava colla sua solit'aria baldansosa nel Caffè di Giuseppe Micheletti di questa città ed ordinava al medesimo Micheletti un Ponce, che subito gli fu portato, ed egli prendendo il Bicchiere in mano diceva questo lo bevo alla Barba dei Signori Pecori di S. Miniato, a questa parola parte della Signoria che vi si trovava sortirono dal predetto Caffè ed il signor Dott. Giovanni Pazzini che volle in certa maniera riprenderlo fu dal Carducci quasi invitato ad una lotta come in essere di provarlo... (seguono i nomi dei testimoni)
Per cui questo Capoposto fa conoscere a V.S. Ill.ma quanto sopra, fa altresì osservare che quest'Individuo ogni qual volta passa d'accanto ad un'impiegato motteggia il medesimo o in lingua francese o in altri termini vessatori e segnatamente alla Polizia motivo per cui ne rimetto analogo rapporto per l'uso opportuno.
(Segue la firma)

Non le smargiassate antimanzoniane, ma fu veramente questo ponce principio e cagione de' guai che seguirono. Quel buon capoposto non avrebbe forse avuta mai l'occasione di rimettere analogo rapporto per far sapere ai superiori che il Carducci motteggiava gli impiegati “o in lingua francese o in altri termini vessatori” - parole che vado superbo di consegnare alla storia - , se l'occasione non glie l'avesse offerta la scenata del Caffé Micheletti, per la quale gli animi di buona parte de' paesani naturalmente si eccitarono e si inasprirono. Dirò fin d'ora che, appena si poté ristabilire com'erano andate le cose, fu subito chiaro che non c'era motivo di tanta agitazione; ma oramai quelle parole in bocca s'esagerava l'offesa. Si dové dunque procedere alle «opportune verificazioni» per ordine del Delegato Chiarini e del Sottoprefetto Manenti, subito tra il 26 e il 27 maggio. Ascoltiamo per esteso almeno una delle testimonianze, quella del caffettiere, che depose in buon toscano così:

Gli dirò come andò il fatto. Ieri l'altro sera sulle ore nove circa essendoci assai gente in bottega entrò il Maestro Giosuè Carducci con altri quattro o cinque e messosi a sedere disse a voce alta: - porta un ponce alla barba di questi pecoroni –. Sentito questo e rimasto maravigliato di tale ingiuria mi trattenni a portargli il ponce e allora a voce sempre alta tornò a gridare: – porta un poce alla barba di questi pecoroni di San Miniato –. Allora andai presso certo Luperini suo collega che era in sua compagnia pregandolo che lo levasse di bottega che era alterato forse per aver bevuto troppo e in questo frattempo molti se ne andarono sentendo queste ingiurie e poco dopo il Carducci fu condotto fuori di là da diversi suoi amici. Che anzi sebbene tutti stassero zitti si espresse: - se hanno da dir di me vengano a tavolino che li rendo soddisfazione. – Per quanto ho inteso dire pare che entrando il Carducci suddetto in bottega e parlando in francese qualcuno si mettesse a ridere, ma non potrei soggiungere nulla di preciso.

Sentiamone ancora un altro, che anch'egli era al Caffé:

Mi si misero accanto diversi fra i quali il Maestro Giosuè Carducci il quale parlava in francese e poi ragionava anche di filosofia e mi parve allegro secondo il suo solito ma non ubriaco.

Dimandato, questo stesso, se il Carducci pronunciasse altre parole, oltre quelle “alla barba dei pecoroni”, risponde di sì e afferma che disse su per giù: Se uno vuol soddisfazione nel discorrere venga qua a tavolino; se poi è un ignorante, basta una risata. Altri testi o confermano o non dicono di più: nessuno smentisce che le cose stiano come è accennato in queste ed altre testimonianze, cioè: 1) il Carducci entrò parlando in francese e con aria un po' (come dire?)... baldanzosa; 2) alcuni Samminiatesi che erano nel Caffé risero delle sue mosse e del francese; 3) il Carducci si impennò e pronunziò le famose parole; 4) non invitò nessuno quasi ad una lotta (come diceva il capoposto), ma ad una discussione con lui a tavolino, purché fosse persona da poterci discutere. E così, se non entravano in quistione altri fatti, tutto sarebbe finito in tre giorni, cioè col richiamo del Carducci davanti al Sottoprefetto, presso il quale egli si difese dichiarando, com'era infatti, che «la espressione imprudente di cui se gli fa carico era stata provocata dalle irrisioni di alcuni giovani che già trovavansi nel Caffé al suo arrivo, e non diretta in alcun modo alla ingiuria in genere dei Paesani». Son parole che hanno tutta l'aria d'essere testuali: il Sottoprefetto se ne contentò e nello stesso giorno (28 maggio) riferì al Prefetto di Firenze che «il richiamo sembrava aver prodotto una viva e salutare impressione» e che quanto ad altre accuse venute fuori avrebbero indagato. Il Prefetto, in data 31 maggio, riferì negli stessi termini al Ministro della istruzione, il quale rispose il 2 giugno dicendo che avrebbe aspettato il resultato delle nuove indagini, per provvedere se del caso (*).
Ecco dunque che, in seguito alla prima, sono sorte altre quistioni. Ce ne darà notizia il rapporto che il Delegato presentò al Sottoprefetto il 27, subito dopo le prime «verificazioni»; rapporto non troppo severo, quando si pensi che è scritto sotto le influenze di tutta una popolazione irritata e provocato da alcuno di quei testimoni che, chiamati per il fatto del Caffé, non s'erano saputi trattenere dall'estendere le loro accuse senza che nessuno ve li obbligasse. Ometto naturalmente la parte che riguarda il Caffé Micheletti, che è ormai quistione finita:

Il contegno che da qualche tempo tiene Giosuè Carducci Maestro di questo Liceo non è quello per certo che si addice ad un Individuo cui è affidata la pubblica istruzione.
Prescindendo dal sospetto che le sue facoltà mentali vadano soggette interpolatamente a qualche alterazione per effetto di malattia nervosa, portando ciò a ritenere lo stravagante suo incedere per le pubbliche vie, il suo modo ridicolo di tenere il cappello e la bieca sua guardatura, è un fatto incontrastabile che le sue imprudenze hanno generalmente indisposto i cittadini.
Detto Carducci apparisce anche indifferente in fatto di religione avendo talvolta commesse pubblicamente delle trasgressioni ai precetti della Chiesa e delle irriverenze nel Santuario che hanno destato, per il momento, dello scandalo nelle persone che le hanno avvertite.
Si racconta infatti che in un giorno del dicembre passato nella ricorrenza dell'anniversario della morte dello Spagliagrani, in cui ha luogo una solenne messa nella Cattedrale con intervento dei maestri del Ginnasio e loro alunni, il Carducci se ne stesse seduto in tutto il tempo della sacra funzione e non si alzasse neppure nell'atto della elevazione dell'Ostia e del Calice.... (seguono i nomi dei testimoni).
Un'altra volta dice che in giorno di vigilia si facesse vedere a mangiare del salame nella pubblica bottega di Luigi Maioli detto Bilagno.... (seguono i nomi dei testimoni).
Da tutto ciò si tira la conseguenza che il Carducci non possa instillare nei suoi Discepoli sane massime religiose.

Si dové procedere a nuove «verificazioni». Già nelle prime l'oste Bilagno aveva parlato del salame mangiato dal Carducci e dal Cristiani nella sua bottega in giorno di magro; ed aveva insistito nell'assicurare che era proprio giorno di magro con queste parole:

Me ne ricordo, perché avendomi ordinato delle bistecche andai dal macellaio con una scusa e non mi riuscì di averle.

Gli altri interrogati (1-5 giugno) confermano gli addebiti, ma non senza molte attenuanti. Si insiste dagli inquirenti per mettere in chiaro se quel giorno di magro era in quaresima o dopo Pasqua. Chi dice prima, chi dopo. La moglie di Bilagno assicura che fu dopo Pasqua. Questa buona donna somiglia, come si somigliano due gocce d'acqua, a quel famoso suo collega il quale a Renzo, troppo curioso, rispondeva che la sua osteria era «un porto di mare». Le domandano se può citare testimoni, che fu dopo Pasqua; e lei risponde: «Non mi rammento chi ci fosse; ma, saprà bene, essendo botteghe uno va e l'altro viene». Ma poi voglion sapere se lo scandalo fu grave; e lei, come se nulla fosse, dice che a quell'ora e in quella stagione ci doveva esser poca gente in bottega. Finalmente può anche dire, con sicurezza, che le bistecche furono chieste in altra occasione da altri, ma non dai due maestri. Che volete di più? Bilagno, anche questa volta, fu messo in sacco dalla moglie. Così la solita irresponsabile «voce pubblica» aveva accennato ad amorazzi: vengono i testimoni, gente savia e d'età, e tutto sfuma o si riduce a chiacchiere senza consistenza. Fa sorridere che più d'uno insista sul «modo di guardare» del Carducci; fa sorridere quanti l'abbiamo conosciuto e sappiamo che nella sua guardatura poteva trovar qualcosa di «bieco» o di «truce» soltanto chi non riusciva ad accorgersi che c'era invece molto tra l'ingenuo e lo spaurito. Tutto, insomma, si riduce a dire: son giovanotti troppo allegri, bevono volentieri, s'imbracano con altri che hanno meno giudizio di loro; e gli inquirenti non insistono, non malignano, non cercano di mettere nell'imbroglio i testimoni. Tra i quali disse tutto, in poche parole piene di buon senso, un bravo vecchio che merita di essere ricordato: Damiano Morali: Si conosce a primo aspetto che hanno più del ragazzo che dell'uomo.
Quando alle sacrileghe parole del Venerdì Santo nessuno ne domanda e nessuno vi accenna neppure indirettamente, come nessuno ricorda la «bergamascata» alla messa, ma soltanto l'essere rimasti sempre seduti, così il Cristiani come il Carducci, a quella per quel tal funerale.... di sei mesi prima! S'aggiunga, a correzione di quanto apparirebbe dalle «risorse», che il processo non fu contro il Carducci solo, ma anche contro il Cristiani. Sul conto del Luperini ci fu qualche lamento, ma nei rapporti non è mai nominato; e quando più tardi il Sottoprefetto è interrogato su lui, risponde (25 giugno) facendone elogi e assicurando che coi compagni pericolosi egli stava soltanto «quanto la convenienza esige».
Ma anche verso il Carducci e il Cristiani non tardò il Delegato Chiarini a mutar pensiero. Fin dal 31 maggio, dopo indagini fatte per conto suo, egli s'era accorto delle gonfiature e lo confessa. Prima della scenata al Caffé, egli scrive, i difetti del Carducci e del Cristiani sembravano piccoli nèi. Si diceva che alla messa il Carducci era rimasto seduto per distrazione: ora lo accusano d'empietà. Nessuno parlava, prima, del salame; ora se ne è voluto fare uno scandalo, e il Carducci «si propala per giovane irreligioso ed immorale, dedito all'ubriachezza ed al libertinaggio, gli si fa carico di mal contenersi nella scuola e nei luoghi pubblici, del suo modo ridicolo di camminare e di fissare le persone» ecc. Invece l'onesto Delegato s'è ormai convinto «che il Carducci ha peccato di leggerezza, d'imprudenza e se vuolsi anche d'indifferenza in materia di Religione»; ma che tutto il resto è esagerazione dettata da animosità. «Per quello poi – conclude – che ha rapporto al contegno che tengono nelle Scuole, l'egregio Direttore delle medesime, Sig. Can. Dott. Domenico Novelli, interrogato opportunamente, non ha potuto convenire che abbiano difettato sotto nessun rapporto, ed ha escluso in spece che il Caducci siasi permesso di fumare il sigaro in tempo della Lezione, come veniva asserito dalla pubblica voce».
Dello stesso tono è la relazione che di tutto questo, in data 12 giugno, il Sottoprefetto Manenti fa al Prefetto di Firenze. Prende le mosse del solito fatto del Caffé Micheletti, loda il Carducci di aver obbedito «al consiglio datogli di non recarvisi per qualche tempo», ripete le osservazioni del Delegato che le voci d'accusa si elevarono soltanto dopo quel fatto «a cui la straordinaria suscettibilità di alcuni ha dato una importanza e una portata maggiore del merito» e assicura che le assunte verificazioni «nulla somministrano in aggravio dei due Maestri circa alle loro massime morali e religiose e rispetto alla rettitudine dell'insegnamento». Ricorda poi quel poco che «può ritenersi sufficientemente provato» e che già conosciamo, e conclude così:

Se a ciò si aggiunga il difetto in loro di una certa dignità, assennatezza e compostezza di modi, e quanto al Carducci un carattere sommamente strano e maniere che hanno dello sprezzante e disgustano, null'altro di obiettabile ai medesimi dagli atti risulta. Giova però avvertire che ambedue hanno poco più di venti anni: sono di recente usciti dalla Scuola Normale di Pisa, e mancano di esperienza di mondo. Il Carducci gode estimazione di assai distinta capacità nelle Lettere Greche, Latine e Italiane.

Se si trattasse di semplici cittadini – continua quel valentuomo che ascoltava la messa «tutto in nero» nella prima panca – sarebbero mancanze e difetti «inosservabili governativamente». Ma anche trattandosi di Maestri,

e perciò basterà «un serio avvertimento per parte del Direttore o dei Deputati del Ginnasio».
Il Petri, Prefetto di Firenze, ricevuto questo rapporto, riferì il 20 giugno al Ministro dell'Istruzione in termini quasi identici, e forse anche più bonarii:

Rilevasi dalle verificazioni che tanto il Carducci quanto il Cristiani, giovani poco più che ventenni ecc., si sono abbandonati a quella giovanile baldanza e scapestrataggine che suole ordinariamente manifestarsi nei giovani che da poco tempo prosciolti dalle discipline di un Istituto di Educazione si trovano repentinamente e senza alcuna gradazione padroni di se stessi, ecc. ecc.

E il Ministro, che era Cosimo Buonarroti, tanto per parere di far qualcosa, rispose incaricando il Prefetto di richiamare, come si fa con gli scolari irrequieti ma non cattivi, il Carducci e il Cristiani,

ammonendoli severamente a tener d’ora innanzi una condotta del tutto regolare, quale si addice a chi sostiene il delicatissimo ufficio di pubblico Istitutore, e facendo loro sentire che in caso diverso sarebbero irremissibilmente privati del posto.

Così, in poco più d’un mese, tutto fu finito. Che il Carducci, disgustato perché persuaso di non meritare neppure il richiamo, rinunziasse per questo alla cattedra di San Miniato, è affermazione d’un documento che avrò occasione di ricordare, e può esser giusta. Ma, come vedremo anche in seguito, almeno per tutto il 57 né il Carducci né il Cristiani ebbero noie, forse neppur quella di presentarsi al Prefetto: se avessero dovuto piegarsi a quest’atto, il Carducci non avrebbe mancato di descriverci la curiosa scena. E gli inquisitori meritarono più tardi dal poeta, giudice in tale argomento non sospetto, l’attestazione d’onestà e di buon senso. Mi piacerebbe perciò di poter conchiudere narrando come il processo per accusa d’empietà finisse con un lieto simposio all’osteria di Bilagno, presenti il Sottoprefetto tutto in nero e l’onesto Delegato e anche quel bravo gendarme Capoposto; il quale, nella concordia di sentimenti davanti a un fiasco di buon Chianti, riconciliatosi col poeta, gli avrebbe senza dubbio perdonato i motteggi «in lingua francese o in altri termini vessatori». Ma di questo la storia non dice nulla.

II. La cattedra d’Arezzo e Fucci filologo
Il Carducci lasciò San Miniato alla fine di agosto del ’57, passò alcuni giorni in famiglia a Santa Maria a Monte, tornò a Firenze nella prima metà di settembre. A questo punto il Chiarini scrive nelle Memorie (cap. IV):

Lasciando San Miniato, il Carducci era deciso di non tornarvi, e perciò aveva concorso ad una cattedra nel Ginnasio municipale d’Arezzo. Vinse il concorso, e fu nominato: ma le accuse d’empietà e di liberalismo, che dalle autorità politiche di San Miniato erano giunte al Governo granducale contro il giovane insegnante, furono cagione che la nomina di lui non fosse approvata. Era allora impiegato al Ministero della Istruzione Pietro Fanfani, furibondo contro il Carducci e gli amici pedanti, che non gli avevano risparmiate e non gli risparmiavano critiche e canzonature.

In queste parole è qualcosa di troppo nella prima parte, di troppo poco nella seconda, dove una grave accusa contro il Fanfani è piuttosto accennata per chi vuole intendere che asserita. Le nostre filze ci aiuteranno anche qui a stabilire con sicurezza la verità….

Segue la narrazione dei fatti di Arezzo.



(*) Mi sia permesso osservare, qui in nota, che non ostante la complicazione dei rapporti tra le varie Autorità, in soli otto giorni si interrogano i testimoni e Capoposto, Delegato, Sottoprefetto, Prefetto, Ministro dell'Istruzione scrivono e rispondono dando piena «evasione pratica». Oggi, specialmente essendoci di mezzo il Ministro dell'istruzione, benché gli impiegati sian cresciuti la ragione del quadrato delle «pratiche» non basterebbero otto mesi.

domenica 19 marzo 2017

LIBRI "MODERNI" - BIBLIOTECA SANMINIATESE

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Da questa sezione della "Biblioteca Sanminiatese" è possibile accedere agli indici delle pubblicazioni, edite fra il 1900 e il 1999 e che hanno interessato, in tutto o in parte, la Città di San Miniato e il suo territorio.

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mercoledì 15 marzo 2017

DBDSM - MATTEUZZI GUIDO

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MATTEUZZI GUIDO
Guido Matteuzzi di Angelo (San Miniato, 6 marzo 1895 - Milano, 27 maggio 1917), abitante a Campriano, fraz. del Comune di San Miniato. Partecipò alla Prima Guerra Mondiale come soldato inquadrato nel 2° Reggimento Artiglieria da Montagna. Morì a Milano, durante la convalescenza a causa di ferite riportate in combattimento.

FONTI E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Albo d'Oro dei Caduti Militari della Guerra 1915-18, Vol. XXIII, Toscana I, Ministero della Guerra, 1926, p. 524.

DBDSM - GUERRIERI SILVIO

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GUERRIERI SILVIO
Silvio Guerrieri di David (San MIniato, 3 gennaio 1897 - Altopiano di Asiago, 24 ottobre 1918), abitante a Campriano, fraz. del Comune di San Miniato. Partecipò alla Prima Guerra Mondiale come soldato inquadrato nel 8° Reggimento Artiglieria da Fortezza. Rimase disperso durante operazioni di combattimento.

FONTI E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Albo d'Oro dei Caduti Militari della Guerra 1915-18, Vol. XXIII, Toscana I, Ministero della Guerra, 1926, p. 426.

DBDSM - CERBIONI ANGIOLO

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CERBIONI ANGELO
Angelo Cerbioni di Giuseppe (San Miniato, 3 giugno 1893 - Val Posina (Vicenza), 27 giugno 1916) abitante a Campriano, fraz. di San Miniato. Partecipò alla Prima Guerra Mondiale come Caporale inquadrato nella 80° Reggimento Fanteria. Morì per ferite riportate in combattimento.

FONTI E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Albo d'Oro dei Caduti Militari della Guerra 1915-18, Vol. XXIII, Toscana I, Ministero della Guerra, 1926, p. 222.

DBDSM - CAMARLINGHI PRIMO

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CAMARLINGHI PRIMO
Primo Camarlinghi di Francesco (San Miniato, 29 gennaio 1894 - Medio Isonzo, 12 ottobre 1915) abitante a Campriano, fraz. di San Miniato. Partecipò alla Prima Guerra Mondiale come soldato inquadrato nella 27° Reggimento Fanteria. Rimase disperso durante operazioni di combattimento.

FONTI E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Albo d'Oro dei Caduti Militari della Guerra 1915-18, Vol. XXIII, Toscana I, Ministero della Guerra, 1926, p. 172.
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