sabato 30 aprile 2016

[FOTO E VIDEO] INAUGURAZIONE LAPIDE CADUTI PRIMA E SECONDA GUERRA MONDIALE A ROFFIA - 25 APRILE 2016

2 commenti:
a cura di Alessio Guardini e Francesco Fiumalbi

Nel pomeriggio di lunedì 25 aprile 2016 si è tenuta l'inaugurazione della lapide alla memoria dei Caduti della Prima e della Seconda Guerra Mondiale di Roffia, frazione del Comune di San Miniato.

Inaugurazione lapide commemorativa
Caduti della Prima e della Seconda Guerra Mondiale
Roffia, 25 aprile 2016
Foto di Alessio Guardini

Una nuova iscrizione collocata per iniziativa dell'Amministrazione Comune, in collaborazione con la Consulta Territoriale di La Scala-Ponte a Elsa-Isola-Roffia, della Parrocchia di Isola-Roffia e delle altre associazioni del posto. Presenti il Sindaco Vittorio Gabbanini, il Presidente del Consiglio Comunale Simone Giglioli, il sacerdone Padre Albino De Giobbi, il Coordinatore della Consulta Alessio Guardini e i rappresentanti di varie associazioni e istituzioni, oltre a molti abitanti di Roffia.
Adesso anche a Roffia, così come negli altri centri abitati del territorio comunale, è presente un'iscrizione che ricorda coloro che persero la vita nei due grandi conflitti bellici del XX secolo.

Di seguito è proposto il video dell'inaugurazione:

Inaugurazione lapide commemorativa
Caduti della Prima e della Seconda Guerra Mondiale
Roffia, 25 aprile 2016
Video di Alessio Guardini

Inaugurazione lapide commemorativa
Caduti della Prima e della Seconda Guerra Mondiale
Roffia, 25 aprile 2016
Foto di Alessio Guardini

Inaugurazione lapide commemorativa
Caduti della Prima e della Seconda Guerra Mondiale
Roffia, 25 aprile 2016
Foto di Alessio Guardini

Inaugurazione lapide commemorativa
Caduti della Prima e della Seconda Guerra Mondiale
Roffia, 25 aprile 2016
Foto di Alessio Guardini

giovedì 28 aprile 2016

IMPERO E TOSCANA IN ETA' SVEVA - GIORNATA DI STUDIO - 13 MAGGIO 2016

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“Impero e Toscana in Età Sveva (1239-1250)” è il titolo della Giornata di Studio organizzata dalla Fondazione Centro Studi sulla Civiltà del Tardo Medioevo di San Miniato, in collaborazione con il Comune di San Miniato e con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di San Miniato. L’incontro si svolgerà venerdì 13 maggio 2016, presso la Sala Consiliare del Palazzo Comunale di San Miniato, con il seguente programma:

Mattino - ore 10.00

Saluti delle Autorità

Mauro Ronzani (Università di Pisa)
Marca di Tuscia e Impero da Ottone I a Corrado III

Maria Elena Cortese (Università Telematica Internazionale Uninettuno)
Federico Barbarossa e la Toscana

Alessio Fiore (Università di Torino)
La Toscana tra Enrico VI e Ottone IV

Alma Poloni (Università di Pisa)
Federico II e la Toscana

Pomeriggio - ore 14.30

Francesco Salvestrini (Università di Firenze)
Il ruolo di San Miniato fra storia e mito

Enrico Faini (Università di Firenze)
“Contra imperatorem Fredericum arma summentes” Sull’uso politico della storia attorno al 1200

Simone Collavini (Università di Pisa)
Controllo del territorio, giustizia e fisco

Michele Pellegrini (Università di Siena)
L’Impero e le Chiese (sedi vescovili, monasteri, canoniche)

Ore 17.00

Paolo Cammarosano (Università di Trieste)
Jean-Claude Maire Vigueur (Università di Roma Tre)
Le prospettive di ricerca





    


venerdì 22 aprile 2016

CELEBRAZIONI NEL COMUNE DI SAN MINIATO 25 APRILE 2016

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Di seguito è proposto il comunicato stampa del Comune di San Miniato inerente le iniziative in programma il prossimo 25 aprile 2016:

Tra le novità una lapide a Roffia e l’intitolazione della piazza di San Miniato Basso a Giulio Scali

Intenso il programma per le celebrazioni del 71esimo anniversario della Liberazione organizzato dal Comune di San Miniato. Lunedì 25 aprile alle 9 il ritrovo è in via Isola ci sarà la deposizione della corona alla lapide in memoria di Mario Lecci; alle 9.30 l’appuntamento è a Ponte a Elsa per rendere omaggio alla lapide in memoria dei caduti della Prima e Seconda guerra mondiale in Piazzale degli alberi. Alle 10 un corteo si sposterà da Piazza della Repubblica fino a Piazza del Duomo per la commemorazione al monumento ai caduti di San Miniato. Una delle novità della cerimonia 2016 riguarda San Miniato Basso: dopo la deposizione della corona alla lapide in memoria dei caduti all'esterno della chiesa dei Santi Martino e Stefano, il corteo sfilerà per le strade della frazione fino alla piazza antistante la Casa Culturale che, nell'occasione, sarà intitolata a Giulio Scali, partigiano di San Miniato Basso. Ad accompagnare la cerimonia saranno le musiche della Filarmonica “G. Verdi” di San Miniato.
L’altra novità di quest’anno riguarda un’ulteriore deposizione della corona alla lapide di Roffia in via San Michele (di fronte al nido d’infanzia La Chiocciola), prevista per le ore 16.
Il programma di questa giornata è davvero intenso ed importante – spiega il sindaco di San Miniato, Vittorio Gabbanini -. In accordo con la consulta di San Miniato Basso, abbiamo voluto che l’intitolazione della piazza a Giulio Scali cadesse proprio in questa giornata per rendere il giusto tributo ad una figura che tanto ha contribuito alla Libertà e alla Liberazione di San Miniato. Per la prima volta faremo una celebrazione anche nel pomeriggio alla nuova lapide in memoria dei caduti installata a Roffia, ulteriore segnale dell’attenzione e della dedizione che l’amministrazione ha verso la nostra storia, perché le libertà di cui godiamo oggi, e quelle acquisite con il semplice diritto di nascita da parte dei nostri figli, sono state pagate a caro prezzo, anche con la vita, da chi ci ha preceduto”.




mercoledì 20 aprile 2016

L'EDICOLA DELLA MADONNA DEL BUON CONSIGLIO IN VIA SFORZA A SAN MINIATO

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di Francesco Fiumalbi
APSM-ISVP-013
L'EDICOLA DELLA MADONNA DEL BUON CONSIGLIO IN VIA SFORZA A SAN MINIATO

SCHEDA SINTETICA
Oggetto: Edicola mariana
Luogo: San Miniato, via F. Sforza
Tipologia: Edicola
Tipologia immagine: Bassorilievo in ceramica smaltata e dipinta
Soggetto: Madonna del Buon Consiglio
Altri soggetti: Gesù fanciullo
Autore: Sconosciuto
Epigrafe: SI
Indulgenza: SI, 40 giorni
Periodo: 1834-1844
Riferimenti: Mons. Torello Pierazzi Vescovo di San Miniato
Id: APSM-ISVP-013

L'edicola mariana in via Sforza a San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

DESCRIZIONE
Lungo via Sforza, l'antica strada di crinale che collega San Miniato con Cigoli, è situata un'edicola mariana. Si tratta di un manufatto in laterizio facciavista (originariamente doveva presentarsi con l'intonaco), restaurato in anni recenti. Da un punto di vista toponomastico, siamo fra le zone denominate "Mandorlo" e "Montefiori", che danno il nome a due vecchi poderi.
Procedendo dal basso verso l'alto, la parte basamentaria è costituita da uno zoccolo formato da due file di mattoni, da prende elevazione la piccola costruzione che è terminata da una copertura in coppi ed embrici raccordata alla parte verticale attraverso una gronda arcuata che, piegandosi, fa anche da cornice superiore.

Al centro del manufatto è ricavata una nicchia, chiusa con un'elegante grata in metallo verniciato. Una “M” mariana trova spazio nel profilo arcuato, inscritta nella parte superiore della chiusura. All'interno è collocata una formella in ceramica, smaltata e dipinta, raffigurante in basso rilievo la Madonna con Gesù Bambino. Da un punto di vista iconografico la composizione è del tutto simile alla venerata “Madonna del Buon Consiglio” di Genazzano.
La particolarità di questa immagine risiede nella figura di Gesù, raffigurato fanciullo (bambino, comunque non neonato) che accostato al volto della Vergine, sembra sussurrarle qualcosa nell'orecchio. Da qui il nome di Madonna del Buon Consiglio. Inoltre, le due figure, sono avvolte da un arcobaleno dalla particolare curvatura, quasi a formare un'aureola. Tuttavia l'immagine in bassorilievo sembra essere abbastanza recente.

L'edicola mariana in via Sforza a San Miniato
Particolare della Madonna del Buon Consiglio
Foto di Francesco Fiumalbi

L'edicola fu costruita entro la metà dell'800, e beneficiò dell'indulgenza di 40 giorni (concessa a chi recita una Ave Maria di fronte all'immagine) fissata con decreto del Vescovo di San Miniato Mons. Torello Pierazzi [San Miniato, 1794-1851, presule dal 1834] datato 28 novembre 1844. Nel Catasto Generale della Toscana, che per il territorio sanminiatese è datato al 1834 la marginetta non è segnata. Dunque, possiamo circoscrivere l'anno di costruzione fra il 1834 e il decreto del Vescovo del 1844. Proprio di quest'ultimo provvedimento, si ha informazione attraverso l'epigrafe marmorea, collocata al di sotto della nicchia, che così recita:

DALL'ILL.MO E R.MO MONSIG.
TORELLO PIERAZZI
VESCOVO DI S. MINIATO
CON DECRETO DE' 28. NOVEMBRE 1844.
VIEN CONCESSA INDULGENZA DI GIORNI 40.
A CHIUNQUE DINANZI
A QUESTA SACRA IMMAGINE
PASSANDO RECITERA' DEVOTAMENTE
UN'AVE MARIA

L'edicola mariana in via Sforza a San Miniato
Particolare dell'epigrafe con l'indulgenza
Foto di Francesco Fiumalbi

sabato 16 aprile 2016

[VIDEO] CISTERNE CAVE COSTRUITO – PRESENTAZIONE DELLA RICERCA, SAN MINIATO 15 APRILE 2016

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Venerdì 15 aprile 2016, presso Palazzo Grifoni, si è tenuta un’interessante iniziativa per cura dell’Associazione Moti Carbonari “Ritrovare la Strada” che da anni si occupa di tematiche legate alla vivibilità, al recupero e più in generale allo studio del centro storico sanminiatese.

E’ stato un bel pomeriggio incentrato sulla presentazione della ricerca inerente gli spazi ipogei presenti a San Miniato, che ha visto l’intervento di numerosi studiosi attivi in varie discipline. Dalla geologia all’archeologia, passando per la scienza delle costruzioni e la tematica energetica.

L’incontro, coordinato da Maria Laura Cristiani Testi ha visto i seguenti interventi:

Letizia Gualandi (Univ. Pisa) – L’archeologia predittiva: il progetto mappa

Anna Braschi, Pietro Senesi e Simone Scali (Ass. Moti Carbonari) – Presentazione del lavoro di ricerca, documentazione e rilievo degli spazi ipogei a San Miniato

Stefano Dominici (Univ. Firenze) – Stratigrafia del colle di S. Miniato

Denise Ulivieri (Univ. Pisa) – Costruzioni in terra in Toscana

Silvia Briccoli Bati (Univ. Firenze) – Gli interventi strutturali

Fabio Fantozzi (Univ. Pisa) – Il comportamento energetico

Antonino Bova (Comune S. Miniato) – I sottoservizi e le cavità urbane

Riccardo Lorenzi (Soprintendenza Pisa) – Chiusura dei lavori

Di seguito è proposto il video integrale:

Il video dell'incontro "Cisterne, Cave e Costruito"
San Miniato, Palazzo Grifoni 15 aprile 2016
Riprese a cura di Francesco Fiumalbi


L'intervento di Anna Braschi
Foto di Francesco Fiumalbi

L'intervento di Pietro Senesi
Foto di Francesco Fiumalbi


Le tre pitture di Sauro Mori a tema dei cunicoli sotterranei e delle fantasie cittadine ad essi legate
Foto di Francesco Fiumalbi

mercoledì 13 aprile 2016

LO STEMMA DELLA MISERICORDIA DI SAN MINIATO

4 commenti:
di Francesco Fiumalbi

Lo stemma di un’istituzione – quello che possiamo chiamare anche “marchio” o, per sineddoche, “logo” – è un segno grafico attraverso il quale vengono manifestati e veicolati valori, ideali, sia morali che programmatici. Talvolta può contenere anche richiami a circostanze ed episodi storici che sono risultati determinanti e particolarmente significativi. La complessità, che spesso si cela dietro a molti stemmi, li rende talvolta di non facile ed immediata comprensione. In questo post parleremo di quell'immagine che costituisce il “simbolo” di una delle più antiche istituzioni sanminiatesi ancora attiva, ovvero l’Arciconfraternita di Misericordia.

La Misericordia di San Miniato ha uno stemma particolare, decisamente “insolito”. Infatti il tipico simbolo delle confraternite è la croce latina di colore rosso a cui sono affiancate le lettere F e M, con caratteri pseudo gotici, a significare “Fraternita di Misericordia”. A titolo di esempio si veda quello della Confraternita di San Miniato Basso.

Stemma della Confraternita di Misericordia di San Miniato Basso
San Miniato Basso, parete su via Torta
Foto di Francesco Fiumalbi

Nello statuto approvato da Mons. Torello Pierazzi nel 1834 viene fatto cenno allo stemma, senza tuttavia specificare i tratti caratteristici. In ogni caso, il simbolo antico dovrebbe essere pressoché simile a quello odierno. Nello Statuto attuale si legge:
«Art.2 STEMMA DELL´ARCICONFRATERNITA. Lo stemma dell´Arciconfraternita è formato dalle lettere M e S intrecciate, in stile gotico, poste al di sopra del cuore trafitto da sette spade, sormontate dalla corona della Vergine e con la scritta San Miniato.» [Tratto dallo Statuto dell’Arciconfraternita di Misericordia di San Miniato, testo approvato dalla seduta di Magistrato del 13 marzo 2006]
Come mai questa differenza così evidente? Perché uno stemma così distante dalle altre confraternite? La risposta sta tutta nella storia plurisecolare della Misericordia di San Miniato, ed in particolare nelle modalità e nelle istituzioni da cui prese avvio.

Stemma “storico” dell’Arciconfraternita di Misericordia
San Miniato, via Augusto Conti
Foto di Francesco Fiumalbi

Stemma “moderno” dell’Arciconfraternita di Misericordia
realizzato da Annarita Tapinassi
San Miniato, via Augusto Conti
Foto di Francesco Fiumalbi

Nel testo di U. Patella, Le Confraternite di Misericordia in Toscana. Cenni storici circa la loro origine ed il loro sviluppo, Società Anonima Arti Grafiche S. Bernardino, Siena, 1926, pp. 257-261 [pubblicato nel post BREVE STORIA SUI PRIMI DUE SECOLI DELLA MISERICORDIA DI SAN MINIATO] vengono specificati i termini e le modalità con cui avvenne la fondazione della confraternita: «Il Pio Sodalizio è sorto dalla fusione della «Compagnia dei Sette Dolori» con quella di «S. Filippo Benizi» detta della Misericordia». La «Compagnia dei Sette Dolori» era stata istituita [...] nel 1683 nella Cattedrale, all'altare della Cappella dell'Addolorata [...]. Monsignor Michele Carlo Visdomini Cortigiani – Vescovo di S. Miniato – approvava l'anno successivo i Capitoli o Costituzioni di detta Compagnia, [...] curando in più l'aggregazione della medesima all'Ordine dei Servi di Maria il che avvenne con Breve del Generale di quell'Ordine, P. Giulio Arrighetti, datato dal Convento della SS. Annunziata in Firenze il 24 Luglio 1688».

La parte centrale dello stemma della Misericordia, costituita dalle lettere M e S intrecciate, è infatti del tutto simile al simbolo dell’Ordo Servorum Beatae Virginis Mariae, meglio conosciuto come l’Ordine dei Servi di Maria. L'OSM nacque dalla prima "Compagnia dell'Addolorata" della storia, costituita nel 1233 da sette fiorentini che si ritirarono nell'eremo del Montesenario. La confraternita prese poi il nome di "Servi di Maria" e acquisì in Firenze l'oratorio dove poi fu edificata la Basilica della SS. Annunziata, che ne divenne la sede centrale. A questa istituzione religiosa appartenne anche Mons. Francesco Poggi, Vescovo di San Miniato dal 1703 al 1718. VAI AL POST IL VESCOVO FRANCESCO POGGI ↗. Tra l’altro, fu proprioMons. Francesco Poggi (che fu Generale dell'OSM dal 1691 al 1703, quando divenne Vescovo di San Miniato) che sancì, nel 1716, la nascita della Compagnia di San Filippo Benizi (vissuto nel XIII secolo, appartenuto all'OSM e santificato nel 1671) detta anche “della Misericordia”.


Firenze, Basilica della SS. Annunziata
Foto di Francesco Fiumalbi

Stemma dell’Ordine dei Servi di Maria
nei medaglioni della Loggia dei Servi di Maria
Firenze, Piazza SS. Annunziata
Foto di Francesco Fiumalbi

L'aggregazione di una confraternita o compagnia ad un ordine religioso avveniva per una affinità carismatica, che si traduceva con l'ingresso nella comunione e nei privilegi o vantaggi spirituali dell'istituto aggregante. E infatti la compagnia sanminiatese si ispirava proprio all'esperienza dell'OSM.
La comunione spirituale spesso si manifestava anche in una comunione “estetica”: le confraternite talvolta prendevano a prestito i “simboli” o i “colori” caratteristici dell'ordine religioso. La Compagnia dei Sette Dolori, una volta sancita l'aggregazione, probabilmente poté assumere lo stemma dell'OSM e metterlo assieme a quello tradizionalmente legato all'AddolorataQuest'ultimo è un titolo attribuito a Maria per ricordare e celebrare i “sette dolori” patiti dalla donna durante la sua vita al fianco del figlio Gesù. Da un punto di vista iconografico, la Madonna Addolorata è contraddistinta dalla presenza, sul petto della Vergine, di un cuore trafitto da sette pugnali o spade. Fu così che il "cuore trafitto" venne assunto quale simbolo principale dalle varie Compagnie dedicate all'Addolorata o ai Sette Dolori.
Tra l'altro i fondatori dell'OSM, inizialmente pregavano la Madonna sotto l'invocazione di "Maria Regina Coeli" e, per questo motivo, spesso troviamo presente una sfarzosa corona regale. Proprio come nello stemma della Misericordia.

In conclusione, lo stemma dell'Arciconfraternita di Misericordia di San Miniato deriva direttamente da quello dell'antica Compagnia dei Sette Dolori, a sua volta “arricchito” con l'aggregazione all'Ordine dei Servi di Maria. E si deve forse al Vescovo Francesco Poggi, che sancì l'unione fra le due compagnie, il fatto che la nuova Compagnia di SS. Maria Addolorata e di S. Filippo Benizi, "detta della Misericordia", assumesse il simbolo di quella dei Sette Dolori o dell'Addolorata. D'altra parte abbiamo visto che anche San Filippo Benizi era appartenuto all'OSM e quindi la sigla costituita dalle lettere M e S intrecciate, tipiche di quell'ordine religioso, oltre agli altri simboli mariani (i Sette Dolori e la Corona) potevano ben rappresentare anche la nuova compagnia.


Stemma dell’Arciconfraternita di Misericordia
nella targa che indica il Sacrario presso S. Maria al Fortino
Foto di Francesco Fiumalbi

sabato 9 aprile 2016

LA CURIOSA EPIGRAFE SUL PALAZZO DELLA MISERICORDIA A SAN MINIATO

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a cura di Francesco Fiumalbi

Sulla facciata del piccolo corpo di fabbrica addossato alla cosiddetta “Porta Toppariorum”, lungo via Augusto Conti, si trova collocata una curiosa iscrizione. E' sotto gli occhi di tutti da molti decenni, ma nessuno sembra averci prestato attenzione. Non è citata nella Guida di Giuseppe Piombanti e non è presente neppure nell'attento e puntale Corpus delle iscrizioni sanminiatesi, pubblicato da Anna Matteoli in quattro “puntate” sul Bollettino dell'Accademia degli Euteleti (nn. 46/1976, 47/1977, 49/1982 e 50/1983). Nessuno, nella storiografia sanminiatese, sembra essersene occupato. Si tratta, dunque, di una iscrizione “inedita”.

La posizione dell'epigrafe nei pressi della cosiddetta “Porta Toppariorum”
San Miniato, via Augusto Conti
Foto di Francesco Fiumalbi

La posizione dell'epigrafe nei pressi della cosiddetta “Porta Toppariorum”
San Miniato, via Augusto Conti
Foto di Francesco Fiumalbi

D'altra parte un'ampia porzione dell'iscrizione risulta illeggibile, irrimediabilmente consunta. Questa circostanza dipende dal fatto che quella odierna non è la sua collocazione originaria. Dal modo con cui è stata “consumata” si può facilmente ipotizzare che fosse sistemata “a terra”, probabilmente a mo' di soglia per una porta, in un luogo, cioè, dove le persone transitavano frequentemente. Questa la trascrizione del frammento ancora leggibile:

+ QUESTA CAPPELLA E OPERA FU
FACTA E RECTA TUCTA COLLE SPESE
                                           MATTEO DI
                                            GUENTINO
                                               FORTINO
                                             SUA EDITU
                                           DELL’ANNO
                            MESE DI GUNGNIO

L'iscrizione sulla facciata dell'edificio in via Augusto Conti
Foto di Giuseppe Chelli, per gentile disponibilità

Si tratta di un'iscrizione in volgare, non in latino. Dai caratteri e dalle parole usate potrebbe essere tre-quattrocentesca. Essendo l'anno illeggibile, non è possibile stabilirlo.
Innanzitutto il testo fa riferimento ad una “cappella”, ad un luogo religioso, che tuttavia non doveva essere “parrocchiale”, altrimenti si sarebbe utilizzato un termine come “chiesa” o “ecclesia”. Una cappella che fu costruita affiancata ad un'“opera”, ovvero ad un'istituzione (oggi si direbbe una “fondazione” o una “associazione”) appositamente dedita al suo funzionamento e con finalità benefiche e/o assistenziali. L'“opera” in questo caso non va confusa con la “fabbrica”, ma con l'attività che in essa veniva svolta.
Sempre dal testo troviamo la parola “fortino” ed è facile ipotizzare che la cappella in questione sia proprio Santa Maria al Fortino. La circostanza, infatti, è molto plausibile. La piccola chiesetta situata all'intersezione fra le attuali , via Roma, via Catena e via Dalmazia è di proprietà dell'Arciconfraternita di Misericordia di San Miniato, a cui appartiene anche il muro su cui è collocata l'epigrafe. Tra l'altro, fra il 1930 e il 1932, grazie ai proventi di una Lotteria Nazionale, la stessa Misericordia poté entrare in possesso del Palazzo Roffia e dell'edificio attiguo, oltre a restaurare l'oratorio di Santa Maria al Fortino che divenne il “Sacrario” per i Caduti della Prima Guerra Mondiale, inaugurato alla presenza del Re Vittorio Emanuele III. Di tutto questo ne abbiamo parlato nei post: GALANTUOMINI – PALAZZO ROFFIA SEDE DELLA MISERICORDIA DI SAN MINIATO e IL RE A SAN MINIATO.

L'oratorio di Santa Maria al Fortino
Foto di Francesco Fiumalbi

E, forse, fu proprio in occasione dei restauri, condotti sotto la supervisione del Canonico Francesco Maria Galli Angelini, che l'epigrafe fu tolta dalla sua collocazione originaria e risistemata dove la possiamo vedere ancora oggi.

E' probabile che quel Matteo citato nell'iscrizione sia proprio quel “Meo” di Stracollo che viene ricordato quale fondatore dell'Ospedale delle Colline o di Santa Maria al Fortino, attraverso il lascito di una casa e un orto “ai poveri di Dio”, affinché l'abitazione servisse da ospedale. Il nome, tra l'altro è ricavato dalla “cronaca” quattro-cinquecentesca del convento di San Domenico e può darsi che “Teo” (diminutivo di Matteo), nella trascrizione sia diventato proprio “Meo”.

Tornando alla donazione, questa fu stabilita attraverso un atto datato 12 aprile 1298 e prevedeva che, alla sua morte, la direzione dell'ospedale andasse alla moglie. Alla morte di entrambi sarebbe subentrato il Comune di San Miniato che avrebbe dovuto scegliere il nuovo “spedalingo” entro un mese, altrimenti il diritto sarebbe passato al rettore della chiesa di S. Jacopo. Si trattava della chiesa dei SS. Jacopo e Lucia, comunemente detta di San Domenico perché retta, fin dal 1331, da una comunità di Frati Predicatori. E fu così che l'ospedale entrò nell'orbita dei Domenicani, i quali provvidero all'ospedale e alla costruzione della cappella, beneficiando anche di generose elargizioni da parte di Giovanni Chellini, celebre medico sanminiatese che abbiamo già incontrato nel post UN SANMINIATESE A LONDRA. [per approfondire L. Tognetti, Il convento dei SS. Jacopo e Lucia di San Miniato nel racconto del primo libro della Cronaca, in T. S. Centi, P. Morelli, L. Tognetti, SS. Jacopo e Lucia: una chiesa, un convento. Contributi per la storia della presenza dei Domenicani in San Miniato, Accademia degli Euteleti della Città di San Miniato, Tip. Palagini, San Miniao, 1995, pp. 99-100].

Sfortunatamente la porzione illeggibile dell'iscrizione non fornisce ulteriori elementi. Si legge, ad esempio, anche la parola “Guentino”. Si tratta di un'altra persona coinvolta nelle donazioni all'ospedale? Oppure M[att]eo di Stacollo era originario di San Quintino, che nei documenti più antichi spesso viene indicato proprio come San Guentino? E' impossibile stabilirlo.
E poi, il mese di “giugno”, senza conoscere l'anno. L'atto di donazione abbiamo visto essere dell'aprile 1298, ma poi l'ospedale rimase comunque nella disponibilità di Meo e poi della moglie. Quindi potrebbero essere trascorsi anche molti anni prima che il tutto finisse sotto la direzione dei Domenicani. E se l'iscrizione facesse riferimento al momento in cui i frati presero il controllo della struttura, allora non è possibile ottenere conferme o indicazioni in proposito.

Con questi pochi elementi a disposizione non si può dire altro e molti interrogativi rimangono al momento irrisolti. La ricerca continua... chiunque avesse elementi o informazioni utili alla comprensione del testo dell'epigrafe....

DBDSM - INDICE TEMATICO - ALTRI DA SAN MINIATO E TERRITORIO [fino al 1370] - ALTRI

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DBDSM - DIZIONARIO BIOGRAFICO DIGITALE DI SAN MINIATO

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MEO [MATTEO] DI STRACOLLO [1298]

DBDSM - MEO O MATTEO DI STRACOLLO

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DBDSM - DIZIONARIO BIOGRAFICO DIGITALE DI SAN MINIATO


MEO (MATTEO) DI STRACOLLO
Meo (forse Matteo) di Stracollo fu un sanminiatese vissuto nella seconda metà del XIII secolo. Egli, con atto del 12 aprile 1298, donò ai "poveri di Dio" una casa e un orto in Loc. Le Colline affinché venisse costituito un ospedale per le persone indigenti. L'atto prevedeva che in caso di morte, la conduzione dell'ospedale passasse alla moglie. Alla morte di entrambe sarebbe toccato al Comune di San Miniato nominare, entro un mese, il nuovo "spedalingo". Se tale disposizione fosse stata disattesa, il  il diritto sarebbe passato al rettore della chiesa dei SS. Jacopo e Lucia, comunemente detta di San Domenico. Da questa primitiva struttura trasse origine l'oratorio di Santa Maria al Fortino.
Secondo Giuseppe Piombanti, l'eredità di "Meo di Strasoldo" andò invece all'ospedale di San Martino, presso la chiesa di Santa Caterina, incorporato alla fine del '700 negli Spedali Riuniti.
FONTI E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
L. Tognetti, Il convento dei SS. Jacopo e Lucia di San Miniato nel racconto del primo libro della Cronaca, in T. S. Centi, P. Morelli, L. Tognetti, SS. Jacopo e Lucia: una chiesa, un convento. Contributi per la storia della presenza dei Domenicani in San Miniato, Accademia degli Euteleti della Città di San Miniato, Tip. Palagini, San Miniao, 1995, pp. 99-100; G. Piombanti, Guida della Città di San Miniato al Tedesco. Con notizie storiche antiche e moderne, Tipografia M. Ristori, San Miniato, 1894, p. 119.
RIF. SMARTARC:

mercoledì 6 aprile 2016

MICHELE MERCATI E L’ORTO BOTANICO VATICANO

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a cura di Francesco Fiumalbi

In questo post è proposta la trascrizione di un interessante articolo dedicato ai due orti botanici presenti in Vaticano fra il ‘500 e il ‘600. Nel testo si fa riferimento anche al sanminiatese Michele Mercati (San Miniato, 6 aprile 1541 – Roma, 26 giugno 1593). Quest’ultimo è stato una figura straordinaria all'interno dell'ambiente scientifico del XVI secolo, raccoglitore di minerali e metalli nella celebre “Metalloteca”, e i cui risultati furono divulgati come opera postuma, ad oltre un secolo di distanza [Vedi il post: LA METALLOTECA DI MICHELE MERCATI NEL “POLIORAMA PITTORESCO”]. Fra le varie cose, fu “archiatra” (ovvero “medico principale”) dei pontefici e durante il suo soggiorno romano, si occupò anche dell’Orto Botanico, che doveva presentarsi più come “Giardino dei Semplici”, cioè una coltivazione di varietà vegetali considerate con virtù medicamentose. Secondo Misael Pieragnoli, autore di un’ampia biografia sul Mercati, il suo arrivo a Roma coincise proprio con la chiamata di Papa Pio V ad assumere il ruolo di “Prefetto degli Orti Botanici”. Per approfondire: DELLA VITA E DELLE OPERE DI MICHELE MERCATI – MISAEL PIERAGNOLI.

Michele Mercati, incisione tratta da un dipinto di Tintoretto
a corredo della Metallotheca, Roma, 1719

Mercati fu importante anche per la storia sanminiatese, poiché acquistò l’intero poggio della Rocca di San Miniato, dismessa dai fiorentini, e immortalata in suo onore all'interno della carta dell'Etruria, nella Galleria delle Carte Geografiche del Palazzo Apostolico Vaticano, su iniziativa del Pontefice Gregorio XIII [per chi desidera approfondire questo l'aspetto della dismissione della rocca, si rimanda a E. Marcori, Decadenza e cessione del sistema difensivo di San Miniato al Tedesco, in «Bollettino dell'Accademia degli Euteleti della Città di San Miniato», n. 77, San Miniato, 2010, pp. 309-318]. A San Miniato, da sempre, si favoleggia sulla possibilità che, durante la vita di Michele Mercati, il colle intorno alla Rocca fosse diventato un grandioso giardino botanico. La circostanza, parrebbe trovare conferme nella lettera inviata al Mercati da San Filippo Neri il 3 maggio 1591, conservata presso l'Archivio Vescovile di San Miniato e pubblicata nel già citato testo di M. Pieragnoli, alle pp. 35-36 [VEDI IL POST>>]. In particolare vi si legge: La sua Rocca di più, che le gusta per la vaghezza de' giardini, de' salvatichi, de' pomarij, et altre vaghezze, che lei gode mi recca similmente contentezza; perchè insieme con lei mi contento, et allegro di qualunche vaghezza ivi si trova: et lei la gode presenzialmenle, et io mi godo, che ella ne gioisca; et con l'animo ho la mia parte della contentezza che ella ne prende». Tuttavia, i prolungati soggiorni romani e l'assenza di ulteriori testimonianze (dirette o indirette) lasciano più di qualche interrogativo circa le possibili iniziative, in fatto di botanica, del Mercati a San Miniato.

«Atti dell’Accademia Pontificia de’ Nuovi Lincei»,
Tomo n. XXXII, Tip. delle Scienze Matematiche e Fisiche,
Roma, 1879, frontespizio.

Di seguito è proposta la trascrizione del testo di G. Lais, I due orti botanici vaticani, in «Atti dell’Accademia Pontificia de’ Nuovi Lincei», Tomo n. XXXII, Tipografia delle Scienze Matematiche e Fisiche, Roma, 1879, pp. 63-69.
N.B. Per rendere più agevole la lettura del testo, le parti riguardanti Michele Mercati sono segnate in grassetto.

[063]
ATTI
DELL'ACCADEMIA PONTIFICIA
DE' NUOVI LINCEI

SESSIONE II DEL 19 GENNAIO 1879
PRESIDENZA DEL SIG. COMM. ALESSANDRO CIALDI

MEMORIE E NOTE
DEI SOCI ORDINARI E DEI CORRISPONDENTI

I DUE ORTI BOTANICI VATICANI
NOTA
DEL P. GIUSEPPE LAIS

La varietà dell'apprezzamento ed interpretazione data ad alcuni fatti primitivi dagli scrittori che si occuparono di priorità nella storia degli Orti Botanici Italiani, ha dato origine a diverse opinioni munite dell'appoggio di un grado più o meno eminente di probabilità. Cosi dell'orto padovano alcuni assegnano il principio all'anno 1533, altri al 1535, altri al 1540, altri al 1545, ed in diverse sentenze piegarono il Bauhino, il Toumefort, l'Aller, Linneo, Castelli, ed il Devisiani. Quelli che ne assegnano l' anno 1533 prendono per punto di origine la fondazione della cattedra di botanica: alcuni partono dal grado di pubblicità della prima raccolta di piante, altri dal riconoscimento dello stato, che a proprie spese segue l'iniziativa del professore insegnante; così si avvicinano le due più estreme date del 1533 col 1545, e nessuna merita censura, perché la cattedra istituita nel 1533 trasse con sé un primo nucleo di formazione d'orto botanico, che per essere stato creato in ajuto della cattedra era può dirsi semipubblico, e che in seguito andò svolgendosi e perfezionandosi.
[064] Infatti Francesco Buonafede padovano, che occupò la cattedra dei semplici per decreto pubblico ivi fondata nel 1533 collo stipendio di 120 fiorini, fu poi stipendiato con un accrescimento di 120 a 180 tre anni appresso, perché potesse più agevolmente da ogni parte raccogliere erbe e piante, il cui uso doveva pubblicamente spiegare (Nota 1: Mazzuchelli. Scrittori Italiani. Tomo II, p. III, pag. 1540.); ma un professore non potea sostenere le spese a ciò necessarie ed ecco la necessita dell'orto botanico riconosciuta, ed il soccorso del senato veneto, che nel 30 Giugno 1545 ordina a pubbliche spese la l'accrescimento dell'orto, e questa data segna l'epoca del maggiore sviluppo ed incremento che potesse accogliere. Quindi è, che secondo l'una data o l'altra o le intermedie da me considerate, è da preporsi l'orto Padovano a quello di Pisa, che fu costituito l'anno 1544 da Luca Ghini, chiamato alla sua fondazione. E se il merito di aver fatto progredire la scienza di un nuovo passo è da rifondersi più in chi ne ha dato le prime mosse, che in quello, che ne ha seguito l'esempio, e ne ha favorito l'ampiazione, all'orto pisano il padovano sarebbe da anteporsi.
Una cattedra di botanica sorta in que' tempi, ne' quali il lodevole spirito d'osservazione s'innestava allo studio dei classici antichi, reclamava fin dar principio un orto botanico rudimentario, che avesse somministrato i materiali necessarii all'insegnamento sia teorico chi pratico. Così è, che noi vediamo che in Bologna all'orto botanico precedette un viridario per l'insegnamento di quella scienza, e che l'orto di Firenze, quando fu terminato, ebbe il Ghini per primo dimostratore dei semplici.
Secondo questo modo di vedere altrettanto dovremmo dire essere avvenuto in Roma all'epoca della prima istituzione della cattedra di botanica, la quale, per esser di lungi più antica di tutte le altre, deve aver recato con sé il più antico rudimentario orto dei semplici Ad declarationem simplicium, nelle letture di botanica tenute nella Romana Università.
Che l'onore della prima cattedra di botanica sia riserbata a Roma, e che Giuliano da Fuligno, sia stato primo docente lo ha mostrato il Renazzi (Nota 2, Renazzi, l'Archiginnasio della Sapienza. Vol. 2, pag. 65) nei ruoli della Romana Università del 1514. «Una tal notizia, egli dice, quanto certa per l'autorità del documento d'onde risulta, tanto sin ora a tutti ignota, quel nuovo splendidissimo lustro arreca all'Università Romana, e come dà sempre maggiore rilievo alle provvide cure del di lei insigne Restauratore e Amplificatore Leone X! Taccia dunque il Facciolati sempre impegnatissimo ad esaltare ogni pregio della sua università patavina, poiché [065] in Roma vedesi introdotta la pubblica lettura di Botanica molto innanzi che in Padova, dove non s'incontra sino all'anno 1533. Qualche anno avanti, cioè nel 1527 al riferire del Ch. Com. Fantuzzi, si ebbe nell'Università di Bologna una lezione anche di Botanica; ma oltreché fu essa straordinaria, il primato nell'introduzione di tal lettura rimane sempre a gloria della Romana Università».
Quanto al fatto di un orto botanico vaticano annesso alla cattedra della quale si ragionò, abbiamo autori che ne hanno parlato, ed un Bonelli (Nota 1: Hortus Botanicus. Edizione del 1772 in foglio con tavole colorate.) che a tessuto ben anche un elenco dei custodi dell'orto e dei docenti universitarii, di cui nella presente memoria. Ma quel elenco è incompleto, e manca principalmente di ciò che maggiormente c'interessa, cioè della sua antichità, per il confronto cogli altri stabilimenti di egual genere. Fino ad un certo punto possiamo ravvicinare la sua esistenza con quella del padovano e pisano. Perocché se nel 1587 secondo il Bonelli l'amministrazione di quell'orto era stata data al Bono botanico e docente universitario, dobbiamo ammetterne già l'esistenza se non nel primo precettore Giuliano dell' anno 1514, almeno nel successore di questo e predecessore del Bono, che fu Giuseppe Cenci, che dal 1539 al 1548 tenne quella cattedra, con che si ha già quanto basta a dare all'orto un vanto di antichità eguale agli altri.
Ma vi ha di più. (Nota 2: Una menzione specialissima pel ristoramento dell'orto vaticano è dovata all'insigne naturalista Michele Mercati, che la s. memoria di S. Pio V applicò alla cura di quell'orto come ne parla la vita scritta del Majella. Dall'archivio secreto vaticano sotto la rubrica. Politicorum d. 77. p. 2. abbiamo una data storica importante per il fornimento dell' orto vaticano, che mi piace qui trascrivere. Eccola. 1571, 10 Marzo. Ordine del Card. D. Michele Bonelli a tutti i guardiani» ed altre persone da campo, et a Portiana di non molestare, anzi prestare ogni opera a Mons. Michele Mercati semplicista di N. S. che va a far provisione di piante di semplici ed a cavarle da vari luoghi.) L'interpretazione più facile di un testo della vita del Pontefice Nicolò Quinto registrata negli annali muratoriani (Nota 3: Muratori. Scriptor. Rerum Ital. Voi. III. part. 2. pag. 933.) c'induce a credere aver cotesto Pontefice fatto qualche cosa di simile ad un orto botanico, imperocché si scrive così Primo enim ab inferiori Palatii parte magnus pulcherrimusque hortus cunctis herbarum atque omnium generibus refertus. Potrebbe credersi qui indicato un luogo di delizie più che un apparecchio allo studio di botanica, ma come spiegare le ultime parole che suonano per una ragguardevole collezione? Certamente che i generi di tutte le piante non potevano costituire qualche cosa di per se essenzialmente delizioso, perché la scelta e la disposizione, e non la sola molteplicità forma il [066] bello: e che bellezza di grazia potevano produrre le piatite esotiche colle ortive? La vita poi di quel gran Pontefice inteso a cose utilissime e profittevolissime per la scienza letteraria non dà luogo a sospettare, che suo intendimento fosse di formare un luogo di delizie, e nulla più.
Non mancano poi gravi sospetti, che alla coltura di piante esotiche a modo di orto botanico in Roma, si fosse dedicato Simone lanuense o da Cordò, che fu medico e suddiacono di Nicolò IV (1288-l292), e scrisse tra le altre cose un repertorio di rimedii intitolato Clavis sanationis, dove è detto del modo di allevar piante e trasferirle da luogo a luogo. Sembra che Alfonso Decandolle arrivasse a qualche notizia più positiva, perché il celebre naturalista fu richiesto per lettera dal Prof. Sanguinetti sulla verità dell'asserzione, e sulla fonte della notizia; ma troppo tardi, che in quella lettera conservata dal Ch. Prof. Scalzi Medico primario dell'Ospedale di S. Spirito in Sassia, della quale per suo favore mi ha dato lettura, si scusava di non poter soddisfare alla sua ragionevole dimanda, che il lungo tempo passato dalla ricerca alla richiesta (trent'anni circa) avea posto il Professore nella inabilita di ricordare l'opera e l'autore, e chiudeva la lettera con quelle informazioni, che di questo autore avevano scritto il Tiraboschi nel Vol. IV. p. 151 e 200 della sua storia della letteratura, e il Meyer nel Gerchicte der Botaniche. Vol. 4, pag. 160-167.
Si raccoglie da questo^ che l'origine del 1° orto vaticano deve ricercarsi nella più grande antichità, ed al disopra delle epoche che segnano le date di costruzione degli altri orti botanici d'Italia.
Quale fosse il luogo occupato nell'area dei giardini vaticani, il Lancisi, nella prefazione che accompagna la pubblicazione della Metalloteca di Michele Mercati pag. XV, indica il giacimento dell'orto presso il luogo occupato da quel celebre monumento, cioè l'impluvio del Museo Pio Clementino, come si raccoglie dalla poesia del Carega in lode di Michele Mercati, e da quello, che questi medesimo dice nell'opera della Metelloteca all'Armario X cap. III. Il Lancisi ne parla cosi. «Etenim locus theatri instar longitudinis ubi major est ambitus palmorum 150 et amplius, latitudinis vero 16. Horto medico ad austrum imminet, Villamque Pii IV per fenestras ad africum prospectat.».
Il Museo Pio Clementino corrisponde secondo il Bonanni all'atrio ornato da Pio IV delle statue del Laocoonte, Apolline e Venere, e trovandosi fatta menzione della prima di queste opere d'arte nei versi del Carega, per indicare il luogo della celebre Metalloteca, veniamo in cognizione particolareggiata [067] del luogo al Sud del quale, dobbiamo rinvenire l'orto medico menziooato dal Lancisi. L'area che racchiude i requisiti di prossimità ed orientazione può stimarsi nella vaticana topografia quella parte dell'antica Villa Innocenziana, che forma oggi il giardino della Pigna, a meno che non voglia supporsi nelle vicinanze del palazzotto di Pio IV, come farebbe credere l'Ab. Gaetano Marini, (Nota 1: Lettera edita e diretta a Mons. Giuseppe Muti Papazzurri già Casali. Roma 1798. Tip. Puccinelli.) sebbene in grado di minore propinquità: e questo dovette essere il teatro delle prime osservazioni e dei primi botanici sperimenti.
L'elenco dei docenti botanici posto in calce della presente memoria, mostra il tramonto dell'orto botanico sotto il Panarola ed il Sinibaldi, cui tenne dietro una nuova aurora, il rinascimento cioè del 2° nuovo orto botanico sorto sul colle vaticano per cura del botanico Mons. Filippo Luigi Gilli; il quale cominciò a studiare la natura e la proprietà di alcuni vegetabili non indigeni del nostro suolo, in un piccolo giardino situato alle radici del monte Giannicolo, finché non gli venne aperta la strada a sperimentare e studiare in un campo più vasto, che fu un area situata sul colle vaticano.
Ecco come egli stesso ci descrive la cosa. «L'elegante forma nella quale vedesi ridotto al presente questo nostro giardino, per l'acquisto che abbiamo fatto di uno più grande e migliore situato alla falda orientale del colle vaticano, di assoluta proprietà della R. Fabbrica di S. Pietro, lo dobbiamo a Mons. Giovanni Bufalini, che essendo attualmente economo della medesima Reverenda Fabbrica, si compiacque a nostra istigazione così di ridurlo, con toglierne via alcune semidirute fabbriche non ad altro buone se non ad occupar terreno, ed a privare lo stesso giardino di quella amena apertura nella quale vedesi ora restituito; e siccome un qualunque giardino od orto che sia, di questa natura, e tutto dedicato alle botaniche osservazioni, merita di essere con qualche particolar nome conosciuto; così col nome di Orto Vaticano-indico ci è piaciuto di distinguere il nostro, avendo riflesso ed al luogo della sua situazione per molti capi celebratissimo, ed alle piante che in esso coltiviamo indigene la maggior parte delle indie sì orientali che occidentali.» (Nota 2: Osserv. Filologiche. Roma 1790.)
Le particolarità che si raccolgono dalla descrizione, limitano la giacitura del giardino descritto a quella parte dell'area orientale del monte vaticano racchiusa tra la via della tribuna, e le vie della zecca e del mosaico, che ne formano il confine; e posso aggiungere, che lungo la via del mosaico si trova una piccola zona di terreno di proprietà un tempo della R. Fabbrica [068] di S. Pietro, oggi della Eccellentissima Casa del Duca Fiano, ad uso di vaccheria, dove prospera tutt'ora una bella Palma, e si veggono piccoli arbusti avanzi di un viridario, che dalla giacitura conviene benissimo colla posizione dell'Orto Vaticano-indico del Gilli. Col materiale raccolto in Roma ed in lontani paesi, Mons. Gilli col socio di studio Gaspare Suarez, intrapresero un corso di osservazioni fitologiche su di alcuni esotici vegetali, ragionando della coltivazione di ciascuno di essi adattata al nostro clima, e delle loro proprietà ed usi nella medicina e nella domestica economia. Ottennero dal Ruiz, la più scelta parte delle esotiche piante e si servirono dell'opera del P. Cesare Majoli per la pubblicazione dei loro disegni. In tal modo le effemeridi letterarie di Roma del 1788, 89, 91, 93 furono arricchite dai sudori di questi due dotti ed abili osservatori.
Dopo la totale scomparsa dei materiali scientifici che arricchirono il Vaticano di due orti botanici, sarebbe utile alla storia della scienza ricomporre con notizie apprese su codici o su libri l'elenco delle piante allevate in ambedue gli orti vaticani. Cotesto desiderio, che mi è venuto meno pel 1°, non mi è riuscito vano pel 2°, chi svolgendo le memorie manoscritte del Gilli, conservate nella Vaticana, ho trovato tre elenchi, che ordinati per lettera s'inseriscono in un solo a pié della presente nota.
Altra grandissima ventura è stata il ritrovamento di ricchissimo erbario di oltre a 1200 esemplari fornito dalle piante del 2° orto botanico, che ordinato, classificato disposto potrà formare un piccolo gabinetto vegetale vaticano di piante nostrane ed esotiche.
Tutto questo è una novella prova, contro un recente ed empio libercolo del Draper, che la Religione e la scienza mirabilmente si accordano a nobilitare l'uomo ed a sollevarlo al disopra della condizione dei bruti, e che i Romani Pontefici furono sempre intesi a promuovere incoraggiare, ed ebbero grandissima parte nello sviluppo dell'umano intelletto ospitando le scienze che lo perfezionano.

[069] ELENCO COMPARATIVO DI DOCENTI UNIVERSITARI
E CUSTODI DELL'ORTO BOTANICO VATICANO

Docenti Universitari
di Botanica
(Estratto dal Bonelli)

Leone X. an. II. 1514.
Ad declarationem Simpl. Medic.
Magister Julianus de fulgineo.

Paolo III. an. 1539-1548
Ad declarationem Simpl. Medic.
Magister Joseph Cincius.

Pio IV. an. II. 1561
In Simplicib. Medicinal.
Jacobus Bonus Ferrarensis

an. 1587
Caesar Durantes Gualdensis

Clemente VIII. an. IV. 1596
Simpl. Medic.
Andreas Baccius

an. 1601.
Simpl. Medic.
Johannes Faber.

an. 1653.
In Simplicib. Medicamentis.
Magister Dominicus Panarolus Romanus.

In Sim. Med.
Magister Jacobus Sinibaldus Rom. cum ostensine, de alexipharmacis et venenis.

Custodi dell'Orto
Botanico Vaticano

(Ricavati dalla Storia del Renazzi)

In elenco lectorum Sapientiae invenimus Josephum Cincium professorem sub Paulo III, tum Jacobum Bonum Ferrariensem, qui hortum simplicium sub Pio IV administravit, ….

Michaelis Mercatus, qui annum vix dum aetatis vigesimum excessisset a S. Pio V P. M. horto botanico praefectus est...

Andreas Baccius Medicus ac philosophus omniscius ac politissimus excepit Mercatum, Baccio successit Castor Durando de Gualdo, post, Joannis Faber bambergensis, in celebri Linceorum societate nobilissimus: tres annos Pauli V jussu peregrinatus est herbarum conquirendarum caussa: novas plantas laboriose curavit eumdemque hortum per annos triginta circiter cum laude administravit …........

Interea horti custodia demandata 1636 Benedicto Sinibaldo Leonissano, 1646 Dominico Panarolae, tum 1667 Francisco Sinibaldo per annos 14.
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