mercoledì 30 settembre 2015

QUANDO I "MONUMENTS MEN" ARRIVARONO A SAN MINIATO NEL 1944 di Claudio Biscarini

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Articolo originale pubblicato sul sito Della Storia d'Empoli, per gentile disponibilità.

di Claudio Biscarini

Quando nel febbraio 2014 uscì in Italia il film di George Clooney Monuments Men, la stragrande maggioranza degli Italiani, anche di coloro che si sono occupati della storia della seconda guerra mondiale a livello amatoriale, sapevano di cosa si trattasse. Io avevo avuto la fortuna di pochi di avere il bel libro del prof. Frederick Hartt, sottotenente della Monuments Fine Arts & Archives (M.F.A.A.) dell’Allied MIlitary Government, pubblicato in inglese nel 1946 [1], dove egli narrava la sua avventura come storico dell’arte in Toscana alla “caccia” di tesori d’arte da difendere e salvaguardare. Avevo anche il libro [2] di Rodolfo Siviero, lo 007 fiorentino che per anni cercò in tutto il mondo le opere d’arte sottratte dai tedeschi, e quindi credo di essere stato uno dei pochi a godermi veramente il film e il libro [3] da cui era tratto.

Pochi, però, ancora sanno che i Monuments Men arrivarono anche da noi. Ovunque andassero, essi stilavano dei semplici rapporti o schedature dei danni che trovavano in ogni località ad opere d’arte di ogni genere. E’ facile capire che, per quanto riguarda Empoli, furono il Duomo e la chiesa di Sant’Agostino i principali luoghi esaminati.

Ma anche la vicina S. Miniato ebbe le sue visite; l’11 agosto, l’ufficiale del Governo Militare Alleato scriveva: Palazzo Grifoni. Dipinti vari ed oggetti da Livorno, casse con manoscritti della Biblioteca Labronica fra i quali 40 volumi di manoscritti foscoliani. Quindi, non solo ladri di polli erano venuti dalla sfortunata città sul mare, come ancora oggi si ricorda, ma una importantissima collezione che rischiò di venire distrutta. Ma soprattutto una visita, il 24 agosto del 1944, lasciò una serie di documenti interessanti dove si parlò anche della strage del Duomo. Riporto per esteso questo rapporto, intervallandolo con commenti. Nelle prime righe si parla di San Miniato e Castelfiorentino:

Entrambe le città sono state colpite bene. San Miniato si trova ancora sotto occasionale fuoco di artiglieria. Una metà del Comune è oggi inabitabile; in pianura gli abitanti hanno dovuto guardare il grano raccolto marcire a terra, visto che l’area è sotto osservazione tedesca da un mese. Il sottoscritto (l’ufficiale dell’M.F.A.A. di cui non conosciamo il nome n.d.a.) ha chiamato il sindaco Emilio Baglioni, in assenza del Civil Affairs Officer capitano Rust che era in visita ad altri Comuni, e ha scoperto le cose seguenti: il 21 e 22 luglio 1944 i tedeschi hanno minato e fatto saltare molti edifici della città, tra i quali Palazzo Grifoni e la Rocca. Il 22 luglio i tedeschi ordinarono a tutte le persone in città di recarsi o dentro la chiesa di San Domenico o nella Cattedrale, informandoli che una battaglia con gli alleati sarebbe iniziata e che questi sarebbero stati per loro rifugi sicuri. Quella mattina una mina o una bomba esplose a destra della navata della Cattedrale nei pressi dell’altar maggiore tra queste persone e ne uccise 27 con oltre 100 feriti. Il sottoscritto ha interrogato una mezza dozzina di abitanti tra cui l’ingegner Gino Giunti. La vicenda è avvolta dal mistero ed è in corso un’inchiesta.

Come si vede, anche da queste parole, i fatti del Duomo furono da subito non chieri nemmeno a coloro che furono probabilmente testimoni, tanto che l’ufficiale americano la definì un mistero. Il rapporto continua:

Il sindaco è convinto che si sia trattato di un atto di rappresaglia, da parte dei tedeschi, che si erano arrabbiati per la resistenza dei partigiani nel Comune. Egli inoltre afferma che la città è sovrapopolata a causa dei rifugiati numerosi, non c’è acqua, la strada per il mulino è bloccata dalle macerie, il 40% del grano è perduto, 15.000 persone devono essere alimentate con il grano presente in loco dal Comune. I tedeschi si sono ritirati il 23 luglio 1944.

A questo primo rapporto generale, seguivano altri che ci riportano la situazione in diversi edifici della città. Partiamo dal Duomo:

San Miniato-Cattedrale. Il tetto è stato colpito in due punti da proiettili, presso il portale sul lato sinistro. La facciata e il campanile appaiono intatti, anche se la scala del campanile è sparita. Il tetto sopra la sacrestia è completamente giù. Ci sono fori di shrapnel sulle immagini e le pareti della Sala Capitolare. C’è un altro buco nel tetto della cappella a destra dell’altare maggiore. Le vetrate sono infrante in tutto l’edificio. La colonna vicino a dove si sostiene ci sia stata la mina o la bomba ha profonde cicatrici e scheggiature. C’è ancora sangue sul pavimento attorno alla sua base. L’archivio della Cattedrale è al sicuro alla base del campanile.

San Miniato-Palazzo Comunale. Gli archivi sono intatti.Lo storico Oratorio della Madonna di Loreto ha gli affreschi del 14° e 15° secolo tutti a posto. La Sala del Consiglio ha alcune crepe sui muri e niente altro. L’ufficio statistiche è stato colpito e il tetto è andato. La maggior parte dei suoi archivi sono al sicuro nella stanza accanto. I tedeschi hanno rubato un ritratto, che hanno supposto essere del Cigoli. Si trattava solo di una buona copia. Gli archivi del Comune sono al sicuro, ma necessitano di attenzione ulteriore.Fare pulizia, mettere in ordine.

San Miniato-La Rocca. La Rocca medievale aveva una grande torre usata come posto di osservazione dai tedeschi che l’hanno fatta esplodere il 22 luglio 1944. Ora è solo un cumulo di macerie.

San Miniato-Palazzo Grifoni. La metà destra di questo palazzo rinascimentale è a terra. L’altra metà si è conservata perfettamente. In questa metà ci sono le 32 scatole di libri, manoscritti ecc. e le immagini da Livorno che si sono conservate in perfette condizioni. I tedeschi hanno aperto una delle scatole sigillate ma a quanto pare non hanno preso niente. Conteneva libri. Il posto può essere minato o pieno di trappole esplosive. Il custode ha bloccato tutti gli accessi al deposito con porte e travi di recupero, e le camere sono sotto chiave. E’ qui torniamo a quanto accennato poco sopra rispetto ai documenti provenienti da Livorno. Certamente, quando vi furono tarsferiti, si pensò che San Miniato fosse al sicuro dalla guerra che, invece, stava colpendo Livorno. Purtroppo, come accadde alle opere d’arte fiorentine sparse nelle ville della campagna, spesso si ritrovarono invece in primissima linea.

San Miniato-Chiesa di San Domenico e convento. Un proiettile è passato attraverso il tetto vicino al frontale a sinistra. Molti pochi danni. Pitture- una che appare come di Lippo Lippi un altro frammento di affresco simile a un Beato Angelico sullo stile della Cappella di S. Nicola in Vaticano, l’altare può essere o di Mino da Fiesole o di un donatellesco come è la tomba di Chellino, altre buone immagini tutte salve. Gli archivi sono a posto. La Biblioteca del Comune non ha danni, una parte delle cose migliori è stata impacchettata es è salva. Gli archivi sono a posto,la parete di fondo della chiesa è pericolosa e il sottoscritto ha promesso all’ingegner Giunti che sarà restaurata. Ci sono al momento 300 rifugiati nel convento. La settimana scorsa erano 500.

San Miniato-San Francesco. Una chiesa del 13° secolo con convento che è stata colpita 11 volte da proiettili e due da bombe. C’è un foro nel tetto attraverso il frontale della chiesa e il tetto è perduto in altre parti. Il tetto sopra il coro è stato molto scosso dalle esplosioni. La biblioteca della chiesa è intatta. Al momento ci sono 400 sfollati nel convento. Due settimane fa erano in 2.000.

San Miniato-Palazzo Formichini. Stile rinascimentale toscano. La facciata è a posto, all’interno alcune rovine da cannonate o mine.

Le visite continuarono nel tempo. Il 4 gennaio 1945 l’A.M.G. scriveva: Sono state prese foto dei danni principali a San Miniato. La famiglia Lami ha fatto alcuni lavori di riparazione sul loro Palazzo grifoni. Il Soprintendente pro-tempore Sanpaolesi si sta dando da fare per avere un camion italiano per trasportare le opere da’rte qui depositate.

Il 5 marzo 1945 ci si occupò del Vescovo Giubbi:

San Miniato. L’archivio vescovile e l’archivio capitolare sono salvi come si ha detto il vescovo. Egli sta attualmente preparandosi a fare un sondaggio dei documenti parrocchiali della sua diocesi per la trasmissione alla Santa Sede.

Con questa annotazione si conclude, fino a questo momento, la ricerca su questi importanti documenti che ci riportano non solo ad un clima, ma anche a degli uomini che, pur indossando la divisa, erano essenzialmente studiosi ed amanti dell’arte. Al loro lavoro , e a quello dei Soprintendenti italiani e dei loro assistenti spesso eroico, noi dobbiamo molto [4].

La Rocca di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Note e Riferimenti:
[1]  Cfr. Frederick Hartt, Florentine Art under Fire, Pricetown University, 1946. Il libro è stato tradotto in italiano di recente Cfr. Frederick Hartt, L’arte fiorentina sotto tiro, (a cura di Giandomenico Semeraro), Leonardo Edizioni, Firenze 2015.
[2] Cfr. Rodolfo Siviero, L’arte e il Nazismo, Cantini Editore, Firenze 1984. Sulla figura di Siviero Cfr. Roberta Bottari, Rodolfo Siviero, Castelvecchio editore.
[3] Cfr. Robert M. Edsel, Bret Witter, Monuments Men. Eroi alleati, ladri nazisti e la più grande caccia al tesoro della Storia, Sperling & Kupfer, 2013. Dello stesso autore Cfr. Robert M. Edsel, Monuments Men.Missione Italia.La sfida per salvare i tesori dell’arte trafugati dai nazisti, Sperling & Kupfer, 2014; Robert M. Edsel, Rescuindg Da Vinci:Hitler and the Nazi Stole Europe’s Great Art, America and Her Allies Recovered It, Laurel Publishing, Dallas 2006
[4] AMG Roberts Commission, National Archives & Records Administration, washington.

giovedì 24 settembre 2015

SAN MINIATO NELLA CRONACA DI DONATO VELLUTI

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In questa pagina sono proposte le informazioni in chiave sanminiatese contenute all'interno della cosiddetta “cronaca domestica” di Donato Velluti. Si tratta di un'opera particolarmente importante in quanto, fra le varie cose, riferisce in maniera dettagliata circa l'assedio operato dai Fiorentini nel 1369 e la conseguente caduta di San Miniato il giorno 9 gennaio 1370. Altri cronisti ripresero in seguito la narrazione di Donato Velluti.
L'AUTORE
Nato nel 1313 e morto nel 1370, Donato Velluti fu un uomo politico fiorentino appartenente ad una famiglia di mercanti originaria di Semifonte in Valdelsa. Intrapresa la carriera politico-giuridica, ricoprì varie cariche pubbliche come quella di Priore delle Arti nel 1341 e nel 1357, fu Gonfaloniere di Giustizia nel 1351 e fu più volte ambasciatore.

L'OPERA
Donato Velluti intraprese la sua opera nel dicembre 1367 e la portò avanti fino al luglio 1370, inizialmente come storia familiare (prima parte) e per questo prende il nome di Cronaca Domestica. Successivamente, nella seconda parte, si impegnò a narrare anche i fatti del suo tempo. La terza parte è poi dedicata ai discendenti. Circa due secoli dopo, fu poi continuata da Paolo di Luigi Velluti con le Addizioni.
Vari sono i manoscritti della Cronaca. L'originale dovrebbe ancora oggi essere conservato presso gli attuali discendenti. Altre copie si trovano alla BNCF nei fondi Riccardiano (n. 2033), Bargagli (già Tempi, n. 43), Corsiniano (n. 1077), Magliabechiano (II, III, 124; II, V, 151; XXV, 8, 431; XXVI, 6, 32), Palatino (E.B. 15.9).
La prima edizione dell'opera si deve ad Domenico Maria Manni, Cronica di Firenze di Donato Velluti. Dall'anno MCCC in circa fino al MCCCLXX, stampata in Firenze nel 1731.
Altre edizioni ottocentesche, come quelle di Odoardo Corazzini e Luigi Passerini proposero invece le Addizioni di Paolo Velluti.
Per una seconda edizione completa e critica dell'opera si dovrà attendere quella curata da Isidoro Del Lungo e Guglielmo Volpi, La Cronaca domestica di Messer Donato Velluti, scritta fra il 1367 e il 1370 con le addizioni di Paolo Velluti, scritte fra il 1555 e il 1560, pubblicata da G. C. Sansoni Editore, Firenze, 1914. Da questa edizione è tratto il nostro regesto.

LE NOTIZIE SANMINIATESI
Come si è fatto cenno, l'opera di Donato Velluti è particolarmente importante per la storia sanminiatese, in quanto narra in maniera dettagliata di tutte quelle vicende militari che portarono alla caduta di San Miniato e alla conseguente sottomissione a Firenze nel 1370.
Trattando anche di vicende familiari, il cronista scrive anche a proposito di un suo parente, Iacopo Velluti, che ricopriva la carica di Priore delle Arti si trovò ad affrontare i difficili momenti durante l'assedio sanminiatese [01]. E proprio a San Miniato, Donato Velluti si trovava nel 1346 in qualità di Ambasciatore per il Comune di Firenze durante la stipula di uno degli innumerevoli trattati di pacificazione con i Pisani. Occasione in cui dimostra la conoscenza dell'ambiente magnatizio sanminiatese (ed in particolare emerge il legame anche di amicizia con Bindaccio Mangiadori) e in cui si trovò a districare una questione fra i Fucecchiesi e i Santacrocesi a proposito di una pescaia sul Fiume Usciana [02]. Successivamente riporta il passaggio dell'Imperatore Enrico IV nel 1355 da Pisa verso Siena, passando quindi anche per il territorio sanminiatse [03], oltre ad una ambasceria tra Fiorentini e Pisani convocata presso San Miniato nel 1362 [04]. Occasioni di scontro con Pisa che non mancarono nemmeno nel 1363, quando una compagnia legata ai Pisani, dopo aver effettuato una scorreria nel contado fiorentino ritornò sul territorio pisano transitando per la zona sanminiatese ed in particolare da Santa Gonda [05].
Nel 1368, al termine di una serie di vicissitudini, San Miniato si consegna nelle mani dell’Imperatore, assieme a Pisa e Lucca [06], operazione che porterà lo stesso sovrano a transitare di lì a poco da San Miniato [07], dove lascerà i propri vicari [08]. Tutto ciò farà da premessa all’assedio di San Miniato operato dai Fiorentini a partire dall’estate 1369 e che si protrarrà fino al gennaio del 1370, segnando l’epilogo definitivo ad una qualche forma di autonomia sanminiatese [09]. Merita davvero soffermarsi su questo ultimo punto. Donato Velluti non sembra partecipare direttamente alle attività belliche dell’assedio, ma è comunque un testimone diretto del suo tempo ed annota fatti ed episodi in maniera lucida e circostanziata, seppur tenendo conto del suo punto di vista fiorentino-centrico.

REGESTO

Domenico Maria Manni, Cronica di Firenze di Donato Velluti. Dall'anno MCCC in circa fino al MCCCLXX, stampata in Firenze nel 1731. Frontespizio.


SAN MINIATO NELLA CRONACA DOMESTICA DI DONATO VELLUTI 01/09

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↖ INDICE S. MINIATO NELLA CRONICA DOMESTICA DI DONATO VELLUTI

01 [anno 1369] Iacopo Velluti Priore delle Arti al tempo dell'Assedio di San Miniato

«[…] [Iacopo, parente di Donato Velluti] Fu poi de' Priori di marzo e aprile 1367 e 1368, e valorosamente si portò nel detto uficio, non essendo stato più ad alcuno de' maggiori ufici, traendo sempre al bene comune, e lealmente e dirittamente: e se avesse avuti compagni ch'avessono fatto il simile, avrebbono fatto dimolto bene, e riusciti con grande onore; ma per difetto di certi di loro, dimolto bene di Comune sarebbe fatto che non si fece. Fu poi nel 1369 di settembre tratto all'uficio de' dodici Buoni Uomini; nel quale uficio durò egli e' compagni molta fatica per la dislealtà e tradimento ci fece messer Barnabò, e per l'assedio di Saminiato del Tedesco, e discordia nata tra il Cardinale di Bologna sopra la Mere di Francia, e Vicario per lo 'mperadore in Lucca, e noi, e per una compagnia di MMM cavalli o più era in sul contado d'Arezzo a posta del detto messer Barnabò e de' Perugini, della quale si trasse poi a soldo da MVc soldati della migliore gente vi fu. […]»

La Cronaca Domestica di Messer Donato Velluti, scritta fra il 1367 e il 1370 con le addizioni di Paolo Velluti, scritte fra il 1555 e il 1560, a cura di Isidoro del Lungo e Guglielmo Volpi, G. C. Sansoni Editore, Firenze, 1914, pp. 44-45.

Domenico Maria Manni, Cronica di Firenze di Donato Velluti. Dall'anno MCCC in circa fino al MCCCLXX, stampata in Firenze nel 1731. Frontespizio.

SAN MINIATO NELLA CRONACA DOMESTICA DI DONATO VELLUTI 02/09

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↖ INDICE S. MINIATO NELLA CRONICA DOMESTICA DI DONATO VELLUTI


02 [anno 1346] Donato Velluti a San Miniato in qualità di Ambasciatore. Stipula pace con Pisa. Controversia tra Fucecchio e Santa Croce.

«[…] E per chiarificazione di certi capitoli di pace fatta tra 'l Comune [di Firenze, n.d.r.] e' Pisani, fui per lo nostro Comune insieme con Francesco di Meo Acciaiuoli, essendo nostro notaio ser Lottieri da Cerreto, a Saminiato del Tedesco, con certi ambasciadori pisani: ove stetti da XLV dì a salaro del Comune; e oltre a ciò, io ebbi provvisione da la Mercatantia e da' Gabellieri del Sale, buona e bella, avendosi a ragionare di loro fatti. Nella quale ambasciata ebbi più diletto e utile ch'avessi mai in alcuna ambasciata, però ch'era di maggio e di giugno, e prendevamo molto diletto, sanza sconciare i fatti del Comune; sì in andare a sollazzo ed in essere in brigata sera e mattina con messer Bindaccio Mangiadori, Lotto da Montecchio, e Faina Malavolta, essendo con loro e eglino con noi, avendo noi tolta una casa a pigione da casa i Mangiadori; e sì per l'avanzo facea, essendovi pane, vino, carne, biada, erba, e ogni cosa vile; e avendo buono salaro e buone provvisioni. Ma al di dietro fu presso non mi rintoscò, però che avendo, dopo la pace de' Pisani, data messer Iacopo Gabrielli Vicario in Valdinievole una sentenza in favore di loro e di que' da Fucecchio contra que' di Santa Croce, d'una pescaia fatta per loro in Guisciana, più alta che non si convenia; per la qual cosa, tenendo molto in collo, se ne guastava dimolto terreno de' Fucecchiesi e di que' di Valdinievole; e 'l detto messer Iacopo avea sentenziato si dovesse dibassare, ma ciò non si facea, per pregherie e presenti sapeano fare que' di Santa Croce; di che essendo così, que' di Valdinievole e di Fucecchio ordinarono di venire a disfarla eglino, e ragunarono bene da MM uomini. E sentendo ciò que' di Santa Croce, tra di loro e di Santa Maria a Monte e di Montetopoli ne ragunarono da M; e nientemeno mandarono dopo ambasciadori a pregare noi, venissimo là a interporci, che tanto male non fosse quanto era per esservi. Di che noi, veggendo ciò essere vero, quanto che commessione non avessimo, per rimediare a tanto male, e per non potere essere ripresi, una mattina di San Giovanni ci partimmo da Saminiato, e di là menammo quanti soldati v'erano, e simile facemmo di quante terre di Valdarno, con una lettera di commissione avea il Faina di Malavolti; e fummo a Fucecchio, e poi a que' di Valdinievole, ch'erano giunti già, e postosi allato alla detta pescaia e ivi attendati, e riprendemmoli fortemente. Di che rispuosono, la necessità gli avea là condotti, non mettendosi rimedio in Firenze; ma ch'erano disposti volere fare nostro piacere; promettendo noi, che quello si dovea fare si farebbe. Partimmoci da loro per venire a Santa Croce; e lasciammo la gente d'arme che là avevamo condotta, per minacciare chi si partisse dal nostro volere in quello mezzo. E andando più oltre, ci scontrammo in que' di Santa Croce, che con grande romore andavano verso que' di Valdinievole, e per niuno modo non potemmo raffrenargli. Di che, vogliendo tornare adietro per essere colla nostra gente d'arme, que' di Valdinievole vedendo venire que' di Santa Croce si trassono innanzi: e noi, scontrandoci ne' loro scorridori, fummo a grandissimo rischio di morte, essendomi da molti posto le lancio e le spade al petto e a l'altre parti della persona; e se io fossi stato armato, com'io era disarmato con cappuccio a foggia, di vaio, in testa, per certo io sarei stato morto; ma, lodato sia Iddio, scampammo del detto pericolo. E tornato a Santa Croce, e vogliendoci partire, tanto fummo pregati da loro, ch'ancora ritornammo a que' di Valdinievole; ed essendo il grande dibattito tra l'una parte e l'altra, però che que' di Santa Croce non voleano assentire a nulla, se in prima que' di Valdinievole non si partissono del loro terreno, e que' di Valdinievole non si voleano partire, se in prima non si disfacea quello era sentenziato; a la per fine ismovemmo que' di Valdinievole ad andare in sul terreno de' Fucecchiesi, dovendo que' di Santa Croce dare a noi, o a cui noi volessimo, la guardia della torre ch'è in capo della pescaia e delle loro mulina. La qual cosa i detti di Santa Croce poi tardando di darlo, dicendo non era ivi la chiave ma di mandare a Santa Croce, sotto il pretesto del detto indugio, partiti que' di Valdinievole, fornirono la detta torre d'uomini saettamento e vittuaglia. Di che, veggendo il detto inganno, immantanente, essendo già sera, ci partimmo, e licenziammo la gente d'arme, e noi ce n'andammo a cenare e albergare con Pino del Chiavicella Tigliamochi podestà di Castelfranco. Di che, veggendo que' di Valdinievole la nostra partita, subitamente corsono in su quello di Santa Croce; e uccisono parecchi uomini, e cominciarono a mettere fuoco nelle biche del grano e a tagliare le vigne; e feciono grande danno: e puosesi assedio a la torre; e stettono tutta la notte, facendo grande danno. Noi stemmo a Castelfranco: e per lo riscaldare e affreddare del dì, e perchè la sera stando in su le pratora della Guisciana vi traea vento, e io ne ricevetti assai, essendo in gonnella e mantello, senti' di male di fianco. La mattina per tempo rimandarono que' di Santa Croce, che per Dio andassimo là, ch'egli erano apparecchiati a fare ciò che ci piacesse; onde noi, isdegnati, non vi volemmo ire. Mandammovi altri, e uno Cavaliere del Capitano della Guardia; al quale dierono a guardia la detta torre, tanto si provvedesse ciò che facea bisogno: e allotta si partirono que' dì Valdinievole, sanza dare o fare più danno: sì che a la fine lo 'nganno loro tornò pure sopra il capo loro. E noi ci ritornammo la detta mattina a Saminiato a spacciare i fatti nostri: i quali spacciammo, faccendo certi capitoli di nota e di dichiaragioni a' capitoli della pace; e ritornammo a Firenze. [...]»

La Cronaca Domestica di Messer Donato Velluti, scritta fra il 1367 e il 1370 con le addizioni di Paolo Velluti, scritte fra il 1555 e il 1560, a cura di Isidoro del Lungo e Guglielmo Volpi, G. C. Sansoni Editore, Firenze, 1914, pp. 182-188.

Domenico Maria Manni, Cronica di Firenze di Donato Velluti. Dall'anno MCCC in circa fino al MCCCLXX, stampata in Firenze nel 1731. Frontespizio.

SAN MINIATO NELLA CRONACA DOMESTICA DI DONATO VELLUTI 03/09

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03 [anno 1355] Passaggio dell'Imperatore Enrico IV

«[…] Pure ultimamente, vegnendo a' ferri, [l'Imperatore Enrico IV] per essere in concordia con noi, ebbe fiorini centomila, tra in Siena, all'andare, e poi in altri luoghi al tornare, e fece i Priori suoi vicarii, e molte cose concedè; e noi gli promettemmo dargli, mentre vivesse, di marzo MMMM fiorini, e così è stato fatto infino a ora. Isviossi da noi, Saminiato, Volterra, e Siena; passò per Valdelsa sanza entrare in terra murata, e andonne in Siena. E stando in Siena, il popolo minuto co' grandi romoreggiarono la terra, e disfeciono l'uficio de' Nove, ch'era de' più cari e valentri popolari vi fossono, e alcuni di loro rubati, e presso che arse delle case loro; sì che dello 'nganno ci feciono furono bene pagati, faccende così larghe  proferte. Andonne a Roma [...]»

La Cronaca Domestica di Messer Donato Velluti, scritta fra il 1367 e il 1370 con le addizioni di Paolo Velluti, scritte fra il 1555 e il 1560, a cura di Isidoro del Lungo e Guglielmo Volpi, G. C. Sansoni Editore, Firenze, 1914, p. 216.

Domenico Maria Manni, Cronica di Firenze di Donato Velluti. Dall'anno MCCC in circa fino al MCCCLXX, stampata in Firenze nel 1731. Frontespizio.

SAN MINIATO NELLA CRONACA DOMESTICA DI DONATO VELLUTI 04/09

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04 [anno 1362] Ambasceria convocata a San Miniato tra i Fiorentini e i Pisani

«[…] In questo medesimo tempo uno de' figliuoli di messer Francesco Castracani  mi mandò uno suo prete per volere dare tutte le sue terre di Carfagnana al Comune, e poi ci venne egli in persona; e non ebbe luogo per non rompere la pace a' Pisani. Poi poco stante per uno porcile la rompemmo loro; però che uno Giovanni da Sasso, grande masnadiere, di consentimento di certi cittadini imbolò e tolse a' Pisani Pietrabuona; e colatamente era favoreggiato dal Comune, faccendo di quello a' Pisani, che faceano a noi; di che i Pisani dolendosi di ciò per suoi ambasciadori, per levar via ogni zenzeria, si prese partito si ragunassono loro e' nostri ambasciadori a Saminiato. Di che avendo assai praticato, e' Pisani faccendosi verso il Comune assai bene, il diavolo s'intraversò, ch'e' Priori, ch'erano allotta, sanza saputa de' Collegi, rimandarono per gli ambasciadori, e ruppesi sì la cosa, e per tutto questo non si prese la difesa di Pietrabuona, essendovi i Pisani a oste, altro che a spizzicone; di che i Pisani strinsono più la cosa, e combatteronla e ebbola, in assai vergogna del Comune. Di che a furore si prese qui, che vendetta e guerra si facesse co' Pisani; e così seguì; che gente d'arme si fece, e chiamato fu Capitano di guerra messer Ridolfo da Camerino, il quale nel 1362, essendo la mortalità a Pisa, cavalcò infino a le porte, ardendo e dibruciando; e poi tornò, e puosesi a Pecciole, e ebbela, e altre terre di Valdera. [...]»

La Cronaca Domestica di Messer Donato Velluti, scritta fra il 1367 e il 1370 con le addizioni di Paolo Velluti, scritte fra il 1555 e il 1560, a cura di Isidoro del Lungo e Guglielmo Volpi, G. C. Sansoni Editore, Firenze, 1914, pp. 227-229.


Domenico Maria Manni, Cronica di Firenze di Donato Velluti. Dall'anno MCCC in circa fino al MCCCLXX, stampata in Firenze nel 1731. Frontespizio.

SAN MINIATO NELLA CRONACA DOMESTICA DI DONATO VELLUTI 05/09

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05 [anno 1363] Scorreria pisana sul contado fiorentino. Transito da Santa Gonda

«[…] I Pisani, giunta che fu la detta compagnia, veggendo il nostro franco Capitano morto e' conostabili e la gente isbaragliata, di subito ci cavalcarono, e vennono di verso Pistoia, e per la strada nuova a San Donnino e a Brozzi; e a San Donnino stava Ghisello degli Ubaldini loro Capitano di guerra colla gente de' Pisani, e a Brozzi stava la compagnia degl'Inghilesi; e venendo infino a Rifredi, 'e di qua dall'Arno e di là arsono e dibruciarono ogni cosa. Poi un dì tutta la gente schierata ne venne infino in sul Rifredi, e ivi si fece cavaliere Ghisello, e corsone un palio, e impiccaronvi quattro asini, de' quali poi mandarono una lettera in Firenze, la più brutta e villana udissi mai, dicendo che, faccendo una loro festa, certi nostri cittadini la sturbavano, come era messer Brunello degli Strozzi, messer Asino de' Ricci, messer Somalo degli Albizzi e messer de' Medici, di che gli aveano impiccati: e in questo modo di parole e di fatti vituperarono il Comune e' cittadini, e presono infinita gente di lavoratori; poi si partirono, e passarono l'Arno di qua, e salirono su da Vizzano, e scesono in Pesa a lo Spedale della Ginestra, e andarono su per Pesa allato a Montelupo, e poi da Empoli e Santa Gonda, e tornarono a Pisa con molto onore e molti pregioni. [...]»

La Cronaca Domestica di Messer Donato Velluti, scritta fra il 1367 e il 1370 con le addizioni di Paolo Velluti, scritte fra il 1555 e il 1560, a cura di Isidoro del Lungo e Guglielmo Volpi, G. C. Sansoni Editore, Firenze, 1914, pp. 232-234.


Domenico Maria Manni, Cronica di Firenze di Donato Velluti. Dall'anno MCCC in circa fino al MCCCLXX, stampata in Firenze nel 1731. Frontespizio.

SAN MINIATO NELLA CRONACA DOMESTICA DI DONATO VELLUTI 06/09

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↖ INDICE S. MINIATO NELLA CRONICA DOMESTICA DI DONATO VELLUTI

06 [anno 1368] Pisa, Lucca e San Miniato si danno alla diretta signoria dell’Imperatore

«[…] In questo mezzo il doge di Pisa Giovanni dell'Agnello per suoi ambasciadori fermò il concio collui [cioè con l'Imperatore Enrico IV, n.d.r.] di dargli Pisa e Lucca e Saminiato del Tedesco, ove avea suoi cavalieri e certa giurisdizione per cagione della novità feciono i Saminiatesi, cacciati certi loro cittadini e loro Capitano, Podestà e Castellano, riceveano da Firenze per patti avea il Comune con loro, rompendo i patti, e sottomettendosi al doge e Comune di Pisa. Di che ebbe guerra tra Ioro e noi, e lo 'mperadore al detto Giovanni e duce promise certe cose; di che per questa cagione lo 'mperadore mandò il Patriarca d'Aquilea con certo novero di cavalieri a Lucca, Pisa e Saminiato per pigliare la possessione, e così fece; e fu in concordia il Patriarca col Comune nostro, che non si facesse alcuna novità da noi e Saminiato. Poi dopo questo lo 'mperadore si partì all' entrante di settembre da Modena e vennene a Lucca, e nell'entrare di Lucca fece cavaliere il detto Giovanni dell'Agnello e certi altri. Dopo la quale entrata il popolo di Pisa corse Pisa, gridando: «Viva lo 'mperadore», e « Libertà »; e riformarono la terra d'Anziani, e furono a lo 'mperadore a Lucca, e feciono prendere il detto Giovanni e rifiutare a ogni acquisto e a ogni patto fatto collui.[...]»

La Cronaca Domestica di Messer Donato Velluti, scritta fra il 1367 e il 1370 con le addizioni di Paolo Velluti, scritte fra il 1555 e il 1560, a cura di Isidoro del Lungo e Guglielmo Volpi, G. C. Sansoni Editore, Firenze, 1914, pp. 263-264.


Domenico Maria Manni, Cronica di Firenze di Donato Velluti. Dall'anno MCCC in circa fino al MCCCLXX, stampata in Firenze nel 1731. Frontespizio.

SAN MINIATO NELLA CRONACA DOMESTICA DI DONATO VELLUTI 07/09

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07 [anno 1368] L’imperatore transita da San Miniato

«[…] Ora tornando a' fatti dello 'mperadore, essendo stato alcuno tempo in Lucca, ne venne a Saminiato del Tedesco; e essendo i nostri ambasciadori a Empoli, ed egli subitamente, contra ogni dovere lealtà e patto, mandò il Patriarca con più di MVc barbute e con assai pedoni in sul nostro contado, e puosonsi a Montespertoli (rubando ciò che poterono, e pigliando dimolti pregioni e bestiame), ove stettono la notte e poi l'altro dì, scorrendo la gente sua infino a Lucignano e faccendo molto danno; e secondo si disse, sarebbono venuti infino a Firenze. E bene lo poteano fare essendo isprovveduti, credendo ci attenesse fede e lealtà; se non che si disse ch'egli venne novelle, ch' e' Pisani aveano mandata loro gente per torre [togliere, n.d.r.] Lucca. Di che la gente subitamente si ritrasse, e mandonne a Lucca; e noi in questo mezzo ci fornimmo di gente, e 'l contado tutto si sgombrò, e questo fu quasi a mezzo settembre 1368. Poi essendo stato un pezzo lo 'mperadore a Saminiato, si partì, e andonne a Siena; e ivi stato una pezza sanza avere acconci gli usciti col popolo, ma rimanendo di fuori, e faccendo tuttavia guerra, e avendo fatto staggire quanta mercatantia aveano i nostri Fiorentini a Siena e Talamone, e fatto comandamento che né grano ne vittuaglia né mercatantia si potesse di là recare (e simile fece fare al signore di Cortona, e al Cardinale di Vignone, fratello del Papa e Legato in Bologna e in Romagna), si partì di Siena, e andonne a Roma al Papa.[...]»

La Cronaca Domestica di Messer Donato Velluti, scritta fra il 1367 e il 1370 con le addizioni di Paolo Velluti, scritte fra il 1555 e il 1560, a cura di Isidoro del Lungo e Guglielmo Volpi, G. C. Sansoni Editore, Firenze, 1914, pp. 265-266.

Domenico Maria Manni, Cronica di Firenze di Donato Velluti. Dall'anno MCCC in circa fino al MCCCLXX, stampata in Firenze nel 1731. Frontespizio.

SAN MINIATO NELLA CRONACA DOMESTICA DI DONATO VELLUTI 08/09

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08 [anno 1369] L’imperatore lascia propri vicari a Pisa, Lucca e San Miniato

«[…] Essendo anche il detto Imperadore in Lucca, e avendo promesso a' Lucchesi lasciarli liberi, niente di meno essendo in Lucca ambasciadori di messer Galeasso e di messer Barnabò tiranni di Melano, i quali ciascheduno di per sé procacciava d'esser fatti vicarii suoi di Pisa, Lucca e Saminiato, promettendo ciascheduno grandissime quantità di moneta, e egli dando a ciò audienza, e alcuni dissono ch'e  l'avea privilegiate a messer Barnabò, e veramente gli venia fatto, essendo lo 'mperadore vago di moneta, se non fosse il Cardinale che lo storpiava; ed oltre a ciò anche il Papa gli mandò ambasciadori, e scrisse dolendosi, sì che per essa cagione rimase; onde di giugno 1369 fermò l'accordo co' Lucchesi, essendo rientrato dentro ogni maniera di gente, lasciandoli liberi, e avendo fiorini cinquantamilia, o vero Cm, in più paghe, de' quali ne promise il Comune di Firenze a richiesta de' Lucchesi fiorini XXVm in Vinegia a lui dare in persona: [...]»

La Cronaca Domestica di Messer Donato Velluti, scritta fra il 1367 e il 1370 con le addizioni di Paolo Velluti, scritte fra il 1555 e il 1560, a cura di Isidoro del Lungo e Guglielmo Volpi, G. C. Sansoni Editore, Firenze, 1914, pp. 276-277.

Domenico Maria Manni, Cronica di Firenze di Donato Velluti. Dall'anno MCCC in circa fino al MCCCLXX, stampata in Firenze nel 1731. Frontespizio.

SAN MINIATO NELLA CRONACA DOMESTICA DI DONATO VELLUTI 09/09

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09 [anno 1369] Assedio e presa di San Miniato

«[…] Poi in sul mezzo luglio passò lo 'mperadore per la detta via, accompagnato da' detti ambasciadori e nostra gente d'arme infino al detto contado di Bologna, essendo anche presentato e onorato molto dal nostro Comune; di che molto rimase contento e appagato del nostro Comune, molto parlando intorno a ciò bene e altamente. E vero che lasciò suo vicario di Lucca e di Saminiato il detto Cardinale di Bologna, non ponendo niente in sodo la discordia ch'era tra 'l nostro Comune e' Saminiatesi, i quali innanzi la venuta dello 'mperadore in Italia s'erano rubellati dal nostro Comune, e cacciati messer Giovanni Mangiadori e messer Piero Ciccioni ed altri loro terrazzani, e Attaviano di Boccaccio Brunelleschi che v'era Capitano di Guardia e di popolo per patti ch'erano tra l'uno Comune e l'altro, bene furono molti che l'abominarono essere fatto con sua coscienza, e 'l castellano v' era per lo nostro Comune; e isdegnato il Comune nostro di ciò, per essa cagione ci ebbe più ragionamenti tra essi Comuni, i quali non ebbono alcuno effetto, perchè non s'assicuravano di noi: di che s'accostarono col detto Giovanni dell'Agnello e co' Pisani, facendosi suoi accomandati, e poi nella venuta dello 'mperadore si diero a lui, e poi col detto Patriarca, quando venne in sul nostro contado, isforzatamente vennono collui, faccendo più danno ch'altra gente; di che non essendo posto in sodo 'i detti fatti per lo 'mperadore, essendo stati collui molti ragionamenti ma lasciatoli sospesi, venne caso che subitamente uno dì levarono le 'nsegne della Chiesa; di che in Firenze se ne prese grande cruccio. Mandaronsi al Cardinale, ch'era a Lucca, certi ambasciadori a dolersi, e vegnendo a certi ragionamenti di concordia col Cardinale e co' Saminiatesi, ed essendo assai di presso in Firenze, si fece un grande consiglio sopra ciò: di che, reggendo partito lo 'mperadore e 'l Papa assai che fare co' Perugini, i quali con loro gente e con una compagnia di messer Fracco e d'Anisi tedeschi e messer Giovanni Aguto inghilese che n'erano capitani, e aveano bene MMM cavalli, soldata per messer Barnabò in servigio di Perugini, cavalcarono il Ducato e 'l Patrimonio, e a Viterbo e Montefiascone, ov'era allotta il Papa, si mosse una furia matta di cittadini a volere e consigliare si ponesse l'oste a Saminiato, sperando non potere avere soccorso. E così seguì, che d'agosto 1369 andò l'oste a Saminiato, e più castelli di piana concordia si dierono al Comune, e posta l'oste, vi si dié il guasto, e fecivisi grande danno. Di che il Cardinale da Lucca, ch' è uno grande gentilissimo uomo di Francia e signore egli e' suoi di Bologna sopra la Mere in Francia, isdegnò forte di tanto inganno. Di che ricorse per aiuto a messer Barnabò; e messer Barnabò, ch'avea quasi per fermo per suoi ambasciadori, ch'erano col Cardinale
di Vignone fratello carnale del Papa e Legato in Bologna, Romagna e Lombardia, certo trattato che teneano, che veggendo il Papa essere abbandonato da' Fiorentini e fatto beffe di lui della lega promessa, e essere cavalcato da' Perugini e vituperato, s'accordava col detto messer Barnabò, di fare che, dando certa quantità di danari al Cardinale da Lucca e allo 'mperadore, egli sarebbe fatto vicario di Lucca e di Saminiato; e egli promettea al Papa, che farebbe ch'egli avrebbe Perugia e le sue castella, e promettea dargli a ogni sua richiesta M cavalieri, e non fare contra alcuna terra della Chiesa: e messo questo in effetto, il Papa si dovea tornare oltremonte. Di che messer Barnabò, avendo questo quasi per fatto, non si curò niente del Comune di Firenze di patti ch'avesse collui; anzi, come disleale e traditore, e come persona che si credette essere in poco tempo signore di Firenze e tutta Toscana (e bene gli venia fatto), mandò subitamente uno suo consorto, capitano di più di VIc cavalieri, al Cardinale di Lucca. Di che sentendosi in Firenze, e dicendosi di maggiore gente, si levò l'oste da Saminiato, avvegnadio che con  assai disagio vi stessono, e tornarono nelle castella d'intorno, e lasciaronvi uno battifolle in su le colline con ben VIc tra balestrieri e masinadieri: e immantanenti poi i Saminiatesi levarono le 'nsegne di messer Barnabò, e la gente venuta a Lucca con quella del Cardinale vennono poi per fornire Saminiato; ma la gente nostra si fece incontra infino a Cigoli; per la qual cosa que' del Cardinale si tornarono addietro; per la qual cosa la nostra gente anche si partì, ma la loro non essendo partita tutta, con alcuna quantità di vittuaglia ne vennono a Saminiato; ma in quello mezzo ne fu tolta grande parte da que' delle nostre castella, sì che con poco v'entrarono, e partironsi l'altro dì; e puossi dire che più ne logorarono, che non vi misono. In questo mezzo per lo Comune nostro si mandarono a messer Barnabò ambasciadori, i quali non poterono ismuovere, anzi immantanente mandò poi qua uno suo ambasciadore a richiedere ci levassimo da oste, e rendessono le castelle avute, e a rifermare la compagnia predetta. Di che veggendo ciò, e prendendo consiglio sopra ciò, per tutti d'un animo si prese, si facesse lega colla Chiesa, e crearonsi ambasciadori al Papa, al Cardinale di Vignone, a quello da Lucca, a Pisa, a Genova, a Siena e a Perugia, e che 'l Comune si facesse forte di gente d'arme. Di che cavalcati gli ambasciadori al Papa, ch'era a Viterbo, e poi colini a Roma, dopo molti ragionamenti si rimise nel Papa tutto; di che all'uscita d'ottobre si fece la lega collui di MMM cavalieri, e 3000 tra balestrieri e masinadieri, e mettere la Chiesa VIIIc di ciascheduno, e l'avanzo noi, e per V anni, e' I sezzaio dì d'ottobre di ciò se n'ebbe novelle; di che se ne fece falò e grande allegrezza, e licenziò il Papa la tratta del grano di tutte sue terre, che valea in Firenze più di soldi XL lo staio, e scrisse al Cardinale da Lucca una stretta lettera sopr' a' fatti di Saminiato e l'aiuto ch'avea invocato di messer Barnabò nimico di Santa Chiesa e de' Fiorentini. In questo mezzo il Comune si fece forte di gente d' arme, e tolse a soldo da dumilia paghe, oltre a mille n'avea, tra' quali furono da Vc lance, che montano da MVc paghe, che si trassono della migliore gente fosse nella compagnia del detto messer Fracco, i quali giunsono in Firenze da M o più, a l'uscita di novembre 1369: i quali si scrissono immantanente; e dovendone parte andare in Valdinievole, per essere a posta e richiesta del Cardinale di Bologna, ch'è in Lucca vicario per lo 'mperadore, contra cui era scoperto uno trattato facea messer Barnabò, che fidandosi di lui e sua gente, e avendo il suo aiuto di bene M cavalieri, e tutto dì ne veniano a Sarezzana di gente d'esso messer Barnabò, sotto pretesto che 'l Cardinale, con essa gente e colla compagnia d'esso messer Fracco e d'Anisi e di Giovanni Aguto, la quale ne venia per lo contado di Siena in quello di Pisa, congiunta insieme, fornisse Saminiato; e l'ordine e 'l trattato era, ch'essa gente dovesse pigliare il Cardinale e correre Lucca per messer Barnabò, e poi fornire Saminiato, e la compagnia prendere Livorno, e poi ingegnarsi d'avere Pisa e fare muovere guerra agli Ubaldini, sì che a uno tratto si rompessono le strade di Mugello e da Pisa, sì che grano non potesse venire a Firenze né da Pisa né da Bologna e Romagna, onde si forniva Firenze, e per consequentemente affamare Firenze, e colla detta gente scorrere il contado di Firenze; e così in poco tempo gli dava il cuore d'avere Firenze. E per certo gli venia fatto, se non fosse che 'l detto trattato si scoperse per uno brieve fu trovato; di che il Cardinale, di subito, avuta certa gente da messer Piero Gambacorti di Pisa, di che fornì l'Agosta di Lucca, e intesosi col Popolo e' Guelfi di Lucca, fece correre Lucca, e gridare: « Viva il Cardinale e 'l Popolo! » Di che fece prendere messer Giannotto de' Visconti di Melano, ch' era capitano d'essa gente di messer Barnabò, con più di XXV caporali e uno grande ricco uomo degli Interminelli di Lucca, che tenea al detto trattato, e l'altra gente d'arme d'esso messer Barnabò mandò fuori di Lucca, e' presi mise e inferriò nell'Agosta, la quale gente di messer Barnabò si partì e tornò a Serezzana. Onde mandati ambasciadori per lo nostro Comune al Cardinale per confortarlo, e a proferire il Comune, e non avendo bisogno di gente d'arme, la detta gente nostra cavalcò tutta a Saminiato e in quelle parti, però che il detto messer Giovanni Aguto e Anisi colla detta compagnia era a Cascina di Pisa. E cavalcato il Capitano nostro, o per sua immaginazione o per mandata a lui fatta di qua, credendosi tenere loro danno, la notte di Santo Andrea il sezzaio dì di novembre cavalcò con più di MMM cavalieri, e con molti fanti masinadieri cavalcò verso la detta compagnia, e giunti il primo dì di dicembre in sul vespero a Ponte a Era, o vero el Fosso, e intendendo ivi stare la notte, e la mattina appressarsi a' nimici, i nimici, come molti avvisati, mostravano a' loro ragazzini fare guadare Arno, e eglino erano tutti armati e schierati. Di che essendo iti alcuni cavallari a provvedergli, vedendo in Arno cavalli e credendo passassono l'Arno, subito tornarono addietro, dicendo che se ne andavano. Onde la gente nostra, quanto fosse assai stanca, come troppa volonterosa e sanza niuno ordine cavalcarono verso i nemici, e eglino essendo provveduti e assettati, sanza troppo risisto sconfissono e presono quasi tutta nostra gente, e fu ferito e preso messer Giovanni Malatacca nostro Capitano. Di che poi il dì seguente sentito ciò in Firenze, n'ebbe grande duolo e isbigottimento e assai riprensione, e giustamente, d'avere lasciata la 'mpresa dell'assedio, che costava e portava tanto, e andare in su l'altrui contado a mettersi a tanto periglio e vincere soldati e mettere lo Stato nostro a tanto dubbio. Dopo le quali cose in Firenze, vogliendo riparare il meglio che fare si potea, essendo lasciati i soldati presi, avendo perduto l'arme e' cavagli e ciò ch'aveano, si prestò loro danari, ed e' si rincavallarono e armarono il meglio poterono, e venne poi in Firenze uno conte Luccio tedesco, ch' era stato al soldo di Perugia con da secento uomini a cavallo e cavalieri da Padova e Ferrara e della Chiesa; e mandossi per messer Ridolfo da Camerino per Capitano, il quale giunse in Firenze a l'uscita di dicembre. In questo mezzo la detta compagnia non ci cavalcò, né fece altra novità, sì per lo mal tempo fu, o perchè avessono a ricevere alcuna cosa da messer Barnabò. E vero che una volta vennono infino nel piano di Saminiato, e misono in Saminiato alcuna quantità di grano, meno di cinquanta moggia, e poi si tornarono in Cascina, e ivi stettono infino a' XXX dì di dicembre. E detto dì XXX vennono a Saminiato, e misonvi alcuna piccola quantità di formento, con grande quantità di gente con più di Vc cavalli, però che s'era congiunta con essa compagnia molta gente d' arme, ch'era a Serezzana e venuta da Melano, e puosono detto dì campo in Elsa sotto monte, e poi il seguente dì ne vennono a Montespertoli, e ivi puosono campo, tenendo Poppiano e Lucignano, e assai danno ivi e per la contrada detto dì e 'l primo di gennaio faccende. Poi il secondo dì di gennaio si partirono, ardendo esse contrade e ville; e vennone per lo piano del Vergigno allo Spedale della Ginestra in Pesa, e passarono pe' poggi nel piano di Settimo, il quale piano scorsone infino al Ponte a Grieve, prendendo assai pregioni e bestiame, e ivi stettono il detto dì e 'l seguente, ardendo dimolte case e faccendo grande danno. Poi passarono l'Arno dirimpetto a Brozzi, scorrendo tutto il piano infino a Rifredi, e stati ivi due dì, a' cinque dì di gennaio ne vennono schierati infino a Rifredi, e corsone uno e vero due palj e fecieno quattro cavalieri, tra' quali fu uno Melanese di que' della Postierla, il quale fatto cavaliere trascorse verso Firenze, onde fu preso, poi stettono nel detto piano tra in Peretola, Brozzi e San Donnino fino a nove dì, scorrendo d'interno, faccendo assai danne e anche ricevendo; e a dì VIIII del dette mese innanzi dì mutarono campo, ardendo le dette ville, e passando l'Arno nel piano di Settimo, e andando verso la Lastra, e per Gangalandi infino a Malmantile, e poi scesono in Pesa verso Quarantola, tenendo la notte campo di là da Pesa e di qua; e così stettono tutta notte, faccende assai danno istande e andando. E vero che detto dì in su la terza ardendo tuttavia le dette ville, e essendo armata tutta gente, vennone messi da Saminiato con ulivi dicendo, e così fu vero, che 'l conte Ruberto da Battifolle, con altri che là giù erano e con nostra gente, per trattato fatto per lo detto conte e messer Giovanni Mangiadori con uno villano, il quale ruppe in essa notte dinanzi in su le dodici ore tanto muro d'esso castello, che fece uno buco, tanto che per esso misse più di Vc buoni fanti, e messi presono la piazza, e l'altra gente furono a la porta verso Cigoli, e tra rompere e aprire, la detta gente entrò dentro, e corsero la terra per lo Comune di Firenze, e presono de' maggiorenti dentro, e molti n'entrarono nella rocca: di che, ardendo così nostro contado e stando in tanta tribulazione, vegnendo tante grandi e magnifiche novelle quanto furono queste, parve a tutti essere risucitati, faccendo di ciò grande festa e allegrezza, sonando tutte le campane del Comune e di chiese, armeggiando più brigate, e facendo molti falò il dì e la sera. Ma la rocca non s'ebbe se non a dì XI in su le ventiquattro ore, e in questo mezzo non si scrisse a persona niuna, né per lo Comune né per la Parte, mentre che la rocca non s' ebbe. Avuta la rocca, si scrisse; e io, che mi ritrovai Capitano di Parte, ne mandai più lettere. A dì X d'esso mese la detta Compagnia puose campo presso a Empoli; e l'altro dì, a dì XI, passò tutta allato a Arno, e ritornarono in Cascina nel contado di Pisa, onde erano partiti. [...]».

La Cronaca Domestica di Messer Donato Velluti, scritta fra il 1367 e il 1370 con le addizioni di Paolo Velluti, scritte fra il 1555 e il 1560, a cura di Isidoro del Lungo e Guglielmo Volpi, G. C. Sansoni Editore, Firenze, 1914, pp. 278-290.

Domenico Maria Manni, Cronica di Firenze di Donato Velluti. Dall'anno MCCC in circa fino al MCCCLXX, stampata in Firenze nel 1731. Frontespizio.

venerdì 4 settembre 2015

BARNAGHINO L'ULTIMO DEI BRUCCI - Racconto di Giancarlo Pertici

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di Giancarlo Pertici

Barnaghino, l'ultimo dei Brucci.

Un po' tutti da ragazzi abbiamo avuto un soprannome che, nei casi più fortunati, ci ha resi ben riconoscibili dagli altri e al quale siamo affettivamente legati, ma del quale, arrivando all'età adulta, abbiamo perso uso e anche memoria. Ma ci sono soprannomi e soprannomi. Quello di Barnaghino pare abbia origine medioevale, anche se non ne è rimasta traccia verificabile, se non in alcune romanze tramandate oralmente e delle quali ci è pervenuta solo l'eco. Quella di dame e damigelle disposte a spendere fior di 'Patacche d'oro' per filtri d'amore con i quali accalappiare 'Messer Barnaga Mago Ghino'. È questo il nome pervenutoci, con quello che pare un 'giro di parole', ad indicare, almeno nelle attese, un grande farfallone e non sappiamo con certezza se all'eco di queste gesta abbia attinto Musolino, quando lo scelse come soprannome per Alberto, l'ultimo dei Brucci. Musolino, che non sapeva leggere né scrivere e che aveva saputo con ironia giocare con i propri limiti, aveva dimostrato un'elevata sensibilità nell'affibbiare ai figli soprannomi destinati a soppiantare il nome di battesimo. Solo nel caso della 'Zanfera' era stato aiutato dalla natura perché Gina, la più grande delle femmine, "era veramente brutta" come ammetteva la stessa Livia, la mamma. Ma nel caso di Barnaghino, di nome Alberto e di casato Brucci, pare che la storia abbia percorso strade diverse, per dame e damigelle deluse, lungo le quali - le strade - Livia, la mamma, ha avuto fin dall'inizio un ruolo importante.

È così che Barnaghino lo si principia ad incontrare per San Miniato, appena dopo il passaggio del fronte e sopratutto a guerra finita, lungo Via Carducci dove è a bottega dal Gozzini Enzo, per imparare il mestiere di trombaio, già ben prima che inizi l'orario di lavoro. È dalla mattina presto che quella via si anima iniziando dalle prime luci del giorno. Botteghe ed officine che, dopo aver tolto gli scuri, spalancano i loro sporti, per lo più porte a vetro, per prendere luce dalla via. Due sole le vetrine vere, quella della merceria e quella della cartoleria. In estate una seggiola a bordo strada appoggiata al muro in attesa del primo cliente come fa Tocchino. La Buzza sfrutta tutto lo spazio davanti alla cisterna per allestire un banchetto con sopra un po' di tutto, stivali e scarponi appesi ad una pertica legata ai cardini del portone di legno rivestito in lamiera e bulloni. Mentre Bagnolo ha messo già fuori un banchetto con le primizie appena arrivate col barroccio dalla Borghigiana. Amato è quasi sempre l'ultimo ad arrivare e ad uscio aperto, braccia conserte, nella sua vestaglia candida, se ne sta in su l'uscio ad aspettare il primo cliente per barba o per capelli, mentre accompagna in su e giù con lo sguardo ogni sposa che passa. I ragazzi del Malvezzi e dei Gozzini, quasi ad imitare i gesti del barbiere, chiacchierano tra loro a gruppetti mentre fanno la spola dal fondo della Nunziatina fino in piazza Grifoni, attardandosi con una scusa qualsiasi dal Palandri ad inizio discesa e dalla Buzza appena dopo la chiesa.

Barnaghino è tra questi, anche se i suoi amici fanno altro, come Gino il Dainelli che da una mano nella merceria del babbo, 'ma solo per il momento' come dice lui, da quando ha riaperto appena dopo l'arrivo degli americani. Evidenti ancora i segni delle ferite subite dai tedeschi in ritirata, contrassegnati da quel palazzo diroccato di Piazza Grifoni, dal vuoto lasciato dal palazzo minato dove c'era la porta Ser Ridolfo, dalla sommità del colle orbo della sua 'Rocca'. Barnaghino, ragazzo di bottega da Enzo Gozzini, sempre in largo anticipo con l'orario di apertura dell'officina, ha solo un obiettivo in testa, ogni mattina, mentre passeggia con gli altri, gli occhi incollati sulla cima di Via Carducci, e passa in rassegna tutti quei gruppetti di studenti, sopratutto studentesse, diretti all'Istituto Magistrale: quello di vedere 'lei', la figliola del mugnaio che abita a La Serra. Non ha occhi che per lei. La cerca e la accompagna ogni mattina fino a scuola, nonostante lei si mostri sulla difensiva, forse anche a ragione, visto che Barnaghino sembra sia già 'impegnato'. La mattina 'lei', Rosanna, arriva sempre in compagnia, di Mara e di altre compagne di scuola. Anche se cerca di non dimostrare interesse per le attenzioni di Alberto, lui non si arrende e continua nel suo corteggiamento.

Ultimo di 8 figli arriva all'improvviso, non previsto, così come lo ricorda Livia la mamma. L'attesa dell'imminente licenza del figlio Gino, maresciallo di Marina di stanza a Livorno, si trasforma per Livia, col passare dei giorni, in un logorio dell'anima, quasi un chiodo fisso, alimentato sopratutto dall'ansia della ricerca delle parole giuste... ansia che invece non pare mostrare Oreste che di buon grado delega tutto a Livia: parole, momento e luogo.
E quel fatidico giorno della licenza, tenendo stretto a braccetto al centro il figlio Gino, Livia e Oreste se ne stanno andando dal Micheletti per un caffè. Quasi un rito, ad ogni licenza, quasi una passerella a mostrare orgogliosi il figlio maggiore, in divisa da marinaio, lungo quella strada dove è nato ed è vissuto prima di intraprendere la carriera militare. Percorso breve da Piazza Santa Caterina fino a Piazza de' Polli, anche a cercare di mettere insieme le parole giuste ad annunciare la novità in arrivo, fin quasi davanti all'uscio del Caffè Micheletti. Parole scarne, essenziali, quelle di Livia - 'sono incinta' - che non sembrano suscitare particolari reazioni nel figlio Gino, da poco maggiorenne, e già ben poco entusiasta quando nasce Maria Pia, neppure 2 anni. A ruota gli altri: Rodolfo di 5, Eda di 7 e Umbertina di 10, solo contando i più piccoli. Le più grandicelle Adriana e Gina, di 16 e 20 anni, già informate da Livia, a completare il gruppo dei figli. Parole quasi esplose, quelle di Livia, che si riverberano evidenti in lei, liberatasi dal peso dell'ansia e dell'attesa. Quasi a suggellare una sorte di promessa, buttata là come un semplice annuncio, questo è l'ultimo, mantenuta da Livia grazie alla 'collaborazione' di Musolino.

E sempre galeotta fu la complicità, anche se involontaria, di Livia per l'incontro della vita. Siamo negli anni del dopo guerra, nei giorni nei quali Livia si trova ricoverata in Ospedale, in una camera a pago, per operarsi di ernia. E di quei giorni la caduta di bicicletta di Rosanna, la figliola del Gennai mugnaio, casualmente incontrata a La Serra nei giorni precedenti. Caduta di bicicletta, per un taglio profondo ad un ginocchio, viene ricoverata per alcuni giorni, giusto nella camera a pago accanto a quella di Livia. Forse complici involontarie le amiche di Rosanna, sempre presenti a trovare l'amica ad ogni ora, sopratutto per crearsi l'occasione di incontrare Barnaghino. Vissuto finora all'ombra di Magnino, fratello maggiore, e forse anche oscurato dalla sua bellezza, ora si è fatto anche più bello di Magnino e di questo tante ragazze se ne sono accorte e si sono fatte improvvisamente amiche di Rosanna. Incontro che per Barnaghino e Rosanna rappresenta l'inizio di un rapporto destinato a durare.

E Barnaghino come oramai tutti lo conoscono, pare proprio figlio di Musolino per la voglia di darsi da fare, per la facilità con cui impara ogni mestiere nonostante i tempi difficili, mostrando predilezione per i lavori dei campi, senza disdegnare arti e mestieri come quando dal Bellandi impara facile a riparare le gomme per auto e moto. Da Ragazzino a lavorare nelle campagne de La Serra, e al passaggio del fronte, a fare lo scasso per la vigna alla Fattoria di Santa Chiara, pur di lavorare. Ma altro doveva essere il suo destino, anche se la passione per la terra non l'abbandonerà mai. Destino con dentro sempre lo zampino di Livia infermiera in Ospedale. Lei sempre disponibile ad aiutare, benvoluta e ricordata da tutti, come dalla mamma di Enzo Gozzini, la quale in uscita dall'Ospedale, quasi per sdebitarsi chiede... Dopo quello che hai fatto per me, cosa posso fare io per te? È così che il giovane Alberto entra dal figlio Enzo Gozzini, come ragazzo di bottega ad imparare il mestiere in quel periodo di guerra, dove tutti sembravano aver voglia di fare, nonostante il fronte vicino.

E fu così che in quegli anni nei quali gli uomini sono quasi tutti al fronte, Alberto impara il mestiere grazie agli insegnamenti di un certo De Micheli, trombaio di Firenze sfollato in quegli anni in San Miniato, che lo 'prende a ben volere' per la volontà e la capacita di apprendere, e per il quale ha da subito un salario, benché modesto. Mai saprà, neppure in vecchiaia, che quella paga settimanale era Livia che la passava a Enzo, perché fosse la paga di Barnaghino. Nonna Livia, quando me lo raccontava, si raccomandava - Non farne parola! Si arrabbierebbe anche ora che è vecchio... - credo che Barnaghino, zio Alberto per me, non ne abbia mai saputo nulla. Livia presente anche quando Alberto annuncia a Rosanna, lei figlia di mugnai che studia per diventare maestra e lui 'solo' operaio: - "Mi metto a breve per conto mio!" - Annuncio realizzato con l'aiuto di Livia che trova le prime 50 mila lire per mettersi in società con il Giunti e il Centi: la G.B.C... ma questa è un'altra storia, a strappare anche il consenso in casa Gennai.

Alberto Brucci, detto Barnaghino
Foto collezione Giancarlo Pertici
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