lunedì 31 agosto 2015

CORRADO E GIGI - Racconto di Stefano Bartoli

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di Stefano Bartoli

Corrado e Gigi

Ci sono persone che hanno riempito la mia vita di bambino ed ho ancora oggi impresso nella memoria il Loro modo di essere e di porsi nei confronti del mondo, della vita, delle altre persone, il cosiddetto prossimo. Ho sempre definito questi due la “strana coppia”, entrambi artigiani, con la propria attività indipendente che, spesso, diventava complementare.
Corrado abitava proprio accanto a casa mia e, dietro, accanto all’orto, aveva la sua bottega di falegname. Sul fronte strada aveva anche un fondo che utilizzava come negozio e magazzino nel quale esponeva il campionario delle casse da morto da Lui prodotte. Gigi aveva bottega di stagnino in Piazza del Seminario, in uno dei fondi ai quali si poteva accedere da quelle splendide porte medievali fatte a T.

Corrado era un po’ curvo di spalle, la testa la portava leggermente piegata da un lato e in bocca o in mano teneva la sua amata pipa. Era un bell’oggetto, con un grande fornello di legno marrone e un bocchino di osso di colore nero. Il fornello della pipa non aveva il cappuccio come quello del vecchio Messerini perché Corrado non ne aveva bisogno, Lui copriva il fornello con il grosso pollice e alzando e abbassando l’ultima falange del dito aumentava o diminuiva il tiraggio. Corrado socchiudeva gli occhi e inspirava il fumo dell’ottimo trinciato mentre il fiammifero, rigorosamente di legno, accendeva la pipa appena caricata con un buon trinciato. L’ossigeno dell’aria faceva alzare la fiamma, incendiava bene il tabacco e poi erano la bocca e il pollice a regolare l’intensità della brace accesa. Corrado vestiva sempre di marrone, salvo per il baschetto blu, rotondo, che portava sempre in testa, lo proteggeva dalla polvere e dai trucioli. Nei momenti di pausa mi divertivo a stare seduto accanto a Lui mentre ascoltavo qualche storia che mi raccontava. Guardavo le sue mani di falegname, la pelle era più scura di quella delle braccia e della faccia, erano mani che verniciavano porte, finestre, mobili ed anche le casse, spesso usava la coppale e questa, per quanto ti lavi, ha il vizio di rimanere sempre un po’ appiccicata ai polpastrelli. Corrado non era immune da questa situazione e, le rare volte che ti faceva una carezza sentivo questa ruvidità che era un misto di pelle inspessita dal continuo lavoro e da queste minuscoli residui di coppale o di colla seccata.

Gigi vestiva di blu, una comoda tuta con la cerniera sul davanti, dalla quale uscivano un collo e una testa di carnagione pallida, Lui aveva radi capelli grigi che gli circondavano la testa come una piccola corona, la sommità era calva. Gigi lavorava le lamiere, faceva docciature e tutte le altre cose che riusciva a produrre nella Sua bottega di stagnino. Ogni tanto accadeva che, anche a S. Miniato, qualcuno decideva improvvisamente d’iniziare il proprio personale viaggio per l’aldilà e allora la strana coppia si riuniva e iniziare a lavorare alacremente per fornirlo del necessario. Non importava che fosse giorno o notte, feriale o festivo, Corrado e Gigi entravano subito in azione, con un preavviso temporale minimo.

Tutto iniziava con la visita dei parenti al campionario, la scelta del modello, del tipo di legno, delle incisioni eventuali e decorazioni, degli accessori interni ed esterni, a volte non era facile mettere tutti d’accordo ma Corrado era una persona molto paziente. Fatto ciò iniziava la prima visita al “viaggiatore”, per prendere le misure, cosa necessaria e condotta con la massima cura perché, all’epoca, non si prendevano in considerazione modelli standard, preconfezionati dall’industria, si preferiva sempre un prodotto locale, artigianale, molto curato e, più di tutto, su misura. Da piccolo il sarto ti cuciva, su misura, l’abito per la Prima Comunione, poi quello per il tuo matrimonio, infine, per chi aveva figli, quello per il Loro matrimonio. L’ultimo abito, il più pesante e ampio di tutti, te lo confezionavano, immancabilmente, Corrado e Gigi.

Raccolte tutte le informazioni necessarie a procedere Corrado andava a scegliere le tavole di legno; sembra facile ma Corrado era un artigiano scrupoloso ed esigente, non lavorava mai tavole invecchiate meno di un anno. Ricordo il camion che consegnava la grande quantità di assi e la catasta quadrata che Corrado e Suo figlio, Cicello o Gigello, facevano nell’orto. Due tavole per lungo, con uno spazio di qualche metro di distanza l’una dall’altra, poi due tavole per largo, sempre alla stessa distanza, e via così fino a quando la catasta aveva raggiunto più di tre metri di altezza. Sopra la catasta delle assi, a proteggerle dalla pioggia, erano appoggiati sulle ultime due tavole degli ondulati di lamiera. Un anno intero a stagionare, poi si smontava la catasta e le tavole erano appoggiate al muro, sotto il terrazzo, di lato all’ingresso di bottega. Non c’era più timore che si piegassero o che schiantassero, quelle che dovevano farlo lo avevano già mostrato e ora le tavole potevano stare anche belle dritte, senza incorrere in altri piegamenti. E’ fra queste che Corrado sceglieva la sua materia prima.

Io dormivo con mia nonna in una camera che dava su di una piccola terrazza, proprio vicino alla bottega, quindici metri in linea d’aria, forse meno e il rumore della sega circolare in azione nelle ore notturne mi svegliava sempre. Questo mi confermava che avevamo perso qualcuno e che la mattina successiva avremmo trovato i manifesti appiccicati al muro. Quando inizia a frequentare la scuola elementare, io iniziai a leggere i manifesti da solo, mi serviva a capire dove aveva vissuto il partente, e se era qualcuno che abitava nella Parrocchia di Santo Stefano, mi sarei subito dovuto organizzare per essere presente al funerale. Fare il chierichetto è sempre stato una cosa che io prendevo molto sul serio e non sarei mai mancato nel momento del bisogno.

Ritornando alla sega circolare ricordo che lavorava sempre a lungo, poi, dopo un po’ di pausa, iniziava i colpi con il martello sullo scalpello da falegname. Corrado faceva la cassa senza usare chiodi, disegnava sul legno, con un grosso lapis rosso, le linee dei tagli da fare e poi procedeva. Tutto si metteva insieme congiungendo le sporgenze a coda di rondine di un lato della tavola con gli incavi ricavati dall’altra, una semplice passata di colla e voilà, tutto ben fissato e saldo.

Veniva poi il lavoro di fino, le incisioni, non per tutti, solo per le famiglie più facoltose o che avevano risparmiato in vita per concedersi l’ultimo lusso. Gigi, in contemporanea tagliava lamiere nella sua bottega e le univa con lo stagno fuso. Le misure erano quelle che Corrado gli aveva passato e che Lui rispettava rigorosamente.

Appena aveva finito, metteva tutto sul carretto e giù per la discesa per la consegna. L’involucro di legno accoglieva il suo contenuto di lamiera, quando tutto era pronto, si poteva iniziare a riempire e completare il tutto con fodere imbottite e cuscino. Mentre la moglie di Corrado, Vittoria, si prendeva cura di quest’ultimo adempimento Corrado finiva di fissare le maniglie ai lati e gli accessori sul coperchio, spesso Crocefissi o immagini della Madonna e l’immancabile targhetta con il nome della falegnameria.

Era un piccolo mondo, più lento per tanti versi, immediato per altri. Un mondo fatto di comportamenti seri e coerenti e di rispetto che, a volte, rimpiango un po’. Corrado sapeva anche essere allegro e amava scherzare, ricordo la Sua faccia sorpresa e poi il Suo compiacimento quando Cicello ritornò dal viaggio di nozze. Erano andati a Cuba, meta molto avveniristica per l’epoca, e Lui e Sua moglie avevano acquistato un grandissimo sigaro cubano, ovviamente non poteva essere francese, era lungo un metro esatto e grosso come un salamino da cacciatore, confezionato nella carta lucida e trasparente e adagiato dentro una bella e lunga scatola rettangolare di legno. Corrado si emozionò tanto, si grattò un po’ un lato della testa, rifletteva, e poi decise di fumarselo, a pipa. Tutti i giorni tagliava una rotellina di tabacco dal sigaro, la sbriciolava e la metteva nel fornello della Sua pipa, poi lo accendeva, sempre socchiudendo gli occhi e iniziava la goduria. Ci mise qualche settimana ma se lo fumò tutto.


domenica 30 agosto 2015

VELOCITA' - Racconto di Stefano Bartoli

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di Stefano Bartoli

Velocità

Era una fresca mattina d’inizio primavera dell’anno 1939, o forse del 1940, i ragazzi, come il solito, si stavano ritrovando davanti agli scalini e al cancello che danno accesso al Collegio, in S. Martino.

Il primo ad arrivare fu il Lungo, frenò distendendo le gambe e lasciando strusciare la suola sull’asfalto, poi le tese, rigide e divaricate, e iniziò a muovere i fianchi lentamente, avanti e indietro, appoggiato al sellino della bicicletta che prese a dondolare avanti e indietro.
Poco dopo lo raggiunse Ciccio, guance arrossate, cappello un po’ a sghimbescio, due guance rosse come mele deliziose e quasi immediatamente il Cianci, con il mozzicone di sigaretta all'angolo della bocca che non capivi mai se era accesa o spenta, la tirava lentamente con le labbra, inspirava, traspirava e poi fuori dalle narici, con molta calma, assaporando il gusto del tabacco di una “nazionale”, portava i neri capelli ricci lunghi e arruffati, al naturale. 

Tutti avevano a tracolla un gavettino, fissato di fianco o dietro la schiena, dentro il frugale pasto di mezzogiorno. Ecco Martellone, si alzava sui pedali e pompava giù, prima a destra e poi a sinistra, la bicicletta dondolava da un lato e poi dall’altro e il sellino oscillava vuoto sotto il cavallo dei pantaloni, un fisico possente, una muscolatura impressionante che circondava una struttura ossea di tutto rispetto. Per ultimo arriva lo Smilzo, detto anche Nasello, per quella abbondanza di narici e quella linea del naso un po’ storta ed un po’ gobba. Lui amava scherzarci sopra definendo il Suo profilo “a veliero”. Brevi saluti silenziosi, un cenno della mano, una testa che si abbassa, sguardi che s’incrociano e occhi che sorridono poi gli sguardi cominciano a fissare la strada là davanti, la ripida e breve discesa lastricata che passa di sotto la porta di S. Martino e la strada che curva subito a destra, in discesa. Il Lungo dondola più lentamente, è quasi fermo, Ciccio tira su con il naso e stringe le manopole della bicicletta, il Cianci ha smesso di fumare ed ha buttato in terra il mozzicone.

All’improvviso il fischio del treno lacera l’aria quieta del mattino, è in arrivo da Empoli alla stazione di S. Miniato, è quello il segnale per la partenza della corsa. I ragazzi scattano in avanti e si buttano giù per la scesa, a rotta di collo, la strettoia della prima curva è micidiale, o passi per primo o perdi tempo, Nasello è il più lesto, sorride un po’ beffardo. Un breve tratto e devono affrontare una curva ad U che piega a sinistra, poi la discesa si distende verso il basso, piegata sulla destra in un lungo tratto che si adagia sempre dolcemente a sinistra. Il vento soffia fra i capelli e fischia nelle orecchie, meno male che Ciccio aveva calzato bene il cappello in testa e girato la tesa di dietro, appoggiandola sul collo, altrimenti lo avrebbe perso per strada.

Fatti poco più di trecento metri intravedi sulla sinistra la stradina che porta alla villa dei Mori Taddei, ma non puoi distrarti, in fondo Ti attendono un paio di curve a destra niente male. I ragazzi filano come schegge, la testa incassata fra le spalle e bassa, con la fronte all’altezza del manubrio, i corpi allungati all’indietro, le gambe strette per tagliare meglio l’aria. La difficile curva ad U che piega a destra e inizia l’ultimo tratto, ancora giù, piegando a destra e poi l’ultima ampia curva a sinistra che immette in via Aldo Moro. L’aria asciutta del colle li ha abbandonati e ora sono avvolti dall’umidità della strada pianeggiante, la guazza è caduta abbondante nella notte e lo avverti dalla pesantezza dell’aria. Esaurita la spinta della scesa le gambe devono iniziare a pedalare, i muscoli delle cosce e i polpacci sembrano gonfiarsi nello sforzo, il fiato comincia a farsi più corto, i respiri potenti e affannosi, il sangue riduce la sua portata alla parte alta del corpo e corre giù, dove c’è più bisogno, anche Lui scorre più veloce. Il cuore è uno stantuffo e pompa nel petto, gli occhi dei ragazzi sbirciano le posizioni degli altri senza perdere la concentrazione.

L’incrocio con la Tosco Romagnola è attraversato in un baleno, poi avanti per viale Marconi. Non c’è tempo per ammirare gli alberi fronzuti, si pedala e si soffre per arrivare primi. A un centinaio di metri dalla stazione si sente un secondo fischio, è il treno che riparte diretto a Pontedera, questo macchinista ha furia, accidenti a Lui, oppure sono pochi i passeggeri che sono scesi o saliti, le due operazioni sono durate meno del previsto. Le ultime pedalate sono rabbiose, il Lungo è passato al comando, subito dietro di Lui i Cianci. La stazione, i ragazzi quasi randellano le bici a terra o lungo il muro e iniziano a correre a piedi lungo i binari. Oggi non sarebbe possibile salire ma all’epoca i treni andavano a carbone e prendevano lentamente velocità. Gli ultimi passi di corsa, un salto, la mano destra che afferra il maniglione dell’ultimo vagone e tira su di scatto il resto del corpo. I ragazzi salgono veloci e si girano indietro per aiutare chi viene dopo. Sorrisi allargano le bocche che soffiano per far passare più aria. Dai Ciccio allunga altrimenti fai tardi e il caporeparto ti addebita mezza giornata di paga. Un ultimo sforzo, mani robuste che lo afferrano e lo tirano su e poi tutti dentro il vagone.

I giovani si accasciano sulle panche di legno, attenti a non rovesciare i gavettini, iniziano a parlottare e a prendersi in giro. Fra una ventina di minuti saranno ai cancelli della Piaggio di Pontedera per accedere ai reparti dove si producono motori per aerei, c’è aria di guerra e buona parte delle industrie è stata convertita alla produzione bellica. Ogni mattina, quasi, lo stesso copione poi, all’inizio dell’estate qualcosa cambiò in modo inatteso e repentino. La strada che porta da La Scala a S. Miniato era stata chiusa, non ricordiamo per quale motivo, la corriera blu, per arrivare al centro del paese doveva passare dalla salita che immette in via Guicciardini.

Nessuno dei ragazzi sapeva e la partenza avvenne con il solito copione e la medesima incoscienza.

Scendevano veloci, come sempre, ma alla seconda curva il suono del potente clacson dell’autobus fece Loro gelare il sangue nelle vene. I primi passarono indenni, il penultimo era il Cianci, vide il muso della corriera che si allargava sulla destra e invadeva la Sua corsia di marcia, decise di non toccare i freni, un colpo di reni per piegare rapidamente a destra e allargare la curva, poi a sinistra per raddrizzarsi. Il blu della carrozzeria e il grosso fanale anteriore che quasi lo sfiora e poi …. via é passato. Nemmeno il tempo di rallegrarsi che sente un tonfo sordo dietro di Lui e poi le urla terrorizzate dei passeggeri.

Martellone era l’ultimo, il destino gli aveva chiuso l’ultimo spazio e Lui così grande e possente non aveva la rapida agilità degli altri per provare a “scartare”. La bicicletta e il corpo sono un ammasso contorto sotto il muso dell’autobus, non c’è più niente da fare. Urla di rabbia e di dolore riempiono l’aria non più quieta del mattino. Chi avrà il coraggio di dirlo ai Suoi genitori? Come faremo senza di Lui?

Il Cianci era mio padre e quei momenti lo hanno accompagnato per tutta la vita, li ricordava spesso, anche da vecchio. E quell’incidente ha involontariamente segnato anche la mia. Non ho mai avuto una bicicletta, sono diventato proprietario di una solo da adulto. Quando chiedevo mio padre rispondeva sempre: San Miniato non è un paese da biciclette, troppo salite, troppe discese e troppe curve. Le biciclette vanno bene per chi vive in piano.

A volte aggiungeva: Ho perso mio padre a sette anni, mia sorella poco dopo, uno dei miei migliori amici a quattordici, la perdita di un figlio non la sopporterei. Non mi sento di giudicare mio padre, Lui ha agito sempre nel modo che riteneva fosse migliore per me però io ho un punto di vista diverso e mi sono sempre regolato in modo differente. Io ho sempre consentito ai miei figli di fare esperienze e Li ho spesso anche aiutati a farle, anche se questo, a volte, mi ha dato apprensione.



sabato 29 agosto 2015

I GIARDINETTI RUSTICI DI SAN MINIATO - Racconto di Stefano Bartoli

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di Stefano Bartoli

I giardinetti rustici di San Minato.

La strada che sale da La Scala e passa dal Riposo e dalla Madonnina è, ad un certo punto, sovrastata dal complesso del Convento dei Frati francescani. La stradina che si apre sulla sinistra e ti porta giù nella valle ti dà anche accesso a Fonti alle fate, un posto dove sgorgava sempre acqua freschissima. Da quel punto la strada sale e forma una doppia U rovesciata. Fra quelle anse di asfalto si trova ancora una bella pineta, circondata da basse siepi, con il terreno sempre coperto da tanti aghi di pino. Noi li chiamavano i “giardinetti rustici” per distinguerli dai “giardini” più nobili e più frequentati del “piano di sopra”. I giardini del piazzale erano sempre curati, l’Aramini faceva un ottimo lavoro con le rose, i cespugli, le siepi, le porzioni rettangolari di prato sempre ben curato ed i sassi dei vialetti rastrellati per tenere sempre il giusto spessore, così da facilitare l’appoggio del piede e della camminata.

Noi ragazzi andavamo a giocare anche ai giardinetti rustici, lì eravamo più riparati e meno controllati. Ricordo un grande pino, nella parte alta, quella più vicina alla curva della casa di Manila, due grandi radici che partivano ai lati della pianta e lasciavano un ampio spazio nel quale potevi sederti, una specie di “trono” per la mia fervida fantasia dell’epoca. Distendevo le braccia, una su ogni radice, chiudevo gli occhi e mi immaginavo nelle vesti di Carlo Magno, o di Riccardo Cuor di Leone, o semplicemente di Toro seduto, con la corte o la tribù schierata di fronte a me.

Appena arrivava Lido, il fratello di Piera, s’iniziava a costruire la pista per i tappini. Lui, con quelle mani grandi e robuste, era molto bravo a lisciare il terreno e disegnare i percorsi, scavare buche ed alzare ponticelli, poi batteva la terra mischiata agli aghi di pino per fare i ciglioni che delimitavano la pista per poi lisciare bene la carreggiata dove avrebbero corso i nostri tappini. A vederlo lavorare ti veniva da pensare che, da grande, avrebbe potuto fare l’ingegnere stradale. Io, insieme a Fabrizio, il futuro marito di Catia e Renzo, l’eterno giovanotto, il figlio di “marmellata”, davamo una mano fino a quando tutto non era pronto. Ognuno iniziava poi a tirar fuori dalle tasche i migliori tappini, preparati con cura. I nostri fornitori erano al Bar Bulleri, Il Bar Lami ed il circolino di via Paolo Maioli gestito dalla famiglia Lotti. Cercavi i tappi delle bottigliette di Birra Peroni, del Campari Soda, delle aranciate o dei chinotti, della gassosa perché erano piccoli e leggeri. Sceglievi quelli non rovinati dallo stappino del barista, buttavi quelli piegati e prendevi quelli con il fondo liscio. Evitavi quelli delle bottiglie di acqua Sammontana da due litri, troppo larghi e grossi, pesanti per prendere velocità.

A casa disegnavi dei cerchietti su di un foglio di quaderno a quadretti aiutandoti con una moneta da cento lire, due linee con la penna per lasciare bianca la riga centrale, lì avresti poi scritto il nome del corridore, ed infine i colori della maglia, marrone e nero per la Molteni, azzurro per la Bianchi, poi azzurro e rosso per la Salvarani, a quadretti bianchi e rossi e bianchi e neri per la squadra belga e quella tedesca.
Il sorteggio per decidere chi tirava per primo e via con la corsa, il dito medio piegato dal pollice pronto a scattare e colpire il tappino per farlo volare lungo la pista e via con il semplice e genuino divertimento.

Nell’estate del 1967 o 1968 nel nostro piccolo paradiso inizio un gran via vai, un movimento di mezzi e di operai del Comune che, in pochi giorni, montarono il nuovo parco giochi. Diverse strutture di metallo verniciato a smalto con colori vivaci: rosso, giallo, azzurro e, per la meraviglia di tutti si alzarono da terra un bello scivolo rosso, con in fondo la buchetta con la rena, per attutire l’arrivo in velocità, una doppia altalena con i seggiolini di formica e le catenelle di sicurezza che t’impedivano di cadere in avanti, una seconda altalena fatta a trave basculante con due sedili per lato ed i manubri su cui appoggiarsi e la giostra, di fronte all’ingresso dei giardini. Una dozzina di sedili di formica montati in cerchio intorno ad un anello al quale ti reggevi e con il quale potevi darti la spinta. Anche qui era montata l’obbligatoria catenella di sicurezza.

I cartelli recitavano che non si poteva salire sulle giostre se si avevano compiuti dodici anni di età.
Tutti noi ragazzi avevamo superato questo limite da qualche mese ma non ci facemmo intimorire e nessuno venne mai a chiederci il rispetto di questa regola. Chi non la rispettò in pieno fu Gino, mio zio, allora quarantacinquenne che, mi confessò, non aveva saputo rinunciare a qualche scivolata notturna insieme al gruppo dei ragazzini che giocavano sempre con Lui a pallone, il Bocca, il Rossi e gli altri, tutti giovanottini scioani di quindici, sedici anni che lo avevano accompagnato in questa inaugurale spedizione notturna alle giostre. A mezzanotte tutti a letto, madidi di sudore e con gli occhi sorridenti per il divertimento e per la beffa al regolamento comunale.
La giostrina girevole era molto gettonata dalle ragazzine, è lì che è nato il mito delle “bambine frullate nel vento”, la bella immagine in movimento che ci ha disegnato Cecilia e che tanta nostalgia porta nel ricordo di molte.

Elisabetta era fra le più piccoline però avrà sicuramente partecipato con entusiasmo e contribuito a spingere veloce i sedili fissati intorno al cerchio per poi lasciarsi abbandonare alla velocità assaporando il vento sulla faccia e nei capelli, per lasciare che portasse lontano le risate squillanti ed i gridolini di gioia. Sull’altalena erano in tanti a salire in piedi, anche se proibito, ed a spingere in modo forsennato per far prendere velocità ed oscillare al massimo del consentito.
Noi ragazzi di sotto, un po’ distanti, in posizione strategica per guardare le gambe delle ragazzine che spuntavano dalle corte gonne dell’epoca per poi dibattere, in privato su quale ragazza aveva le gambe più belle o per scambiarci informazioni sul colore delle mutandine che indossavano.
Erano i primi sintomi di una acerba adolescenza che iniziava a farsi sentire e Ti faceva guardare l’altro sesso in modo diverso, venivamo tutti da una scuola elementare a classi miste dove bambine e bambini giocavano insieme senza malizia ed eri arrivato da poco alle scuole medie. Il preside Gamucci ci aveva dato subito un chiaro messaggio di cambiamento di stato, classi rigorosamente separate ed aule situate su piani diversi. Quelle maschili al primo piano, quelle femminili al secondo. L’epoca della fine degli anni sessanta voleva i due sessi ben distinti e separati. Per fortuna arrivò il sessantotto e, l’anno successivo, l’accesso alle superiori che ci permise di ristabilire “classi miste” ed una frequentazione completa e più giusta.

Il vero punto d’incontro e di confronto divenne lo scivolo, lì facevamo la fila insieme, ragazzi e ragazze. Loro attente a non farci intrufolare in mezzo, che si stringevano con le braccia l’una con l’altra e noi ragazzi che volevamo sempre rompere la fila ed insinuarsi. Lo scopo? Scivolare subito dietro ad una ragazzina e riuscire a metterle le piante dei piedi su ciò che all’epoca non si chiamava ancora lato B. Per Loro Anna, Cecilia, Daniela, Donatella, Lucia, Morena e altre, per noi tutta la banda sopra menzionata.
La ragazza che si trovava dietro un ragazzino si stringeva alla ringhiera laterale dello scivolo con le mani e con le braccia allungate, il corpo proteso all’indietro, per prendere vantaggio e slancio, anche per mettere un minimo di distanza fra Lei e l’inseguitore. Lui che fremeva dietro per prendere subito posizione, e saltare giù in velocità per recuperare un metro di svantaggio sui quattro o cinque di scivolata.

Inseguivo spesso Cecilia ma non riuscivo mai a prenderla, Lei “volava” sempre lesta, atterrava sui piedi uniti e scapava subito via. Anche questa volta toccava a Cecilia a scendere, io subito dietro, Lei, rapida, arriva in fondo, batte sul terreno a piedi uniti e si slancia in avanti, un balzo ed è subito più in là, lontano dalle suole delle mie scarpe. Mentre si allontana si volta, un rapido sguardo con quelli occhi brillanti e maliziosi, un leggero ed ironico sorriso quasi a dire: Caro Stefano, ti ho beffato, non ce l’hai fatta a prendermi. Diversi minuti più tardi ho una seconda occasione, sono riuscito ad infilarmi dietro ad Anna, la cugina di Cecilia. Anna parte più lenta o forse sono io che balzo giù più veloce, prima della fine dello scivolo la raggiungo e le suole polverose delle mie scarpe di cuoio si appoggiamo dietro di Lei, sul fondo schiena. Lei esce dallo scivolo e si volta, ha le guance un po’ arrossate e negli occhi un muto rimprovero. Il mio trionfante sorriso mi si spenge sulle labbra ed il sapore della vittoria mi sembra diverso da come lo avevo immaginato, è un po’ amaro. Mi sento uno sciocco, vorrei scusarmi ed aiutarla scuotere la polvere dalla gonna pantalone blu ma non si può, come fai a mettere le mani sul sedere di una ragazzina, poi è già circondata dalle amiche che la aiutano a pulirsi. Mi allontano, salgo verso la sommità dei giardini e quando sono vicino all’ingresso della curva che è subito sotto la casa di Manila, avverto il rumore di una lambretta. E’ Beppe, entra nei giardini, frena, scende dal veicolo e lo posteggia semisdraiato sull’erba, a sinistra, vicino alla siepe. Lui si butta subito a terra, sul prato, a destra. Viso rivolto verso le nuvole, braccia larghe piegate con le mani sotto la testa, ginocchia alzate verso il cielo. Ha la camicia di foggia militare aperta sul petto che solleva in continuazione con qualche sospiro. Qualche parola e capisci che sono pene d’amore, è successo qualcosa con la Sua ragazzina e questo lo fa stare così. A quell’età, circa tre o quattro anni più di noi fanno un gran differenza, Lui è già nel pieno dell’adolescenza mentre noi stavamo appena affacciandovi.

E’ sera, piano piano il giardino si svuota, le ragazze ed i ragazzi rientrano a casa felici. Quasi per ultima Mara Pia scende dall’altalena e si avvia verso casa, Paolo l’ha guardata rapito per ore, non gli ha mai tolto gli occhi di dosso e le ha fatto tanti complimenti. Ora si avviano insieme, quasi toccandosi per mano. Non sembra strano a nessuno che Lui che abita verso il Poggio si diriga verso S. Martino per rientrare a casa.
Tu rimani a dondolare ancora un po’, la maglietta rossa, i lunghi capelli mossi dal vento, sei bellissima. Non salgo sull’altalena accanto a Te, aspetto che scendi. Appena lo fai Ti vengo incontro e trovo il coraggio di dirti: Sai vorrei fossimo più grandi per poterti invitare ad uscire ed andare a cena fuori con me. Sarebbe bello.
Mi guardi sorpresa, non hai reazioni, forse sei imbarazzata oppure, semplicemente, non sei interessata. Dodici anni o poco più, o poco meno, sono ancora pochi. Mi sa che dovrò aspettare ancora un po’.

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A questo punto devo ringraziare l’Amministrazione comunale dell’epoca che con lungimiranza e qualche soldino investito su di noi ragazzi ci ha regalato un parco attrezzato per i giochi che e rimasto vivo e vitale per più di un decennio. Bello sarebbe che oggi si riuscisse, in qualche modo, a replicare una iniziativa simile. Sarà un buon investimento nelle future generazioni.


I “Giardinetti Rustici”

SAN MINIATO - CECINA 3-3 - Racconto di Giancarlo Pertici

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di Giancarlo Pertici

San Miniato – Cecina 3 a 3... non solo una partita di pallone

La domenica mattina... e siamo negli anni 50, ma anche nei successivi anni 60... se passi di San Miniato, in Centro, con la macchina, ma anche con la moto, è sempre un'impresa non priva di rischi, tra le 9 e le 11, sopratutto quel pezzetto compreso tra Piazzetta del Fondo ed i Chiostri di San Domenico. Tratto breve, ma inevitabilmente bloccato da una folla immobile, che ondeggia senza muovere un passo. Per chi ci capita la prima volta, difficile comprenderne la ragione. Hai voglia di strombettare! Nessuno o quasi che si muova. È una folla composita di contadini, di commercianti, di sensali a concludere l'affare abbozzato il giorno di mercato. Quasi un rito a trattare prezzo e condizioni del vitello, della partita di vino, dei carciofi, che attira a se curiosi, l'amico che ha bisogno di confidarsi, quello che ha bisogno di ingraziarsi l'amico, l'amico dell'amico, il perdigiorno con la voglia di chiacchierare, industriali, braccianti e operai a discutere di sport o di politica su quella Piazza che ha preso il nome di 'Piazza del Popolo', come a sancire e decretare un diritto acquisito ed inalienabile, quello del 'Popolo Sovrano', anche e proprio su quella piazza.

Ma ci potresti anche scommettere sul momento di risoluzione del nodo che ingorga il traffico nei due sensi di marcia, traffico pedonale compreso. Tra mezzogiorno e mezzogiorno e mezzo!!! È una folla che si disperde volontariamente per mille rivoli diretta alle proprie case, a lasciare libera non solo quella piazza, ma ogni strada, ogni bar, ogni angolo, passando anche dal Piazzale dove l'Etrusca Basket gioca su quel campettino di cemento e asfalto. È la Bottega di Barbieri di Piazza che si svuota improvvisamente, come tutti i Bar, quasi a voler prendere un attimo di respiro, in attesa di ripartire più tardi. Fino a quell'improvviso silenzio, sottolineato da un tintinnare di posate e bicchieri che fa la spia, di dove sia andato a rifinire quel popolo affarista e chiacchierone di appena un'ora prima.

È a quell'ora minuto più minuto meno che anche in casa mia si desina la domenica, tutti assieme. Di regola pasta asciutta al sugo di 'conigliolo' e, per secondo o 'conigliolo' o pollo arrosto con patate. Tempo previsto qualcosa meno di un'ora, iniziando da mezzogiorno e mezzo puntuali. È così sempre o quasi ogni domenica. Come questa domenica particolare, del mese febbraio, che c'è in ballo la partita dell'anno, in casa, al "Santa Maria al Fortino". Questo il nome riconosciuto al campo sportivo dove gioca la squadra di calcio del San Miniato. Quest'anno in piena lotta per la vincita del campionato di Prima Categoria: anno 1966. E che sia una domenica particolare lo suggerisce la partita in programma, in casa, questa volta contro il Cecina, che guida la classifica con un solo punto di vantaggio sulla nostra squadra. Gli altri, lontani... visibili solo all'orizzonte!!

Sono oramai tre anni che non mi perdo una partita del San Miniato. Spesso vado ad assistere anche agli allenamenti, studio permettendo, per me che sono alle soglie della maturità. Passione che condivido da sempre con Roberto, amico di infanzia e anche fratello di latte, come ci rammentano spesso le nostre mamme. Fatto è che appena dopo il 'tocco' sono già per strada diretto al campo sportivo, dopo essermi affacciato da 'Mandorlino': bar deserto a quell'ora. Mentre volgo lo sguardo verso la piazza e vedo Giorgio Giolli a confabulare con Gino Dainelli e con Medoro, assieme a Mario del Biagioni. Probabilmente parlano già di calcio, mentre si incamminano verso Mandorlino per un caffè e per proseguire poi sulla stessa mia strada. A ruota Beppe lo Zingoni. Per me un passaggio veloce, orologio alla mano per non arrivare in ritardo all'appuntamento con Roberto, al circolo della Misericordia, come sempre. Sono appena il tocco e un quarto quando davanti al Circolino incrocio il prof. Lotti che sta chiacchierando con l'Alessi. In sull'uscio del circolino, in attesa, Fischio d'Oro e Rino Gazzarrini vestiti di tutto punto, anche se non è una giornata particolarmente fredda, quella domenica 21 febbraio del '66.

Lungo la strada sembra la stessa identica frenesia a dettare i tempi e la direzione di ogni sortita, da un portone all'altro, che sembrano risvegliarsi quasi insieme. Topposo con il cappotto in mano e che lo indossa appena in istrada. Edo e Paolo del Bulleri, la sigaretta accesa in bocca e uno stecchino pendente stretto di lato tra i denti mentre si avviano su per la salita del Bagagli. Il professor Ermanno Barsotti nel suo cappotto di cammello pare incrociarsi con Beppe del Baglioni sulla Via di Sant'Andrea, che con Gino del Vitali e il Cingottini Alberto, ma anche Giorgio di Bati, sembrano formare la stessa processione, destinata ad aumentare di numero ad ogni passo, ad ogni uscio, in maniera dapprima quasi silenziosa. In cima alla salita del Bagagli si sono già accodati Paolo Bagagli e il Rosi, mentre Giovanni del Frosini lo si sente duettare a distanza con il maestro Latini e con Beppino di Gonghe, una delle ultime canzoni del 'Quartetto Cetra'.

In Piazza del Seminario, e siamo quasi al tocco e mezzo, pare una processione organizzata, mentre Rondellino esce dal suo uscio e prende la stessa direzione, forse diretto al 'circolo dei signori'. Ma da lì in poi impossibile tener conto delle entrate e delle uscite, chi a soffermarsi, chi ad ingrossare la stessa fila diretta al Campo Sportivo: fischio d'inizio della partita previsto per le due e mezzo. Tanti appassionati li conosco solo di vista, mentre altri li conosco anche per nome, magari per i figli, amici miei. Giulio Toni in compagnia della figlia Giuliana, bellissima, appassionata come il babbo di calcio e tifosa della squadra del San Miniato, che scendono insieme verso piazzetta del Fondo, con a ruota Gigi lo stagnino.

In piazza San Domenico, scomparsa la folla della mattina, un gruppetto di ragazzi sembra aspettare che il Visino esca di bottega con sulle spalle la rete piena di palloni, quelli per la partita, per sciamargli dietro, di corsa, ad inseguire quella lambretta che perdono di vista, appena giunti in Piazza Grifoni. Giù per la discesa della Nunziatina pare quasi una fiumana, quella dei tifosi samminiatesi che, salvo rare eccezioni, se la fanno a piedi l'andata e il ritorno dal Campo Sportivo, dove i tifosi del Cecina invece, stanno arrivando alla spicciolata, con le macchine che parcheggiano lungo la via che porta al camposanto.

Alla Biglietteria Romanello e Nocciolino, con al fianco il Visino, una volta segnalinee ufficiale, prima di essere squalificato a vita, per aver rotto una bandierina sulla testa di un arbitro poco simpatico. A strappare i biglietti immancabilmente Angiolino di' Botti, come è conosciuto da tutti, che di casato fa Brunelli. E, appena passato il cancello d'ingresso al campo, il carretto a tre ruote di Cionce: noccioline, semi, liquirizia, croccanti, duri di menta, addormenta suocere – le più gettonate e richieste per curare ansia, per frenare impulsi vendicativi contro l'arbitro cornuto di turno, per tenere a freno rivalità a distanza mal gestite, e per mettere a tacere lo stomaco e quei crampi alimentati dalla passione e dall'eccessivo strepitare. Le caramelle, tutte in stick come in uso negli anni '60, quale unico mezzo valido a recuperare la salivazione.

Con Roberto, che ci siamo incamminati partendo dalla Misericordia, dove Ferruccio, panchetto sotto braccio, stava aspettando compagnia per non avviarsi da solo, ci siamo limitati ad un saluto ed a seguire in silenzio i discorsi del gruppetto proprio innanzi a noi, certamente di quelli che nella Bottega di Barbieri di piazza, ieri sera, hanno fatto tardi per conoscere formazione e tattiche della partita stessa. C'ero passato e mi ero affacciato anche io per un cenno di saluto a zio Romanello, come ogni sabato sera. Dal di fuori impossibile, a buio, intravedere tra volute di fumo e vetri appannati, chi a sedere e chi in piedi. La sensazione era del 'tutto esaurito'. Ad una occhiata sommaria sembrava non mancare nessuno, oltre ai giocatori entrati e usciti alla spicciolata dopo l'allenatore Renzo. Vado a memoria... Walter Campigli, Eletto, Nanni il Telleschi, Maino di' Capecchi, Beppe il Fiaschi, il Gallo, Maglietta, Antonio Schena, Bibino, il dott. Braschi, Amerigo, il Lillo, il Rondoni, Giuseppe Pucci, Caponi Lido, Vittorio di Cionce, Magnino l'unico a farsi i capelli 'in trasferta' da Firenze, Aldo lo Scali, il Poli macellaio con Arnaldo e altri ancora, ben distinguibili a distanza ravvicinata, tutti stretti come attorno ad una tavola imbandita, per non perdersi una parola, nessuna veramente importante, quasi tutte bischerate semi serie, tese ad allentare la tensione dell'attesa.

È con questi pensieri, tutti di stretta pertinenza di questa partita, che mi ritrovo proprio davanti a quella biglietteria, in coda. Pensieri e tensioni che sembrano scomparire appena oltre quel cancello, alla cui custodia Angiolino dedica la massima attenzione 'strappandoti' il biglietto, mentre Amachilde della Siae col suo solito sorriso a mezz'asta controlla che non gli venga fregato nulla. Quasi un sospiro di sollievo, la certezza di aver 'fatto in tempo'... per me è sempre così, anche se sono in anticipo quasi di un'ora rispetto al fischio di inizio, e non in ritardo di cinque minuti rispetto all'idea che mi ero fatto. È il piacere di gestire ed assaporare quel tempo in più, quel tempo disponibile a recuperare qualsiasi evenienza. E comprende il contraccambio dei saluti di rito di Angiolino e di Cionce, lì appoggiato al suo carretto a tre ruote fermato a ridosso della rete di recinzione... comprende una rapida escursione delle gradinate naturali del poggio a verificare la visione migliore e la verifica dei presidi strategici a guardia dal Campo Sportivo. A ridosso della casciaia che delimita la valle sottostante, il nonno del Gineprini ha preso possesso di quello stretto passaggio, che, dal vicolo dei Ghindi, i bambini delle Colline percorrono tutti i giorni per arrivare non visti sul campo di gioco.

Ma oggi che c'è la partita, di lì non si passa. A cavalcioni al muro della Cappellina il Lillo è già pronto a saltarlo per recuperare i palloni finiti nel triangolo del Sacrario ai caduti. Gano, negli stessi paraggi, preferisce sbraitare in lontananza per conto suo e fare la voce grossa agli ospiti di turno, che hanno libero solo quella striscia di terreno a ridosso dalla casciaia. Nella striscia tra il muro di recinzione e la rete divisoria del Campo, un manipolo di tifosi locali, alcune fidanzate dei giocatori, ospiti di riguardo, quei consiglieri che non vanno in panchina ma vogliono restare a stretto contatto con gli spogliatoi, e i Carabinieri di turno in servizio d'ordine. Il Gallo è già in fazione e distribuisce stringhe, calzettoni, pomate e cerotti dopo aver dato l'ultimo ritocco alle righe del Campo insieme a Walter. Solo il vociare animato di Jim, Gnomo, il Grassi, Baracca a ridosso della porta sotto il poggio, a fare riscaldamento, riesce a emergere da quel particolare clima di attesa, saturo come è dalla musica, a tutta palla, che viene ad arte irradiata da due altoparlanti appesi, a 5 metri da terra, ad un palo di legno. Musica interrotta ogni tanto, per qualche 'Reclames' ..."Autofficina Barani & Giannini"... "Autocarrozzeria Samminiatese in San Martino"..., per le formazioni:

San Miniato – Degl'Innocenti, Marianelli, Bonfà, Taddei, Grassi, Giannotti, Ronchi, Santini, Marchetti, Lupi, Risorti.

Cecina – Cabella, Rossetti I, Pellegrini, Andolfi I, Andolfi II, Bardini, Banchelli, Casini, Frassinelli, Biasci, De Gregorio.

... fino all'ultimo avviso, "i giocatori tutti negli spogliatoi", che vuota il campo, mentre si ode ben distinto un grido, come di battaglia... "troncategli le gambe". Ora si può anche cominciare, è arrivato anche Cione! Anche qualche ragazza. Ginina, mia cugina, che mi pare particolarmente interessata a qualche giocatore, anche se non ho capito quale, e che è a chiacchierare con Patrizia la Santoni, vicino al carretto di Cionce, mentre saluta anche Gino il Taddeini appena entrato. Sul poggio è quasi il tutto esaurito, tutti in piedi, a capire da che parte si principia mentre le squadre entrano in campo e si fa silenzio, a radio spenta ad ascoltare le formazioni ufficiali. - " Piattolone guarda di rigare dritto!" ad occhio e croce pare la voce di Angiolino per il solito bonario avviso all'arbitro, seguito talvolta, ma non oggi, da un'ombrellata, pur bonaria, sul capo dello stesso, se gli passa rasente dall'altra parte della rete.

Palla al centro, Degli Innocenti dalla parte della Cappellina e i nostri a tirare nella porta sotto poggio, sotto i nostri occhi, quelli dei tifosi più fedeli. Gli ultimi ritardatari diretti al prato, lato valle, quasi tutti cecinesi, a capo basso, a passare in quell'unico corridoio alla base del poggio, proprio dietro la porta, come sotto le "forche caudine". Silenzio che piomba sul campo a sottolineare i primi tocchi di palla, mimati con gesti e movimenti di braccia e gambe.. "passala!!".. e dai suggerimenti da destra e da manca, che si fanno più insistiti. "..arbitro! Oh arbitro ma quello picchia! Che 'un era fallo?.." e dai primi convenevoli diretti all'arbitro di turno. Angiolino, ritto sul muretto laterale, di fianco alla biglietteria, mantiene la posizione senza perdersi un passaggio, mentre quello della Siae non ha occhi che per la biglietteria. I più esagitati dal poggio, quei ragazzi anima e riserva della prima squadra, a incitare a gran voce "Jim.. Jim.. Jim.."che giganteggia in mezzo all'area. I palloni alti sono tutti suoi, o quasi. In silenzio quegli spettatori, di parte, che nel parterre tifano Cecina, anche se ogni tanto qualcuno lancia lo stesso messaggio, quasi un invito "Vai Frassi Vai Frassi" all'indirizzo del centravanti chiuso nella morsa di Grassi e di Bighero.

Silenzio che, alla mezz'ora, erompe dal lato ospiti in un grido improvviso, di folla, a pieni polmoni, toni alti, nota tenuta fino allo spasimo, fino all'ultimo fiato, in un connubio di voci dal tenorile al basso ma tutte in tono "Goaaaall..." che fa piombare in un silenzio surreale tutto il Poggio, sottolineato solo da un coro meravigliato di "Noooo !!!" Meravigli e sgomento che si riflettono nell'espressione di Vasco, che scommetterebbe l'anima su questa squadra e lo fa sempre ad ogni discussione. Simili quelle di Giancarlo il Calorini, anima della difesa fino a qualche anno addietro. Il Fiaschino, il Palandri, i figlioli di Trippine, Giancarlino il Poli, il Pinguino in fila, lo sguardo perso nel vuoto, mentre la palla viene portata al centro. È uno a zero per il Cecina, autore il Frassinelli!

Mentre noi si dovrebbe vincere per fare il sorpasso in classifica rispetto al Cecina che ha un punto di vantaggio. I minuti successivi puro godimento, per noi samminiatesi, che facciamo 'ringollare' ai Cecinesi il grido di gioia di appena due minuti prima, quando il Marchetti fa un goal dei suoi. Punizione tesa di Bighero, come al solito, e colpo di testa all'indietro del Marchetti, magistrale, che sorprende difesa e portiere. Fino agli ultimi minuti del primo tempo quando si compie il sorpasso col secondo goal di Marchetti servito da un fallo laterale di Bighero, quasi un corner, a fare saltare tutto il poggio, ma anche quelli più composti lungo il muro. Patitta lo vedo festeggiare con mio padre, e dare il cinque ad Angiolino che non sta più nei panni e che non bada più neppure il cancello d'ingresso. Gabriele l'Antonini assieme a Vasco il Matteucci sembra uno dei più scatenati. " Gooaaaal " Per me un urlo talmente prolungato fino a dolermi tonsille e gola, nonostante Roberto si diletti a scuotermi con le sue manone, a reprimere i colpi di tosse ma anche in segno di successo. Lillo ondeggia paurosamente sopra al muro di cinta della Cappellina... " speriamo non venga di sotto ", il mio fugace pensiero tra emozioni e sensazioni di libertà che centellinano il tempo fino al fischio che decreta il riposo.

Tutti negli spogliatoi e un 'rompete le righe' generale, senza perdere di vista il posto acquisito, magari una sciarpa arrotolata o un giacchetto ripiegato. Ferruccio imperterrito, che non si smuove dal suo panchetto, ma per il resto è tutto un movimento verso il carretto di Cionce, per l'ultimo assalto, accompagnato dalla musica assordante degli altoparlanti che annunciano le reclames nostrane delle nostre botteghe e delle nostre officine che sostengono il beneamato San Miniato Calcio. Pochi minuti di rimescolamento col sorriso sulle labbra, consapevoli dell'importante vantaggio, anche allietati dal Lillo che nel lato Cappellina fa giocare il suo canino a pallone: spettacolo nello spettacolo.

Quando le squadre fanno il rientro a porte invertite, il Poggio resta una muraglia samminiatese e il prato un'enclave cecinese, ben separata da una manciata di metri. Ora Degli Innocenti è sotto di noi a badare la nostra porta, più difficile in lontananza capire i tocchi, intuire i passaggi, la direzione della palla nei pressi della Cappellina. È solo con l'intuito che seguiamo i movimenti di Marchetti e Risorti e del pallone, stesso colore del terreno di gioco, glabro, senza un filo d'erba da sempre, colore del tufo, lo stesso del poggio. Così bramosi di veder filare il pallone in altra direzione, restiamo come folgorati, appena dopo una manciata di minuti, quando il solito Frassinelli fa secchi Bighero e il Grassi e infila per la seconda volta l'incolpevole Degli Innocenti. È il gelo che scende sul poggio e nei paraggi nonostante il gioco resti quasi sempre in mano nostra e dei nostri centrocampisti, e tra questi di Baracca... quanti chilometri sta facendo!!

Sforzo premiato al 24° da un virtuosismo di Marchetti, il quale nonostante la mole e i soliti movimenti impacciati, beffa il portiere con una rovesciata inattesa e angolata. - E ora facciamocelo rifare subito!! - sembra dire Marchetti agli altri, sopratutto a quelli della difesa, mentre pallone sottobraccio se lo riporta al centro e lo piazza sulla lunetta centrale, quasi a voler scommettere sul gol della sicurezza che non arriva. Fino alla scena madre quella che sembra chiudere i giochi sul 3 a 2 in nostro favore, a contare i minuti, gli ultimi, e infine i secondi che mancano dal fischio finale, con Baracca chiuso nell'angolo sotto il Poggio a tenere la palla sotto centinaia di occhi amici a farne il tifo e a suggerire centinaia di soluzioni. Mentre Baracca scalcia e scalpita per mantenere il possesso della palla, fino all'ultimo passaggio di alleggerimento verso il portiere... fino al tentativo, diciamo sbagliato, che termina invece in angolo a pochi secondi dalla fine. Calcio d'angolo sfruttato a meraviglia dal solito Frassinelli che fa secco il San Miniato e i suoi tifosi fissando il risultato sul 3 a 3, per il fischio finale appena dopo il simbolico calcio di ripresa del gioco da centro campo.

Amarezza e delusione inesprimibili a parole, che restano anche a distanza... di quanto? Quasi 60 anni.. in quella foto affissa in Barberia, chiusa oramai da anni, ma viva nei ricordi, che ritrae la formazione tipo di quell'anno, con un commento in calce battuto a macchina:

Campionato 1° Categoria
2a Classificata anno 1965-66
Foto Baldinotti Luigi - Ponte a Egola (Pisa)
Collezione Giancarlo Pertici

venerdì 14 agosto 2015

[VIDEO] SAN MINIATO SU RAI 1 A MEZZOGIORNO ITALIANO - 13 AGOSTO 2015

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Giovedì 13 agosto 2015, la Città di San Miniato è stata protagonista di “Mezzogiorno Italiano”, programma di Rai 1 dedicato al territorio, alla cucina e alle tradizioni della nostra Penisola.

Il servizio si apre con l'ingresso nella cosiddetta Sala delle Sette Virtù presso il Municipio, per poi passare in Piazza del Duomo dove sono state presentate tutte le “eccellenze” del nostro territorio. Dalla storia alla tavola, dalla musica allo sport.

Di seguito il video della puntata. Buona visione!



Due i collegamenti da San Miniato:
dal min 5:30 al min 11:40 circa
dal min 27:00 al min 32:30 circa


San Miniato, panorama da Scacciapuce
Foto di Francesco Fiumalbi

lunedì 10 agosto 2015

LA CHIESA DI SAN LORENZO A NOCICCHIO DALLE ORIGINI AL 1700

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di Francesco Fiumalbi

In questo post sono raccolte tutte le informazioni disponibili riguardanti la piccola chiesetta di San Lorenzo a “Nocicchio” (titolo completo SS. Lorenzo Martire e Andrea Apostolo), che si trova a mezza costa, lungo uno dei percorsi che dalla pianura si protendono verso l'abitato sanminiatese. Si tratta di una strada molto antica, che metteva in comunicazione San Miniato con la viabilità principale della fascia pedecollinare (la via Pisana, ovvero l'attuale Strada Statale n. 67 Tosco-Romagnola Est) per poi proseguire in direzione di Roffia (attuale via Erti) e quindi verso uno dei porticcioli lungo l'Arno. Una strada molto transitata (anche perché meno ripida di altre), e vicino alla quale andò costituendosi una piccola comunità che ebbe come riferimento la chiesa di San Lorenzo.

La chiesa di San Lorenzo a Nocicchio
Foto di Francesco Fiumalbi

L'ORIGINE E LE PRIME ATTESTAZIONI
L'origine della chiesa di San Lorenzo, così come di molti altri edifici religiosi nel territorio sanminiatese, non è conosciuto. Dai documenti attualmente a disposizione non è possibile stabilire le vicende che portarono alla sua fondazione.
I primi elenchi delle chiese suffraganee della Pieve di San Genesio, compaiono nelle due bolle pontificie, inviate da Celestino III nel 1195 (01) e da Innocenzo III nel 1205 (02) ai pievani Gregorio e Bonaccorso rispettivamente. In questi documenti è indicata, per la prima volta, la Ecclesiam Sancti Laurentii de Nocida. Quindi, già alla fine del XII secolo, doveva essere presente la chiesa a cui faceva capo anche piccolo insediamento lungo la strada, Nocicchio, e un “popolo” più o meno sparso, costituito dagli abitanti della zona circostante.
Nell'atto formale della ben nota richiesta di traslazione del fonte battesimale dalla pieve di San Genesio alla chiesa di Santa Maria del Castello di San Miniato (oggi Cattedrale) datato 1236, compare il nome del primo rettore della chiesa di San Lorenzo a Nocicchio di cui si abbia notizia. Si tratta del presbitero Guido che, al pari degli altri intervenuti, portò la testimonianza circa la situazione di forte decadenza in cui versava la pieve e, fra le altre cose, e dichiarò di essere de Nocicchio et apud eadem moram e residentiam facio (03). Probabilmente era presente, oltre alla chiesa, anche una abitazione annessa, o comunque in prossimità, atta ad ospitare la residenza del sacerdote.
Pochi anni dopo, il 17 aprile del 1243, il Capitolo dei Canonici della Cattedrale di Lucca (da cui dipendeva anche il territorio sanminiatese fino all'erezione della Diocesi nel 1622) confermò al prete Ardovino il governo della chiesa di San Lorenzo a Nocicchio, ordinando contestualmente l'immissione al relativo beneficio (04). Come avveniva spesso nelle chiese più piccole, collocate nelle aree periferiche della Diocesi lucchese, era “il popolo curato” (oggi si direbbe i “parrocchiani”, gli abitanti della parrocchia) ad individuare ed eleggere il sacerdote. In questi casi si parla di chiese cosiddette di “libera collazione”. Il Vescovo, o comunque il Capitolo dei Canonici, a cui spettava comunque l'ultima parola, poteva confermare o ribaltare la decisione del “popolo”. In quest'ultimo caso poteva proporre egli stesso una rosa di candidati o rimandare nuovamente la scelta ai parrocchiani. Oggi può sembrare una pratica inconcepibile, ma all'epoca al governo della chiesa era legato il “beneficio”, ovvero quell'insieme di beni e di rendite che andavano a costituire il patrimonio della parrocchia, utile al sostentamento del sacerdote ed a coprire le varie spese. Più era grande questo patrimonio e più era facile individuare un prete disposto ad insediarsi. Come vedremo in seguito la scarsità delle rendite della chiesa di San Lorenzo a Nocicchio provocherà non pochi problemi. In ogni caso, il “beneficio” era frutto di secoli di donazioni e di gestione, e in alcuni casi poteva raggiungere una dimensione ed una articolazione davvero ragguardevoli. Era quindi un aspetto molto delicato, da trattare con la massima attenzione. Il “peso” del popolo curato nella scelta del sacerdote trova quindi facile spiegazione perché, di fatto, quel “patrimonio” da gestire lo avevano costituito i parrocchiani stessi. Parrocchiani che non dovevano essere tantissimi, ma comunque abbastanza per essere qualificati come “villa” negli Statuti del 1337, insieme a Monteregiana, Poçço et Sancto Pietro, quindi tutta la fascia pedecollinare nord-orientale ai piedi di San Miniato (05).
Con atto del 17 febbraio 1424, la chiesa di San Lorenzo a Nocicchio, rimasta vacante per la morte di prete Orso, e vista l'impossibilità di trovare un nuovo rettore per l'esiguità delle rendite, fu unita pro tempore dal Vescovo, con il consenso del Capitolo dei Canonici, alla chiesa di Sant'Andrea de Castro Cigoli, oggi scomparsa, situata nei pressi di San Miniato. Nell'atto venne specificato che l'unione avrebbe mantenuto la sua validità fintanto che prete Jacopo di Ranieri sarebbe rimasto rettore della parrocchia (06).
Pochi anni dopo, nel 1446 il sacerdote Lazzaro di Bartolomeo da San Miniato, rettore della chiesa di S. Lorenzo a Nocicchio, compare fra i testimoni dell'atto, redatto presso il palazzo vescovile di Lucca, con cui veniva proposto prete Marcovaldo di Ser Giorgio da San Miniato al Vescovo Baldassarre Manni per la chiesa, oggi scomparsa, dei SS. Jacopo e Filippo di Pancole. Lo stesso Lazzaro di Bartolomeo che nel 1448 fu nominato rettore della chiesa di Sant'Andrea a Reggiana o di Castro Cigoli situata nei pressi di San Miniato (07). Evidentemente, come risulta dalla visita pastorale del 1466, le due chiese di San Lorenzo e di Sant'Andrea si trovarono nuovamente unite come nel 1424, a seguito della morte del prete Orso, e come avverrà in seguito.

Estratto dal Catasto Generale della Toscana,
Sezione B, “Colline adiacenti alla Cittò”, foglio n. 5
Archivio di Stato di Pisa, Catasto Terreni, Mappe, San Miniato, n. 6
Immagine tratta dal sito web del “Progetto CASTORE”
Regione Toscana e Archivi di Stato Toscani
Per gentile disponibilità. Info Crediti e Copyright

LE VISITE PASTORALI DAL '400 E DEL '500
Mons. Stefano Trenta, eletto da poco Vescovo di Lucca, si recò nel marzo del 1450 in visita pastorale a San Miniato, in cui si trattenne per circa una settimana. Di questa circostanza sono rimasti solo alcuni atti e nessuno di questi è relativo alla chiesa di San Lorenzo (08). Una nuova visita pastorale si tenne a pochi anni di distanza, nel 1466. Il visitatore apostolico, il frate domenicano Matteo da Pontremoli, giunse alla ecclesie Sancti Laurentii de Nocichio il 10 settembre, dopo aver fatto tappa alle chiese di Santa Maria al Fortino, SS. Jacopo e Lucia (San Domenico) e di San Biagio. Presso la chiesa di San Lorenzo fu accolto dal prete Lazzaro di Bartolomeo che esibì l'atto di nomina a rettore. La parrocchia godeva di un beneficio stimato in 32 staia di grano, 16 staia di biada, 12 barili di vino e un barile medio di olio. La chiesa aveva due altari laterali: il primo era dedicato a Sant'Antonio Abate, la cui cappellania era affidata al sacerdote Domenico Masi (pur essendo privo del “titolo”) per un valore di 12 staia di grano; il secondo era dedicato a Sant'Urbano ed era tenuto dal chierico Jacopo di Antonio per un valore di 12 staia di grano e di 12 barili di vino. Il prete Lazzaro di Bartolomeo fu indicato come bonus pastor & satis ignarus (09).
Un'altra visita pastorale riguardante le chiese sanminiatesi avvenne nel 1575. Gli atti della visita presentano diversi motivi di interesse, poiché in tale occasione vennero impartite le nuove disposizioni emerse con il Concilio di Trento (1545-1563) (10). Il visitatore apostolico Mons. Giovanni Battista Castelli, già Vescovo di Rimini, giunse alla chiesa di San Lorenzo a Nocicchio fu accolto dal rettore Antonio Ricci da San Gimignano, che dichiarò di non risiedere presso la chiesa. Furono impartite diverse indicazioni in merito all'arredo liturgico, oltre alla costruzione di una nuova recinzione all'attiguo cimitero. Furono registrati i due altari, dedicati a Sant'Antonio (da usare per le celebrazioni vespertine) e a Sant'Urbano che, insieme a quello principale, sarebbero dovuti essere ricostruiti in pietra. Infine il visitatore dispose la privazione dell'ufficio della parrocchia al sacerdote Antonio Ricci se entro un mese non avesse provveduto a risiedere stabilmente presso la chiesa. Una situazione analoga fu trovata dal visitatore anche nelle vicine chiese di San Pietro alle Fonti e di Sant'Andrea di Castro Cigoli (11).

La chiesa di San Lorenzo a Nocicchio
vista dalla strada che va da San Pietro alle Fonti a Pancole
Foto di Francesco Fiumalbi

L'UNIONE CON SAN PIETRO ALLE FONTI E SANT'ANDREA DI REGGIANA
I sacerdoti di San Lorenzo a Nocicchio e di San Pietro alle Fonti, disattesero le disposizioni fissate da Mons. Castelli durante la visita e vennero allontanati dai rispettivi incarichi, lasciando le due parrocchie vacanti. Nel dicembre 1578, con atto registrato nella Cappella di San Regolo nella Cattedrale di Lucca, il Vescovo Mons. Alessandro Guidiccioni “Il Vecchio”, ascoltata la supplica di Pietro di Francesco Buonaparte e di Giovanni di Francesco Buonaparte, rappresentanti rispettivamente dei popoli di San Lorenzo a Nocicchio e di San Pietro alle Fonti, sancì l'unione ad perpetuum delle due chiese parrocchiali con quella di Sant'Andrea de Castro Cigoli extra et prope terre Sancti Miniatis. Come specificato nel documento, l'annessione fu possibile grazie al fatto che le chiese distavano fra loro non più di un terzo di miglio e contavano pochi parrocchiani, stimati in circa duecento anime ciascuna. Le tre parrocchie, così unificate, furono affidate a prete Francesco di Leonardo Ansaldi, già rettore di Sant'Andrea. Accertato il fatto che non esistevano canoniche nei pressi delle tre chiese, fu fatto obbligo al sacerdote di costruire una casa, entro tre anni, nei pressi della chiesa di San Lorenzo a Nocicchio, che stava in posizione centrale rispetto alle altre ed avrebbe offerto una maggiore comodità negli spostamenti, in modo che non venisse trascurata la cura d'anime. Il Vescovo fissò anche il censo annuo consistente in due libbre di cera bianca, da corrispondere alla mensa episcopale nel mese di settembre, in occasione della festività della Santa Croce (12).
Da questo momento in poi e fino al 1704 le tre chiese costituirono un'unica entità parrocchiale. Di pochi anni posteriore è invece la carta n. 655 delle Piante di Popoli e Strade redatte dai Capitani di Parte Guelfa, dal titolo Popolo di S. Lorenzo Inocichio, redatta fra il 1580 e il 1592 (13). Questo documento è interessante in quanto mostra quelli che erano i confini della parrocchia di San Lorenzo. A Nord, oltrepassava la strada Pisana (attuale Tosco Romagnola) e confinava con Santa Maria a Soffiano (Ontraino), San Michele di Roffia e San Pietro alle Fonti, adiacente anche per tutto il tratto orientale. Ad ovest e a Sud i confini erano invece con Sant'Andrea a Reggiana.

DAL '600 AL '700 E LA SCISSIONE DA SAN PIETRO ALLE FONTI
Il 28 ottobre 1619 la chiesa fu visitata dal Vescovo di Lucca Mons. Alessandro Guidiccioni “Il Giovane”. Ad accoglierlo il rettore Giulio Buonaparte, di sessant'anni d'età, che abitava all'interno del centro abitato di San Miniato non essendo presente una canonica. A Nocicchio il Vescovo stabilì che fosse costruita quanto prima la canonica, richiamando quanto disposto nel 1578. Inoltre ordinò che a San Lorenzo si conservasse il SS. Sacramento e che a tal proposito fosse traslato il tabernacolo presente nella chiesa di Sant'Andrea. Vennero inoltre registrate le due cappelle presenti, una dedicata a Sant'Antonio, di patronato dei Buonamici e il cui rettore era Don Pietro Conte, e l'altra a Sant'Urbano, il cui titolare era il nobile Simone Rustici (14).
Nel 1649 la cura delle tre parrocchie riunite (San Lorenzo, San Pietro e Sant'Andrea) venne affidata a prete Jacopo Gucci da San Miniato, il quale perì l'11 gennaio del 1673. Essendo le tre chiese di patronato e collazione del popolo, il successivo 16 gennaio si aprì un complesso procedimento che portò all'indicazione del nome da sottoporre all'approvazione del Vescovo. Presso la chiesa di San Lorenzo a Nocicchio si radunarono, in un'unica assemblea, i rappresentanti dei tre popoli: 24 persone da Sant'Andrea, 23 da San Lorenzo e 20 da San Pietro. Presenti anche Giovanni Cini, Giudice del Vicario di San Miniato, assieme a Bastiano Guarini che ricopriva la carica di Cancelliere. L'assemblea individuò come nuovo rettore Don Bonaventura Burrini, sacerdote di San Miniato, che fu confermato con atto del 24 maggio 1673 (15).
Il Vescovo di San Miniato Mons. Carlo Maria Visdomini Cortigiani visitò la chiesa di San Lorenzo a Nocicchio il 9 giugno del 1684, accolto dal sacerdote Bonaventura Burrini. Dagli atti risulta che l'altare maggiore, al di sopra del quale campeggiava l'immagine della Beata Vergine Maria, era affiancato ai lati da due statue raffiguranti San Lorenzo e Sant'Andrea. Inoltre la cappellania di San Pietro in Vincoli, originariamente nella chiesa di Sant'Andrea e il cui rettore era Camillo Benci, viene indicata all'interno della stessa chiesa di Nocicchio, in cui figuravano, come nelle visite precedenti, quelle dedicate a Sant'Antonio Abate e a Sant'Urbano (16).
Alla fine del '600, venuta meno di fatto la chiesa di Sant'Andrea di Castro Cigoli (la chiesa fu addirittura venduta e demolita) rimasero solamente le due chiese di San Lorenzo a Nocicchio e di San Pietro alle Fonti, unite assieme.
Il 13 agosto 1704 venne a mancare il sacerdote Bonaventura Burrini. Si aprì un procedimento che alla fine vide la scissione della parrocchia di San Pietro alle Fonti dalla chiesa ormai indicata come dei SS. Lorenzo e Andrea di Nocicchio, essendo molto accresciuti i fuochi e l'anime dei Popoli di dette Chiese. Mons. Francesco Poggi, da poco Vescovo di San Miniato, con decreto del 10 ottobre 1704 ordinò che venisse fatta la stima delle rendite economiche delle chiese (17).
Dunque, la cura di Sant'Andrea rimase unita alla vicina parrocchiale di San Lorenzo a Nocicchio che, ancora oggi, porta il titolo dei SS. Lorenzo Martire e Andrea Apostolo. Il nuovo sacerdote chiamato a reggere la parrocchia nel 1705 fu Raffaele Cardi Cigoli (18).

NOTE E RIFERIMENTI
(01) G. Lami, Charitonis et Hippophili Hodoeporici pars prima, in Deliciae eruditorum seu veterum anekdoton opusculorum collectanea, Tomo X, Firenze, 1741, pp. 164-173; J. P. Migne, Patrologie Cursus Completus sive bibliotecha universalis, integra, uniformis, commoda, aeconomica, omnium SS. Patrum, Doctorum scriptorumque ecclesiasticorum (Patrologia Latina), Vol. 206, n. CCV, coll. 1085-1086.
(02) G. Lami, Charitonis et Hippophili... Cit., pp. 175-176; J. P. Migne, Patrologie Cursus... Cit., Vol. 217, n. CCXVII, coll. 149-152.
(03) Archivio Arcivescovile di Lucca (d'ora in poi AAL), †† F.91; G. Concioni, Le vicende di una pieve nella cronologia dei suoi pievani. San Genesio di Vico Wallari 715-1466, Accademia Lucchese di Scienze, Lettere e Arti, Maria Pacini Fazzi Editore, Lucca, 2010, pp. 35-36.
(04) AAL, Libro segnato LL, n. 19, c. 29v; cfr. G. Concioni, Le vicende di una pieve... cit., p. 42.
(05) F. Salvestrini (a cura di), Statuti del Comune di San Miniato al Tedesco (1337), Comune di San Miniato, Edizioni ETS, Pisa, 1994, Libro V, rubr. 16 <17>, p. 423.
(06) AAL, Libri Antichi di Cancelleria, n. 86, f. 104; cfr. F. Fiumalbi, Sant'Andrea di Castro Cigoli. Una chiesa scomparsa nel suburbio di San Miniato, in «Bollettino dell'Accademia degli Euteleti della Città di San Miniato», n. 80, San Miniato, 2013, p. 416.
(07) AAL, Sacre Visite, n. 9, c. 256; cfr. G. Concioni, Le vicende di una pieve... Cit., pp. 80, 90.
(08) AAL, Sacre Visite, n. 7, cc. 37r e 37v; G. Concioni, Le vicende di una pieve... Cit., pp. 64-65.
(09) AAL, Sacre Visite, n. 9, c. 260; ed. G. Concioni, Chiese, clero e cura d'anime in Diocesi di Lucca nella visita pastorale del domenicano Matteo da Pontremoli (1465-1467), Vol. 2, Accademia Lucchese di Scienze, Lettere e Arti, Maria Pacini Fazzi Editore, Lucca, 2012, pp. 123-124.
(10) Seppur in maniera incompleta, gli atti relativi alla visita di alcune chiese e conventi di San Miniato sono stati pubblicati in E. Coturri, La «visita» del visitatore apostolico Mons. Castelli alle Chiese ed ai luoghi pii di San Miniato nell'anno 1575, Bollettino dell'Accademia degli Euteleti della Città di San Miniato, n. 33, 1961, pp. 7-43.
(11) AAL, Sacre Visite, n. 26, cc. 247v-248r; cfr. . Fiumalbi, Sant'Andrea di Castro Cigoli... Cit., p. 417.
(12) Archivio Curia Vescovile di San Miniato, Acta Beneficialia, n. 315, fasc. 5. Le informazioni sono desunte dalla copia dell'atto, realizzata nel 1704 per la separazione della chiesa di San Pietro alle Fonti dalla chiesa dei SS. Lorenzo e Andrea di Nocicchio. E' indicato come Copia dell'atto contenuto nel libro delle Collazioni dei benefici del Vescovato Lucchese iniziato nell'anno 1578 al foglio 120; cfr. F. Fiumalbi, Sant'Andrea di Castro Cigoli... Cit., p. 418.
(13) G. Pansini (a cura di), Piante di Popoli e Strade, 2 voll., Archivio di Stato di Firenze, Olschki, 1989, volume II, C. 653.
(14) ACVSM, Visite Pastorali, n. 53, c. 160v; cfr. F. Fiumalbi, Sant'Andrea di Castro Cigoli... Cit., p. 419.
(15) ACVSM, Acta Beneficialia, n. 305, f. 64; n. 307, f. 33; cfr. F. Fiumalbi, Sant'Andrea di Castro Cigoli... Cit., p. 420.
(16) ACVSM, Visite Pastorali, n. 61, cc. 554-556. La Cappella di San Pietro in Vincoli nel 1783 sarà conferita al chierico Dario Santarnecchi (ACVSM, Acta Beneficialia, n. 347, f. 3) e nel 1818 a Luigi Dani (ACVSM, Acta Beneficialia, n. 362, f. 47). Anche l'altro altare, dedicato a San Leonardo, seppur non rammentato negli atti della visita, fu traslato a Nocicchio. Nel 1728 fu nominato rettore Giovanni Battista Tellucci (ACVSM, Acta Beneficialia, n. 327, f. 15), nel 1740 Domenico Agostini originario di Livorno (ACVSM, Acta Beneficialia, n. 328, f. 11), nel 1750 Tommaso Fiamminghi (ACVSM, Acta Beneficialia, n. 333, f. 8) e il cui giuspatronato fu ceduto a favore del sig. Pietro Nucci (ACVSM, Acta Beneficialia, n. 356, f. 22) e nel 1815 a Francesco Salvi (ACVSM, Acta Beneficialia, n. 360, f. 8); cfr. F. Fiumalbi, Sant'Andrea di Castro Cigoli... Cit., p. 420.
(17) ACVSM, Acta Beneficialia, n. 315, f. 5; cfr. F. Fiumalbi, Sant'Andrea di Castro Cigoli... Cit., pp. 420-421.
(18) ACVSM, Acta Beneficialia, n. 315, f. 23; F. Fiumalbi, Sant'Andrea di Castro Cigoli... Cit., p. 421.
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