giovedì 30 luglio 2015

IL DOCUMENTARIO SUL BEATO PIO ALBERTO DEL CORONA VESCOVO DI SAN MINIATO

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Mons. Pio Alberto del Corona, nato a Livorno il 5 luglio 1837 è stato Vescovo di San Miniato per ben 32 anni, dal 1875 al 1907. In occasione della prossima cerimonia di beatificazione, prevista per il prossimo 19 settembre 2015, è stato realizzato un interessante documentario dal titolo Mons. Beato Pio Alberto Del Corona. Un Vescovo tra la gente.

La produzione, promossa dalla Diocesi di San Miniato in collaborazione con la rete televisiva TVL col contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di San Miniato e Incas Spa, è stato curato da Michael Cantarella, per la regia di Lorenzo Petrucciani. Responsabile di produzione Paola Bardelli, riprese e montaggio di Andrea Palumbo. Mons. Del Corona è stato interpretato dall'attore e regista sanminiatese Andrea Mancini.

Il video, della durata di circa 25 minuti, contiene anche i contributi di Mons. Morello Morelli attuale Amministratore Diocesano, Padre Francesco Maria Ricci vice postulatore causa, Don Francesco Ricciarelli Responsabile Ufficio per le Comunicazioni Sociali e la Cultura, Graziano Concioni Archivista della Diocesi, Alexander Di Bartolo Bibliotecario del Seminario.

Il documentario, andato in onda in anteprima su TVL domenica 12 luglio 2015 alle ore 21.15, adesso è disponibile on-line sul canale Youtube della Diocesi di San Miniato e quindi reso disponibile anche per coloro che non sono riusciti a sintonizzarsi alla tv.

Di seguito il video. Buona visione.

Documentario Mons. Beato Pio Alberto Del Corona. Un Vescovo tra la gente.
Realizzato dalla Diocesi di San Miniato per cura di Michael Cantarella

venerdì 17 luglio 2015

PAOLO PAOLETTI: ULTERIORI CONSIDERAZIONI SUL CANNONEGGIAMENTO AMERICANO CHE PROVOCO' LA STRAGE DEL 22 LUGLIO 1944

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di Paolo Paoletti

[articolo originale pubblicato su Della Storia d'Empoli]

Partiamo da incontestabili dati di fatto.
1)  il 21 e il 23 luglio ci fu una calma assoluta sul campo di battaglia davanti a S. Miniato. Solo nella zona di Calenzano il 23 avvennero feroci combattimenti. Perché tra questi due giorni di tregua cittadina, solo tra le 10 e le 11 del 22 luglio, si assisté a due cannoneggiamenti americani? La risposta la si trovò  nel 2001 nella pubblicazione  “La Prova” di Lastraioli-Biscarini dove il diario di guerra del 337° Battaglione d’artiglieria americano indicava gli obiettivi: ” EN.M.G” nella specie Enemy Machine Gun, cioèmitragliatrice nemica.
Se ci fu quel cannoneggiamento fu perché il comando americano di Montebicchieri venne informato della presenza di due “obiettivi militari” nel centro della cittadina di S. Miniato. Il punto di carta della prima mitragliatrice leggera indica l’area tra la torre di Federico e il Duomo e l’altro nei pressi del giardino della Misericordia. Chi poteva aver dato queste indicazioni così precise agli americani? Solamente i partigiani, perché un civile non avrebbe attraversato le linee per riferire di aver visto due tedeschi con una mitragliatrice sotto un ulivo.
2) Se il 21 i posti d’osservazione americani scambiarono le bandiere vaticane bianche e gialle per bandiere bianche significa che erano state avvistate attraverso i cannocchiali. Solo chi camminava liberamente per S. Miniato poteva vedere la prima mitragliatrice su un versante e la seconda sull’altro.
3) Siccome i tedeschi cominciarono a rastrellare la popolazione intorno alle otto, prima di tale ora, uno o più partigiani attraversarono le linee per riferire quanto avevano visto. Ciò trova conferma nei diari di guerra americani dove si parla di OP OBS, una sigla che significa informazione da osservatori a terra. La conclusione può essere una sola: se i partigiani non avessero riferito la presenza di quelle due mitragliatrici gli artiglieri americani non avrebbero avuto motivo di sparare. La conferma che furono i partigiani gli informatori degli americani la danno i documenti statunitensi: il 23 luglio si legge nel loro documento che: “un centinaio di feriti sono all’ospedale nel punto di carta 4699/5954: non ci si deve sparare sopra ( …100.wounded are in hospital at 4699 / 5998, not be fired upon…).
Poi ci sono le responsabilità americane. Se gli statunitensi avessero considerato che quelle mitragliatrici erano state viste almeno tre ore prima (da S. Miniato a Montebicchieri ci sono più di 10 km), era molto difficile che gli obiettivi si sarebbero trovati nello stesso punto tre ore dopo (sicuramente non c’erano perché nel frattempo era iniziata lo sgombero della città), e quindi non ci sarebbe stato nessun cannoneggiamento.  E nessuno ci venga a raccontare che i partigiani non potevano immaginare che per neutralizzare due mitragliatrici leggere l’artiglieria americana avrebbe sparato un centinaio di colpi di cannone. E’ ed era il loro “stile” di fare la guerra, Pochi giorni dopo infatti per abbattere il campanile della chiesa di Roffia ci spararono oltre 100 proiettili, finché non riuscirono ad abbatterlo.
Infine come mai nessun partigiano si è vantato di aver attraversato le linee per informare gli americani ?
È allora chiaro che per allontanare l’attenzione dal ruolo dei partigiani che le associazioni combattentistiche e certi storici dilettanti, leggasi Bini nel 2014, e cattedratici, leggasi Pezzino nel 2015, continuano indefessamente ad accusare i tedeschi dell’eccidio in Duomo. Lo fanno solo per salvare il mito della Resistenza.

Paolo Paoletti


Il Duomo di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

domenica 12 luglio 2015

DA PANCOLE A LA GENEROSA - Racconto di Giancarlo Pertici

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Una delle Vie dell'Acqua... non l'unica

Storie e leggende si narrano lungo quelle vie, e sono tante, che conducevano alle fonti che generosamente dissetavano i samminiatesi delle origini, i quali in maniera avveduta facevano scorta anche di acqua piovana, dentro cisterne scavate sotto casa, nel tufo, lontano da mani nemiche, in un'opera virtuosa di scavo, dove il materiale di risulta diventava preziosa materia prima per muri perimetrali, costituiti da terrapieni a difesa dalle intemperie e dai nemici.
Questa è una di queste storie, storia semplice. Protagonista una donna, una delle tante che, a cavallo dell'ultima guerra, hanno contribuito, con dedizione e sacrificio, nella loro quotidiana semplicità, a rendere migliore questo mondo.

Forse ero appena alla fine della prima elementare, nel mese di giugno, a scuola oramai in vacanza, quando mi ritrovo, in compagnia di Ginina mia cugina, per lo sdrucciolo di Pancole, a ridosso del Ricovero, diretto per la prima volta a la 'Generosa', ai piedi di San Pietro alle Fonti, con in mano una sporta di paglia e dentro il 'desinare' per zia Pia. Questo il suo lavoro stagionale, a imbottigliare acqua minerale e non solo, in estate, assieme ad altre donne... sopratutto donne. Lo sdrucciolo è lo stesso che ho fatto anche altre volte, ma solo per arrivare fino a casa di 'zio Cesare', fratello di nonno Lillo, accanto alle Fonti di Pancole, ma solo se ho delle ambasciate da fare o delle faccende da sbrigare per conto di babbo o di mamma. Percorso che, in tarda mattinata, con l'inizio delle giornate estive, facciamo ogni giorno, fino alla Fonti di Pancole, appena sotto l'aia di Cesare, con una o due bottiglie di vetro da riempire e da portare sulla tavola apparecchiata di mezzogiorno. Percorso a ritroso, con gli occhi ammaliati dal fascino di quelle bottiglie che, iniziando a trasudare, si rivestono di un velo uniforme di vapore... è l'acqua fresca a contatto con l'aria calda dell'estate.. fin quando le posiamo sul marmo di tavola... delicatamente, per evitare rotture. Diverso il percorso, se diretti a quel fico e quel ciliegio, a ridosso dell'aia di Cesare, con l'intenzione di farsene una scorpacciata e di uscirne impuniti. Spesso è il rumore di qualche ramo spezzato o lo sghignazzare di qualche compagno malaccorto, ad attirare l'attenzione di Cesare e a dettare i tempi di fuga.

Ricordo bene Ginina in partenza per Livorno, diretta da sua nonna Giulia, a passare qualche giorno di vacanza, appena finita la scuola, e il giorno che Zia Pia riprende il solito lavoro alla 'Generosa'... -'Vai da nonna, ti deve mandare a portare il desinare a zia Pia. Tanto la strada la conosci! Poi ritorna subito a casa. È già tutto pronto, siamo a mangiare giù con nonno Nuti, come sempre a mezzogiorno, da quando la 'Signora' è al mare a Torre del Lago'-

E io prontamente seguo le indicazioni di mamma prima e di nonna dopo. Il percorso oramai conosciuto, per quello sdrucciolo che, dopo il podere di Cesare, si fa viottolo e più giù anche strada, e che costeggia e unisce tra loro più case di contadini. All'andata, in discesa, quando è giorno di mercato è facile incontrare massaie di ritorno dal mercato, qualche 'capoccio' che si è attardato a concludere un affare, mentre ridiscendono verso San Pietro alle Fonti o verso San Lorenzo al Nicicchio. Tutti a fare la strada insieme, in discesa - 'Oh dove vai bimbo?' - quasi sempre la stessa domanda da volti nuovi, anche da chi sale a quell'ora diretto all'Ospedale. Sdrucciolo particolarmente frequentato la mattina presto, se è martedì, da massaie a salire verso Piazza de' Polli, cariche sopratutto di polli, conigli, nane e uova, loro patrimonio personale. Ma nel tragitto di ritorno, quando tutti vanno di fretta e scompaiono improvvisamente, non sempre riesco a ricordare le raccomandazione di mamma, sopratutto se lungo la strada si cominciano a scorgere more che cambiano, verso il rosso e poi verso il vinaccia. È facile perdere la cognizione del tempo mentre metto a tacere la fame con le prime more. Strada verso la 'Generosa', che col tempo diventa anche curiosità e conoscenza, quando entro in contatto diretto con quel particolare ciclo produttivo, che di fatto non produce nulla, ma riesce a suscitare meraviglia, per quegli strani macchinari che sembrano... 'vomitare' una bottiglia dietro l'altra, di più misure e non solo di acqua. Viaggio che non è mai a vuoto.

C'è sempre in attesa una ricompensa particolare.. tutta frizzante, o Gassosa o Chinotto, appena uscita da una di quelle macchine, a solleticare non solo il palato ma anche il naso particolarmente sensibile a quelle bollicine che volano dappertutto. Ed è in quella pausa pranzo, a macchine ferme, che Zia mi fa fare il giro del capannone. Rammenta il nome di chi sta a caricare, chi sta alla 'Spera' a controllare che non ci siano difetti, e a scartare le bottiglie dove galleggiano residui o impurità varie. Una stiva di cassette di legno tutte piene di bottiglie da riempire, altre stive di misure diverse per acqua o bibite pronte per essere caricate sui camion, già tutti in fila in attesa del carico e della partenza. È così sempre ad inizio di ogni pomeriggio. Quasi tutte donne a lavorare sulla catena, gli uomini addetti sopratutto a caricare i camion in arrivo e in partenza. Destinazione sopratutto le località di villeggiatura della Toscana, come Massa e Viareggio , ma anche zone di montagna. Le donne quelle che scendono da San Lorenzo a Nocicchio o vengono da La Scala, e sono in maggioranza, tutte a piedi. Insieme a Zia Pia a fare la stessa strada, da San Miniato, ogni giorno, secondo i turni di lavoro, Cesarina di Frillo che sta 'sotto il Ponte', come anche Adelina Dainelli, la Valleggi e Renza nipote di Antonio di Quirina. Tra gli uomini come Capo Fabbrica, Mario Martelli, un nipote del padrone che abita ad inizio di via Sant'Andrea, stesso portone delle sorelle Santini. Mi saluta sempre chiamandomi per nome, io che spesso mi ritrovo a casa sua in compagnia del figlio, compagno di giochi in estate . Come dimenticarle quelle merende con 'gassosa' o spuma da bere!

A distanza di 60 anni ben vivo il ricordo della 'Maceratrice' dove le bottiglie di vetro vengono spogliate delle vecchie etichette e risciaquate. Una buca da riempire facendo leva su una ruota, mentre un gruppo di donne, sul lato opposto, toglie le bottiglie dalla maceratrice, le risciacqua nuovamente a mano e le ricontrolla prima di posizionarle sul nastro trasportatore. Da lì in fila fin dentro la macchina che le riempie, come da programma, o di acqua liscia o gassata, o anche di bibite colorate. E così in fila davanti alla 'speratrice', fino alla macchina che mette le etichette, prima della chiusura, fatta a mano dalle donne. Solo negli anni successivi, automatica anche la chiusura con quei tappi di metallo che noi bambini usiamo per fare i nostri "Giri d'Italia" e anche per il nostro "Tur de Frans"... la corsa a tappe francese.

Una vita da pendolare la chiamerei quella di zia Pia per turni di 8 ore, notte compresa, con sosta al momento del pranzo e festa la Domenica. Lavoro iniziato, invero a due passi da casa, nella Fattoria del Finetti in Via Ferrucci, nei primi difficili anni dopo la guerra. Come dimenticarsene davanti a quella foto di gruppo scattata nell'orto Finetti, a fissare tutti o quasi gli addetti del periodo!Sopratutto donne, guidate da Gosto Chesi e da Mandorlini Giuseppe... e tante che non ci sono più. Solo un'inizio per 'Pia', l'unica di casa Brucci destinata a restare sempre nella casa paterna, prima in Via Pietro Bagnoli in un portone a vetri, già uscio di bottega un tempo, e dopo il 1960 nell'attuale indirizzo, al n° 1 di Via Paolo Maioli, giusto accanto alla chiesa di San Rocco.
Penultima di 8 figli, non se ne è mai andata da casa, neppure quando nel 1976 si sposa, non certo giovanissima, con Dino. Figlia di Oreste, conosciuto come Musolino, e di Livia infermiera in Ospedale, nasce dopo Gino (1908), Gina (1910), Adriana del '14, Umbertina del '20, Eda del '23, e Rodolfo detto Magnino del '25. Dopo di lei l'ultimo: Alberto, Barnaghino di soprannome, del 1930.

Intensa e senza sosta la sua attività lavorativa e non solo, che accompagna all'assistenza prestata prima a Oreste, infermatosi per un ictus, e protrattosi per ben 8 anni in un fondo di letto fino all'amputazione, prima di una, poi della seconda gamba. Assistenza quindi assicurata naturalmente alla mamma Livia, oramai vecchia, fino alla fine, appena pochi mesi dopo il matrimonio con Dino, dopo "aver sistemato anche l'ultima figliola", come soleva lei stessa dire.

Ben la ricordo Maria Pia in quegli anni, ancora giovane d'età, la sera dopo cena a fare la 'sua veglia', con Oreste oramai infermo a letto, Livia davanti alla TV a tutto volume che lei monopolizzava secondo i propri gusti. E Pia a fare la 'settimana enigmistica'... una vera esperta era diventata. Mai compiutamente, noi nipoti abbiamo provato a riconoscerle il giusto merito, quale forma minimale di riconoscenza. Inadeguate sempre le semplici parole per esprimerlo. Forse in maniera più attenta e consapevole l'hanno fatto i fratelli, certamente in cuor loro. È con questi occhi e questa consapevolezza che oggi la guardo... lei 87enne... muoversi con estrema scioltezza e agilità e prestarsi ancora per gli altri, come sempre ha fatto, andando quotidianamente a dare una mano al Ricovero dove ha lavorato per anni, ultimo suo lavoro prima della pensione.

Solo per ricordare gli altri 'posti' di lavoro in ordine sparso. La SAIAT di San Miniato Basso a lavorare pomodori. La Famiglia Capponi con un impegno lungo negli anni, anche di 24 ore, non solo nella casa della Nunziatina, ma anche durante le vacanze estive a Viareggio. Il ritorno per un periodo breve a la Generosa, prima di approdare in casa Pucci, quale donna tuttofare nell'anno del trasferimento al n° 1 di Via Paolo Maioli. Per finire il lavoro, quello di assistente generica alla Casa di Riposo di piazzetta di Pancole, che non ha mai cessato, perché tuttora in forma del tutto volontaria, la mattina e la sera, alle ore comandate, si presenta con i suoi 87 anni suonati, disponibile al bisogno "quale vecchietto devo imboccare oggi??" (spesso è più giovane di lei)... o domande simili secondo le circostanze e l'ora della giornata. Quando non è in casa è probabilmente alla Casa di Riposo... lo è certamente, invece, se è l'ora della messa vespertina.


Le Fonti di Pancole
Foto di Francesco Fiumalbi


CASA VANNINI - Racconto di Giancarlo Pertici

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di Giancarlo Pertici

CASA VANNINI ... lo scorrere della vita a cavallo fra gli anni '50 e '60

Di casa Vannini come era nei primi anni '50, anche ad occhi chiusi, potrei farne una precisa mappa, arredamento e quadri compresi, fino su in soffitta e giù in cantina. Quando si varca quella soglia, per noi bambini, quella è la casa della "Signora". È così che noi chiamiamo con rispetto e con affetto Corinna, lei che non si dà arie e che per noi è quasi come una nonna. Signora che, in quegli anni, appena passata la guerra, si trova a 'ospitare' famiglie diverse e a condividere spazi e servizi, e mai cessa di farlo. Che è una casa da signori lo si capisce dai gabinetti presenti, uno ogni piano o quasi, e da quel lungo corridoio che rende esclusivo l'ingresso in ogni stanza, io abituato da nonna Livia a stanze di passaggio, oltre che buie. E così la prime due stanze, piano terra, una di fronte all'altra, sono la casa di 'Beppe di Boghe', di cognome Morelli. Appena dopo, un gabinetto, e di fronte l'andito con le scale per salire al mezzanino, al primo piano e così via. Quindi quella 'vetrage', elegante, a colori, a suddividere il corridoio in due. Corridoi e anditi incorniciati da una volta a tutto sesto, come pure le rampe delle scale.

Oltre la vetrage si entra dalla 'Signora'. Sulla sinistra la Sala, di fronte un armadio a muro: la dispensa. Tratto questo del corridoio in discesa quasi sempre al buio, uno scalino a metà, che termina con un'apertura che dà in cucina, e sulla destra, la porta a toppa per la cantina. Sala dalla quale è ricavata una stanza buia, a mo' di ripostiglio con dentro 'di tutto' e due ritratti incorniciati: un uomo e una donna... i vecchi di casa Vannini. Sala arredata, a destra, con divano e, affisso al muro, un'orologio a pendolo; sulla sinistra un pianoforte che ho strimpellato fin da grandicello; tavolone al centro e un buffet alla parete opposta. È da una porta a vetri che si esce, prima in una piccola veranda, poi in giardino. La cucina stretta e lunga e una finestra che dà sull'orto; alla sinistra una porticina con chiavistello, per uscire in giardino e in fondo, l'acquaio di pietra. Alla destra, un'urna, ricavata nel muro a terrapieno, con dentro la conca del bucato e il coperchio in legno. Subito dopo, il focarile, tre fornelli a carbone, con sopra la cappa. Accanto, una tavola, appoggiata al muro. Ci si mangia di giorno. La sera, per cena, non basta. Quando torna babbo dal lavoro, si mangia in sala. Io a tavola sono sempre accanto a nonno Nuti, ogni giorno, finché sono diventato grande, a 'condividere' il pane: io la corteccia e lui, oramai senza denti, la midolla. Nonno che col caffè, ha una sua particolare liturgia in casa e al bar, anche se con 'Mandorlino' bisticcia sempre - Per trenta lire, dammene di più, di caffè!! - La liturgia, quella legata allo zucchero che sembra non sciogliersi mai, il cucchiaino quasi a mo' di campanello, quello che in chiesa accompagna l'elevazione a consacrazione compiuta. Elevazione che, col caffè, pare non arrivare mai.

Nei giochi mi è compagna Giuliana, la figlia più grande di Beppe di Boghe, mia stessa età. Già prima ancora che iniziassimo a camminare, ci ritroviamo in giardino e in Piazza Santa Caterina a giocare con le bambole, talvolta anche nella sua cucina. Con Elena, la 'Puccetta', quando viene a San Miniato per le feste e in estate, condivido le sue bambole di cartone, corredate di un infinito guardaroba per l'inverno, per l'estate, per ogni occasione. Il resto dell'anno, restano in una scatola, chiuse nel primo sportello a destra del buffet. Bambole che, quando escono alla ribalta, in passerella su quel divano rosso porpora, mi trovano modello, sarto, cameriere secondo necessità e richieste. Qualche volta anche Anna di' Ferlin a reclamare una parte. Fin quando arriva anche Maurizia, mia sorella. Non so se per imbarazzo, che io mi escludo, anche se solo momentaneamente, dal gioco - Da femmine – dichiaro, fin quando, in estate, la Signora al mare, quelle bambole riemergono; gioco esclusivo, io da solo, nei giorni che piove, quando fuori è buio, libero di essere cameriere, modello o sarto.

Per le feste di Natale poi, quando, oltre alla 'Cetta' e a tata Ines, arriva anche 'Papalone'... 'One' per noi di casa, Actis Carlo per gli altri... siamo tutti 'insieme' a tavola! Anche negli anni successivi quando già abbiamo una cucina tutta nostra, quasi come famiglia unica, tradizione che non si è mai interrotta, nonno Nuti e 'One' a capotavola. Crostini con fegatini di pollo e tortellini in brodo, quello della gallina più vecchia. Poi coniglio e patate arrosto. Per finire il panettone, il Galup che ogni anno Ines porta da Torino. Nell'angolo accanto al buffet l'albero di Natale, e sotto i regali.

Cucina quella della Signora, la mia prima cucina, che durante l'anno quando non è festa, è fatta di due piatti principali: polpette e francesina. Impossibile dimenticarli. Polpette di sole patate, ma così buone!! Quel sapore speciale che lei solo le sa dare! esaltato da una dose generosa di noce moscata che si sente anche a distanza, anche di anni, anche a polpette fredde. E la francesina! quella magica trasmutazione di cui il lesso riesce a godere, sotto le mani sapienti di Corinna, la 'Signora', anche se è solo spicchio di petto, con conserva, quella fatta in casa, e cipolle dell'orto. Quasi un capolavoro nel quale, mia sorella Maurizia, si guadagna il titolo di 'Trogola', destinato a durare nei ricordi e nel tempo, immergendovi generosamente, oltre che il viso, anche gli orecchi e i capelli, senza contare le mani eternamente contaminate da qualsiasi companatico "in umido". Nomignolo di cui si conquista i galloni sul campo, in breve tempo ed inaspettatamente, col suo ingurgitare in fretta ogni cosa, con fare circospetto, timorosa e sulla difensiva, come se qualcuno potesse toglierle il pane di bocca.

Indelebile nella memoria quella volta, convinta dalla Signora ad assaggiare il 'paracore' (polmone e cuore in umido), che mai ha assaggiato e che da sempre rifiuta di fare perché - "A me 'un mi garba!!" - Volta che invece prova e assaggia. Dapprima una midolla, appena intinta nell'umido, a seguire un frammento di polmone, almeno quello che la Signora le porge sulla punta di una forchetta, ma che non convince ancora la Trogola. La quale, forse per non deludere Corinna, si attarda lì, a bordo tegame, a persistere nel suo assaggio, fino in fondo, fino all'ora di cena, quando a noi non resta che accontentarsi, a tegame ripulito, delle solite uova.

È questa la mia prima casa, la cucina condivisa con la 'Signora' e famiglia. La notte babbo e mamma che vanno all'ultimo piano, in una camera che prende luce da una finestra a due metri da terra, sopra un tetto laterale a confine con Primetta. Accanto, la camerina buia. Con Maurizia, mia sorella appena nata, il mio posto è lì, accanto alla culla, nel mio letto di bandoni, una mezza misura. Letto di ferro, alto da terra, sul quale mi ci arrampico a fatica, aiutandomi alle sbarre della culla. Sdraiato, finché è giorno o finché la luce resta accesa, la vedo e la guardo la mia sorella, lei che sembra avere occhi solo per me. Poi, quando si resta al buio, è solo il suo respiro e i suoi richiami a farmi capire dov'è. Troppo forte la tentazione! E su per le sbarre di quella culla, una gamba a cavalcioni, mi lascio scivolare dentro. Atterraggio morbido sul materasso e su Maurizia, fino a scivolare nel sonno abbracciati. È così che ci ritrova mamma la mattina, ogni mattina, tutti pisciosi ma visibilmente soddisfatti. Non ricordo che ci abbia mai brontolati o abbia fatto nulla per impedirci di dormire insieme.

Con la crescita di Maurizia, e coi problemi legati alla lussazione congenita delle anche, veniamo separati. Io comincio a dormire in una camera al primo piano con nonno Nuti, letto da una piazza e mezzo. Non ricordo esattamente la prima volta, anche se ho presente mamma che mi mette il pigiama, mi rincalza e mi lascia sveglio a luce accesa. - Le preghiere le dici con nonno Nuti - È lui che mi insegna a pregare prima di addormentarmi. Ed io l'aspetto ogni notte e quando arriva c'è sempre almeno un cavalluccio, vinto a giocare a carte dal Giorgi. La preghiera a San Giuseppe e i racconti di Tonino. A letto e al buio sono altra cosa! Il silenzio e il buio, anche se il racconto è appena sussurrato, mi fanno essere lì, con Tonino, ben più che di giorno, sugli scalini dell'orto o in collo sull'uscio di casa. Tonino quasi lo posso toccare, e sentirne anche il tono della voce. Assomiglia tanto a quella di nonno Nuti. Continuo a sentirlo anche dopo che mi sono addormentato. Mi accompagna per buona parte della notte, fino anche alla mattina. Questa è la nostra prima camera, mia e di Nonno Nuti. Storie, ricordi legati anche al primo mal di denti, alla prima Otite, alla prima influenza, alla prima volta di qualsiasi cosa.

È al primo piano che la Signora tiene un gabinetto esclusivo, una grande camera con ripostiglio ed una sala, grandissima, arredata in stile coloniale. Divani e poltrone in giunchi e bambù, ricoperti da cuscini di pelli di cammello, un grande tappeto, una piccola veranda con scrittoio, foto incorniciate in bella posa alla luce del deserto in costumi coloniali dell'epoca, canterale e una enorme finestra che occupa tutta la parete affacciata sul giardino e sull'orto. È la casa della Signora. L'arredamento, quello portatosi dietro dalla Tripolitania, quando negli anni 30, suo marito carabiniere era di stanza in Africa.

Al mezzanino la casa di Irma coi tre figli e Giovanni, il marito, che fa il manovale e torna solo la sera. Casa fatta di camera e cameretta buie, oltre a una cucina che prende luce da una porta a vetri che dà sul terrazzo, rivolto al sole di Gargozzi. La Camera grande per Irma e Giovanni, di lato un lettino per Anna. In camerina, nel lettino bastardo, dormono Berto e Giancarlone insieme. Il gabinetto è al piano terra, a mezzo con la Signora.
All'ultimo piano c'è Tetta col marito, il Micheli, oramai vicini alla pensione, mentre la figlia sta a Roma da anni, dove si è trasferita dopo sposata. Tetta, che ha un gabinetto tutto per se e sul fronte strada due grandi camere, ne tiene una sempre vuota che si anima, quando in estate, al termine della scuola, arrivano da Roma i nipoti, Piera, Piero e Franca.
In quelle due stanze a piano terra, ben me lo ricordo Boghe col suo linguaggio colorito. - È una sagoma! - Sottolinea Corinna. Non ho mai capito cosa volesse dire. Forse perché lui... quando a bischereggiare, quando a bisticciare in tono animato con la moglie Isola, fino al giorno, ma non saprei dire di che anno, che trova casa in Via Maioli e trasloca.

È così che andiamo a 'vivere da soli'. Quella stanza a sinistra diventa la nostra prima cucina. Un acquaio in pietra con lo scarico che va diretto nel tombino in strada. Per l'acqua, ci arrangiamo con la cisterna di casa e con la fontina di piazza. Ben ricordo quella tavola, i miei primi compiti, e quelle trapunte che mamma cuce per una confezione di Empoli. La sera a cena siamo solo noi quattro, se babbo torna presto; altrimenti noi bambini ceniamo alla nostra ora e dopo a letto! È quasi sempre così. Qualche volta invece la sera, appena cenato si esce. Si va a veglia. Si va da Nonna Livia, la porta accanto, se ci sono le canzoni alla radio. Quando arriva la prima Televisione da Pietro, è solo dopo Carosello che filiamo a letto noi bambini, anche se è la volta di "Lascia o Raddoppia" del giovedì. Una sera, che è sabato, babbo arriva con una sorpresa. Se la porta da Empoli con la corriera della "Danti & Biagioni", autista zio Magnino. È il primo fornello a Gas. Tre fuochi marca Flamma; la scritta in rosso. - Sono già stato da Pietro, viene a metterci la bombola del gas! - E infatti, armato di chiave inglese, arriva proprio Pietro, bombola in una mano e gomma nell'altra. È così che mia mamma può lavorare a macchina, il 'fuoco' sotto la pentola che va da solo senza bisogno di ventaglio.

Anno intenso quello principiato con la cucina nuova e con tante novità nell'aria, sospirate e immaginate. Ora che ha trovato anche da cucire cappellini per impermeabili, mamma insieme a babbo, un giorno parte per Empoli. Vanno dal 'Morino' a comprare una macchina da cucire vera, macchina industriale dal costo importante. Col 'Morino', che ha bisogno di farsi conoscere e di fare promozione su San Miniato, e col lavoro che cresce, c'è subito l'accordo. Pagamento a rate. Con piccole cambiali, arriva la Pfaff: una macchina da cucire a pedale. Lavoro faticoso anche, e babbo, la sera, di ritorno dal suo lavoro, anche se è tardi, si siede di fronte a mamma e pedala anche lui. Impossibile capire una sola parola per il rumore della ruota, il cigolio del pedale, il frinire della cinghia, senza contare il battito dell'ago sulle trapunte e sulla gabardina, mentre la prima Radio, marca 'Geloso', ripete le canzoni dell'ultimo Festival di San Remo. Con quello che guadagna anche mamma, la casa si arricchisce presto di pentole nuove, di qualche tovaglia, mentre si comincia ad usare anche i detersivi confezionati al posto della 'lisciva' e della cenere.
Mi ricordo ancora quel sabato e mamma radiosa di ritorno da bottega, dalla bottega di Nello a chiudere il conto del mese, con quel libretto in doppia copia sul quale si segna, giorno per giorno, la spesa fatta. Quel mese per la prima volta i soldi riscossi sono di più di quelli da pagare e il libretto viene chiuso definitivamente. - Da domani non si segna più! Si paga tutto subito.- Dalla contentezza di mamma e babbo, deve essere qualcosa di veramente importante!! anche se non posso più passare a prendere un fruttino per merenda e dire - 'poi passa mamma a segnare'! -

È sempre tempo di cambiamenti in Casa Vannini. Sono le famiglie che crescono a chiedere spazio, con la 'Signora' sempre disponibile. È tempo di Traslochi, tutti dentro Casa Vannini: nessuno che va via, è solo la 'Signora' che cede stanze e spazio agli altri, lei "Signora" di nome e di fatto.
I primi a godere di queste inattese novità siamo io e Nonno Nuti. Lasciamo la nostra camera al primo piano e traslochiamo in quella che era stata la camera dei miei. Ultimo piano, finestra piazzata lassù in alto ad aprirsi sul tetto laterale. A confine con la camera, la cucina di Tetta che ha sempre qualcosa da borbottare. Il Nuti non l'ascolta nemmeno, così non litigano mai. Il letto in ferro, testate di bandone, è particolarmente alto. Il comodino, con in basso l'orinale estraibile, diventa un trampolino per arrivare sul letto. Con il tempo imparo, montando sul comodino, ad arrampicarmi fin sul davanzale della finestra, per montare sul tetto, teatro di caccia ai nidi di passerotti che nel tempo saranno una delle passioni di Berto.

Irma prende possesso di tutto il primo piano. Porta a vetri per accedere direttamente alla sala, e da lì, alle due camere di passaggio, ripostiglio compreso. La cucina corrispondente alla veranda della Signora con grande vetrage sul giardino e sull'orto. Gabinetto e due antibagni in esclusiva, con 'vate' al posto della buca. Noi, io, babbo, mamma e Maurizia saliamo al mezzanino. Cucina con terrazzo. Camera e camerina buie, io che già dormo con Nonno Nuti. Il Gabinetto a piano terra a mezzo con la Signora, ma ancora per pochi anni. Arriva presto un gabinetto, ampliamento sopra il giardino, tutto nostro. Solo negli anni 60 anche la doccia nell'antibagno.

Con i bambini che crescono, cambiano anche le abitudini, ma non sempre. C'è infatti chi dà piena conferma del nomignolo affibbiatole d'istinto, la 'Trogola', che non sembra avere limiti quando si tratta di mangiare e si adatta subito a questa nuova disposizione in Casa Vannini. La Signora a piano terra, noi al mezzanino, Irma al primo piano e nonna Livia, solito posto, la porta accanto. Quasi una mappa disegnata nella mente e nel suo stomaco, quasi fosse una corsa a tappe, direi quasi a cronometro per rispettare tempi e percorsi, mai oltre il tempo massimo. E Maurizia sempre presente all'ora di cena in quelle case, porta sempre aperta, con la chiave sempre infissa nell'uscio, se non addirittura senza. Orario di partenza - quello serale dedicato alla Cena - dalle ore 7, da casa Ferlin. È l'ora che Irma esce dall'ospedale, la cena quasi sempre preparata il giorno, da scaldare la sera, per Giovanni che, minuto più minuto meno, arriva a quell'ora e vuole cenare subito. I figlioli a ruota. Mentre io scendo prima di quell'ora per andare da Nonno Nuti e anche in casa da mamma, Maurizia si intrattiene. Quello di Irma - Vuoi cenare con noi? - è quasi un invito, irrinunciabile per la Trogola che prontamente si siede, ingurgita primo, secondo e contorno, di fronte a Irma convinta che dove si mangia in cinque si può mangiare anche in sei e anche che quella sarà la cena della Trogola, che prontamente risponde a mamma, quando sente la sua voce dalla tromba delle scale - È pronto, vieni Maurizia!! - E lei ubbidiente, arriva a tavola, si siede accanto a babbo come al solito e si mangia tranquillamente la 'sua cena', consumata velocemente sempre, presa dalla smania di correre subito da Nonna Livia, appena cenato, senza perdere un minuto. Io mi sono fatto l'idea che si sia fissata con la Radio di nonna Livia, da quando è arrivata quella nuova. Da Nonna Livia si cena sempre tardi, mai prima delle 8 e mezzo. È sempre dopo quell'ora che tornano dal lavoro sia Rodolfo che Alberto, il primo da Firenze, l'altro da Empoli; il primo autista e il secondo trombaio. La scena sembra la stessa davanti a quella tavola così affollata, tra zii e nipoti, dopo che anche Berta con figlie è tornata alla casa madre dopo la separazione.- Ma hai cenato? - La domanda spontanea di Nonna. Un No forse appena accennato. Oppure un Sì se la domanda è invece - Hai fame? - che lei si rimette a tavola senza tanta furia. Se e quando arriva mamma a prenderla per metterla a letto, lei è già accanto alla radio o a giocare in disparte con Daniela. Solo dopo alcuni mesi e dopo alcune indigestioni, diversamente diagnosticate dal dottore, la scoperta in flagranza delle cene impunemente consumate da tutti, che ne fissano indelebile il nomignolo: Trogola.

Poiché il lupo perde il pelo ma non il vizio, memorabile il ricordo di un giorno, con salsicce rifatte all'uccelleta con fagioli, per cena. Una salsiccia a testa, e una per il tegame, come si suol dire. Ma solo un modo di dire "per il tegame", come quella sera che mamma, dopo che tutti abbiamo mangiato la nostra salsiccia, dopo un primo di pasta e fagioli, fà - C'è una salsiccia, chi la vuole? - Istintivamente penso a babbo, al suo lavoro, lui che la mattina parte alle cinque per tornare alle 10 della sera e che fa un lavoro faticoso, al freddo. Invece è la Trogola che batte tutti sul tempo - Io - ben scandito, dito alzato a scanso di equivoci, per quella salsiccia evidentemente tanto agognata. Appena un attimo, appena un gesto quello col quale Maurizia, la 'Trogola', infila la salsiccia con la forchetta e tutta intera se la infila in bocca, ovvero tenta di farlo spingendola anche di lato con il pollicione della destra, ma con scarsi risultati. Le salsicce di Falasco sono sempre piuttosto grosse. Manovre che non passano inosservate a babbo, evidentemente con ancora della fame da soddisfare e con, nella mente, le ripetute cene di cui la 'Trogola' si è resa rea, a danno dell'immagine della nostra famiglia. Manovre che non riesce a dissimulare perché, nel momento in cui sembra subire un'inizio di soffocamento, babbo le viene in soccorso, più per rabbia, con una sberla tale, tra capo e collo, ché la salsiccia, disincagliata da quella bocca spalancata, quasi fosse un siluro, ne esce attraversando tutta la cucina, scansando miracolosamente mamma, andando a rifinire pari pari dentro l'acquaio. Il tutto in un silenzio surreale, prima dell'esplosione di una risata, mia e di mamma, poi anche di babbo, dopo che ha recuperato la salsiccia quasi intera dall'acquaio.

In quegli anni 50, appena affrancati dalla spesa fatta col 'libretto', bottega sotto casa, arriva la voglia di una sorta di dispensa alimentare, come quella dei signori, che inizia dal vino, preso finora a litri da Olimpia o da Pietro, quasi ogni giorno. A damigiane, lo si può comprare da Cesare, fratello di nonno Lillo, che ha il podere dietro il sanatorio. Costa meno che a bottega. Ci vuole posto! ma noi abbiamo la cantina della Signora e tutte le bottiglie vuote che vogliamo. Unico inconveniente il Dazio. Bisogna andare 'di là', accanto a 'Baldo' l'appaltino c'è l'ufficio del Dazio che apre ogni mattina alle 9. La prima volta ci va mamma e ne torna anche arrabbiata. - Hanno voluto sapere quanti litri è la damigiana, quale è il suo peso, quanti gradi fa il vino, l'indirizzo e i dati di zio Cesare, il nostro indirizzo, l'orario di partenza e quello di arrivo ed anche il percorso con le vie. Addirittura se si passava anche da altri Comuni. Per fortuna c'era uno che conosce bene nonno Lillo e anche zio Cesare e ha fornito lui tutti i dati che non sapevo. Poi la sorpresa finale: il costo, centocinquanta lire.( se ricordo bene) Un vero furto. - ...tutta d'un fiato, mentre babbo ascolta in silenzio. Capisce solo quante lire si sono tenuti quelli del Dazio. - Tra poco costa più del vino! - L'espressione, quasi a voler giurare vendetta. - Godetevi questi... per me sono gli ultimi che vi prendete! - Minaccia dal tono di una promessa, quella di babbo, che viene mantenuta appena finita quella prima damigiana, appena svuotato l'ultimo fiasco. Questa volta non viene Cesare a portarci la damigiana. Ci dobbiamo pensare noi! Dopo cena, già tardi, forse le dieci, arriva nonno Lillo. Assieme a babbo, escono di casa. - Si incamminano verso Cesare. - penso io! Invece no! Attraversano la via, passano di casa di Natale, escono nell'orto al buio, c'è la luna, e scendono fin nel vicolo carbonaio che costeggia i muri perimetrali dei giardini dell'ospedale. Appena lì sotto... l'aia di Cesare. Con l'aiuto di Natale e di suo cognato, una maniglia per ciascuno, salgono su per quegli scalini scavati nel ciglione e per quelli dell'orto di Natale, fino in casa. Giunti nell'andito, sono le donne a fare la loro parte. Da un lato mamma, dall'altro la moglie di Natale, sulla strada, davanti ai rispettivi usci. Si aspetta il momento opportuno, nessun sguardo curioso in giro, neppure in lontananza, che possa destare sospetti, fino all'avviso sussurrato - Tutto libero, via! Svelti! - In silenzio, in punta di piedi, quasi in apnea trattenendo anche il respiro, fin dentro l'andito della Signora, fin giù in cantina, sul retro, dove fiaschi e bottiglie risciacquate sono pronte in fila a nascondere il corpo del reato, in quella liturgia contagiosa dell'infiascamento di quella damigiana che 'pari pari' senza scossoni ha superato scalini e dislivelli per lasciare inalterato sapore ed aspetto. Silenzio che viene rotto solo dopo l'ultimo fiasco, nel viaggio di ritorno di quella damigiana vuota, verso valle e verso la cantina di Cesare. La misura d'avanzo tracannata e festeggiata tra risate e sberleffi all'indirizzo del Dazio.

E sempre da Cesare, appena pochi mesi dopo, prima che comincino i primi freddi prende forma l'ipotesi Maiale. Un maiale da scannare e lavorare tutto per noi. In parte insaccati, salsicchie e salami, e in parte salati interi tra rigatino, gote, spalle e prosciutto. Tentazione, da 'contadino smesso', alla quale babbo, anche istigato a dovere da Lillo, non riesce a resistere; a buona ragione! Le risorse questa volta ci sono! Per la lavorazione del maiale, nessun problema: tutto 'in casa' affidandosi alle mani esperte di Lillo. Unico problema e neo, il DAZIO, per il quale cambia lo stratagemma e la via a percorrere. È nel tardo pomeriggio, approfittando di un giorno di lavoro e di un cantiere aperto nel giardino dell'Ospedale, che si consuma il primo atto, anche se non in perfetto silenzio. Il maiale sembra non aver voglia di collaborare e sbraita più del dovuto. 'Da Mandorlino', pur intenti e presi dalla solita partita a ramino, Giancarlone e Tarcisio ben avvertono le proteste del maiale anche se non possono sapere con chi può avercela. - Cesare è alle prese col maiale! Oh che mi pareva che l'avesse già ammazzato la settimana avanti! - È solo una riflessione ad alta voce, quella di Giancarlone, appena un'attimo. Attirato dalla 'calata' improvvisa di Tarcisio, ha occhi ed orecchi solo per le carte. Intanto il maiale mette fine alla sua forma di protesta. Di sotto, in cantina, Cesare e Lillo, dopo un attimo di imbarazzato silenzio, portano a completamento l'opera e issano, con le taglie, fino alla trave del soffitto, il maiale, diviso in due. Sangue e interiora in una tinozza da consumare al fresco. Quella sera in casa di Cesare, da Lillo e Norma per cena c'è il fegato. Anche da noi e da Livia, per primo minestra in brodo e per secondo fegato di maiale.

È l'inizio di una liturgia che, dazio o non dazio, ci accompagna ogni anno ad inizio inverno. Diversa la strada, sempre di notte, con la luna piena o quasi. Mezzo di trasporto una carretta di legno, rotino ingrassato contro cigolii sospetti, con sopra legato il maiale, ripiegato in due tronconi. La partenza fissata a buio. La notte quella appena dopo il 'trapasso'. Il percorso più rischioso è quello da casa fino alla via maestra, accanto al Sanatorio, in salita. Poi la parte facile, in discesa, che è il tratto però più scoperto, fino al Pian delle Fornaci. Di lì a destra nello stradello che porta dal Giusti e da Frillo, con deviazione subito a sinistra verso Gargozzi, ancora in discesa. Fin sotto gli orti. Il primo con muro a chiudere, quello di casa Vannini. Una porticina a toppa che il Nuti, a giorno, ha liberato dalla nottola e dal corrente puntellato alle scale, per la parte più difficile e faticosa. Cento e oltre gli scalini, con sul groppone mezzo maiale ciascuno, Lillo e Manlio. Una sosta a mezzo e il difficile passaggio finale quando le pareti a stringere costringono Lillo e Manlio a chiedere aiuto a Corinna e Eda, per superare a barella quello stretto passaggio e il cancello che chiude il giardino, e per deporre il maiale sulla tavola di cantina. Cantina vestita a festa, riordinata per l'occasione, rimessa a pulito. Segatura passata in terra e 'diressola' passata ai correnti del soffitto. Sembra anche più grande, più luminosa con i vetri puliti e la lampada nuova. Niente damigiane vuote in giro; fiaschi e bottiglie insieme nella cantina di sotto, quella ricavata nel tufo sotto la strada. La legna per la stufa rimessa a stiva sotto scala. Il deschetto di nonno Nuti e i suoi attrezzi in un angolo, di lato alla finestra, accanto alla vetrina degli attrezzi.

Il marmo della tavola lavato e risciacquato da Corinna per l'occasione, per il maiale già pronto a trasmutare in salami e salsicce. Rito al quale mi appresto ad assistere, assieme a nonno Nuti, dal suo cantone per non dare noia, e che comincia non prima di un'occhiata fuori, per capire che tutto sia calmo. Prima si affaccia Corinna e con una scusa attraversa la strada fin sull'uscio di Mandorlino, a sbirciare verso Pancole e verso Santa Caterina. Poi è la volta di Eda, di mamma. Lei entra direttamente all'appalto e prende una scatola di fiammiferi e una di svedesi, per il fuoco, ma anche due candele; non si sa mai.. andasse via la luce! Il suo è un passaggio discreto a capire chi c'è e sopratutto chi non c'è che potrebbe fare la spia al Dazio. Un'occhiata attenta anche dentro allo stanzino della TV, un saluto a Italia e di nuovo in casa. Se qualcuno chiede di Manlio, e c'è chi lo fa per abitudine, lei risponde. - È così stanco che si è addormentato a tavola. Ora va a letto. - Senza far rumore, per non far capire come mai manca anche Lillo, inizia quella liturgia in grado di trasformare ogni parte del maiale in un bene prezioso. Mamma e Corinna a tenere accesa la cucina economica che ha sostituito il fornello a carbone, per cuocere 'Mallegato', fegatelli, cotenne per la soppressata, e grasso che diventa strutto. Quella sera, a cena, ciccioli caldi caldi per tutti.

È solo l'inizio di un periodo che sembra annunciare novità ogni momento, alcune sognate, altre impreviste, talune perseguite, quasi a gara con il vicino di casa, a chi ci arriva per primo. Clima competitivo privo di acredine, ma alimentato dalla voglia di meravigliarsi e di meravigliare che sembra capace di lavare, anche sudore e fatica, dopo intense giornate di lavoro.
Con i primi fornelli a gas, in tutta Casa Vannini arrivano anche le prime cucine economiche a legna. La prima è quella di Nonna Livia. In casa mia arriva quando ci trasferiamo al Mezzanino. Cucina che in inverno scalda tutta la casa. Il fornello a Gas 'Flamma' va a rifinire su una mensola di marmo accanto alla stufa. È nello stesso periodo che anche Irma e Giovanni riescono a mettere insieme i soldi per farsi la cucina economica.

È nello stesso anno, con una primavera generosa ad annunciare un'estate anticipata, che maturano altre voglie. Tutte insieme. La prima è del Comune, che sta facendo una campagna di promozione per mettere l'Acqua in Casa a tutti. Ed è proprio ad inizio di quella primavera che Manlio e Giovanni preparano tracce, zio Alberto mette i tubi per l'acqua. Acqua che arriva così in casa, in ogni cucina. In quella primavera, anticipo dell'estate, ad alimentare anche la voglia di Frigorifero, alla televisione sono mesi che nel Carosello ne parlano.

In missione dal 'Rosi', in San Martino, mamma e babbo tornano con le misura del frigorifero: un Telefunken, il più grosso. C'entra appena in quell'angolo. Sporge ma non dà noia. Nei giorni successivi, si va a riempire, anche di cubetti del ghiaccio. Frigorifero che diventa il fiore all'occhiello di mamma, da sfoggiare ad ogni occasione, ad ogni visita. Offre da bere a tutti. Un pomeriggio di inizio estate, proprio quella prima estate, babbo arriva accompagnato da un rappresentante che gli vuol vendere una motocicletta: l'Aermacchi. Tutta presa nella sua parte di padrona di casa, segue alla lettera gli ordini di babbo - Offri da bere a... (non ricordo il nome) - Bòccia grande della Generosa in tavola, sciroppi Fabbri che fanno la loro comparsa nei gusti Orzata, Menta, Limone e Tamarindo... a scelta. Non ricordo il gusto, ma l'acqua gassata ad emulsionare lo sciroppo che si fa bibita. - Ci vuole del ghiaccio ? Quanti? - Con accortezza deposita tanti cubetti quanti richiesti, senza accorgersi della parte di plastica. Pochi attimi dopo, vedo impallidire mamma. Ne seguo lo sguardo sgomento, fisso sul bicchiere dell'ospite, dove galleggiano i resti. Quasi un lampo nei suoi occhi. Soluzione a portata di mano? Quasi! Con destrezza, facendo il giro del tavolo, dando le spalle all'ospite... quest'ultimo attratto da babbo che sta per cedere alle proposte... con fare da borsaiola consumata, facendo uso di quelle unghie lunghissime laccate in rosso, con un solo colpo le pesca tutte e due assieme. Appena un'increspamento della superficie, dovuto più all'istintivo movimento dell'ospite ignaro, nel gesto di portarsi il bicchiere alla bocca - Eccellente! Freschissimo. Grazie! - Aneddoto quello dei cubetti di ghiaccio che in famiglia, anche quella allargata, ha trovato sempre più versioni, a seconda di chi nel momento ne fa memoria, la sua o quella raccontata da altri.

C'è stato un periodo, di ritorno da veglia dal Circolino dello Scioa, quelle poche volte che mi ci portava babbo, che infilandomi nel letto in attesa di nonno Nuti, dopo aver assistito in TV a "L'Amico degli Animali" con Angelo Lombardi, mi lasciavo andare a fantasticare ad occhi aperti, ad immaginare l'impossibile. Impossibile che prendeva le sembianze di una Televisione sul cassettone, nella parete a fondo letto, e che durava solo qualche fotogramma, che comunque prendeva forma tanto da restarmi impresso anche nei ricordi, di bambino di allora. Fantasticheria che improvvisamente pare tramutarsi in realtà, quella sera che babbo di ritorno dal lavoro sentenzia - Domani arriva la Televisione, 21 pollici, Telefunken - Babbo ancor prima di cena comincia a lavorare di scalpello. - Pochi minuti – sembra voler dire, appena comincia a scalpellare su quel muro, intonaco vecchio, muro a mattoni pieni. Pochi colpi, ed ecco pronto il posto per la prima mensola. Una controllatina al piano con la livella, e comincia a praticare il secondo foro. Un colpo, un secondo, forse sferrato troppo forte, lo scalpello scompare, come d'incanto, senza far rumore, di là dal muro. - È andato a rifinire in camera di Iole – è il commento quasi divertito di babbo, che inforca le scale e va a suonare il campanello di Iole per recuperare scalpello e verificare i danni. Torna dopo appena cinque minuti, meravigliato e divertito. - Lo scalpello non è da Iole! - Cosa può essere successo? La verità è ben più semplice. Lo scalpello è dentro il muro, che non è un semplice muro ma un terrapieno che, alla prova dei fatti, è di oltre un metro. Continuando a scalpellare fino a ritrovarlo, viene alla luce un'urna larga e profonda quanto la mensola di marmo, per la televisione a 2 metri da terra.

Poi arriva il sabato ed iniziano le grandi manovre. Tutte quelle seggiole che da pian terra, in parte dalla cantina, arrivano fino in cucina e di lì in terrazza. Cucina che viene sgombrata di tutti gli arredi inutili, iniziando dalla tavola che pari-pari va a rifinire in terrazza, assieme alla cesta dei panni da stirare, al ferro da stiro; la cesta dei 'cappellini' finisce in camera sul lettone. Insomma tutto sgombro. La macchina da cucire appoggiata al muro sotto la televisione incastonata a due metri da terra, mentre sulla mensola accanto all'acquaio trovano posto gli Sciroppi Fabbri, bicchieri, Acqua Generosa, il Vin Santo di Cesare assieme ai cantucini preparati da Corinna e quelli biscottati di Irma. E davanti alla televisione, iniziando dalla poltrona in prima fila riservata a Livia, file di sedie che dalla terrazza trovano posto in cucina, mentre viene acceso lo stabilizzatore che si annuncia con suo ronzio inconfondibile e che sparisce solo perché sovrastato dal volume della televisione, appena pochi minuti giusto il tempo che si riscaldino le valvole. Siamo in onda! Volume a tutta che c'è ancora il telegiornale al quale Livia, sorda come una campana, non vuole mai mancare e che inaugura la serata: c'è IL MUSICHIERE.

Serata nella quale tutto sembra fermarsi e che fa il tutto esaurito sia da Pietro che al Circolino dove da pochi mesi è arrivata la Televisione a 22 pollici. Per me e Maurizia quasi sempre posti in piedi, poi arriva Irma e Giovanni assieme a Berto e Anna, mentre Giancarlone esce con gli amici. Arriva la Signora, mentre nonno Nuti esce per la sua partita a carte. Tetta resta confinata nella sua 'mansarda' a suonare la solita musica, percussioni e gran cassa. Appena finito il telegiornale e mentre va in onda Carosello inizia la sequela degli 'arrivi' dei vicini e di quelli che lo sono meno. Natale e Famiglia, Marisa la Cecconi, Gina e Primetta, zia Pia, la Giannoni, Giovanna e Giorgio di' Giolli, Marino con moglie e Rosaria al seguito, Cento Lire e famiglia, Medoro, mi sembra il Latini, qualche volta Beppe l'arrotino, se non ha altro da fare Gino e Adelina da sotto il Ponte. Non tutti sempre ma quasi, ad occupare nell'ordine partendo dal più lontano, tutti i posti a sedere disponibili; mentre qualcuno resta anche in piedi accostato al muro che dà in terrazza, qualcuno anche nel corridoio anche se la televisione la vede di 'sguincio'. Ma tutti o quasi, prima che la trasmissione principi. Quando la 'Signorina Buonasera' si annuncia... si spegne quella circolina a neon che dà luce alla cucina e si accende la luce dietro la Televisione che il Rosi ha consigliato. Silenzio assoluto e inizio del MUSICHIERE, mentre circolano cantuccini e vin santo, bicchieri generosi di menta, orzata, limonata a volontà sotto gli occhi inorgogliti di mamma, combattuta tra il godere del Musichiere che va in onda e dei sorrisi soddisfatti di amici e ospiti. Serata che si consuma velocemente e che termina, Livia permettendo, solo quando sale al cielo quella antenna senza fine a sentenziare che le trasmissioni sono terminate. Solo allora Livia libera il posto e, dando la buona notte, decreta la fine della serata. Tutti a letto, si mette a posto la mattina dopo: tanto è domenica! "Domenica è sempre domenica", come la sigla finale che mi accompagna gradevolmente mentre me ne vado a letto ad incorniciare il clima appena respirato, fino alla mattina successiva dove non si va a scuola.

È questa l'atmosfera che fa da sfondo all'avvento quasi simultaneo del telefono e della prima lavatrice, e negli anni successivi del gabinetto in casa e della prima doccia, delle mattonelle in cucina e delle prime cucine componibili 'Salvarani', dei motori che cambiano fino alle prime automobili, quasi tutte rigorosamente usate, che rendono unici quegli ultimi anni 50 e tutti o quasi i successivi anni 60.

Il telefono, infisso nel muro, di color nero, arriva dopo una attesa di qualche mese ed un costo non a portata di tutte le tasche. Telefono quale strumento insostituibile di contatto con i clienti, ma non solo. Alla vigilia delle feste, dopo aver prenotato ora, numero telefonico, prefisso e, volendo, anche il nome della persona con la quale parlare, basta fare il numero del centralino della Sip di Empoli (se non ricordo male il 12) che una signorina ti mette in contatto con il numero richiesto. È quasi sempre a Torino, dove Ines si è trasferita da Domodossola, la chiamata per gli auguri ed alla fine della conversazione è possibile anche conoscere il costo della chiamata che sarà addebitata poi in bolletta. Possibilità che apre le porte di casa a quanti sentono il bisogno di mettersi in contatto, con figli, parenti, amici o fidanzate e che trasformano casa Pertici in una sorte di centralino dello Scioa, sempre in funzione. A volte basta affacciarsi sul terrazzo, per annuciare a gran voce -"Giorgiooo! Alle 8 e mezzo ti chiama la tua fidanzata"- uno dei tanti comunicati di cui rammento grosso modo il contenuto, e che fa stazionare lì nel corridoio, seduti sulla cassapanca a mo' di sedile, quando tizio qualche volta caio, nessuno escluso secondo bisogno.

Nel frattempo noi bambini cresciamo, prima ragazzi, poi giovinetti e poi adulti ma comunque abituati a vivere a porta aperta o con la chiave nell'uscio in quella Casa che ci ha consentito di crescere e diventare quelli che oggi siamo. Insieme agli altri, fuori casa alla ricerca dei nostri spazi per giocare, a scuola con gli altri bambini dello Scioa o dei paraggi, le nostre prime vacanze, quelle al mare e quelle in Colonia. Ognuno con una propria storia, nata all'ombra di quella casa.

Giancarlo, chiamato per comodità Giancarlone perchè più grande di me, come si usava allora , appena dopo le elementari, viene mandato ad imparare un mestiere. Gli tocca quello di calzolaio. Non lo sceglie lui, ma gli viene scelto in casa. Diventerà un ottimo Montatore di scarpe, sandali e stivali. Nel corso della vita ci incroceremo, lui apprezzato montatore in un calzaturificio del mio stesso gruppo e io ragionierie in un altro. Ci ritroviamo a sposarci a distanza di pochi mesi, prima io e poi lui. Lui sposa una ragazza de La Ginestra, come altri di quel gruppo, che il sabato e la domenica frequentavano quella sala da ballo. Dopo sposato si mette a fare quello che non gli era stato concesso da ragazzo: studiare. Diventa così Infermiere Professionale e come tale lavora fino alla pensione.
Io, Giancarlino per tutti, dopo un periodo in Seminario divento ragioniere e come tale lavoro fino alla pensione nel comparto calzaturiero, dopo essermi trasferito a Marina di Pisa dove conosco la donna della mia vita e dalla quale ho due splendidi figli. Ora che sono in pensione ormai da 7 anni, mi scopro anche scrittore.

Anna Ferlin dopo la scuola elementare va a imparare il mestiere di parrucchiera dalla signora Pucci in Via Paolo Maioli. Quella che in casa Vannini era stata la prima camera di Boghe, diventa il suo negozio di parrucchiera, finché non si sposa col suo Riccardo e si trasferisce a Fucecchio, dove ora vive da pensionata.

Maurizia, mia sorella, stanca della scuola preferisce imparare un mestiere. Va prima dalla Turini in San Miniato e poi da Mirella Matteucci a Cigoli per imparare ad aggiuntare. Sarà il lavoro della sua vita da ragazza. Dopo aver conosciuto e sposato a Marina di Pisa il suo Roberto, si metterà con lui a vendere scarpe al mercato fino alla data del suo pensionamento. È morta inaspettatamente due anni fa per le conseguenze dell'artrite reumatoide, di cui era affetta da anni.
Elena vive tra Domodossola e Torino per tutto il periodo della scuola elementare e media, ma durante le feste natalizie e sopratutto in estate è sempre a San Miniato da sua nonna Corinna, La Signora. Per noi è una del gruppo anche se non c'è sempre. Finite le 'medie', i ripetuti cambi di scuola la portano a restare quasi fissa in San Miniato da nonna Corinna, fino a diventare una apprezzata Ostetrica e non solo. Vittima di una gravissimo incidente sul lavoro, in ospedale, con ustioni devastanti in tutto il corpo, viene colpita negli anni successivi da un male incurabile e morirà nella sua San Miniato a soli 40 anni.

Berto al termine delle elementari va a fare il lavoro che desiderava, il meccanico. Barani e Giannini l'autofficina dove in San Martino impara il mestiere, che abbandona per quello di venditore di accessori per auto. Ereditato il soprannome Patitta, che fu di suo padre, come tale è conosciuto un po' da tutti in San Miniato, dove vive da pensionato.

Questa la storia di casa Vannini e di noi bambini cresciuti alla sua ombra, in strada con gli altri, in piazza, su e giù per lo Scioa, a contatto con "dilaisti" e "diquaisti". Storie impresse negli angoli delle case, negli anditi, negli archi di "sotto il ponte", scolpite sulle lastre di piazza dell'Ospedale. Storie della cui eco, tra risa e grida, tra sapori e odori, sono intrisi i muri delle case, dell'asilo, delle botteghe, della scuola. Storie uniche e irripetibili, che meriterebbero tutte di essere raccontate.


Ines Vannini nipote di nonno Nuti, Corinna Vannini, Elena Actis bisnipote di nonno Nuti, Brucci Eda nei Pertici, Manlio Pertici.
Foto Collezione Giancarlo Pertici


LA STELLA MARIS A 60 ANNI DALLA FONDAZIONE - Racconto di Giancarlo Pertici

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di Giancarlo Pertici

STELLA MARIS a 60 anni dalla fondazione
per non dimenticare degli 'inizi'
Una Storia tutta o quasi al Femminile

È del 1945 la fondazione della sede diocesana della Pontificia Opera di Assistenza, particolarmente dedica all'infanzia, da parte di Monsignor Cosimo Balducci, già presidente del "Ricovero di Mendacità" di San Miniato (oggi Casa di Riposo "Del Campana Guazzesi"), in seguito parroco in San Michele e Santo Stefano in San Miniato.

E nell'immediato dopo guerra gravi erano le condizioni economiche e sociali sopratutto per quella fascia di popolazione costituita da contadini, mezzadri, braccianti e manovali, alla quale andava aggiunta anche tutta quella schiera di mano d'opera mal retribuita che lavorava nel 'pubblico' di allora: comune, ospedale, scuola, poste, catasto che percepiva dei salari che erano rimasti del tutto inadeguati dopo l'inflazione galoppante che aveva visto il paese uscire dalla guerra.
Ed è proprio con i primi anni 50, che la POA (Pontificia Opera di Assistenza) inizia a prendersi cura e a organizzare le Vacanze Estive per i bambini delle famiglie più disagiate, che non se le possono permettere. Bambini che soffrono di malnutrizione, di varie forme di bronchite dovute ad abitazioni umide e malsane. L'abbigliamento spesso inadeguato al clima invernale. Le case prive di una qualsiasi forma di riscaldamento. L'assenza di servizi essenziali in casa quale Acqua corrente, Gas, talvolta anche di Luce.

Si tratta di Vacanze al Mare e ai Monti, iniziando da luglio per finire a tutto settembre. Nel mese di Luglio a Prataccio in Comune di Piteglio in una colonia di proprietà della Diocesi, in località Cecafumo. Nei mesi di Agosto e Settembre al Mare a Calambrone, Colonia Firenze, la prima a sorgere tra il 1931 e il 1932. Colonie che accolgono inizialmente orfani di guerra o figli di genitori poverissimi. Bambini che hanno bisogno di tutto, di pane e companatico, di istruzione, di vestiario, di regole per crescere come buoni cristiani e buoni cittadini.

Particolarmente preziosa l'opera di reclutamento degli operatori addetti: Vigilatrici, cuoche, domestiche, guardarobiere, addette alla lavanderia, addette alla direzione, addetti alla segreteria, con una organizzazione capillare delle attività e dei turni di lavoro, per una attività del tutto da inventare, difficile da emulare da altri. Come assistente spirituale don Aladino Cheti.
Tra i promotori Mons. Cosimo Balducci, Don Marconcini, Don Brucalassi, i Canonici Nazzi e Fiorentini che fecero di tutto perché nascesse la "Stella Maris" a Calambrone, la cui Prima Pietra fu posata e benedetta dal Vescovo Felice Beccaro il 13 Settembre 1955.

E da alcune realtà parrocchiali sopratutto il maggior numero di ragazze, quasi sempre studentesse delle Magistrali. Provenienti da San Miniato, da Santa Maria a Monte, da Ponsacco, da Fucecchio, per una attività del tutto VOLONTARIA. Nessun operatore veniva pagato. Ogni ragazza che si rendeva disponibile, quasi sempre giovanissima, la considerava come una vacanza, ma partecipata con la serietà massima che il ruolo richiedeva.

L'organizzazione che partiva da una suddivisione in due Squadre separate: Maschi da un lato e Femmine dall'altro. I Gruppi o camerate mai superiori a venti con 2 vigilatrici a gruppo. Orari ed attività organizzate giorno per giorno per rendere ogni tipo di attività o gioco organizzato ed educativo. Dopo cena il momento dell'organizzazione, con i bambini già a letto, che non venivano mai lasciati soli, con le vigilatrici che dormivano nella stessa camerata. Per attività che iniziavano alle 7,30 con la sveglia e finiva con giochi organizzati, alla luce dei riflettori, sul piazzale retrostante verso le 22 – 22,30, momento del ritiro nelle camerate, con un sonno accompagnato da musica che veniva diffusa in ogni camerata.

Dal 1956 tutte le attività marine si svolgono alla Strella Maris nella quale confluiscono un numero impressionante di Ragazze, oggi tutte pensionate da anni, che ben ricordano quel periodo quale palestra insostituibile di formazione umana e professionale, anche nel passaggio successivo da Colonia Estiva ad Istituto Scientifico.
Qualche nome, giusto per ricordare, anche se sono molti di più i nomi che sfuggono alla memoria mia personale e di quanti mi hanno aiutato in questa piccola ricerca. Giusto per ricordare:
Don Aladino Cheti Direttore Spirituale e primo presidente della Fondazione Stella Maris.
Alfiera Gori presidente diocesana della Pontificia Opera di Assistenza.
In Segreteria POA : Paolina e Fernanda Cresci. In direzione Teresa Cellesi - Vice direttrice, due sorelle: Maria e Nella Gado. In segreteria in Colonia: Maria Corsi di Santa Croce – Teresa Salvadori di Ponte a Egola – Lubiana Sassetti di San Romano.
E tutta quella schiera, infinita, di vigilatrici e addette alle varie mansioni, tutte volontarie, che è impossibile enumerare anche solo parzialmente per non fare torto a Nessuna, anche se c'era un uomo, non il solo: Mario Mattei, uno dei pochi ad avere la patente negli anni immediati del dopoguerra che fungeva spesso da autista.

La SVOLTA nel 1958 quando la Stella Maris ospitò durante la settimana di Pasqua un piccolo gruppo di bambini handicappati provenienti da Torino in Vacanza. Erano venuti in treno accompagnati dai propri genitori, impiegati della Fiat di Torino.

Si trattava di 12 bambini, maschi con handicap medio lieve e particolarmente calmi, che suscitarono nel personale volontario della Stella Maris simpatia a pelle e un forte coinvolgimento emotivo, dovuto ad una convivenza continuativa, anche se di pochi giorni. Fu tale l'impatto emotivo che un bel gruppo della Stella Maris volle riaccompagnare in treno fino a Torino, questi bambini e le loro famiglie. Parteciparono a questa trasferta Don Cheti, Alfiera Gori, Teresa Salvadori, Maria Ida di Santa Maria a Monte, la guardarobiera Valeria. E questo fu solo l'inizio che portò buoni frutti, grazie anche alla lungimiranza di Don Aladino Cheti, e che sfociò nell'agosto di quell'anno in una convenzione, stipulata il 2 Agosto del 1958, per l'Università di Pisa, con la Clinica Neurologica e la Clinica Pediatrica, con la quale la Stella Maris divenne un "Centro di Ricerca dei disturbi del cervello e della mente nei bambini e negli adolescenti."

Quello che è oggi la STELLA MARIS lo deve a questo iniziale passaggio e all'opera di volontarie, tutte donne, motivate e preparate e alla particolare sensibilità e lungimiranza in merito, del suo fondatore, Don Aladino Cheti.

Il 13 SETTEMBRE del 2015 ricorre il 60° ANNIVERSARIO dalla posa della "PRIMA PIETRA" benedetta allora da Mons. Felice Beccaro Vescovo di San Miniato.



La Stella Maris nel 1956
Foto collezione Teresa Salvadori, per gentile disponibilità accordata a Giancarlo Pertici
Utilizzo ai sensi dell'art. 70 comma 1-bis della Legge 22 aprile 1941, n. 633.

venerdì 3 luglio 2015

[VIDEO] DIBATTITO SAN MINIATO BASSO - PINOCCHIO GIOVEDI' 25 GIUGNO 2015

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Giovedì 25 giugno 2015, nell'ambito della manifestazione “Pinocchio in Strada” si è svolto un interessante dibattito, dal titolo San Miniato Basso – Pinocchio: da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo.
Una tavola rotonda fortemente voluta da Stella Buggiani, e che ha visto la partecipazione del Sindaco di San Miniato Vittorio Gabbanini, del neoeletto Presidente del Consiglio della Regione Toscana Eugenio Giani, del dott. Marzio Matteoli, del giornalista Riccardo Cardellicchio, di Franco Moscadelli, coordinati da Franco Polidori.
Il tema è stato il grande centro abitato ai piedi del colle sanminiatese, il suo nome originario, “Pinocchio”, la sua variazione e l'inevitabile collegamento col celebre burattino di Carlo Lorenzini “Collodi”. Dai motivi che portarono alla modifica toponomastica negli anni '20 del secolo scorso, fino ai possibili scenari futuri.

A fare da cornice al dibattito i “Pinocchi” realizzati negli anni dal “Carnevale dei bambini” di San Miniato Basso e che hanno volato per i cieli della Toscana e non solo.

Di seguito il video e alcune immagini della serata.


San Miniato Basso – Pinocchio: da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo
Video di Francesco Fiumalbi

Il Pinocchio con i palloncini
realizzato da Alessandro Vegni
Foto di Francesco Fiumalbi

L'intervento del Sindaco Vittorio Gabbanini
Foto di Francesco Fiumalbi

L'intervento del Pres. Cons. Reg. Toscana Eugenio Giani
Foto di Francesco Fiumalbi

Lo striscione del “Carnevale dei Bambini”
Foto di Francesco Fiumalbi

Il Pinocchio del Carnevale 1985
Foto di Francesco Fiumalbi

Manifesto della Staffetta Pinocchina
Foto di Francesco Fiumalbi

Il Pinocchio del Carnevale 1990
Foto di Francesco Fiumalbi

Il Pinocchio del Carnevale 1992
Foto di Francesco Fiumalbi

Il Pinocchio del Carnevale 1993
Foto di Francesco Fiumalbi

Il Pinocchio del Carnevale 2001
Foto di Francesco Fiumalbi

Il Pinocchio del Carnevale 2002
Foto di Francesco Fiumalbi

Il Pinocchio del Carnevale 2003
Foto di Francesco Fiumalbi

Il Pinocchio del Carnevale 2004
Foto di Francesco Fiumalbi

Il Pinocchio del Carnevale 2007
Foto di Francesco Fiumalbi

Il Pinocchio del Carnevale 2008
Foto di Francesco Fiumalbi

Il Pinocchio del Carnevale 2010
Foto di Francesco Fiumalbi

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