lunedì 25 maggio 2015

QUATTRO NOVEMBRE 1966 - Racconto di Giancarlo Pertici

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di Giancarlo Pertici

QUATTRO NOVEMBRE 1966

Quella mattina mio padre partì presto, come al solito. Era festa allora, quel 4 novembre del 1966. E lui come ogni giorno di festa, la mattina la dedica a rifinire qualche lavoro, magari la boiacca ad un pavimento o la stuccatura di un rivestimento giusto per chiudere un cantiere. Per me è l'anno del diploma e quel giorno di festa mi fa comodo per mettermi in pari in “Diritto”, per questo non sono andato con lui a dargli una mano. Me ne sto ancora a letto, in quella camerina singola, a casa di mia nonna, quando qualcuno mi sveglia che sono già quasi le nove.

È mio padre che mi cerca, lui che fino a dopo mezzogiorno non è mai di ritorno. – "Sono partito per andare a Montopoli in Barberia a finire quel lavoro del Ciampini, ma deve essere uscito il Vaghera perché non si arriva alle Capanne. Allora sono andato verso Empoli, volevo arrivare a vedere un lavoro da principiare per il Cecconi tra Brusciana e Castello, ma l'Elsa è di fori e non si passa neppure lì. Allora ho riprovato ad andare a Montopoli passando da Montebicchieri ma nel frattempo anche l'Enzi deve aver dato di fuori, perché alla Borghigiana è tutto un lago" – Questi in sintesi i ricordi, anche se non in ordine, anche se qualcuno fa riferimento probabilmente a fatti successivi, mentre mio padre me li riferisce eccitato e io volo lontano ad immaginare luoghi e fatti.

Il segnale è chiaro – “Alzati che andiamo a vedere cosa è successo” – Vestito in fretta, un caffè dal Bulleri in Piazza e partiamo. – "Proviamo a vedere se si arriva a Marcignana da Primo, l'Anglia è alta e si dovrebbe passare" – Con la Anglia, macchina familiare ben alta da terra, facciamo tanti giri verso Roffia. Cerchiamo di andare verso Ventignano. Facciamo il giro da Calenzano per calare a Poggio a Pino e anche deviando verso il Molin Novo, ma è tutto allagato. Ogni rio, ogni fosso ha invaso strade e campi. Ritorniamo in San Miniato. Verso mezzogiorno sono in cima di Rocca con amici a guardarci intorno; pochi i lembi di terra non invasa dalle acque. Al ritorno a casa la televisione, con poche sbiadite immagini, annuncia che l'Arno ha rotto a Firenze, come già anche la radio aveva annunciato in mattinata.

È il giorno dopo, che di prima mattina, partiamo attrezzati con stivali alti, scope e una balla di segatura, che tenevamo in serbo per togliere la boiacca ai pavimenti. Segatura che ora potrebbe far comodo per altro, mentre ci incamminiamo verso Marcignana. Arriviamo appena fino all'Osteria Bianca, poi è tutta una distesa d'acqua e una pattuglia di Carabinieri ci rispedisce indietro. Andiamo allora in direzione di Brusciana, o almeno tentiamo di farlo, per cercare una cugina di babbo che abita proprio là, appena dopo il passaggio a livello. Strada interrotta e viaggio mesto di ritorno passando da Poggio a Pino fino a San Miniato.

È solo al terzo giorno che viene tolto il blocco del traffico in direzione di Marcignana. A passo d'uomo scivoliamo leggermente, tenendo il centro della strada o quella che riteniamo tale, su un leggero strato di motriglia frammista ad olio e benzina, che ricopre l'asfalto e sembra uniformare il tutto, campi compresi ai lati. Ci guidano, a non perdere l'orientamento, i filari delle viti che costeggiano la strada e che delimitano le fosse dei campi adiacenti. Campi che sembrano essere stati addobbati per un film di fantascienza o di fantasia, uno di quelli della Walt Disney, una moderna “Mary Poppins”. A guardare bene la scena sembra quasi un “Day After” (quando quel film non era ancora uscito) e richiama alla mente immagini, che da lontano fanno pensare a quelle di manichini ammucchiati in una discarica, quelle dei primi fotografi arrivati nei famigerati “Campi di Lavoro” nazisti.

Similmente a gambe all'aria, mucche e vitelli dalla pancia gonfia, sembrano lì in posa, pronti a tirarsi in piedi... se solo qualcuno desse loro una mano. Fanno quasi ombra a polli, conigli, cani e gatti, identici gli atteggiamenti, ricoperti, come sono, quasi tutti, da uno strato uniforme di melma. Solo alcuni piccioni e un branco di faraone sembrano essersi salvate. Guardano, gli occhi sbarrati, la stessa identica scena, dal bordo dei tetti e appollaiati sul filo di ferro delle vigne, in attesa di scorgere qualcosa di commestibile da mettere sotto il becco. Ma la coreografia, che fa da cornice e da sfondo a un'immagine difficile da rimandare verbalmente, perché tale sembra essere, e che se mancasse renderebbe la stessa scena imperfetta, sembra assumere le sembianze o di una surreale “Capannuccia” o di un affrettato Albero di Natale, dove ogni pioppo, chiamato a sorreggere i filari delle viti, è adornato ad arte da improbabili e macabri addobbi, dall'aria tutt'altro che natalizia, messi lì a suggerire e a rendere ben conto di cosa si produca in quantità e per qualità in quella particolare zona dell'Empolese: il vetro.

Mi devo quasi stropicciare gli occhi per credere a quello che mi si para davanti. Anche il Pertici spegne il motore e ferma l'auto. Scendiamo a terra, armati di “schantilly”, i piedi agguantati dalla motriglia che blocca qualsiasi tentativo di incedere oltre, anche se attratti dalla scena che abbiamo davanti. Ogni dove fiaschi e damigiane, prodotte nelle vicine vetrerie in quantità, con fogge e colori diversi, trasportate nei campi e sparpagliate in ogni posizione. Le damigiane sembrano quasi delle innaturali, enormi Zucche, frutto di qualche improbabile mutazione genetica del futuro, nate in abbondanza, sopratutto vicino alle fosse e a ridosso dei filari delle viti, che si alternano quasi strategicamente alle carcasse di mucche e vitelli. E sui filari l'addobbo, strategico e fantasioso al di là di ogni possibile immaginazione, fatto di fiaschi e bottiglie che per un gioco improbabile e inimmaginabile, sono infilate, a capo fitto, nelle canne che sorreggono i filari stessi, mentre il vento, che le fa oscillare, e che si insinua tra i filari, produce suoni che, col tintinnare dei vetri, assomiglia tanto al sommesso avviso del Sacrestano che, al momento della Consacrazione, suona il campanello, mentre in sottofondo quei suoni sostituiscono degnamente il leggero accompagnamento dell'organo. A destra e a sinistra l'immagine è identica, una forma di natura morta, variabili i colori e gli addobbi, tutti simili, nessuno eguale, come colpi di pennello per un quadro all'apparenza astratto.

Poi la ripresa del cammino, con l'acqua a lambire i bordi della strada, fino a ridosso del paese. E proprio lì a sinistra, nella prima corte, la casa di Primo. Visita inattesa la nostra. Impossibile comunicare per i telefoni fuori uso da giorni. – Stiamo tutti bene! Abbiamo solo fame, perché non c'è rimasto nulla o quasi da mangiare. Quel poco ce lo ha dato il vicino di casa. Noi non abbiamo potuto salvare nulla, almeno per il momento. – È così che Primo ci racconta di quella notte, della piena che ha invaso tutto, dell'abbandono della loro casa, tramite una finestra sul tetto dei vicini, dopo essere saliti nelle camere al primo piano e aver dovuto abbandonare anche quelle perché minacciate dalle botti sottostanti che nella notte hanno buttato all'aria i solai del primo piano. È un racconto a più voci, secondo i ricordi e i momenti anche dei figli. Non una parola dalla moglie.

Forse pensa a quanto non ha più, alla cucina andata, ai polli morti, e ai sacrifici andati in fumo. – Non sono passati gli aiuti con le barche a rifornirvi di acqua e viveri? Ci avevano assicurato che tutte le famiglie anche quelle nelle campagne erano state raggiunte dai Vigili del Fuoco e dai volontari. – È mio padre. Pensa a quanto non abbiamo portato con noi, al fatto che ci siamo limitati a portarci dietro solo una balla di segatura e ad alcune paia di stivali trovati dal Bagagli, mentre potevamo ben portarci dietro una spalla del maiale, lavorato appena due mesi prima. – In effetti sono passati nei giorni successivi. – È l'amara constatazione di Primo, che da buon cristiano e da sacrestano impegnato tende a perdonare, la “dimenticanza” – Forse dovevamo fare come gli Ebrei nella fuga dall'Egitto, contrassegnare la nostra porta col “sangue dell'agnello” ossia con la “Falce e Martello” per ricevere gli aiuti, perché si sono dimenticati di noi. Ci hanno saltato non solo al primo giro, ma anche nel giro di ieri. –

Nei giorni successivi gli aiuti arrivano anche a loro, terminata l'urgenza, quando già noi gli abbiamo portato la spalla e due filoni di pane del Perondi. Ma la “festa” alla balla di segatura, negli occhi che brillano di gioia, quelli della donna di casa, sono altra cosa!!! Riempiono il cuore, dando la misura reale delle cose che contano. Ora può tentare di riportare in vita la cucina per riprincipiare a vivere, la donna di casa.
Sembrava il nostro modesto unico tributo all'alluvione, noi che dall'alto della collina di San Miniato, avevamo assistito impotenti al naturale scempio, senza subire nessun danno diretto, mentre sull'altra sponda dell'Arno interi paesi e famiglie vivevano sommersi dall'acqua.

È dopo circa una settimana che passiamo anche noi l'Arno, in soccorso dei parenti di Gina, cugina di mamma, lei che in vecchiaia (già oltre i 50) aveva sposato un Santacrocese, molto più giovane di lei, morto poi prematuramente. Gina che nel giro di pochi mesi era passata dall'appellativo di Zitella a quello di Vedova. Parenti acquisiti quindi, in quanto suocero e suocera di Gina, sorpresi dall'alluvione sulla Via del Bosco, a ridosso del Quartier Cinese, nel loro negozio di articoli di regalo tra il Bar d'angolo e la Sala Corse. Un vero scempio, quello subito, per una quantità inimmaginabile di merce da buttare e per altra da tentare di recuperare almeno in parte.

Le donne, quelle impegnate in prima persona in questa immane opera di recupero, una sorta di “Angeli del fango”, contano così anche nelle mani di Maurizia, di mamma, di Gina, di zia Berta, di Irma e di Anna. È questa la pattuglia di donne discenda da San Miniato a dar man forte. A distanza di così tanti anni, non ricordo bene quanti i giorni di questa operazione, vissuta da pendolari.

Ricordo con affetto e immutata ironia le battute e gli scherzetti sopratutto di Zia Berta, e sopratutto quando “prende per il culo” senza pudore la cugina Gina che dà della “mamma” alla suocera, benché nella realtà questa sia di qualche anno più giovane di lei; mentre un po' alla volta, giorno per giorno, prende corpo e valore, l'opera di recupero, tra risciacqui vari e lucidatura sopratutto, di tutti quegli articoli in vetro e in ceramica che vanno a fare mostra di sé sopra una serie di tavoli di fortuna allineati in giardino. E pochi giorni dopo, già prima della fine del mese, la rimozione degli scaffali vecchi non più utilizzabili e l'allestimento della nuova mostra, tra articoli vecchi recuperati e quelli nuovi appena ricomprati, suggellati da una cena tra amici e parenti. Tra questi anche io e babbo che non abbiamo mosso foglia, accanto ai nostrali “angeli del fango”, quasi a dichiarare la fine di un incubo.



giovedì 21 maggio 2015

IL PRIMO GIORNO DI SCUOLA - Racconto di Giancarlo Pertici

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di Giancarlo Pertici

IL PRIMO GIORNO DI SCUOLA - Eravamo fortunati e ‘un si sapeva

Non lo macchiare! Stai attento! Non ti sporcare! Non sederti per terra! Non litigare! – Le raccomandazioni non finivano mai, alcune neppure le sentivo né le capivo. Già da alcuni giorni era tutto un parlare di scuola. Le prove del grembiule che la mamma, mi aveva cucito apposta. Poi dal Dainelli a prendere i fiocchi. – Due per avere il cambio – e il Dainelli a tagliarne due, prendendo la misura col metro disegnato sopra il ripiano del bancone. L’astuccio di legno per le penne e i pennini dal Giorgi. – I pennini da prima, due a campana, e due a foglia. Così ha detto il maestro. – Mi ritrovo così con la cartella piena: due libri, uno di grammatica e uno di lettura. Due quaderni uno a righe e una a quadretti. L’astuccio con le penne e pennini, e una scatola di matite colorate a 6 colori, e due carte assorbenti. Comincia proprio così il 1° d’ottobre a scuola. Grembiule nero, come quello dell’asilo delle monache. Quasi uguale, diciamo; in più il fiocco che la mamma mi rifà ogni mattina, dopo averlo lavato e stirato.

Per la strada altri bambini e bambine, quasi in festa, in cammino. I più piccoli mano nella mano a mamma diretti a scuola. Da Nello e dal Peroni, anche fuori in attesa, a prendere un “semelle” fresco per merenda, o un pezzo di schiacciata con olio e sale. Anche in piazza dei Polli altri bambini, cartella in mano. Per qualcuno la merenda è pane del giorno avanti: a volte con olio, a volte è zucchero e vino, a volte marmellata. Raramente affettato.

A l'ingresso, davanti al portone, in attesa c’è Elvezia. Amica di mamma, ci fermiamo da lei ogni domenica nel nostro consueto giro fino al camposanto. Sorpresa! Elvezia è lì, nella sua vestaglia nera a fare la bidella, in compagnia di Orfeo un vecchio, due “mustacchi” che non riescono a celare quel sorriso stampato sul viso. Indaffarato, su e giù per quelle scale a portare legna. Una stufa in ogni classe, un po' strana, rossa. – Non la toccate, brucia – dice il maestro mentre sottolinea è di terracotta. E Orfeo, il bidello, appena entrato in classe, me lo ritrovo lì. Sta facendo il giro dei banchi con una grossa ampolla di ferro in mano, a riempire i calamai d’inchiostro
Quel primo giorno… e deve essere stato proprio il primo, quello di cui ricordo… è Paolo il compagno di banco. Banco in prima fila, dove mi accompagna il maestro, Carlo il suo nome, con fare gentile, mentre mi mostra dove tenere la cartella e dov'è il calamaio. Lo sguardo intimorito di fronte a questo nuovo compagno; alto, forse il doppio di me. Lo ricordo in quel gesto, braccia sulle mie spalle, in segno di saluto, mentre sorride. Non ho mai capito cosa avesse da sorridere. Io sarei stato ben più volentieri a casa, o fuori o dalle monache di San Paolo...

– Silenzio! Tutti a sedere. Mani sul banco. – È l’ordine del maestro. Me la ricordo ancora quella prima “a” scritta sulla lavagna e quella parola che ero chiamato a leggere per la prima volta: Asino. – Preparate la penna. Metteteci il pennino a foglia. Aprite il quaderno a righe! Ora fate attenzione! Dovete inzuppare la penna nel calamaio, ma solo un po’. Il pennino deve restare mezzo di fuori e non deve traboccare. – È il maestro stesso che passa tra i banchi e ci fa vedere il modo giusto di inzuppare la penna, anche se io oramai sono esperto di aste dalle suore di San Paolo. – Mi raccomando, assieme al quaderno tenete anche una carta assorbente a portata di mano... *Farabullini!! – è quasi un urlo quello del maestro rivolto arrabbiato ad un bambino che dietro di me, nel cantone chiacchiera e ride, né quaderno né penna davanti. – Fuori di classe! – e lo prende per un orecchio e l’accompagna alla porta, già pronta Elvezia che oramai ben conosce il Farabullini.

È ripetente. Di lui mi è rimasto vivo il ricordo con particolare simpatia, per alcune sue estemporanee sortite. Sfide impossibili alle quali i maestri sembrano impotenti. Le sue merende non si possono scordare: la schiacciata con carta assorbente, e il panino alla mosca. Non è una minaccia, non è una pantomima perché lui se le mangia, in atto di sfida, queste merende “impossibili”. Non ho idea del suo percorso al termine della scuola. In certo qual modo invidio la sua capacità di contestare tutto e tutti. Io invece resto sulla difensiva. Vorrei essere altrove e non in quella specie di prigione. Presto imparo ad evadere ogni volta che voglio, facendo ricorso alla fantasia. Funziona!

A mezzogiorno, come una fatina arriva Elvezia, non per riportarmi a casa; è l’ora della refezione! Tutti in fila su per le scale fino a l’ultimo piano, è la soffitta dove c’è il refettorio: è tutto apparecchiato! Si mangia. Piatto, bicchiere e forchetta di alluminio. Mamma in cartella mi ci ha messo un bavaglio. È lì che imparo a conoscere le cuoche e le altre donne che ci portano la pastasciutta: Mara, Loredana, Liliana e altre delle quali, a distanza d’anni, anche l’immagine risulta sbiadita. Ma proprio lì ci incontriamo tutti, anche con le classi delle femmine. C’è tutta la classe della maestra Rossi e quella della maestra Carboncini. Ben riconosco Antonietta, Rosaria, e Anna che è quasi la mia fidanzata. Poi tanti altri che vengono da “di là”, amici di Paolo che di cognome fa Giani. Tre tavoloni lunghi da parete a parete, tovaglie di incerato, e noi sulle panche con davanti tante brocche colme d’acqua. Acqua della fonte, perché a scuola ci sono anche le cannelle, nei bagni, dove ci sono tanti sciacquoni e tante “turche”. È un po’ come la buca a casa con il vantaggio che sulla turca, non c’è da arrampicarsi, basta accucciarsi.

Tutto sommato solo le uniche cose belle che riesco a vedere in questo andare a scuola: la Refezione, e soprattutto la pastasciutta che c’è quasi tutti i giorni invece della minestra in brodo, e lo Sciacquone nel bagno, anche se devo scappare alla svelta per non bagnarmi i piedi. Quando infine suona la campanella, lo capisci dalla confusione improvvisa che è finita la scuola. Il primo giorno fuori ad aspettarmi c’è mamma in compagnia di zia Adriana. Si torna a casa. Una controllata ai fiocchi, ai bottoni e alla cartella, sembra non mancare nulla. Posso andarmene in piazza a giocare con gli altri. Ma nei giorni successivi imparo due cose. La strada per ritornare a casa... “subito” e che devo tener ben “di conto” della cartella e del grembiule. Al primo fiocco perso, sono sculaccioni e in casa a fare la lezione. È iniziata la scuola, ed è finita la pacchia.

* Farabullini: cognome di fantasia in sostituzione di quello vero, per rispettarne la privacy.

Un momento della "refezione" scolastica
Foto collezione Giancarlo Pertici

Un momento della "refezione" scolastica
Foto collezione Giancarlo Pertici

sabato 16 maggio 2015

[VIDEO] LA STRAGE DEL DUOMO DI SAN MINIATO – DIBATTITO PEZZINO LASTRAIOLI - 15 MAGGIO 2015

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a cura di Francesco Fiumalbi

Nella serata di venerdì 15 maggio 2015, presso la Sala del Bastione a San Miniato, si è tenuto un pubblico dibattito organizzato dal Comitato “Giuseppe Gori” dal titolo: "SAN MINIATO 1944: IL PASSAGGIO DELLA GUERRA, LA STRAGE DEL DUOMO, LA LIBERAZIONE”.

Dopo la presentazione e il saluto di Lia Bertini (Presidente del Comitato “G. Gori”), e di Delio Fiordispina, il dibattito è stato animato dagli interventi del Prof. Paolo Pezzino e dell'Avv. Giuliano Lastraioli, i quali si sono confrontati, a dispetto del più ampio titolo, solamente sul drammatico episodio della Strage del Duomo. Il numeroso pubblico accorso per l'occasione ha assistito alla disamina delle due tesi contrapposte (bomba tedesca o cannonata americana), attraverso l'esposizione di prove documentarie, testimonianze e discussione punti irrisolti. Nella seconda parte della serata non sono mancati diversi interventi da parte dei presenti, a cui sono seguite le conclusioni di Lastraioli e Pezzino.

Di seguito sono proposti i video della serata.

PRIMA PARTE [hh:mm.ss inizio – hh:mm.ss fine]
Saluto di Lia Bertini [00:00.00-00:02.07]
Presentazione di Delio Fiordispina [00:02.08-00:06.57]
Intervento del Prof. Paolo Pezzino [00:06.58-00:34.00]
Intervento dell'Avv. Giuliano Lastraioli [00:34.01-00:59.50]
Interventi dal pubblico:
Enzo Cintelli [01:01.45-01:11.38]
Sergio Matteoli [01:11.39-01:18.12]
Giuseppe Chelli [01:18.13-01:23.50]
Francesco Taddei [01:23.51-01:31.55]
Renzo Ulivieri [01:31.56-01:38.50]
Mario Rossi [01:38.51-01:48.55]


San Miniato 1944: il passaggio della guerra, la strage del Duomo, la Liberazione
Pubblico dibattito – PRIMA PARTE
Video di Francesco Fiumalbi

SECONDA PARTE [hh:mm.ss inizio – hh:mm.ss fine]
Mario Rossi [00:00.00-00:04.12]
Francesco Faraoni [00:04.13-00:07.35]
Gabbriello Bertini [00:07.36-00:13.50]
Conclusioni di Giuliano Lastraioli [00:14.55-00:23.11]
Conclusioni di Paolo Pezzino [00:23.12-00:30.42]


San Miniato 1944: il passaggio della guerra, la strage del Duomo, la Liberazione
Pubblico dibattito – SECONDA PARTE
Video di Francesco Fiumalbi


Un momento dibattito
Foto di Carlo Pagliai


Un momento dibattito
Foto di Carlo Pagliai


Un momento dibattito
Foto di Carlo Pagliai

mercoledì 13 maggio 2015

IN PILLOLE [035] QUELLA “VEGGENTE” DELLA DOGANA

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a cura di Francesco Fiumalbi

Presso la borgata di Dogana, al confine fra i comuni di San Miniato e Castelfiorentino, abitava una persona molto particolare. Il suo nome era Armanda Zingoni (7 febbraio 1875 – 20 luglio 1958) ed aveva una classica “bottega” di alimentari lungo la strada principale del paese. La donna aveva uno spiccato senso religioso e sembra fosse solita pregare, anche durante la sua normale attività di bottegaia. A circa metà degli anni '20 del secolo scorso, Armanda Zingoni asserì di aver avuto la visione della “Madonna di Lourdes”, apparsale in un campo situato proprio davanti la sua bottega. La Vergine avrebbe anche esortato la donna a pregare assiduamente.

L'episodio generò un gran clamore. Piano piano, dapprima in pochi dal vicinato, poi a decine e decine da ogni dove, la bottega si riempiva di persone ogni giorno. Nel retro della bottega teneva un'immagine della “Madonna di Lourdes”, davanti alla quale aveva posizionato una lampada alimentata ad olio d'oliva. Le persone che si recavano dalla Zingoni, portavano con sé una certa quantità d'olio, alimentavano la lanterna, e ne ritraevano una certa quantità che veniva cosparsa sulle parti del corpo affette dai malanni. In molti gridarono al “miracolo”. La donna, che non chiedeva soldi o elemosine, si ritrovò comunque letteralmente sommersa di “ricordi” e “ex-voto” da parte degli avventori.

La cosa giunse ovviamente alle orecchie dei sacerdoti, dapprima della Diocesi di Volterra (da cui dipende ancora oggi la Parrocchia di Santa Maria a Lungotuono presso Dogana) e poi anche di quelle confinanti, ovvero Firenze e San Miniato. Data la vicinanza, probabilmente anche molti sanminiatesi si recarono dalla “veggente”.
La Chiesa in questi casi mantiene sempre un atteggiamento molto prudente e difficilmente vede di buon occhio tali episodi. Fu così che Armanda Zingoni venne scomunicata, e con lei quanti si recavano “consapevolmente” in visita alla sua bottega (anche se pare che alcuni anni dopo le venisse revocata).
Le informazioni fin qui riportate sono tratte da R. Salvestrini, Castelnuovo in Valdelsa, pp. 42-43.

Di queste disposizioni rimane notizia anche nel Bollettino Ufficiale che, in quegli anni, la Diocesi di San Miniato stampava e distribuiva con cadenza mensile. Dal lessico e dal duro tono che vengono utilizzati dal Vicario Capitolare Mons. Rosati, si può forse intuire anche la dimensione che avesse raggiunto il fenomeno e la necessità di lanciare un monito categorico, incisivo e convincente. Di seguito è proposto il testo pubblicato nel Bollettino Ufficiale della Diocesi di San Miniato, Tipografia Vescovile Taviani, San Miniato, 1928, pp. 23-24:

IV. - Circa la falsa veggente di Castelnuovo in Val d'Elsa e di chi si reca a consultarla

Constandoci della scarsa efficacia prodotta sull'animo di non pochi nostri diocesani dall'avvertimento loro dato circa la condotta da tenersi da veri cattolici a riguardo della falsa veggente della Parrocchia di Castelnuovo in Val d'Elsa in Diocesi di Volterra (Vedasi il nostro Bollettino Ufficiale del Decembre 1927 a pag. 93)
Ad evitare che si eludano, con grave iattura della religione e delle anime, le saggie disposizioni prese dalla Curia Vescovile di Volterra il 27 Dicembre 1927 e dalla Curia Arcivescovile di Firenze il 1 Febbraio c.m.,
Ad impedire che maggior iattanza si prenda dalle sconsigliate vittime della superstizione e del fanatismo, trovando esse nella Diocesi nostra un assoluzione loro a buon diritto negata nelle suddette due Diocesi limitrofe
Crediamo nostro preciso e imprescindibile dovere di ordinare, siccome ordiniamo quanto appresso:
  1. E' tolto ai nostri Sacerdoti secolari e regolari la facoltà di ricevere la sacramentale confessione della falsa veggente e si vieta ai medesimi di ammetterla alla SS.ma Comunione, sub poena suspensionis ipro facto incurrendae.
  2. E' ugualmente tolta ai nostri Sacerdoti la facoltà di assolvere Sacramentalmente i fedeli che, consapevoli delle presenti disposizioni, ricorrono alla veggente per grazie e responsi.
  3. I. M. RR. Parroci sono tenuti sub gravi a leggere al popolo, inter Missarum solemnia, la presente Notificazione.
S. Miniato – dalla Curia Capitolare
il 10 Febbraio 1928
IL VICARIO CAPITOLARE
Mons. Gioacchino Rosati

Bollettino Ufficiale della Diocesi di San Miniato,
Tipografia Vescovile Taviani, San Miniato, 1928

lunedì 11 maggio 2015

PUBBLICO DIBATTITO: "SAN MINIATO 1944: IL PASSAGGIO DELLA GUERRA, LA STRAGE DEL DUOMO, LA LIBERAZIONE” - Venerdì 15 maggio 2015

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Il Comitato “Giuseppe Gori” di Cigoli, rende noto che venerdì 15 maggio 2015 alle ore 21.15, presso la Sala del Bastione di San Miniato si terrà un dibattito sul tema:

"SAN MINIATO 1944: IL PASSAGGIO DELLA GUERRA, LA STRAGE DEL DUOMO, LA LIBERAZIONE”

Presenta Lia Bertini (Presidente del Comitato “G. Gori”)
Partecipano
Prof. Paolo Pezzino (Università di Pisa. Autore del libro “Guerra ai civili”)
Avv. Giuliano Lastraioli (Storico. Autore del libro “Arnostellung”)
Coordina Delio Fiordispina (Autore del libro “Giuseppe Gori e compagni”)

Il dibattito si preannuncia assai interessante in quanto il Prof. Pezzino e l'Avv. Lastraioli avranno modo di confrontarsi, per la prima volta in un pubblico incontro, a proposito di argomenti fra loro divergenti. La cittadinanza è invitata a partecipare.


sabato 9 maggio 2015

[VIDEO] PRESENTAZIONE DEL LIBRO "ANGIOLO DEL BRAVO: UN MUSICISTA, UNA SHOW BAND" - La Scala 8 maggio 2015

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a cura di Francesco Fiumalbi

Venerdì 8 maggio 2015, presso la sede della Filarmonica – Show Band “Angiolo Del Bravo” di La Scala, si è svolta la presentazione del libro curato da Manuela Parentini, dal titolo Angiolo del Bravo: un musicista, una show-band. Storia della Filarmonica di La Scala (1891-2015), edito da Carmignani Editrice.

Come da titolo, la pubblicazione raccoglie notizie, aneddoti e curiosità della più che centenaria Filarmonica o “banda” di La Scala. Infine, ad una nota biografica di Angiolo Del Bravo, celebre clarinettista sanminiatese di fama internazionale, fa seguito un'interessante appendice fotografica.

Di seguito è proposto il video della presentazione, con gli interventi del Presidente della Filarmonica “Angiolo del Bravo” Andrea Gronchi, dell'editrice Micol Carmignani e della curatrice del volume Manuela Parentini.


La presentazione del libro
Video di Francesco Fiumalbi

Il libro esposto sul leggio appartenuto al Maestro Angiolo Del Brav
 e le copie pronte per la consegna
Foto di Massimo Bertini

Il Presidente Andrea Gronchi da il benvenuto ed introduce la serata
Foto di Massimo Bertini

L'editrice Micol Carmignani presenta il libro
Foto di Massimo Bertini

L'autrice Manuela Parentini espone le proprie impressioni sul lavoro svolto
Foto di Massimo Bertini

La Vice-Presidente Magnani Paola consegna
una copia del libro al Presidente Andrea Gronchi
Foto di Massimo Bertini

La Vice-Presidente Magnani Paola consegna
una copia del libro al Maestro Loreto De Benedictis

Foto di Massimo Bertini

sabato 2 maggio 2015

LA LAPIDE COLLOCATA IN CATTEDRALE NEL 50° ANNIVERSARIO DELLA STRAGE

2 commenti:
di Giuseppe Chelli

PREMESSA
Le epigrafi poste sulla facciata del Municipio, dedicate alla strage avvenuta il 22 luglio del 1944, hanno sempre destato motivo di scontro all’interno della comunità sanminiatese, con inevitabili riflessi tra le formazioni politiche in cui essa si riconosce. Dapprima con l’apposizione della prima lapide, quella del 1954, successivamente con l’accostamento della seconda nel 2008 e, infine, con la rimozione di entrambe il 9 aprile scorso.
C’è invece una lapide, forse sconosciuta ai più, che ricompone in una memoria serena e condivisa il ricordo delle 55 vittime dell’eccidio del Duomo. E’ quella appunto che si trova in Cattedrale, voluta dall’affetto a volte desolato dei familiari. Vale la pena di raccontare come avvenne la collocazione, cominciando il racconto un po’ da lontano.

COME PRESE AVVIO L’INIZIATIVA
Sfollata all’Ontraino, per fuggire dai bombardamenti americani, c’era la famiglia di Ugo Guerra, professore di educazione fisica a Pisa. La famiglia era composta dai coniugi e da tre figlie in tenera età. A metà luglio del ’44 i cinque sfollati dovettero venire via da Ontraino, come del resto tutti gli altri abitanti, a causa dello sfollamento forzato voluto dai tedeschi lungo la fascia di terra compresa tra l’Arno ed il rialzo ferroviario. Il 22 luglio anche la famiglia Guerra finì in Duomo, dove trovò la morte il capofamiglia Prof. Ugo.
La situazione familiare della sig.ra Guerra, rimasta sola con tre bambine da accudire, non le permise forse di seguire le vicende della sepoltura del marito, di cui se ne persero le tracce. L’impossibilità per i figli Guerra di non avere neppure un marmo su cui piangere la morte del padre aumentava l’angoscia che il tempo non sapeva lenire. Si decise Isa, la figlia più grande, a fare qualcosa di concreto nel cinquantesimo anniversario. Si presentò al Vescovo Mons. Edoardo Ricci a cui raccontò la vicenda e gli chiese di poter mettere una lapide in Cattedrale col nome del padre. Il Vescovo dette il suo consenso.
Venuto a sapere dell’iniziativa di Isa, da Piero Lotti, mi incontrai con lei e si convenne di collocare in Duomo un marmo con tutti i nomi dei caduti. Il Vescovo fu d’accordo in modo particolare quando gli dicemmo che la lapide avrebbe menzionato anche il Capitolo della Cattedrale. Isa lasciò a me e a Lotti la piena responsabilità e libertà di preparare la lapide, pur  rimanendo costantemente informata.

L’epigrafe collocata in Cattedrale di San Miniato
nel punto della deflagrazione
Foto di Giuseppe Chelli

LA MISERICORDIA, LA SOTTOSCRIZIONE E IL DEFINITIVO ELENCO DELLE VITTIME
Io, a quei giorni, ero Provveditore della Misericordia, che in quel tragico luglio ‘44 aveva accolto nel suo giardino molte vittime, lì provvisoriamente sepolte. Mi parve opportuno coinvolgere l’Istituzione a promuovere “una libera sottoscrizione” per rendere partecipi tutti coloro che volessero “che la memoria ed il ricordo delle vittime non andassero dispersi”.
Cominciava, per me, il lavoro più delicato: individuare esattamente il numero ed i nomi delle vittime. Alcuni elenchi riportavano 58 nominativi, altri 55, altri ancora 56 o 57. Cercai di ritracciare eventuali parenti aiutato in questo da tanti concittadini che mi fornirono indicazioni, a volte risolutive. Intanto il manifesto, preparato per informare la popolazione di tutto il comune, aveva toccato la sensibilità direi di tutti. Non fu raro che venissi fermato per strada da semplici cittadini e pensionati che volevano essere “presenti” con il loro contributo lasciando anche 500 lire con un certo pudore per non poter “far meglio”.
La ricerca del numero esatto durò molto tempo e quando parve definitiva Alberto Lotti, compilò graficamente il prototipo della lapide, da me scritta.
Il caso volle che Don Ezelino Arzilli, ebbe modo di vedere il prototipo della lapide e si accorse subito che il nome della mamma era indicata due volte: una volta col nome da sposata, un’altra con il nome da ragazza. Fu l’input a riesaminare ogni nome: scoprimmo che negli elenchi  figuravano tre nominativi col cognome da sposata e da ragazza. Ciò ci permise di fissare sicuramente il numero delle vittime a 55.

Il documento con cui la Misericordia
informava la cittadinanza dell'avvio dell'iniziativa
Archivio Ven. Arciconf. Misericordia di San Miniato

IL COMUNE
Quando sembrò di essere pronti il Canonico Simoncini chiamò  me e Piero Lotti per comunicarci la richiesta del Sindaco di scrivere sulla lapide anche il nome del Comune. La mia risposta fu tassativa:  si, a condizione che venisse tolta la lapide dalla facciata del Palazzo Comunale. Il Simoncini cercò di convincermi. Io fui irremovibile al punto di mandare tutto a monte e ripiegare sulla lapide col il solo nome di Ugo Guerra. Non c’era coerenza tra le ragioni della lapide del Comune e le motivazioni della lapide dei familiari. Il riferimento  invece alla partecipazione della  Cittadinanza lo ritenni coerente e doveroso per come privati, Enti pubblici, Associazioni avevano accolto l’iniziativa e avevano contribuito alle spese. Con la supervisione di Don Luciano Marrucci, per il nulla-osta del Capitolo, la lapide venne compilata nel marmo nella versione corrente. In tutta risposta il Comune eresse la Colonna in cotto, ancora sul piazzale del duomo.

La "colonna" con il relativo "braciere" opera di Silvano Bini
eretta in Piazza del Duomo dal Comune di San Miniato nel 1994
Foto di Francesco Fiumalbi

L’INAUGURAZIONE E IL “BENE PERPETUO”
La lapide fu solennemente inaugurata dal Vescovo Ricci al termine della Messa di suffragio il 22 luglio 1994 con la presenza del Sindaco, di Associazioni ed Enti e di una moltitudine di persone.
A conti fatti, pubblicai sulla stampa il resoconto economico:
Entrate :        da Associazioni                       £ 2.549,000
                        da Privati                                  “    655.000    
                        da Familiari e parenti            “ 4.020,000
Totale                                                               £ 7.224,000

Uscite  :          Lapide                                      £ 5.750,000
                        Messa in opera                        “    479,000
Totale                                                               £ 6.229,000

Avanzo                                                                £. 995,000

Con l’avanzo ( arrotondato a un milione) fu  costituito presso la Curia Vescovile di San Miniato un fondo per il “Bene Perpetuo” per la celebrazione di una Messa in suffragio dei caduti nel giorno 22 luglio di ogni anno ( ricevuta n.46 del 6 ottobre 1994 per legato Vittime del Duomo).
Nell’archivio della Misericordia al fascicolo.” Atti del 50° dell’eccidio del Duomo” è conservata la documentazione dettagliata delle entrate e delle spese e copie del manifesto, del prototipo della lapide composto da Alberto Lotti e scolpita da Franco Del Bubba.


Il documento che attesta il pagamento del "bene perpetuo"
da parte della Misericordia alla Diocesi di San Miniato
Archivio Ven. Arciconf. Misericordia di San Miniato

Il resoconto economico e i ringraziamenti nel registro delle delibere
Archivio Ven. Arciconf. Misericordia di San Miniato


venerdì 1 maggio 2015

22 LUGLIO 1944 - LA STRAGE DEL DUOMO DI SAN MINIATO

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In questa pagina sono raccolti in ordine cronologico tutti i post su Smartarc relativi alla Strage del Duomo, sulle lapidi e sul dibattito storico:

[12 giugno 2011]

[18 luglio 2012]

[19 luglio 2012]

[21 luglio 2013]

[22 luglio 2013]

[8 giugno 2014]

[18 luglio 2014]

[24 luglio 2014]

[9 ottobre 2014]

[28 dicembre 2014]

[9 aprile 2015]

[18 aprile 2015]


[17 luglio 2015]
PAOLO PAOLETTI: ULTERIORI CONSIDERAZIONI SUL CANNONEGGIAMENTO AMERICANO CHE PROVOCO' LA STRAGE DEL DUOMO





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