venerdì 27 marzo 2015

LA NEVICATA DEL 1973 - Racconto di Giancarlo Pertici

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Quella nevicata del '73

Quando ci eravamo trasferiti al Molino d'Egola, in quel piccolo podere appena fuori paese, conosciuto come podere del Monti, minimi erano i servizi a rendere abitabile quella casa, rimasta vuota per anni. Solo un grande camino in Cucina. Appena accennato l'impianto della luce a rendere percorribile, di notte, i corridoi centrali. Il bagno, come si intende oggi, inesistente. Solo un piccolo gabinetto fuori, sopra un terrazzino, ingentilito da un Water al posto della 'buca'. E in cucina, sopra l'acquaio, quell'unica cannella dell'acqua; acqua corrente ma solo fredda. Per l'acqua calda, in quel periodo iniziale ci accontentiamo del paiolo sul fuoco, come già facevano i miei genitori e i miei nonni.

Ma niente lasciava presagire quello che sarebbe avvenuto quella notte di fine novembre. Non ero solito uscire la sera per andare a veglia. Da giovanotto, in San Miniato, mi incontravo con gli amici al Circolino dello Scioa per passare un'ora a bischereggiare del più e del meno, mentre si faceva una partita a biliardino. Ma dopo sposato e dopo aver anche cambiato paese, avevo perduto amici ed abitudini, anche quella di andare a veglia. Mi ritrovo così ogni sera, appena cenato, a giocare a 'ventuno' col mi' suocero, accanto al fuoco acceso, dopo aver sparecchiato. Un caffè con la moka. Lui il fiasco del vino in tavola, sempre di quello nero, pronto ad ogni scozzo a mescerne appena un dito. Quel tanto sufficiente a fargli sentire appena il sapore. Io, solo un assaggio, per tenergli compagnia. Partita incruenta la nostra, fatta per il piacere del gioco, senza nessun vero vincitore, che termina ben prima che quel vino centellinato faccia effetto apparente, anche se il fiasco alla fine viene riposto vuoto in cantina. Ed è così quasi tutte le sere, come quel venerdì, uno dei primi, se ben ricordo, che conclude la settimana lavorativa, mentre appena poche settimane prima, col vecchio contratto di lavoro, finiva a mezzogiorno del sabato. Piacere quindi, che è consapevolezza del "giorno dopo" completamente libero, e senza bisogno di rimettere la sveglia, che ti accompagna dentro il sonno con estrema leggerezza.

Sonno profondo abbracciato a mia moglie sotto uno spesso coltrone, fino alla mattina, quando la sveglia è quel pettirosso, lo stesso, che viene a suonarla, così come quasi ogni giorno. Non ho mai capito da dove passi. Ma in una camera a tetto, piena di spifferi, dove, dalle fessure tra correnti e mezzane si intravede anche un pezzetto di cielo, qualche posto dove passare, deve pur trovarlo! L'impressione, appena sveglio, col pettirosso appollaiato sul bandone di fondo del letto, è che sia molto tardi, il sole già alto nel cielo. Senza persiane e senza avvolgibili, a scuri accostati, in quella camera penetrano comunque lame di luce, di una luce intensa.

Nell'aprire quella finestra, la luce, moltiplicata da una coltre bianca che ricopre tutto con un manto uniforme, ci abbaglia letteralmente. È nevicato. A perdita d'occhio tutto è nascosto dalla neve. Lo stradello di casa che conduce alla via comunale, che sulla curva si fonde col ciglione sovrastante. Stradello impercorribile con la '500', neppure se ci fossero le catene. Pressoché isolati decidiamo di avventurarci a piedi, giusto per recuperare il pane e per la spesa dello stretto necessario. Un paio di stivali di quelli di gomma, che il mi' nonno chiamava 'chantillì', ma che non ho idea di come si possa scrivere, mezzo unico per percorrere quel chilometro di strada fino a Ponte a Egola. Senza guanti, armati di buona volontà e anche di entusiasmo ci avviamo, il sole compagno di viaggio. E per strada, a piedi, giovani e bambini a giocare, mamme a sorvegliare evidentemente divertite, gli uomini a spalare per liberare le porte di ingresso.


Davanti al Mulino è Alvaro con il fratello Adamo a liberare il piazzale davanti al magazzino, che salutano: primi e unici amici del momento. Lungo la via, dentro il paese, pochi in casa, i più per strada, con la scusa della neve, a chiacchiera e a godere del tepore inaspettato di quel sole limpido di fine novembre. Quasi deserta la via Vecchia del Mulino coperta da una compatta coltre a rendere faticoso il procedere fino a Ponte a Egola. E da lì direttamente alla Coop, quella accanto alla scuola, deserta la via del mercato retrostante. Tra pane, frutta e verdura, un po' di pasta, la stagnina dell'olio e appena un po' di carne, quattro sono le borse riempite, di quelle di stoffa, i manici di ferro rivestito in plastica. Clima quasi di festa a bottega e in piazza, per un popolo più divertito dall'imprevisto che infastidito dai disagi, che ti fa dimenticare questi ultimi mentre scambi battute, opinioni, previsioni, saluti, auguri e mentre il tempo scorre. Scorre veloce ogni qualvolta è tempo che dona piacere e ti accorgi che è ben oltre mezzogiorno. Stesso percorso, ma quanta fatica, sembra quasi in salita!

Le mani intorpidite dal freddo, segnate dal peso delle borse, i piedi in via di letargo dentro a quegli stivali sempre più freddi, senza fine la via vecchia del Mulino. Pochi dentro il paese, quasi tutti in casa, camini e stufe accese, l'acre odore di legna bruciata nell'aria e bianche colonne di fumo a salire veloci nell'immobile aria risparmiata dal vento. L'aria che comincia a raffreddarsi del sole timido di autunno, già calante alle prime ora del pomeriggio. In casa, Vincenzo, il mi' suocero, ha sistemato due ciocchi sul focolare, di quelli che si serbano per le occasioni, tipo Natale o Ultimo dell'anno. E sul fuoco tra la brace salsicce ad arrostire. Di primo uno spaghetto con 'salsa' sul coniglio. Pranzo che si consuma veloce, per la voglia di andare a scoprire nuovi aspetti, colori, luci sia di casa, sia dei nostri campi, nel bosco, fino in fondo al podere e in vetta alla collina, anche se il piacere della tavola ci farebbe indugiare accanto al fuoco. Armati di macchina fotografica, una modesta reflex - una Zenith russa - con indosso gli stessi 'chantilli', ma riscaldati da un pranzo a bollore, ce ne andiamo senza una meta precisa in giro per il podere; io, Graziella e Vincenzo. Una sosta ogni tanto a scattare una foto, nel silenzio più assoluto, a guardarsi attorno, addentrandoci fin dentro il bosco innaturalmente luminoso. Spaurite lepri ben visibili anche da lontano.

Montebicchieri e Stibbio che svettano bianche in primo piano in controluce al sole che volge al tramonto. Bianco tutto il blocco del Serra. È un periplo quello fatto, percorrendo il lato esterno di tutto il podere, lungo il rio di Paesante, fino all'altezza di casa "Chini" (così mi pare si chiamasse quella casa in fondo alla vallata, disabitata da anni), per risalire verso la via di Paesante, e per rientrare sulla vetta a confine con l'uliveta del Giusti. Poi a ridiscendere sul ciglione a confine con l'altra proprietà Giusti, che sta diventando vigna. Forse appena poco più di un'ora il tragitto a raccogliere foto e pungitopo, qualche orchidea miracolosamente risparmiata dalla neve, e qualche legno secco buono per il camino. Poi tutti e tre in casa, attorno al fuoco, a riattizzarlo, la moka sul gas per un caffè e un gotto di vino. Lì seduto sul canto del fuoco, la reflex in mano quasi a volerla riscaldare, lentamente riavvolgo tutto il rullino, apro lo sportello e lo estraggo. Pronto per lo sviluppo e per la stampa delle foto, lo sigillo con la scritta, a promemoria, "Nevicata del 29 novembre 1973".

La nevicata del 1973 nella campagna sanminiatese, Loc. Molino d'Egola
Foto collezione Giancarlo Pertici

La nevicata del 1973 nella campagna sanminiatese, Loc. Molino d'Egola
Foto collezione Giancarlo Pertici

La nevicata del 1973 nella campagna sanminiatese, Loc. Molino d'Egola
Foto collezione Giancarlo Pertici

La nevicata del 1973 nella campagna sanminiatese, Loc. Molino d'Egola
Foto collezione Giancarlo Pertici

giovedì 19 marzo 2015

IL RAGIONAMENTO STORICO SANMINIATESE DI A. M. VANNUCCHI AL GIOVANE G. B. GUCCI

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SOMMARIO DEL LIBRO:


PREMESSA-INTRODUZIONE a cura di Francesco Fiumalbi

Di seguito è proposta la trascrizione della pubblicazione curata da Antonio Maria Vannucchi, dal titolo Ragionamento storico al nobil giovane Gio. Battista Gucci gentiluomo samminiatese sopra la nobiltà della sua patria e della sua famiglia, edito presso la stamperia fiorentina di Gaetano Albizzini, nel 1758.

Si tratta di un libriccino molto interessante, uscito a pochi anni di distanza dagli studi pubblicati da Giovanni Lami nelle cosiddette Deliciae Eruditorum. Da sottolineare come, a partire proprio dai temi e dalle informazioni rese note da Giovanni Lami, negli ambienti eruditi sanminiatesi si andasse costituendo la necessità di raccogliere e divulgare la storia della comunità per poi rivendicare, attraverso di essa, la “nobiltà” della “terra”. Tutto questo per sottolineare la legittimità del suo essere “città”, titolo che aveva ricevuto, come è noto, nel 1622. Quello del Vannucchi è forse il primo tentativo dato alle stampe. Alcuni decenni dopo comparirà il più dettagliato e certamente più maturo, lavoro di Damiano Morali, Un cenno sulle Memorie di Sanminiato, pubblicato in San Miniato da Antonio Canesi nel 1834.

In questa ottica occorre osservare come il pretesto della pubblicazione sia quello di raccontare la storia sanminiatese e la sua nobiltà, il suo essere città, al giovane Giovan Battista Gucci, di famiglia agiata, iscritta alla nobiltà sanminiatese. E' un pretesto: in realtà Vannucchi sembra rivolgersi agli eruditi dei paesi e dei borghi circonvicini che, probabilmente, tendevano a canzonare San Miniato per il titolo cittadino ottenuto grazie a sottilissimi intrecci politici, piuttosto che per una condizione de facto. Non si spiega altrimenti, il complesso e ridondante panegirico a proposito delle condizioni utili ad un centro abitato per essere chiamato “città”. Occorre ricordare che, in questo periodo, centri come Empoli, Castelfiorentino e forse anche Fucecchio, avevano superato da un punto di vista della consistenza demografica e della vivacità economica la “città” sanminiatese. Non è un caso che San Miniato rincorra per circa due secoli il suo essere “città”, basti pensare agli interventi del Vescovo Poggi nei primi decenni del '700, fino ai progressi della prima metà del '800, ottenuti grazie al profondo legame tra il Granduca Leopoldo II e il sanminiatese Pietro Bagnoli.

Un ulteriore aspetto del fatto che Vannucchi si rivolga al rampollo di casa Gucci potrebbe essere letto anche come un invito, per le giovani generazioni sanminiatesi, a coltivare il mito della “città”, affinché, una volta raggiunta l'età adulta, potessero a loro volta contribuire a renderlo una condizione concreta ed effettiva.

Infine c'è poi la dedica a Giovanni Pietro Tellucci, nobile, avvocato e giurista presso il foro fiorentino, ma originario di San Miniato. Dunque sembra esserci anche la volontà di risvegliare nei sanminiatesi che avevano trovato fortuna in Firenze, una città “vera”, a ricordarsi della loro origine, a non disdegnarla. Anzi sembra essere proprio un invito a rinverdire e rivendicare le “nobili” origini. Il fatto che Vannucchi, o chi per lui, abbia scelto nella persona del Tellucci il suo main sponsor, come si direbbe oggi, fu dovuto, molto probabilmente, al fatto che l'avvocato era ben inserito all'interno dell'alta società fiorentina, e quindi aveva certamente legami e contatti con altri sanminiatesi che si erano “fiorentinizzati”. Con coloro che, dunque, potevano essere interessati alla divulgazione del lavoro del Vannucchi, e quindi tendenzialmente ben disposti a finanziarne la pubblicazione.

La cosa curiosa è che questa operazione fu condotta, come detto, da Antonio Maria Vannucchi, prete, insegnante presso il Seminario Vescovile, che in realtà era di Castelfiorentino. Insomma, il compito fu lasciato ad un “forestiero”. Non sappiamo se tale circostanza fosse dovuta all'intraprendenza dello stesso Vannucchi, all'insipienza degli eruditi sanminiatesi, oppure se sia stata il risultato di un faticoso compromesso. Rimarrà forse un piccola curiosità irrisolta, ma di fatto così andarono le cose. Certamente indicativo, tuttavia, il fatto che questa pubblicazione fosse maturata nell'ambiente ecclesiastico di San Miniato, proprio nell'ambito, quello diocesano, forse più di tutti legato al titolo nobiliare di “città”.

Un libro da leggere, lasciando un po' da parte le considerazione strettamente storiche, che risentono della precocità. Da leggere però facendo attenzione al tono e tenendo presenti le considerazioni sopra proposte, per comprendere la questione a proposito del titolo di “città”. Questo è l'aspetto certamente più interessante e significativo.

Antonio Maria Vannucchi, Ragionamento storico al nobil giovane Gio. Battista Gucci gentiluomo samminiatese sopra la nobiltà della sua patria e della sua famiglia, Stamperia Gaetano Albizzini, Firenze 1758, frontespizio.





RAGIONAMENTO STORICO DI VANNUCCHI A GUCCI 1/5

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SOMMARIO DEL LIBRO:


In questa pagina è proposto la trascrizione del frontespizio e della dedica a Gio. Pietro Tellucci, contenuti nella pubblicazione curata da Antonio Maria Vannucchi, dal titolo Ragionamento storico al nobil giovane Gio. Battista Gucci gentiluomo samminiatese sopra la nobiltà della sua patria e della sua famiglia, edito presso la stamperia fiorentina di Gaetano Albizzini, nel 1758, pp. 1-8.
AVVERTENZA: Il carattere azzurro nelle parentesi quadre segnala il numero della pagina.

RAGIONAMENTO STORICO

AL NOBIL GIOVANE

GIO. BATISTA GUCCI

GENTILUOMO SAMMINIATESE
SOPRA
LA NOBILTA' DELLA SUA PATRIA
E DELLA SUA FAMIGLlA

dall'autore dedicato
ALL'ILLUSTRISSIMO SIGNORE

GIO. PIETRO TELLUCCI
GENTILUOMO SAMMINIATESE
E
AVVOCATO DEL COLLEGIO DE' NOBILI FIORENTINI


IN FIRENZE. MDCCLVIII.
NELLA STAMPERIA DI GAETANO ALBIZZINI.
Con licenza de' Superiori.

[03] ILLUSTRISSIM0 SIGNORE

Due sono le ragioni che mi (h)anno, per cosi dire , violentato a dedicare a VS. ILLUSTRISSIMA questo mio, qualunque sia, Istorico Ragionamento. La prima si è, che contenendo esse le glorie sempre ammirabili
[04] di Samminiato, dovevasi indirizzare a Lei principalmente, che nasce da una delle più antiche famiglie di quella Città, e che ha recato alla Patria con le sue onorate fatiche maggior lustro, e decoro. La seconda, che essendo da me stato composto con idea di risvegliare sentimenti di onore, e di virtù in un Giovane Nobile suo Concittadino, non li potevo proporre originale da imitare più confacente all'intento, della degna sua Persona, versata in ogni genere di erudizione, che cominciò fin dall'età di venti anni a esercitare pubblicamente la professione Legale nella Curia Fiorentina, e continua ancora dopo sei lustri già compiti a esercitarla in qualità di Avvocato, e di Giudice con ammirazione, e plauso universale. Provano ad evidenza (senza curare il di più. Che potrebbe dirsi) l'antichità della sua ragguardevole Prosapia quel Dreaccio di Telluccio, che nelli Statuti compilati a tempo di Repubblica nel 1337 si trova descritto alla Rubr. 44 del Libro IV nel primo Catalogo de' Magnati, che erano [05] tali anco per lo avanti; quel famoso Costa di Matteo, che nel 1470 fu condottiere dell'esercito Samminiatese contro i Lucchesi, e quel prode Cosimo d'altro Matteo, che nel 1520 fu Capitano della Rocca per la parte Guelfa, da' quali per linea retta discende VS. Illustrissima. La confermano i monumenti antichissimi, che esistono ancora nella Cattedrale di Samminiato, dove è l'Altare di S. Carlo Borromeo, con sepoltura di Casa Tellucci, di cui per la sua antichità non si è potuto fra le scritture di quel Capitolo ritrovare memoria alcuna; nella Chiesa vecchia de' Padri Domenicani, dove si vede scolpito circa l'anno 1300 lo Stamma gentilizio, faciente un Leone rosso rampante in sbarra bianca, e campo d'oro, colla seguente Inscrizione: Nicolaus Alexandri, Nicolai, Cosmae, Mattei, Costae de Telluccis vetustum cum stemate sepulchrum restaurandum curavit; nella Chiesa Prioria di S. Lorenzo a Nocicchio, dove è la Cappella sotto il titolo di S. Leonardo; e nella Chiesa Prioria di S. Andrea a Botinaccio, dove è un altare con arme, [06] e Cappella sotto il titolo di S. Lorenzo, e S. Antonio, ambedue d'juspadronato della sua famiglia, la prima fondata da quel Dreaccio di Telluccio di sopra menzionato, e la seconda ereditata da Alessandro di Mariano Ciorbi da Empoli nel 1542 e ambedue da VS. Illustrissima ultimamente conferite al Sig. Abate Leopoldo, figlio del Sig. Capitano Niccola Tellucci di Lei fratello, che nello scorso mese d'Ottobre morì pieno di gloria al servizio del Re di Napoli, e delle due Sicilie. E finalmente ne fanno eterna testimonianza i Parentadi contratti in diverse occasioni con le Nobilissime Famiglie Borromei, Ciccioni, Buonaparte, Mocci, Fiaminghi, Malegonnelle, e Forestani, che si giustificano con autentici documenti. Provano altresì la rarità del suo gran talento, coltivato con i più severi, e più geniali studj, e arricchito di mille erudite universali notizie, le tante belle produzioni letterarie, e i tanti dottissimi Consulti, che in ogni tempo ha pubblicato per mezzo delle stampe sull'esempio de' due gloriosi suoi antenati Gio. Batista di Cosimo Tellucci, che [07] nel 1496 fu pubblico Lettore di Filosofia nell'Università di Padova, e Niccolò suo fratello nel 1499. Lettore di Medicina in quella di Pisa, i quali vivono ancora immortali ne i monumenti delle più celebri Accademie d'Italia. Meritatamente pertanto fu VS. Illustrissima con benigno dispaccio del dì 7 Gennaio 1758 eletto fra le altre sue pubbliche incombenze in difensore universale di tutte le Cause de' Ceppi di Prato, con una totale independenza da ogni altro Ministro superiore, e con l'autorevole direzione de' tre Professori, che in Firenze, Prato, e Livorno agiscono per il Luogo Pio, specialmente protetto dal nostro Augustissimo Sovrano, il quale destinandola a un tale impiego con facoltà sì illimitate, e con decorosa provvisione mostrò chiaramente di riconoscere in Lei profondità di sapere, unita a quel prudente discernimento, necessario nel maneggio de' pubblici affari, che non suole in molti combinarsi insieme sì facilmente. Quindi è. Che avendo io scelto un soggetto di sì rare qualità fornito, [08] affinché serva di norma, e di esempio al gentilissimo Candidato, a cui è rivolto il mio Ragionamento, son sicuro di riuscire felicemente nell'impresa, una volta che procuri soltanto di seguitare le vestigia da Lei impresse nel sentiero dell'onore, e della virtù, come io lo consiglio a fare vivamente, nel tempo stesso che ho avuto il vantaggio di dare al mondo una sincera riprova di quella stima, che conservo, e conserverò mai sempre per il merito grande di VS. Illustrissima, a cui fo mio pregio umiliarmi ossequiosamente.


Antonio Maria Vannucchi, Ragionamento storico al nobil giovane Gio. Battista Gucci gentiluomo samminiatese sopra la nobiltà della sua patria e della sua famiglia, Stamperia Gaetano Albizzini, Firenze 1758, frontespizio.

SOMMARIO DEL LIBRO:

RAGIONAMENTO STORICO DI VANNUCCHI A GUCCI 2/5

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SOMMARIO DEL LIBRO:


In questa pagina è proposta la trascrizione del Capitolo I [Introduzione alla patria e alla nobiltà il frontespizio] della pubblicazione curata da Antonio Maria Vannucchi, dal titolo Ragionamento storico al nobil giovane Gio. Battista Gucci gentiluomo samminiatese sopra la nobiltà della sua patria e della sua famiglia, edito presso la stamperia fiorentina di Gaetano Albizzini, nel 1758.
AVVERTENZA: Il carattere azzurro nelle parentesi quadre segnala il numero della pagina.

[09] RAGIONAMENTO ISTORICO

AL NOBIL GIOVANE
GIO. BATTISTA GUCCI

GENTILUOMO SAMMINIATESE

SOPRA LA NOBILTA' DELLA SUA PATRIA

E DELLA SUA FAMIGLIA

§.I.

I.
Quale, e quanto sia il pregio, in cui tener si debba, o nobil Giovane, la gentilezza del sangue, e la gloria ereditata dai maggiori, egli è soggetto di varia estimazione, nullameno nella opinione del volgo, che nel giudizio di coloro, che vengono riputati saggi. E lasciando stare il volgo, che grossamente pensa, nulla più valuteremo l'arte de' [10] Poeti, o degli Oratori, i quali favellano ad una certa materia popolare, e di affermare anzo una cosa, che l'altra, (h)anno per ragione l'opportunità del tempo, del luogo, della materia, e non sempre la verità. Imperciocché, se costoro ascoltate, ora vi parrà lo splendore del lignaggio un merito quasi divino, e come un partecipare dell'essenza de' celesti corpi degli Dei, e che manchi alla virtù più eccellente il più bello, e pregiato fiore, ov'essa non spunta da vecchio, e grande, e famoso tronco: ed al contrario, se direte alcuna fiata essere un'ombra, un sogno, ed un niente ciocché non è virtù e Che fu chiaro è colui, che per le splende, e come avvedutamente protestò quell'Ulisse, Et genus, & proavos, & qua non fecimus ipsi, Vix ea nostra puto...... ed eglino molte ragioni prendono in prestanza dai Filosofi. Tra i quali voi ben sapete, come la severità di alcuni dispogliò per fino del nome di bene qualunque obietto, trattone la virtù, e come questa sola circondò, ed afforzò di ogni titolo, e di ogni fregio: mentre quegli altri, mostrandosi più umani, tennero, e gli onori, e gli agi, e gli ajuti tutti del vivere in conto di qualche bene, quantunque [11] solamente esterno, e subordinato all'ultimo, e principale. Ed appunto da questo sommo bene, e dallo stabilirne prima la qualità, e la natura, dipende la decisione della presente disputa, rimasa ormai ad esercitar nelle scuole la sottigliezza, e l'ingegno degli studenti.

II.
Ma a sentenziare discretamente sulla nostra fa di mestieri, che più partitamente si ragioni, e si riguardi la nobiltà secondo varie, per così dire, vedute, ed aspetti differenti. E prima, quanto alla natura medesima del corpo, e dello spirito, chi dirà, che per la sola nobiltà del padre si tramandi alcuna cosa nel figlio, che lo distingua dal rimanere dei viventi? Questa prerogativa è manifesto non essere intrinseca, ed inerente al corpo, o all'animo, ma esser solamente nella opinione, nella consuetudine, e nelle leggi. Lande non si può la medesima dirittamente assomigliare alle fattezze degli animali, ed alla forma delle piante, che al principio loro sono rispondenti. Tuttavia concederemo, che la grandezza degli avoli possa divenire quasi continova naturalmente nei posteri, quando essa nacque dalle opere loro, le quali avessero radice, e forza nella naturale disposizione dei corpi. Siccome i Fisici avvertono, che una particolar tessitura delle sottilissime fibre, o del cervello, o del resto di questa macchina, ed un migliore, o disordinato moto dei fluidi, che [12] circolano per la medesima, fa ingegnosi o tardi, ricordevoli o smemorati, magnanimi o meschini, iracondi o pietosi, lieti o malinconici, aperti o cheti, forti o timidi, dolci, ed umani, o austeri, e crudeli. Le quali maniere noi vediamo sovente passar nei figlio dai genitori insieme colla somiglievole tessitura dei corpi: e queste non è da dubitare, che dispongano l'animo, e lo inclinino, o a vizio, o a virtù, sì fattamente però, che lo dispongano, ed inchinino solamente, non lo necessitino.

III.
L'educazione, o questa sì che può assaissimo a condurre dirittamente, o a travolgere il corso della vita, per le prime idee, e continue, anzi sovente uniche, le quali si presentano all'animo, e vi s'imprimono, raffermandosi negli atti replicati, e formando la consuetudine di operare. Quelli che non vederono mai altro, che bassi, ed umili oggetti, che non ascoltarono se non voci fregolate, e crude, che non furono circondati se non da sordidezza, e povertà, e non ebbero avanti, se non azioni vili, e dispregevoli, contraggono una certa ruggine, che si manifesta nell'angustia dei pensieri, nella ruvidezza del tratto, nella stravaganza, e picciolezza delle opere. A quelli poi, che incontrano col guado cose grandi, e gloriose, e di loro (h)anno piene sempre le orecchie, dilatasi per certo modo lo spirito, ed accendesi a confacevole imitazione.

IV.
[13] Lo che è vero nella vita eziandio tutta quanta. Che non era fanciulletto Pirro, quando di lui si disse Pirribus Achillides animosus imagine Patris? Né era giovannetto Fabio Massimo, né Scipione, quando in mirare le immagini dei loro maggiori si sentiro infiammare a prodi, e memorande imprese. E perciò noi sappiamo, come tra i Romani le case grandi avessero adorno l'atrio dell'effigie di antenati illustri a lung' ordine disposti, e come vi pendessero e cocchi, ed armi, ed altre spoglie di mano loro ai nemici tolte: dalla gloria delle quali dovea spiccarsi chiara luce di esempio, e vive fiamme di emulazione, o almeno di vergogna per colui, a cui elleno rinfacciassero ogni giorno la sua bassezza, per la cui ragione si avesse a dire, Heu antiqua Domus, quam dispari dominaris Domino!

V.
Avvegnaché egli è un nobile posto quasi in un grado più eccellente, a cui molti mirano, onde più agevole è l'incontrare il comun biasimo, ed il dispregio, se taluno sel merita; lo che nella umile condizione, e perciò poco riguardata, ed osservata, non succede. E la nobiltà, quale dovrebb'essere a tutti quei, che ne godono, tale è al popol tutto, che le opere dei nobili considera, vale a dire, una pietra di paragone, che dimostra senza [14] fallo a giusto esame delle opere medesime il pregio, ed il valore. Formato che sia una volta il giudicio, e scolpito nella memoria, chi lo cancellerà intieramente giammai? Come un tersissimo specchio, che per fumo, o somigliante bruttezza appannato, non racquista mai pienamente la chiarezza prima. Lande per gli uomini di onore non fa mestieri né di severe leggi, né del Magistrato rigido dei Censori, ma basta il grado loro, e la contemplazione della propria origine, a bene, e degnamente vivere.

VI.
Appresso alle quali massime vien quel principio del profondo Politico dei nostri tempi, che l'onore pose qual vincolo, sostegno, ed anima delle Monarchie. E ciò in vero a gran commendazione della nobiltà, senza la quale non pareva ad esso, che star potesse la reggia, e 'l trono, e l'ordine presente della società, e conseguentemente la tranquillità, e la felicità dei più ben colti popoli della terra. E ancor di noi, che in tale stato viviamo: benché io non segua del tutto le vestigia di sì gran'uomo, cui non pertanto vennero, ed ammiro. Poiché l'essere il più sovente la ragione interna del mantenimento, ed aggrandimento di uno stato Monarchico, e del moto, che ne agita, ed aggira tutte le parti, l'onore, ben lo concedo; ma non avervi luogo, e più volte non produrre ottime, e segnalate imprese ed utilissime, ancor la virtù, [15] l'amor del retto, e quel della patria, parmi doversi negare. Né io voglio, che se pochi esempli, e rari fanno temer talvolta somiglianti motivi al Monarca, perciò questi s'abbiano a sbandire da molti altri esempli, e frequenti, che debbono essere ad esso cari, e vantaggiosi. E per contraria guisa io penso, che nelle Repubbliche non sia sola la virtù, e l'amor della patria, e della vita frugale, e della egualità comune, che ne governi la sicurezza, e gli andamenti; ma quale, e quanta forza vi abbia la gloria, tutti ne parlano le Greche, e le Romane Storie. Oltrediché nel governo degli ottimati, o temperato da qualche autorità di popolo, o sovra di lui signoreggiante compiutamente, non è nocevole la brama di superare i compagni, ed eguali fuori nel valore, e grandezza delle opere, quando questa è oramai sparsa, ed accesa in tutti, ed ha ciascuno confacenti mezzi a render pago il desio, o a ciò tentare con pari forte che gli altri. Poiché voi ben vedete, o nobil Giovane, che dal contrasto vicendevole delle forze, sempre tendenti a vincere, e sempre rispinte, e rintuzzate per le contrarie, convien che nasca quell'equilibrio di azioni che di desidera a fare operare insieme tutti gli ottimati con egualità per la patria comune. Del rimanente dal nome stesso di ottimati, che suol essere ereditario nelle famiglie, si fa manifesto, come la nobiltà vantaggiosamente [16] possa formare un ordine primario nella Repubblica, e come sia stato giudicato, che la virtù de' padri si abbia a propagare intiera nella descendenza.

VII.
Alla qual cosa giovano le moderate ricchezze, che le più siate trovansi congiunte alla nobiltà. Poiché queste allontanano dalla bassezza, e sollevano a magnificenza, danno i comodi della vita onesta, e quelli di giovane altrui, e liberando dalla necessità, fanno luogo agli esercizj, ed alla coltura dell'animo.

VIII.
Adesso raccogliendo il mio lungo favellare, dico, che dee la nobiltà tanto aversi in pregio, quanto ella porge di soccorso a virtuosamente vivere, o recandone la maniera, o l'opportunità, o l'incitamento, o gli altri ajuti, o discostandone, siccome ella fa, gl'impedimenti. Onde meno tollerabile addiviene la stupidità, e follìa di coloro, che per essa levansi alto, e montano in superbia, quando e' dovrebbero anzi cagione avere di temer molto pel loro buon nome. Imperciocché eglino fanno, come colui, che si vantasse gran viaggiatore, perché soltanto ha i piedi agili, spediti, e gagliardi; o come quell'altro che si spacciasse un terribile lottatore, perché si sentisse robuste, e vigorose le braccia, benché il primo non mai si fosse mosso di casa sua, ed il secondo non avesse pur veduto di lontano il campo del cimento. [17] Così costoro si pavoneggiano de' soli mezzi, che ottennero senza studio loro, e senz'arte dalla natura, per addivenire lodevoli, e di ciò contenti, d'adoperargli, e di pervenire al disegnato fine, cioè, di esser lodevoli veracemente, mostrano di non curarsi. Quindi ciocché fu dato loro a proprio, ed altri vantaggio, eglino, o ristandosi oziosi dall'impegarlo, in biasimo fel volgono, ed in singolare discapito proprio, ed altri.

IX.
Ciò non accaderà (certo che io lo spero) a voi, che intendete sanamente nullameno le voci di chi vi ama tanto, che quelle dello stato vostro, della Patria, e de' maggiori. Conciosiaché, se congiuntamente le riceverete nell'animo, ne ritrarrete maraviglioso conforto a provacciarvi quella, che aver si può, onesta felicità: che mentre vi si pongono innanzi illustri esempli, verrete stimolato meglio a seguitarli per diritta via, lasciando da un de' lati l'inutile alterezza, che dispregia, ed è dispregiata, e dall'altro pusillanimità , che fa indegno rifiuto degli ornamenti, e dei presidj, cui natura diede. Per la qual cosa ho voluto io con questo Ragionamento quasi raccogliere tutte queste voci in un suono solo, acciocché sia più pieno, ed efficace. Ed egli dee valere eziandio ad opprimere il confuso rimbombo, e svantaggioso, che troppo si ode venir talvolta dai male [18] avvisati, o dai malevoli, e giungerla per avventura un qualche giorno fino alle menti degli uomini di miglior senno.

X.
Il quale allora massime si fe sentire, quando piacque all'Augustissimo nostro Sovrano di dare una giusta forma universale a tutto quanto l'ordine nobile della Toscana. Voi vi rammenterete, come la Legge del dì 1 Ottobre 1750 assegna primieramente il nome, e le prerogative di Città a quei soli luoghi, che degnamente portar ne possono ai giorni nostri il peso, e lo splendore. Quindi ne distingue come due generi, tolti da due rispondenti generi di nobiltà, che l'adornano. Questa in alcuna di tali Cittadi sovrastando, e per altissima dignità, e per antichità remota, venne inalzata, e distinta col titolo di Patriziato, rimanendosi gli altri semplicemente Nobili. Il qual ordine posteriore essendo solo infra molte altre concesso alla Città vostra; non è agevole a dirsi, come a chi non seppe troppo ben ragionare, o male era conoscitore delle cause delle leggi, parve cotesta Patria illustrata quasi di volgar fregio, e precario, e pieno di apparenti segni di novità: come se molti non fossero i fonti, da cui derivasi l'opinione della eccellenza, e le Leggi fossero la storia del passato, e non la norma dello avvenire; e come fe la Legge. Che non fece menzione alcuna di Fiesole, e di Chiusi, avesse perciò cancellato il nome di [19] esse dai vecchi monumenti, e tolti alla prima i tanti secoli, di cui fa pompa, e la potenza, che tenne avanti dei Romani, e con i medesimi; ed alla seconda il pregio (che già passò) di real fede, e di Capitale di uno dei dodici Popolo dell'Etruria: e finalmente come se ponendo, e Volterra, ed Arezzo, e Pisa, e Siena appresso a Firenze, abbia negato che quelle già fiorissero, e per grandezza, e maestà di mura, e per valore, e merito dei Cittadini, quando questa ancor non era un campo arato, o una ripa di fiume, od un villaggio. L'antico stato, non da quello de' giorni nostri, né dai moderni provvedimenti delle Leggi, ma degli Scrittori delle trapassate cose, dalle cartapecore, ed altrettali memorie, vuolsi ricavare. Le quali ricercando accuratamente ardisco dire della vostra Patria, che nei tempi, che di mezzo si appellano, e dentro gli ultimi settecento anni, o per ampiezza, e per potenza, o per alleanze, e per affari con remoti popoli, o pel giudicio fattone da gran Sovrani, o per lo splendore delle famiglie, o per tanti fatti ragguardevoli, e degni di ricordanza, ella niente cede alle più onorate, e più distinte.

XI.
Alla forte nostra Patria comune fu quella della Famiglia. Una vostra sorella era omai prender l'abito religioso in un cospicuo Monastero di Firenze. Eccoti un'incerta voce senz'autore gettata, e senza [20] veruna considerazione accolta in animi mobili, e sospettosi, non esser ella Nobile. Perloché, siccome conviene in sì fatte cose, la savia Giovane cedé alla fortuna, e provvide volentieri alla sua quiete, che pel decoro suo, ed onoranza, ne fu assai riparata dal giudicio di altro Monastero di egual condizione, appresso il quale fu ella meglio conosciuta, ed estimata. Tuttavia fa d'uopo disingannare il Mondo, e palesare la verità, ove brutto è il tacere, ed esposto a suspizione d'infamia. E questo hammi accresciuto stimolo a dovere sotto gli occhi porvi alcune brevi memorie, che appartengono alle cose della vostra Patria, e del vostro lignaggio. Nel che io non intesi di tessere una storia, né di delinearne una compiuta immagine, ma solo di preseverarne in compendio alcuni tratti; i quali mentre servono ad ismentire chi giudica senza troppo considerar di che, serviranno a Voi per dimostrarvi quale vi conviene d'essere appresso i vostri, che furono nei tempi andati Nobili per virtù, e per laudevoli azioni.


Antonio Maria Vannucchi, Ragionamento storico al nobil giovane Gio. Battista Gucci gentiluomo samminiatese sopra la nobiltà della sua patria e della sua famiglia, Stamperia Gaetano Albizzini, Firenze 1758, frontespizio.

SOMMARIO DEL LIBRO:

RAGIONAMENTO STORICO DI VANNUCCHI A GUCCI 3/5

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SOMMARIO DEL LIBRO:


In questa pagina è proposta la trascrizione del Capitolo II, paragrafi I-XVII [Storia di San Miniato dalle origini] della pubblicazione curata da Antonio Maria Vannucchi, dal titolo Ragionamento storico al nobil giovane Gio. Battista Gucci gentiluomo samminiatese sopra la nobiltà della sua patria e della sua famiglia, edito presso la stamperia fiorentina di Gaetano Albizzini, nel 1758.
AVVERTENZA: Il carattere azzurro nelle parentesi quadre segnala il numero della pagina.

§.II.

I.
Qual si fosse cotesto Colle, sovra cui stendesi la Città vostra, o nel fiorire, o sul cadere del Romano Imperio, malagevole cosa è il dimostrarvi. Certo prima dell'ottavo secolo ei si chiamava Quarto, [21] come abbiamo dallo Strumento della fondazione della Chiesa di Samminiato; ma donde, e come in tal guisa si denominasse, non saprei ridirvelo sicuramente. I nomi, che quasi sempre sono più durevoli delle cose da loro significate, niente qui ci manifestano per la proposta materia. Anche il grande, e bene abitato Borgo di S. Genesio, il quale con suo disfacimento accrebbe Samminiato, e ne fe parte, ritrovasi per Istrumento di molta antichità chiamato Vico Vallari: ma non perciò mi è avvenuto d'incontrar via, per cui procedere avanti: se qualche sospetto non dessero per avventura, che il vostro luogo fosse stato fino a tempo della Romana Repubblica abitato da comodi, e ricchi uomini, quelle tante centinaja di medaglie d'argento ritrovate anni sono, poco discosto in un campo quali lungo la via, che per la collina si dirizza a mezzogiorno, delle quali, comecché tutte io non vedessi, pure tra molte, e molte niuna ne passò tra mano più moderna dei tempi delle Romane sociali, e civili. E che i distruggitori Longobardi per contraria ventura potessero avere o stabilito, o aggradito il Sommo Pontefice Celestino III in una Bolla del MCXIV soscritta da XXV Cardinali, e serbata originale nell'Archivio Capitolare, ov'ei fa menzione dei Longobardi di Samminiato. Ma discendendo [22] alle più sicure memorie, circa il 700 di nostra salute, sotto Belsario Vescovo di Lucca, fu edificata in Quarto la Chiesa di Samminiato, sommessa alla Prepositura di S. Genesio, siccome a più antica; e questa fabbrica richiedeva bene, che già vi fosse all'intorno qualche Borgata, ai comodi della quale essa servisse, e questa diede senza dubbio nome, e popolazione a cotesta Patria. La quale a tempo di Ottone il Grande, vale a dire prima del mille, sì gran numero avea di abitanti, che per rendernela capace ei l'ampliò, come parlano i vostri Storici, e stimò bene di fortificarla, giudicandola posto opportuno a dominare l'Etruria.

II.
Ma quello, con che di sua grandezza ei gettò quasi le fondamenta, e dispose come il destino delle future sue vicende, sì fu l'aveva egli lasciato un suo proprio Vicario, chiamato Arnolfo, con mero, e mosto Imperio, e con amplissima podestà sopra la Toscana tutta, la qual maniera fu poi dagli altri seguita: quantunque e' non sia abbastanza chiaro, ed appresso i critici per comun consenso raffermato, quale, e quanta sia stata l'autorità, e la giurisdizione concessa di mano in mano dagli'Imperatori a que' loro Vicarj, che risiedono in Samminiato. Poiché taluni la stimano una intiera plenipotenza sopra la Toscana tutta quanta, dimameraché il Vicario tenesse luogo in tutto, e per tutto [23] della persona, e dignità, e ragioni del capo dell'Imperio, la qual podestà per somigliante guisa conceduta non averia limiti. Altri poi la ristringono al giudicio di poche cause, appartenenti agli affari dell'Imperio, alla sopraintendenza delle riscossioni di dazj, e gabelle, ed al governo di tutti gli Ofiziali delle medesime. Nella qual contrarietà di sentenze io mi persuado, che tal giurisdizione non sia sempre stata una, ed eguale in tutti i tempi, ed in ciascuna occorrenza, ma grande stata essendo nei tempi remotissimi, e da principio larghissima, quando le ragioni, che gl'Imperadori avevan da far valere sopra questi popoli, a poco a poco si raccogliesse, o perché venisse circoscritta meglio dall'arbitrio di chi la dava, o per difetto dei popoli, che rifiutassero d'obbedire. Imperciocché nell'istesso posto era il Cancelliere dell'Imperio Ridolfo, o quando nel 1280 s'intitolava Tusciae Vicarius Generalis, parole molto illimitate, ed auterevoli, o quando l'anno susseguente insieme col Vescovo Gurgense al Comune di S. Gemignano comandava il dover loro mandare Ambasciadori, che prestassero omaggio, come il fecero, e n'é registro nell'Archivio di detto Comune (al lib. Bianco da fogl. 81 a fogl. 84) e quelli, ai quali Federigo Imperadore, e Re di Sicili, in tre brevi Strumenti conservati nell'Archivio della vostra Comunità dà sopra Fucecchio, il Valdarno di [24] sotto, la Valdinievole, la Valle d'Aniano, le Lame, e Villa Basilica (questi tre ultimi luoghi ora sono della Repubblica di Lucca) la giurisdizione spiegata nei seguenti termini: plenam potestatem, & juriditionem super omnibus justitiis, & rationibus Imperii in cunctis locis praedictis ponendi, & ordinandi Judices, qui de quibusliber causis cognoscant; & etiam exigat, atque requirat, & recipiat justitias, jura, rationes, & omnes redditus Imperii, atque honores, quae ad Imperium pertinent, & pertinere noscuntur in omnibus temporibus, & locis praedictis, & tota jurisditione Castellani S. Miniatis, ut etiam liceat ei mutare per omnia loca praedicta Vicecomites, Castaldices, ad utilitatem Imperii, & nostram, & alios ponere, & locare, sicut antiquitus Castellani S. Miniatis facere, & exercere consueverunt. Sebbene quel dovere in detti luoghi ordinar Giudici a intendere d'ogni lite, e questione, non è certamente picciol potere: come ancora, che tal Vicarj, giusta il Tronci, ed il vostro Lorenzo Buonincontri, mantenessero una volta delle truppe al lor soldo per forzare all'obbedienza i contrastanti; ma questo non si vede nei venienti tempi adoperato.

III.
E forse, che sofferse le medesime vicende, quanto ai luoghi soggetti, ed all'esercizio della facoltà, e usanza, che al Vicario di Samminiato si devolvessero le cause di appello da quei Giudici (per quanto pare) [25] che erano per esso ordinati, o che riverivano l'Imperio. Che non sappiamo, come quei, che paghi non erano della Sentenza data dall'Ordinario Giudice, dicevano; me ne appello a Samminiato al Tedesco, cioè al Giudice Tedesco là residente, ad quem appellationes deferebantur, dice il lodato Buonincontri, e ne ripete il senso in più, e differenti luoghi, ei che viveva a un tempo, nel quale fra' suoi stessi domestici la fama di ciò doveva esser rimasa certa, ed incorrotta, ei che molto bene conosceva gli affari della sua Patria, che di tanto le Storie sue fannoci manifesta fede. E ciò eziandio confermano i Fasti di S. Gemignano, pe' quali mostrasi, come nel 1312 era in Samminiato Giudice degli Appelli, o vogliamo dire Giudice Assessore del Vicario Imperiale, un tal Primerano Ardinghelli di detta Terra; e ne dà pure un qualche barlume Matteo Villani (cap. 36. lib. 5) la dove conta, che l'Imperador Carlo IV volle, che i tre Cittadini Fiorentini, accusati del delitto di lesa maestà, comecché gli reputasse innocenti, non ostante fossero giudicati a Samminiato. Somigliante autorità una Curia, o Camera richiedea, che fosse colassù stabilita, e tale ella ritrovasi del 1281 (e si dia il giusto valore a questa data) nella mentovata lettera di Gio. Vescovo Gurgente, e di Ridolfo, Vicarj Cesarei, diretta sotto dì 23 Luglio al Comune di S. Gemignano: Ex Camera [26] Palatii Domini Imperatoris posita in Arce S. Miniatis. E di tal Curia convenne ai vostri maggiori vantaggi, e l'esercizio ricomprare collo sborso di 15000 scudi d'oro da Enrico II il quale sdegnato, perché nel 1061 in una rissa per fortuito caso era rimaso ucciso Gualberto Parigino suo Vicario, secondo che riporta il Buonincontri, intimò loro, o di dover pagare sì grave multa, o di dover perder la Curia, la quale accortamente ei sostese infino a tanto, che la somma richiesta non fu pagata.

IV.
E questa è maggior prova, che assai notabile, e pregevole fosse e l'autorità dei Vicarj, e l'onoranza, che a cotesto luogo ne veniva. Ma e' si dee conciuder lo stesso per la qualità dei personaggi, a cui leggesi affidato questo carico. Io non intendo prendermi, o altrui recar la noja di annoverargli ad uno ad uno. Undici ne nomina il Buonincontri, altri s'incontrano sparsamente in varj Autori, altri appariscono per Istrumenti autentici: in uno di questi è nominato Vicario Cesareo Jacopo di Burrona. Chi avesse vaghezza di veder l'equipaggio di un regio Tesoriere, che morì l'anno 1274 della cui eredità ne fece minutissimo Inventario il Comune di Samminiato, quale per pubblico Strumento consegnò al detto Jacopo, crederei, che chi si dilettasse di simili antichità, ne pigliasse molto piacere. Ma i Vicarj di merito [27] segnalato, e di singolar ricordanza degni sono, ed un Filippo di Svevia, che fu competitore nell'Imperio di Ottone IV secondo il Buonincontri, e Ditelmo di Euctingen per istretta parentela congiunto coll'Imperadore, e ce l'assicura un lungo Strumento del 1272 ed un Rinaldo Duca di Spoleti, che teneva in moglie Beatrice nipote d'Arrigo I quale non potendo ritrovarsi a Samminiato ad esercitarvi in persona il Vicario Cesareo, vi delega, col consenso dell'Imperadore, suo nipote Oberardo. E' egli da credere, che sì fatta nazione d'Uomini, o s'inviasse qua per leggiera cosa ed ordinaria, o si volesse confinare, ed ella star si volesse in un luogo di picciol pregio, o tra vil gente abitatrice di una Borgata, e non più tosto in cospicua sede, e reverita, e tra gentili, e prodi, e nobili Cittadini?

V.
Ma a che cerco io orrevolezza alla Patria vostra colla residenza, e dignità de' Vicarj, quando noi potete vantar giustamente quella dei Sovrani? Ex Camera Palatii Domini Imperatoris, &c leggemmo sopra, non dalla Camera del Palazzo del Vicario Imperiale. E Matteo Villani racconta al lib. 4 che l'Imperdor Carlo IV fece maggiori accoglienze agli Ambasciadori Samminiatesi, che agli altri “e la cagione si stimò, che fosse per affezione, che l'Imperio per antico avea a quel luogo, che soleva essere la residenza degl' [28] Imperadori”. Adunque dopo Ottone I tanto benemerito di cotesta Città, quelli, che vi dimorarono, è da dire, che non come in altre Città il facessero per ventura, e di passaggio, ma come nella propria fede loro in Toscana posandosi. E di Enrico I attestalo il Buonincontri: Federigo I dimostralo un Diploma nell'Ughelli: di Arrigo suo figlio raccontalo pure il Buonincontri, e ch'ei vi ritornasse raccogliensi da due suoi Strumenti in data di Samminiato, prodotti dal Tommasino (lib. 3) e che si recasse Ottone IV nel 1208 e nel 1209 e Federigo II nel 1226 convincelo il Chiarissimo Sig. Lami nelle Delic. Erudit.. Che dirò del vostro amorevolissimo Protettore Carlo IV che lunga stanza fece in cotesto suo regio Palazzo, che di favori, e di grazie vi ricolmò, che vi amò sopra tutti i popoli della Toscana, e quelle singolari accoglienze fece ai vostri Ambasciadori, che appena si crederiano, se non le ricordassero gl'Istorici di quelle Città medesime, che a voi forse n'ebbero invidia?

VI.
La vostra dunque era devota dell'Imperio, e vicendevolmente dai Cesari protetta ispeciale benevoglienza, ed impegno. Può essa reputarsi l'asilo a quei tempi de' Cesari, e de' loro aderenti, nell'Italia. E Gregorio V Sommo Pontefice, e congiunto pei vincoli del sangue all'Imperatore Ottone II per salvarsi dalle sedizioni, ed insolenti intraprese [29] del popolo di Roma, non altrove penso doversi riparare, e cercar sicurezza, che nella Patria vostra, come e' fece nel 996 per quanto scrive il Cronista Buonincontri. Ed a fare eterna, e pubblica testimonianza della vicendevole congiunzione, che tra l'Imperio e Samminiato era, questa Città non è gran tempo, che vedeasi dipinta nell'Imperial Palazzo di Vienna. Laonde è da congratularsi con esso voi, che non la fortuna, ma la divina provvidenza abbia disposto l'ordine delle cose in guisa, che dopo tanti anni siate ritornati alla stessa devozione verso l'Augustissimo Cesare, della quale averete volentieri voluto d'un genio, che era quasi ereditario nel sangue vostro, ora farne un debito di soggezione, ed una felicità per voi, e per la vostra discendenza.

VII.
Ed ogni qual volta vi rimembrate della passata grandezza, dovete rammentarvi, che in si alto grado saliste un giorno massime, perché fedeli e cari foste agl'Imperadori. Di molte che mi si riducono alla memoria, poche ne accennerò, ma queste onorevolissime, e grandi. Da Federigo II per Diploma spedito in Ulma l'anno quinto del suo Imperio aveste in dopo il Borgo di S. Genesio, ma propter fidelitatem, & accepta beneficia, quae Miniatenses fideles nostri Nobis, & Divis Augustis praedecessoribus exhibuerunt. Non vi brilla per la gioja il cuore in petto a queste belle parole, che dichiarano e Federigo, e gli Augusti suoi [30] predecessori obbligati a' vostri avoli per la fedeltà loro non solo, ma eziandio per i benefizj ricevutine? Egli nel 1249 consegna ad essi a custodire alcuni prigioni suoi di riguardo, come narra il Bonincontri, e Ricordano Malespina, pergno manifesto di confidenza ed amistà. Egli, molte altre cose sotto silenzio trapassando, al Concilio di Lione elesse suo Oratore il famoso Ricupero da Samminiato, indizio memorabile di stima, e di benevolenza. E di questa erede fu il figlio suo Manfredi, siccome ei lo fu delle paterne disgrazie, e conseguentemente della necessità di procacciarsi amici, e difenditori. Ma ne' suoi Diplomi grandissimo è l'onore, ch'ei rende ai vostri antenati. L'anno 1260 in memoria degl'importanti servigj all'Augusto suo Genitore prestati, dona loro alcuni beni, ed ispecialmente in recompensationem damnorum, quiae pro servanda fide sunt perpessi, e concede che, sine pedagio ire & redire valeant per partes quaslibet suae ditioni subiectas, tam per Imperium, quam per regnum cum mercimoniis, & rebus, sicut consuerverunt tempore Domini Imperatoris Friderici rec. mem. Patris nostri usque ad ejus obitum: e nel 1263 tornando a fare onorato ricordo della pura e sincera fede dei Samminiatesi, e dei benefizj, che ne aveva ricevuti, e de' buoni ufficj impiegati verso la buona memoria dell'Imperador suo padre, e di quei che prontamente esibiscono alla real sua persona, [31] conferma loro alcune particolari consuetudini, possessioni, ec.

VIII.
E d'onde mai ricavò dunque il Colenuzio [si tratta dell'episodio riportato nel “Compedio” di Pandolfo Collenuccio, n.d.r.], ciecamente seguitato dal Fulgosio negli strattagemmi militari, che Federigo il vostro sì buono amico, e protettore avvedutamente vi sorprendesse con simulazione, e con astuzia? Lasciamo stare, che niuno Storico ne abbia parlato, niuno, fuori di costui, l'abbia saputo. Ma accordate, io vi prego, questa calunnia con tanto amore, con tanti donativi del Monarca padre, e figlio, e colla testimonianza da essi resa palesemente alla vostra fedeltà, ai vostri benefizj. Accordatela con quella condizione espressamente posta da voi nella Lega, cui faceste coi Pisani, e con i Fiorentini, secondo il Buonincontri, vale a dire, ne ulli eorim contra Imperium Friderici molienti quidquam favois, aut auxilli praeberent. Sebbene cotesto Paese è soggetto a simili ciance, quanto è uso a disprezzarle. Corre ancora per le bocche dell'ignorante, e basso popolo, che l'assedio dai Fiorentini fatto alla vostra Città terminasse con un ridicolo strattagemma, simile a quello, onde Annibale scampò dalla Valle, e dalle mani di Fabio, nel quale in vece di soldati, si presentò ad ingannarvi minuto esercito animalesco. Ma queste voci non hanno per avventura più alta radice, che l'invidia dei popoli confinanti, quale somma esser doveva, mirando la Samminiatese [32] Repubblica maravigliosamente fiorente all'ombra della Cesarea protezione.

IX.
Del rimanente non si vuol tacere, almeno di passaggio, i tanti privilegi, dei quali vi decorò la benignità, e l'amorevolezza dell'Imperador Carlo IV. Per lui fu confermata la vostra libertà, approvate le vostre leggi, raffermato il possesso del vostro non piccolo Territorio. Serbanti di tutto questo varj strumenti; ma uno consideratene dell'anno 1355 nono del suo Imperio, sotto dì 13 Marzo, nel quale palesa la cagione di tanta, e si speciale benevolenza, e queste parole adopera per la Patria vostra luminosissime, e sempre memorabili: Sanc vestrae fidelitatis immota constantia, aliaque virtuosa opera, quae tota mentis sollicitudine, & labore continuo proreverentia, & honore el. mem. divorum. Imperatorum, Regumque Romanorum predecessorum nostrum, & Sacri Imperii Romani, atque nostro notabiliter, & utiliter impendistis, personas & res vestras frequenter periculis, & jacturis ad regalem nostram Clementiam merito intercedunt & c. Ed appresso così degno sentimenti di gratitudine venne il glorioso privilegio, e da altri popoli non mai sperato, non che ottenuto, per cui fregiò dell'eminente titolo di Vicarj Imperiali tutti i dodici Governatori, che il supremo Magistrato erano della vostra Repubblica. Il quale onore quanto lustro richiedesse già nei Personaggi, che ne furono adorni, e nella loro [33] Patria, e quanto merito in essi d'affezione sincera all'Imperio, e quanto reciprocamente ne accrescesse lo splendore, e gli stimoli di perpetua leale aderenza, è più agevole immaginare, che dire.

X.
Ma quello che era stato la cagione di tanta grandezza, ed il principale suo sostegno pel corso di più secoli, fu alla fine anco la cagione della rovina, tanto sono da temersi le vicende nelle cose umane! I vostri maggiori caddero in infelice fine per la loro fedeltà ai Cesari, perderono le ragioni dell'Imperio, e la potenza, e la libertà. Merita questo giustamente di esser ricordato ai giorni nostri. Non è biasimo soccombere a maggior forza, e se non volle esser commendata la fortuna in assistervi, la elezione vostra, e la causa di tanti mali vi commenderà sempre, e forse ne avrete onore da quelli, per cui allor combatteste. La dura servitù, in che vi strinsero i vostri nemici, vi ha disposti a servire ora più volentieri agli antichi vostri Protettori: e almeno la lode, che ora ne avrete, compenserà i danni delle passate vostre sventure. Sdegnati oltre modo i Fiorentini per l'obbedienza dai Samminiatesi prestata a Carlo IV la quale, secondo il loro Storico Villani, più per lor gravò, che quella di Siena, colsero il tempo, che l'Imperadore era già ripassato in Alemagna. Allora fatto pace e lega con quasi tutti i Popoli d'Italia, come afferma il Tronci, e gettato in [34] Samminiato medesimo il pomo della discordia, e chiesto gli ajuti alle loro amistadi, con poderosa oste vennero all'assedio della vostra Città. Quivi statisi il corso di parecchi mesi, e non trovando via di venire a capo dei loro disegni, cominciarono ad intendersela con alcuno di quei di dentro, e per questo mezzo finalmente alli 9 di Gennajo dell'anno 1369 vi furono introdotti. Di simil tradimento chiaro argomento è, che dentro si viveva tranquillamente, e si pensava solo a provveder de' viveri, per tenere il popolo abbondante, e gajo. Per tali provvisioni l'Imperadore rimesse a Filippo di Giovanni Armaleoni vostro cittadino 800 fiorini d'oro, soccorrendovi siccome poteva, poiché non aveva luogo di venirci colle truppe. E non essendosi l'Armaleoni trovato in istato di farne l'intiero sborso, eglino ne presero in prestanza dal Vicario Imperiale, e Patriarca di Aquileja Marguardo; e dell'accennata somma, e della distribuzione di essa a tre Canovai apparisce Strumento rogato Andrea di Guidone Arnaldi di Arezzo il dì 28 Dicembre, vale a dire, pochi giorni prima del vostro fatale eccidio. Nel quale i vincitori ebbero campo di sfogare il mal talento da tanti anni conceputo, e nutrito, e fomentato a dismisura. La loro crudeltà fe correre le strade di sangue. Né di ciò contenti, quattordici de' maggiori Cittadini trassero a Firenze, ove agl'insulti d'insolente popolaccio [35] esposti furono, e decapitati. Più degli altri tutti venne oltraggiato, e consegnato alli scherni dei ragazzi, e per le vie strascinato, come bestia, Filippo di Lazzerino Borromei. Intedea la villana plebaglia di vendicare in lui, che parentela avea con i Milanesi, l'onta, e lo scorno, che riceverono dal lor valore i vostri assediatori, quando per essi, e sotto la condotta di Giovanni Acuto, battuti furono alla Fossa Arnonica.

XI.
Né si ristette la distruggitrice politica dei vincitori per fino a tanto, ch'e' non ebbero insieme colla potenza, e colla libertà oppressi quasi, ed estinti i generosi spiriti impazienti di giogo servile, e la speranza, e il desiderio di risorgere, quando che fosse, valorosamente. Si mosse contro di loro, come un'arme tacita, ma funesta, la sempre odiosa legge Agraria, dispogliandoli di una gran parte del Territorio, e formandone quattro Podesterie; del che abbiamo Strumento dei 29 Aprile 1370 rog. Piero di ser Grifo. E conciossiaché i vostri magnanimi progenitori per ristorarsi di tanta perdita introducessero trattato per la compra di Castelfalfi colla Repubblica Pisana, che nelle passate guerre occupatolo il ritenea, e 'l conchiudessero per opera di ser Vanni di ser Ferrino sindaco a ciò eletto e deputato, collo sborso di 1100 fiorini, essi con manifesta ingiuria se lo usurparono, e così si goderono l'acquisto altrui. [36] Poiché dal giorno della compra appena passato un anno, eglino ascoltarono le istanze di quei di Castelfalfi, che allegavano la troppa lontananza da Samminiato, per sottrarsi alla vostra giurisdizione, e con tal pretesto il Castello togliendovi, lo unirono alla Podesteria di Montajone, che una era della quattro nel nuovo loro, ad antico vostro Territorio poc'anzi erette. Con simile arte i medesimi strapparono a voi le armi di mano giustamente prese a gastigare i popoli di Valdelsa, e massime quel di Colle, da cui vi tenevate offesi. Temerono essi, che al fulgor di quelle, ed allo strepito di guerra risvegliatosi il valore, e 'l genio nobile di libertà, e viepiù forse infiammato per le guadagnate vittorie, dai nemici domati ed abbattuti non si rivolgesse contro gli oppressori, e ponesse in iscompiglio la Repubblica loro. E non parendo allora tempo opportuno ad usar comandi, adoperarono le soavi maniere della persuasione, confortando e l'una parte, e l'altra a porre le loro ragioni in mano di tre valentuomini, Giorgio Scali, Leonardo Cariccioli, e Niccolò Tornaquinci, e starsi alla loro final sentenza, succome fu fatto.

XII.
Ma quello, di che temerono, scoppiò nel 1397 ed al primo avviso che Samminiato avea scosso il giogo, e si era rimesso in libertà, tale fu lo smarrimento, ed il timore dei Fiorentini, che sbigottiti si credevano alla [37] vigilia della loro servitù, mentre allora appunto si ritrovavano circondati da fieri, e valorosi, ed ostinati nemici. Udite le parole dell'Istorico vostro Lorenzo: Florentiae media fere nocte nunciatum est Mangiadorium Praefectum ipsorum occidisse, Palatiumque cum armatis hominibus occupasse; eo perterriti nuncio Magistratus trepide in curiam media nocte advocati; oppido munitissimo deperdito, & equitum capacissimo, in quo idoneam belli sedem esse non erat ambiguum, actum de libertate putabatur. Actum de libertate di quei medesimi, che generosi, e costanti non si avvilirono per gl'infausti successi né di Monte Catini, né dell'Altopascio, né della Zagonara, né del Serchio? Adunque se la ribellione fosse stata condotta con altrettanto senno, ed avvedutezza, con quanto coraggio, e prosperità, fu ella cominciata, e se il promesso soccorso giunto fosse in tempo, e fedeli, e pronti si fossero mostrati gli alleati, troppo era da temere pei Fiorentini, e da sperare pei vostri. Piacque al cielo altrimenti. Né miglior fortuna fu conceduta all'ultimo moto della moribonda libertà nel 1431 quando i maggiori vostri ad impetrare ajuto mandarono Ambasciadori all'Imperador Sigismondo. Gradì la clemenza di Cesare, e l'usata divozione all'Imperio, e la fiducia in lui riposta: furono amorevoli le accoglienze, ma incerta diedesi la speranza dello avvenire: essere ancora necessaria [38] la tolleranza non potersi allora inviare truppe in Toscana, non comportarlo il presente stato dell'Alemagna. Del rimanente, quando licenziolli, incaricò i medesimi di riferire ai loro Concittadini, che verrebbe tempo, in cui proveriano quanto dispiaciuta fosse all'Imperio la loro servitù. Intanto scopertosi quest'ultimo tentativo costò ben caro ai Samminiatesi. Chi era di esso consapevole fu giudicato ribelle, e i beni ne furono confiscati. Il vostro Archivio conserva un Libro col funesto titolo Beni dei Ribelli del 1431. La terza confiscazione fu questa, onde l'afflitta Città si vide vuota quasi, e povera, e le pubbliche faccende, furono abbandonate, ed appena rimase un'ombra del governo, ed uno scheletro dello stato primiero.

XIII.
Benché tra i fieri e dolorosi oggetti, come tra i lieti e magnifici, che io vi ho presentato, dovete egualmente aver veduto, qual sia stata la virtù, e l'eccellenza dei Samminiatesi, che più sovente riconoscesi nelle avversità, che nella buona ventura; quale amore però alla patria non dimostra quello della libertà, vivo sempre, benché tenuto ripresso per quasi un secolo fino all'estremo universale sfinimento? Quale magnanimità non discoprono gli sforzi per essa fatti, i consigli presi, i beni disprezzati, il sangue versato? E nella costante affezione all'Imperio forse picciol pregio, e da non curarsene si manifesta? [39] Ella non era quale in altre Città Toscane, un impegno tolto a sostenere per capriccio, o per ambizione d'opprimere una parte dei Cittadini, o di vendicarsene con un pretesto; né era ciò l'introdurre in casa propria stranieri nemici a darci legge, o una furia di animo mutabile, e quanto incauto nello intraprendere, tanto mal fermo nel mantenere. Ma era sì stabile, che dal principio dell'aggrandimento fino alla grave sua rovina, fu il carattere della Città vostra; e non era Cesare così certo del reale suo patrumonio, com'egli era certo della benevolenza dei Samminiatesi. Era sì giusta, anzi necessaria, che potea dirsi una medesima cosa, che l'amor della Patria, difesa, aumentata, ed onorata per la protezione dell'Imperio, per cui tenne gran tempo sue leggi, e libero governo, e distinto posto nella Toscana. Era sì commendevole, che difficil sarebbe a degnamente lodarla, quella fidanza, che ebbero in lei tanti Augusti Personaggi, manifesta dichiarazione, come vedemmo, della fede e lealtà incommutabile, e della fortezza, e del valore dei suoi Cittadini. Le quali cose io dico, perché si abbia meglio a confessare, che tanta congiunzione di animi, e tanta virtù meritava miglior ventura, e che adesso massimamente ella si merita premio almeno di lode, e di speciale considerazione; e perché ancora non paja, che io accatti gloria alla vostra Patria coll'altrui [40] buon volere solamente, e con de' pregj quasi esterni; ed anzi s'intenda, che quelli provenivano da interne qualità de' vostri Antenati, e dalle loro illustri opere, e dalla loro laudabil natura. E ciò senza fallo si può comprovare con altre cose molte, delle quali meglio confermare la proposizione mai piacemi d'alcuna brevemente accennarvene.

XIV.
Dallo Strumento, che il Territorio vostro dismembrò veder potete, che augusto non era egli, né spregevole, a paragone di quello delle altre Cattadi a voi vicine, e che trentaquattro piccioli Popoli egli comprendeva. Ma una singolar lode distinguelo, e lo rende eguale al dominio di remote Provincie colla violenza dell'armi, coll'ingiustizia delle ragioni, con la frode, con la tirannia conquistate e dome. Ed è questa la libera, e volontaria sottomissione di alcuni di loro, della quale serba il vostro Archivio le testimonainze, che lo sono ancora della bontà delle vostre Leggi, della saviezza del governo, e della dolcezza ed equità degli Amministratori di esso. Uno di questi preziosi monumenti riguarda quella di Campovena nel 1231 il qual Castello, per la misura presane d'ordine de' vostri Signori l'anno 1330 settemila canne lontano dalla Città era collocato; le altre sono quella del Vignale del 1235, quella di Castelfalfi nel 1238, e quella di Tonda del 1267. Le quali Castella, come le altre dell'istesso [41] dominio, non dovete immaginarvele, quali alcune vedonsi adesso appena, rovinate e spopolate; poiché il tempo ha cangiato in tutto non solo le mura, ma il numero degli abitatori, assai maggiore per tutto questo paese a quei tempi, che e' non è in questi. Allora o la libertà, cui or veggiamo dalla miglior parte del mondo sbandita, ispirava una segreta affezione al terreno natìo, ed alla famiglia, che muoveva a desiderare, e volentieri alimentar figlioli, o la necessità di convenevoli forze a difendersi dai confinanti, sovente nemici, e l'emulazione della potenza ristretta in piccoli Stati, essendone in tanti divise le nostre contrade, attende faceva a procurar popolazione, ed averla cara, quanto ad impedirla si adoperò in molti luoghi la crudele politica dei secoli posteriori. Duemila soldati furono un soccorso prestatamente ad un cenno raccolto, e spedito ai Fiorentini contra il Duca di Atene dai vostri Samminiatesi. Nel che notate la militar disciplina di allora. Ciò poteasi eseguire, poiché eglino teneano le milizie a cerne, e con campana a storno, e con un falò dal cassero, ne radunavano giusta l'occorrenza.

XV.
Diede questo ai vostri la maniera di sostenere ostinate, e sanguinose guerre contro potenti, e fortunati avversarj, come Uguccione della Faggiuola tiranno di Pisa, e di Lucca, e Castruccio Castracani terror della Toscana, [42] i quali aspirando all’intiera Signoria della medesima, fecero in vano ogni sforzo per impadronirsi della vostra fortezza, d’onde poteano quasi dal mezzo della Provincia scagliarsi a danno degli altri popoli. Nel che per voi non solamente diedesi prova di alto ed incredibil valore, ma si meritò, a bene, e discretamente giudicare, il nobilissimo titolo di Protettori, e Conservadori dell’altrui salute, e libertà. Quali sariano stati i travagli, e quale l’oppressione di tante Repubbliche, quale alterezza, e la possanza del Faggiuola, o di Castruccio, se avesse potuto a suo talento dispor di voi, del vostro Stato, delle vostre truppe, e massime dopo i trionfi di Monte Catini, e dell’Altopascio? Chi nelle storie di que’ tempi a mediocrità versato havvi, che nol conosca? Voi all’ingorde ambizione voglie dei Tiranni vi opponeste con petto franco, voi faceste argine al corso superbo di loro vittorio, voi (non deesi defraudarvi della dovuta gloria) voi foste i fedeli, i coraggiosi Guardiani della Libertà Toscana. Odanlo i Fiorentini, odano i loro Storici Giovanni Villani, e l’Ammirato. Nelle guerre Castrucciane cotanto a loro funeste, e piene di non usati perigli, da niuno ebbero essi più pronto e diligente ajuto, che dai Samminiatesi; quantunque anch’eglino si vedessero il nemico alle porte, che ora stringeali con assedj, ora colle scorrerie il Territorio guastava, ed abbruciava. [43] Che se taluno voi ascoltaste di quei, che pensano aver Castruccio sorpreso la vostra Città, perché nella sua vita leggono, che arrivò a sorprendere Samminiato, non date loro credenza, e siate avvisato, che questo luogo, non cotesto è, ma Samminiato al Monte, che guarda Firenze, del quale s'impadronì l'anno 1324 come spiegano i buoni Scrittori, quando egli, ad Azzo Visconti condussero trionfante l'esercito, e molti stettero di quei dì fin presso le mura di Firenze. Ma non è sola questa l'occasione, in cui abbiano avuto ricorso i Fiorentini a voi, e debbano commendare il valor vostro, la potenza, e la lealtà. Chi tagliò loro il laccio dal collo, per cui gli strascinava il Duca di Atene, se non l'ajuto, di cui parlammo, spedito loro a tempo da questo ora sì negletto paese? Chi guadagnò ad essi la battaglia di Campaldino? Leggete l'Ammirato, il Buoninsegni, e le Cronache di Dino Compagni, e intenderete a voi tal lode unicamente appartenersi.

XVI.
E quante volte dalla Patria vostra i Capitani eglino chiamarono a comandare le loro truppe? Nel 1256 le confidarono a Gio. Mangiadori; nel 1351 a Lamberto dei Conti di Collegalli; nel 1360 a Piero Ciccioni; nel 1404 a Ruberto Collegalli. E gl'Imperadori medesimi non ebbono a grado di prevalersi di Generali Samminiatesi? Il più famoso di essi è Ceo da Samminiato, che perdé la [44] giornata di Barigliano, ma, siccome la fama fu, la vita salvò dell'Imperadore già pianto per morto. Ma vedetene di grazia il giudicio non d'un uomo solo, o di una sola Città, ma di molti popoli, e di Città nobilissime. Chi fu nel 1297 che difese in qualità di Capitano Generale le Città comprese, e descritte allora nel giro dell'Etruria contro le molestie, le ruberie, le violenze recate loro dalle avare, e crudeli compagnie, che mettevano a rovina le Provincie, e taglieggiavano tutti i Popoli? Fu la saggia, e valorosa condotta di Bertoldo Malpigli Samminiatese. E qual fu l'altro Generale da tutti i Comuni eletto per somigliante faccenda, quando eglino nel 1310 concorsero tutti con buon numero di soldatesche a formar un giusto esercito, cui si dava il nome di Taglia? Non altri, che il Cittadino Samminiatese Barone dei Mangiadori. Considerate quali uomini, e quali famiglie produceva l'abbandonata vostra Patria, poiché non solamente il soccorso loro si prezzava tanto, ma al comando eglino soli venivano invitati a concorrenza di Città sì ragguardevoli, e non delle sole del Gran Ducato, ma di quelle tutte, che componevano l'Etruria antica.

XVII.
Le quali prerogative non furono oscure agli antichi Fiorentini, né della loro stima, e rispetto anno a dolersi i Samminiatesi. Racconta l'Ammirato, ed appare ciò eziandio per pubblico Strumento, che nel 1345 [45] si fece in Firenze una riformagione, che i Grandi di Firenze fossero di Samminiato e reciprocamente i Grandi di Samminiato fossero di Firenze. Se bene io dico, che a riguardare il fine, e le maniere di questa legge, ella non era in difetto piuttosto onoranza, che pena. Quando la potenza di un Cittadino era troppo temuta, dichiarandolo dei Grandi, o dei Magnati, ei veniva rimosso da ogni Magistratura, e da ogni amministrazione della Repubblica, onde s'intendeva d'impedire a lui il potersi abusare di sua grandezza a danno della Patria. Avea Firenze, che reggevasi con governo popolare, imitato, ed anzi raddolcito per una parte la famosa costumanza, che avevano gli Ateniesi di sbandire per alcuni anni dalla Città, che divenuto era troppo potente, la quale essi chiamavano Ostracismo. Ma che perciò! L'essere tra i Grandi posto, siccome l'essere d'Atene cacciato, era una pena, ma pena della troppa grandezza, e talvolta ancora della virtù, e perciò sempre gloriosa, benché spiacevole. Ed in questo Decreto, che nei Capitoli della sommissione di Samminiato si ridusse a patto vicendevole, ben si ravvisa una certa uguaglianza di timore, e conseguentemente di potere negli uomini di ambedue le Repubbliche, una somiglianza di titoli, e per conseguenza di grado, in somma un trattarsi dell'uno, e dell'altro popolo alla pari. E ciò meglio si vede nell'altro Capitolo, il quale [46] porta, che abitando un Samminiatese per sei mesi in Firenze (e molte delle vostre famiglie annolo fatto, e della vostra medesima il vedrete poi) dovesse egli godere di tutti gli Ufizj, e di tutte le Magistrature della Città. Aggiungete che i vostri, quantunque divenuti sudditi d'altra Repubblica, non però perderono così tosto quella distinta considerazione, che radicata era negli animi dei popoli, e dei medesimi vincitori. Nella pace conchiusa in Bologna ai 10 di Novembre 1370 (anno susseguente a quel primo, che fu per voi fatale) tra la S. Sede, e Bernabò Visconti, e di vicendevoli confederati d'ambe le parti, anche i vostri convenne, che creassero Sindaci ad acconsentire alle condizioni, accettarle, e fermarle, come se ancor'essi fossero stati liberi ed assoluti Signori.


Antonio Maria Vannucchi, Ragionamento storico al nobil giovane Gio. Battista Gucci gentiluomo samminiatese sopra la nobiltà della sua patria e della sua famiglia, Stamperia Gaetano Albizzini, Firenze 1758, frontespizio.

SOMMARIO DEL LIBRO:

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