venerdì 27 febbraio 2015

NOTIZIE DI S. MINIATO NEGLI “ANNALI” DI S. GIMIGNANO DI G. V. COPPI

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a cura di Francesco Fiumalbi

In questa pagina è proposto il regesto in chiave “sanminiatese” di una pubblicazione molto interessante: Annali, memorie ed huomini illustri di Sangimignano. Ove si dimostrano le Leghe e Guerre delle Repubbliche Toscane, curato da Giovanni Vincenzio Coppi e stampato in Firenze nel 1695. Si tratta di una delle prime opere storiche che riguardino un centro per così dire “minore” della Toscana, come San Gimignano. I punti di riferimento storiografici del Coppi sono essenzialmente due: L’Historia di Siena compilata da Orlando Malavolti e stampata nel 1574 e le Istorie Fiorentine di Scipione Ammirato, stampata in più volumi a Firenze, dal 1600 in poi.

Molte delle notizie sanminiatesi proposte dal Coppi provengono da fonti narrative che egli conosceva, come le “cronache” di Giovanni Villani e di altri, e per questo già note e analizzate dalla storiografia antica e recente. Alcune informazioni, invece, sono state compilate grazie alla consultazione dei libri “comunitativi” sangimignanesi, vale a dire i registri pubblici dell’antico comune valdelsano, fra cui, in particolare, il cosiddetto Libro delle Riformagioni. Proprio attraverso queste scritture comunali, possiamo conoscere i nomi di alcuni sanminiatesi che furono Podestà a San Gimignano (e anche di alcuni sangimignanesi a San Miniato), oppure che vi arrivarono come ambasciatori per questioni più o meno contingenti. Certamente curiose, anche alcune notizie relative all’attività diplomatica intercorsa fra San Miniato e San Gimignano, fatta di rapporti generalmente pacifici, all’interno della cosiddetta Lega Guelfa, ma non privi di tensioni come per il controllo dell’area boscata di Camporena. Il rapporto fra i due centri è forse l’ambito meno esplorato dalla storiografia sanminiatese e, per questo, forse fra i più interessanti per il nostro regesto.
Il Coppi doveva poi conoscere il Compendio delle Historie del Regno di Napoli compilato da Pandolfo Collenuccio, contenente la notizia circa la prova di forza di Federico II nei confronti di San Miniato, che non esita a riportare. L'episodio, in realtà, non ha trovato alcun riscontro nelle fonti cronachistiche e diplomatiche coeve, ed è contenuto all'interno dell'opera del sanminiatese Lorenzo Bonincontri, che il Collenuccio conosceva, ma che doveva attendere il XVIII secolo per essere data alle stampe. Di questo abbiamo già trattato nel post SAN MINIATO NEL "COMPENDIO" DI PANDOLFO COLLENUCCIO.


G. V. Coppi, Annali, memorie ed huomini illustri di Sangimignano. Ove si dimostrano le Leghe e Guerre delle Repubbliche Toscane, Firenze, 1695, frontespizio.

Di seguito il regesto completo delle notizie “sanminiatesi”, proposto in ordine cronologico. A seguire l’elenco delle personalità in qualche modo legate a San Miniato.


Personalità legate a San Miniato
49/49 Fra Pierpaolo Marzi


giovedì 19 febbraio 2015

IL PONTE DI RIBECCO – IL TOPONIMO, FRA LEGGENDA E VERITA' STORICA

2 commenti:
di Francesco Fiumalbi

Parlando qualche giorno fa con una persona che abita al Pinocchio (San Miniato Basso) ormai da diversi anni, sono rimasto letteralmente interdetto quando ho sentito dire che il “Ponte di Ribecco” sarebbe quello dove c'è la Badia, o se preferite, vicino alla salita della Catena per San Miniato.
Mi è venuto da pensare che forse i Pinocchini di vecchia data sono rimasti pochini ed è il momento di istruire i nuovi arrivati (ovviamente si fa per dire).

Chiariamo subito il concetto. Quello della Badia è il Ponte alla Badia, o Ponte sul Rio Bacoli (detto anche Baholi o Bauli), o Ponte sul Rio San Bartolomeo. E non ha niente a che vedere col Ponte di Ribecco. Sono due cose diverse.

Il problema del Ponte di Ribecco è che, ormai da alcuni decenni, non lo si vede più. Il piccolo corso d'acqua nella cartografia catastale della prima metà dell'800 (detto Catasto Leopoldino) è indicato come Rio Ribecco. E' stato poi “intubato” o “interrato” grosso modo a partire dagli anni '50 fino agli anni '90. Per cui oggi non si vede niente.

La zona del Ponte di Ribecco
Estratto dal Catasto Generale della Toscana
Sezione B, “Colline adiacenti alla Città, foglio n. 2
e Sezione C, Piano del Castellonchio e della Catena”, foglio n. 1
Archivio di Stato di Pisa, Catasto Terreni, Mappe, San Miniato, n. 3 e 8
Immagine tratta dal sito web del “Progetto CASTORE”
Regione Toscana e Archivi di Stato Toscani
Per gentile disponibilità. Info Crediti e Copyright

Il fiumiciattolo scorreva parallelamente all'attuale via Cavour e attualmente passa al di sotto delle case che si affacciano su detta via. Poi attraversa la Strada Statale Tosco-Romagnola Est all'altezza della vecchia segheria (oggi ci sono alcuni appartamenti costruiti negli ultimi anni) e va verso la zona artigianale del “Castellonchio”. Deviato sul fosso che scorre parallelo a via dei Mille (il cavalcavia per andare all'Uscita della Fi-Pi-Li), prosegue passando verso via Volta e da qui in direzione di via Radice. Sottoattraversa la Ferrovia, confluisce nel cosiddetto Rio Casale e va a finire in Arno all'altezza dell'Ontraino.

Quindi la zona del “Ponte di Ribecco” è quella nei pressi dell'incrocio tra la Strada Statale e via Cavour. Se volessimo allargare il “toponimo”, passando da un'indicazione puntuale ad una di tipo areale, diciamo che la zona è quella che, lungo la Statale, va da via delle Casine fino a via Bini, per circa 3-400 metri. Non oltre.

Il punto esatto del Ponte di Ribecco
Foto di Francesco Fiumalbi

La zona del Ponte di Ribecco
Estratto dal Catasto Generale della Toscana con i punti di riferimento attuali
Sezione B, “Colline adiacenti alla Città, foglio n. 2
e Sezione C, Piano del Castellonchio e della Catena”, foglio n. 1
Archivio di Stato di Pisa, Catasto Terreni, Mappe, San Miniato, n. 3 e 8
Immagine tratta dal sito web del “Progetto CASTORE”
Regione Toscana e Archivi di Stato Toscani
Per gentile disponibilità. Info Crediti e Copyright

Ma perché si dice Ponte di Ribecco? La tradizione pinocchina riferiva del fatto che i barrocciai diretti verso Pisa, dovendo attraversare uno per volta il ponte al Pinocchio, si trovavano spesso incolonnati, cosicché si salutassero dicendo “Vai vai... tanto al prossimo ti ribecco!”.
Tuttavia a questa tradizione non corrisponde nessuna evidenza storica. Tanto più che c'è da chiedersi come mai solo quel ponte lì fosse “di Ribecco” e non tutti gli altri ponti lungo il percorso verso Pisa dove, di volta in volta, i barrocciai avrebbero potuto rincontrarsi.

San Miniato Basso, Ortofoto del 2013 con i punti di riferimento
Regione Toscana - Sistema Informativo Territoriale ed Ambientale
Per gentile disponibilità Geoscopio maps by Regione Toscana
are licensed under a Creative Commons Attribution - 3.0 Italia License

Il punto esatto del Ponte di Ribecco
Foto di Francesco Fiumalbi

In realtà, forse il ponte deve il proprio appellativo al fiumiciattolo, ovvero al Rio di Ribecco. Il Ribecco, o “Ribecchino”, sarebbe un elemento tipico degli ingranaggi del mulino a ruota, per cui è probabile che lungo il rio, magari più a valle o in prossimità della foce in Arno, ci fosse un mulino così fatto. E da qui Ponte sul Rio di Ribecco, o più semplicemente Ponte di Ribecco. Al momento questa sembra essere l'unica spiegazione plausibile.

Cari amici Pinocchini, quando trovate qualcuno che “sposta” il Ponte di Ribecco sapete come rispondere. Ricordate la tradizione orale, comunque da non disperdere, e fate tesoro della possibile “verità” storica, almeno fino a nuovi sviluppi.

martedì 17 febbraio 2015

LA NEVICATA DEL '39 - Racconto di Giuseppe Chelli

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di Giuseppe Chelli


LA NEVICATA DEL ‘39
Era nevicato per tutta la notte!

"Bada, Gigi l’aveva detto ieri sera” disse Nonzio alla cognata mentre l’aiutava a ravviare la fiamma nel focarile. “Il tempo non mi garba punto, sarà meglio chiude’ le finestre nella stalla, ‘un abbia a nevica’… ”

Da tre giorni, sulla piana ai piedi del colle, tirava una tramontana da fare il pelo e il contropelo! Le galline ferme, rannicchiate a ridosso della catasta delle fascine, avevano perso la voglia di razzolare e s’arrangiavano scansando la terra d’intorno. Solo gli storni non si peritavano a buttarsi sui campi lavorati di fresco per saccheggiarli risalendo poi in branco, con ampi volteggi, per rituffarsi di nuovo da un’altra parte.

Del via vai che di solito era intorno casa c’erano pochi segni: la massaia che infreddolita correva a governare i conigli nella stalletta e i ragazzi di ritorno da scuola, avvolti nella mantella che lasciava scoperte le gambe arrossate da mezza coscia in giù. Gli altri di casa erano a sistemare il letto alle bestie, a rifare il filo e i manici agli arnesi a intrecciare canicci e ceste con i rami rossi di salcio ancora fresco, al riparo dalla tramontana, nella stanza della segata, vicino al bindolo.

La famiglia del mezzadro era assai numerosa; per quel che ne so, era composta da diversi nuclei familiari imparentati tra loro e ogni nucleo aveva uno o più locali destinati a camera da letto. La vita, sempre all’aperto nella bella stagione, durante l’inverno i contadini la passavano al riparo dalle intemperie nel cigliere: mai inoperosi: trovavano sempre qualcosa da fare, perché “il daffare non manca mai”, come ripeteva il capoccia al fattore che chiedeva conto del loro tempo.

Quelle rare volte che nevicava, tutto si fermava e molto del loro tempo gli uomini lo passavano sul canto del fuoco a fumare il ciompone o i sigari fatti con le foglie del tabacco lasciate a seccare nella cappa del camino; le donne a sbrigare le faccende e a mettere in pari i lavori di casa.

L’ampia cucina era la stanza più frequentata. I contadini l’adopravano per mangiare, per stare a veglia o per parlare dei lavori. In mezzo, troneggiava il focarile, basso e ampio con ai lati i muretti che servivano da sedili. Agganciato a una grossa catena dentro la cappa pendeva sempre, estate e inverno, il paiolo di rame incrostato di fuliggine, ma lucente a specchio dentro, dove c’era sempre l’acqua calda.

In famiglia c’erano vecchi e bambini. Molto del tempo lo passavano insieme a raccontare e sentire le novelle, a fare cavallino ria-rò, staccia buratta o pisto pistugno. Nel periodo del Natale, poi, era usanza di fare il migliaccio, nella teglia grande che serviva anche a riscaldare la polenta attaccata al paiolo; con la farina dolce avanzata, i ragazzi si divertivano a fare gli anelli, che mangiavano tra belle litigate. Pigiavano bene la farina nell’anello per cucire della nonna, lo infilavano nella cenere del caldano, già pronto per essere messo nel letto agganciato al prete, e poi con le forbici, usate come pinze, tiravano via l’anello sbattendolo garbatamente sulla tavola per far uscire intero il panetto di farina dolce, cotta.

Il modo migliore, invece, per far star buono il figliolo piccolo, le donne di casa ritenevano fosse quello dei fagioli che non mancavano mai nella pentola annerita, lasciata in caldo sul piano del focarile. Sulla sedia di paglia versavano una cucchiaiata di fagioli; il bambino li mangiava uno alla volta, seduto per terra, guardandosi intorno soddisfatto e sorridente: batteva le mani in segno di gioia e gridava: ”Pippi, pippi!”.

La neve era caduta, come aveva previsto Gigi, nella notte tra la Candelora e San Biagio. A memoria dei vecchi una nevicata così non la ricordava nessuno! La piana lavorata a campi lunghi e larghi, fiancheggiati da prode di chioppi con le viti aggrappate in cerca di più luce e sole da assicurare all’uva, era un unico mare bianco sconfinato. Il silenzio totale. Di tanto in tanto, un muggito, un latrato di cane da pagliaio, ma non si vedevano né si sentivano uccelli e galli cantare.

Il vento si divertiva con la neve facendola mulinare, ammassandola, appiccicandola dappertutto, in un gioco di mille sagome lisce e soffici che cambiavano di continuo fisonomia sotto le folate. Sembrava una gara a chi fosse più originale tra il vento e il gelo a inventarsi le loro costruzioni e a rovinarsele subito dopo, a dispetto! I lunghi ghiaccioli che pendevano dai tetti, dai rami, lungo le calate dei docci e ovunque ce n’era l’occasione, il vento li troncava, li buttava a terra, sciupando la loro frastagliata trama trasparente; e il gelo, induriva la neve, la faceva pesante e inadatta alle ventate.

Questi erano i soli giorni che i contadini passavano in tutto riposo, come fosse una lunga veglia, rinfrancandosi dalla stanchezza che mai avevano tempo di levarsi da dosso. Nevicò per tutto San Biagio, sotto una buriana che s’infilava nelle porte e nei telai delle finestre fischiando con gemiti lunghi e strozzati, spingendo dentro lische di neve farinosa.

Non fu possibile, quell’anno, neppure “ungersi la gola” con le candele benedette: la neve aveva serrato le porte da fuori e il gelo aveva incrostato i giunti delle campane della chiesa che quella volta non suonarono, spezzando una tradizione mai interrotta a memoria d’uomo, a cui la gente teneva molto, sicura che San Biagio avrebbe protetto loro e i figli dai malanni invernali.

Gli unici coraggiosi erano i giovanottelli, pronti a tutto pur di tendere sulla neve le tagliole con l’esca adatta a chiappare ogni tipo d’uccello affamato: passerotti, frusoni, merli, pettirossi, cinciallegre… L’uscita per le tagliole era l’occasione buona per fare a pallate e per le corse con gli uscioli dei carri giù dai mucchi di neve ammassata un po’ ovunque. Le battaglie più accanite le facevano però con i pupazzi di neve: formavano due o più squadre, costruivano alcuni pupazzi negli spiazzi delle aie senza confini e al via ogni squadra cercava di abbattere alla squadra avversa più pupazzi che poteva: allo scadere del tempo stabilito la battaglia era vinta dalla squadra cui erano rimasti più pupazzi in piedi.

Da alcuni giorni Toppina, la vacca a chiazze bianche e nere aveva finito il tempo, e secondo i calcoli del bifolco avrebbe dovuto sgravare da un momento all’altro. “Non ci voleva proprio questa nevicata” disse il capoccia al Moro “senza veterinario c’è il rischio di perdere vacca e redo”. Il dottore abitava lontano e non c’era modo di andare a prenderlo né lui che venisse da solo; bisognava far fronte con l’esperienza di tutti, specialmente del Moro . Altre volte lui se l’era cavata da solo, ma erano sempre state bestie alla terza e quarta figliatura.
A turno tutti quelli di casa badavano la bestia notte e giorno, pronti a intervenire.
"Che sgravi di giorno!”, si auguravano tutti, per via della luce!
Con quel freddo la stalla però era calda: si capiva dalla neve che appena toccati i vetri delle finestre subito struggeva e non faceva in tempo a depositarsi sui davanzali.
Per fortuna, per andare da casa alla stalla non importava uscire: in cucina c’era una grossa botola e con la scala a pioli si scendeva direttamente di sotto, nella stalla.
Accesero anche il lumino a sant’Antonio del porcello davanti al quadro appoggiato sul canterale di Gigi, il più devoto della famiglia. Ogni anno voleva che la massaia infornasse un paio di pani in più per farli benedire il 17 gennaio e darli a mangiare a tutti, cristiani ed animali.
Le bestie nella stalla davano segni d’impazienza sbattendo gli zoccoli sul cemento, raspando via la paglia del letto con vigorosi lunghi muggiti. Avvertivano forse che stava per succedere qualcosa di inaspettato.
Passarono due giorni e una notte di attesa con le bestie sempre più agitate, attente a guardare a lungo incuriosite, muggendo e scuotendo la testa con impazienza.
"E’ stata una faticaccia, ma è andata bene” disse il capoccia ai fratelli alla fine del parto durato meno del previsto e senza i rischi paventati.

Alla neve di San Biagio si aggiunse quella caduta fino a Sant’Agata, recando disagi e grosse preoccupazioni per le colture che rischiavano di bruciare a causa del ghiaccio formatosi sui rami, sui tralci e sui tronchi delle viti.

Che Pia, la moglie di Mero, fosse morta improvvisamente la sera della Candelora si venne a sapere quando smise di nevicare. All’infuori delle famiglie del vicinato nessuno era andato a trovare Mero il carraio, che aveva dovuto fare la cassa alla moglie lui stesso, con le tavole adoprate per i carri; ma non sapeva come portarla al camposanto, con quella stagione.

Mero era un carraio che pochi o nessuno gli stava alla pari. I suoi carri erano richiesti dalle fattorie e di più dai contadini a conto diretto. Quando aveva finito di costruire un carro, lo metteva nel punto più asciutto e sicuro della bottega; lo copriva con teli cerati e aspettava che stagionasse bene: non avrebbe mai consegnato un carro con qualche imbarco o con la vernice screpolata. Teneva ai suoi carri più che alla moglie, la quale gli rimproverava: “Ma che sono, cose sante!”

L’unico ad avere un paio di buoi in grado di affrontare quella stagione era il Moro, geloso di quelle bestie maestose e potenti che curava e accudiva come figlioli, più di quanto Mero non facesse coi carri. Ci pensò il Priore a convincere il Moro; e con il carro nuovo di zecca Mero accompagnò Pia al camposanto.

La neve rimase per molti giorni; la scuola riaprì quando la maestra Luigina poté raggiungere il paese a piedi, come faceva ogni giorno.

Per noi ragazzi più piccoli, (non avevo ancora sei anni!), furono giorni di grande divertimento fuori e dentro casa: gli scivoloni lungo l’argine della Dogaia; le corse sulla neve con i bandoni dei pollai; le pallate senza tregua; la gara a tendere le tagliole e a chi chiappava più passerotti, rifatti poi in umido con la polenda; i migliacci col ramerino zeppi d’uva secca e noci; gli anelli dolci; i pippi; i ceci abbrustoliti che saltavano dal caldano, scoppiettando; le tombole che non terminavano neppure quando la polenta dolce o gialla, affettata con il refe, era finita.. Tutte queste cose si concentrarono in quei giorni in una follia di piaceri, che cominciava già dalla mattina a colazione quando ci si buttava sugli attaccaticci della polenda riscaldati con lo strutto dei fegatelli, nella teglia del migliaccio.

Mai come in quell’anno il detto sulla Candelora si rivelò più azzeccato: alla buriana di neve che si scatenò dalla Candelora fin quasi a Sant’ Agata, s’affilarono giorni freddi, asciutti e soleggiati, di quelli appunto che ci volevano per i lavori di stagione: “Se per la Santa Candelora piove o gragnola dall’inverno siamo fora; se c’è sole o solicello siamo sempre nell’inverno!”

E fu così, nel ’39.


Cavallino arri-arrò

Cavallino ria-rò
prendi la biada che ti do
prendi i ferri che ti metto
per andare a San Francesco
a San Francesco c’è una via
che ti porta a casa mia
a casa mia c’è un altare
con tre monache a pregare
ce n’è una la più vecchietta
è santa Barbara benedetta

Staccia buratta

Staccia buratta
Martin della gatta
la gatta andette a Colle
andò tutt’asciutta
tornò tutta molle
fece un bel ciaccino
con l’olio e col sale
con la pipì del cane
buttalo buttalo in mare

Pisto pistugno

Pisto pistugno
di maggio e di giugno
la bella luminara
che sale la scala
la scala e lo scalone
con la penna del piccione
gioia bella
tira su questa
ciancherella

Cipressi sanminiatesi coperti di neve nel 2009
Foto di Francesco Fiumalbi

domenica 15 febbraio 2015

LE VEDUTE SANMINIATESI DI CASA SPADOLINI A FIRENZE

3 commenti:
a cura di Francesco Fiumalbi

PREMESSA
Spesso capita di fare delle piccole grandi scoperte quasi per caso o tramite l'impulso di una persona amica. Stavolta il merito va attribuito all'infaticabile Giuseppe “Beppe” Chelli, il quale mi ha informato circa il legame fra San Miniato e la famiglia Spadolini. Sì, proprio gli Spadolini a cui appartenne Giovanni Spadolini, già Presidente del Consiglio dei Ministri, più volte Ministro, nonché Presidente del Senato. Vale la pena di ricordare anche i fratelli, Pierluigi (architetto e designer molto noto) e Paolo Emilio (medico).
Al termine di una complessa ricerca on-line, e con l'aiuto della nostra efficientissima Biblioteca Comunale, mi sono ritrovato fra le mani un interessante libriccino dal titolo: Treia San Miniato Marche Toscana in un soffitto di casa Spadolini, pubblicato per cura di Giovanni Spadolini e della Fondazione Nuova Antologia, dato alle stampe nel 1986. Da qui sono tratte le informazioni contenute in questo post.

LUIGI SPADOLINI ED ENRICHETTA GALLI
I fratelli Giovanni, Pierluigi e Paolo Emilio erano figli di Guido Spadolini, pittore molto appressato, a cui tra l'altro, proprio in questi giorni, il Comune di Firenze sta tributando una mostra presso l'Archivio Storico. Guido, nato nel 1889 (assieme ai due fratelli Igino, classe 1887, e a Lolì, di quattro anni più giovane), era figlio di Luigi Spadolini. E qui comincia la nostra storia.
Luigi Spadolini nacque a Treia, in provincia di Macerata, il 7 settembre 1861. Amante della musica, ed esperto suonatore di violino, nella cittadina natale ebbe modo di compiere studi di agraria, presso la locale Società d'Agricoltura e d'Industria, poi Comizio Agrario di Macerata, fondata nel 1843. Poco più che ventenne, fu chiamato a prestare la propria opera presso la proprietà dei Conti Rasponi dalle Teste, che avevano acquistato il castello di Barbialla (Comune di Montaione) e l'annessa tenuta in Valdegola.
Ed è proprio qui, nel cuore della campagna toscana, che Luigi Spadolini conobbe una giovane ragazza sanminiatese. Si chiamava Enrichetta Galli, era nata nel 1865, e nel 1887 divenne sua moglie. Dunque, riavvolgendo il filo di questa storia, Enrichetta Galli fu la nonna di Giovanni Spadolini.
Il padre di Enrichetta Galli, Igino, era farmacista in San Miniato ed aveva “bottega” proprio di faccia all'edificio dove abitò Giosué Carducci durante la sua parentesi all'ombra della Rocca. Quindi si trovava fra Piazza Grifoni e la chiesa della Nunziatina, lungo il fronte nord dell'attuale via Carducci. Il banco della farmacia è entrato a far parte della collezione della Fondazione Spadolini Nuova Antologia: la tradizione familiare narrava che proprio su quel ripiano il giovane Carducci avesse abbozzato alcune delle sue celebri “Rime” sanminiatesi.
Probabilmente Enrichetta Galli era parente del Canonico Francesco Maria Galli Angelini (San Miniato, 1882-1957). Su questo aspetto cercheremo di approfondire.

LE VEDUTE SANMINIATESI IN CASA SPADOLINI
Luigi Spadolini e la moglie Enrichetta Galli presero casa a Firenze, e precisamente acquistarono una abitazione lungo l'attuale via Cavour. Sul finire del secolo, affidarono la decorazione della sala principale al pittore fiorentino Giovanni Panti. Attualmente l'immobile appartiene alla Fondazione Spadolini Nuova Antologia, contiene parte della prestigiosa biblioteca, ed è in corso di restauro per poter essere aperto al pubblico.
La stanza in questione, di forma rettangolare, è situata al primo piano della residenza, con dimensioni di circa 8,5 per 5,5 metri. Giovanni Panti decorò la superficie del soffitto con un elegante riquadratura, costituita da motivi geometrici e floreali tipici del tardo Ottocento. Al centro, dentro un'ellisse, si trovano tre putti, a celebrare la nascita dei tre figli della coppia (Igino, Guido e Lolì). Ai margini, all'interno del riquadro più ampio, trovano spazio dieci medaglioni raffiguranti i luoghi peculiari della vita di Luigi Spadolini ed Enrichetta Galli. Non si tratta di opere particolarmente raffinare, ed è difficile capire se il pittore Panti si fosse dovuto recare direttamente nei luoghi indicati dalla coppia, oppure se avesse potuto disporre di immagini fotografiche.
Questo l'apparato iconografico dei medaglioni:
1. Treia, Porta Palestro
2. Treia, Piazza Umberto
3. Treia, Chiesa degli Zoccolanti
4. Treia, Antico Ospedale
5. Treia, Torretta di Broglio
6. Macerata, Comizio Agrario
7. Barbialla
8. San Miniato
9. San Miniato
10. Firenze, Villa Spadolini a Rimbiana

La veduta del castello di Barbialla mostra un complesso di edifici raccolti attorno alla caratteristica torre che, ancora oggi, svetta e domina la media Valdegola. Rappresenta, forse, una delle prime testimonianze iconografie del castello.

G. Panti, Barbialla, pittura nel salone di casa Spadolini a Firenze
Immagine tratta da G. Spadolini, Treia San Miniato Marche Toscana in un soffitto di casa SpadoliniFondazione Nuova Antologia, Firenze, 1986, p. 19
Utilizzo ai sensi dell'art. 70 comma 1-bis della Legge 22 aprile 1941, n. 633.

La prima veduta dedicata a San Miniato sembra rappresentare il fronte orientale della città, come potrebbe essere osservato grosso modo da Pian delle Fornaci. La Rocca appare quasi sproporzionata. Alla sinistra si notano le sagome del campanile del Duomo e il Santuario del SS. Crocifisso. Alla destra, invece, fa capolino un campanile cuspidato che per posizione dovrebbe appartenere alla chiesa di San Francesco, anche se molto diverso nelle forme.

G. Panti, S. Miniato, pittura nel salone di casa Spadolini a Firenze
Immagine tratta da G. Spadolini, Treia San Miniato Marche Toscana in un soffitto di casa SpadoliniFondazione Nuova Antologia, Firenze, 1986, p. 21
Utilizzo ai sensi dell'art. 70 comma 1-bis della Legge 22 aprile 1941, n. 633.

La seconda veduta sanminiatese, invece, rappresenta la città sul fronte occidentale, con il punto di vista fissato nella zona delle Colline. Sulla sinistra trova spazio un'ampia costruzione che sembra essere il convento domenicano annesso alla chiesa dei SS. Jacopo e Lucia. Alla destra si stagliano gli allungati profili della Rocca e del campanile della Cattedrale.

G. Panti, S. Miniato, pittura nel salone di casa Spadolini a Firenze
Immagine tratta da G. Spadolini, Treia San Miniato Marche Toscana in un soffitto di casa SpadoliniFondazione Nuova Antologia, Firenze, 1986, p. 23
Utilizzo ai sensi dell'art. 70 comma 1-bis della Legge 22 aprile 1941, n. 633.

BIBLIOGRAFIA
G. Spadolini, Treia San Miniato Marche Toscana in un soffitto di casa Spadolini, Fondazione Nuova Antologia, Firenze, 1986.

sabato 14 febbraio 2015

CORSO ACCELERATO PER RICOMINCIARE - Racconto di Giancarlo Pertici

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di Giancarlo Pertici

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Corso accelerato... per ricominciare.

"Può sembrare strano come certi ricordi restino impressi nella mente, mentre di altri non ne rimanga traccia alcuna. Credo si tratti di un meccanismo simile o assimilabile a l’istinto di sopravvivenza che ti fa ignorare o accantonare certi episodi mentre altri te li riporta alla mente, mondati, rivisti, purgati. Tra questi, un sabato pomeriggio di tanti anni fa: 23 marzo del ’63, ore 15 del pomeriggio. Appena uscito dalla porta principale del Seminario per non tornarvi più dopo una permanenza di cinque anni. Mia madre sa già che ho rinunciato a farmi prete ... in attesa della reazione di mio padre, ora che si era abituato a l’idea di venirmi a suonare le campane!
La cosa più buffa, sì! Strana! È che non riesco più a camminare da solo per la strada, abituato come sono ad uscire in gruppo, sempre in fila indiana. O cammino troppo piano o troppo veloce. Oltre il Comune davanti alle scuole, prima al centro della strada, poi a rasentare il muro. In lontananza odo delle grida; sono quelle di gioia di mia sorella Maurizia e delle mie cugine.”*

...Quasi mi travolgono, tra domande, abbracci, sorrisi, effusioni più o meno impetuose, che mi fanno perdere l'orientamento, ma anche quel senso di smarrimento, solo per strada, preso come sono da mille pensieri e dai tanti interrogativi sull'immediato e sul domani. È sopratutto Ginina che, stringendomi a se, sembra quasi volermi proteggere ed accompagnare, non solo fisicamente per strada, ma anche per un cammino che ignoro, iniziando da una domanda inespressa - "dove eravamo rimasti?" - Lei che, più grande di me, sembra voler recuperare il terreno perso in quei cinque anni. - È vero che non ti fai più prete? Oh come sono contenta! Ora mi racconti tutto. - E così sottobraccio, mi accompagna, Maurizia e Daniela trotterellando ai nostri lati, giù per la discesa del Bagagli fino all'uscio di casa Brucci, ora al n° 1 di Via Paolo Maioli, dove da quattro anni, Nonna Livia, con famiglia, si è trasferita. Uscio accanto alla chiesa di San Rocco. Nonna non riesce a nascondere la sua delusione, solo una carezza. - Mamma che ha detto? - Domanda alla quale non so e non me la sento di rispondere. Mi limito a fare spallucce, allargando le mani, quasi a dire - 'chi lo sa?' - Un saluto a Nonno Musolino, ora costretto su una sedia, dopo che è stato colpito da ictus, poi a zia Pia e a zia Berta in attesa.

Quindi, via a riprendere contatto con la mia casa, con i miei spazi. Ma quali? Dalla terrazza vedo nonno Nuti nell'orto, seduto sul muricciolo del primo pianerottolo, cappello in testa, mestolina in mano. 'Sta piantando qualcosa e ora si sta riposando' il mio pensiero: lui 92 anni finiti o quasi. E dopo aver dato un bacio alla 'Signora', giù per quelle scale, quasi in punta di piedi, giusto per fargli una sorpresa, lo raggiungo. Mi guarda meravigliato. Sorpresa riuscita! Mi soppesa con lo sguardo iniziando dalle scarpe fino al taglio dei capelli. Mentre mi aspetto una romanzina, lui mi abbraccia, vinto dalla commozione, lasciandomene tracce visibili frammiste all'immancabile goccia al naso. Me ne ero quasi dimenticato! Nonno Nuti, sempre o quasi, con la goccia al naso. È così che mi benedice e mi incensa sempre.

In tarda serata arriva babbo, già informato sulle ultime novità. Non pone domande, ma chiaramente deluso, fà - Domani a lavorare con me! - più un ordine che una domanda. - Domattina vado a messa - la mia risposta a reclamare spazi e scelte.
- Ho parlato con la 'Signora', la camerina buia, di sopra, vicino a Tetta, è libera. Ti rifaccio il letto. È quella la tua nuova camera. - È mamma a sviare il discorso, lei è pratica, non fa domande, cerca di mettermi a mio agio. È così che riprendo il mio posto in famiglia. La mia prima camera, tutta per conto mio: letto e comodino, niente altro. Non dormo più con nonno Nuti.

La mattina dopo, mi ritrovo dopo tanti anni sulla prima panca in chiesa, accanto a nonno Nuti. Per la prima volta sono io ad accompagnarlo e non viceversa. All'uscita le espressioni di delusione delle 'pie donne' che in questi anni hanno accompagnato, con apprezzamenti e incoraggiamenti, ogni mio passo. Neppure il tempo di accennare una qualsiasi scusa o un diverso pensiero, che una mano furtiva si insinua sotto il mio braccio, mi attira a se. - Ora si va 'di là - Mi sussurra all'orecchio Ginina. Mi conduce per mano, lungo tutta la via fino in Piazza de' Polli, e su per la salita del Bagagli, a farmi da guida mentre mi presenta a questo e a quella, tra una chiacchiera e l'altra. - Ti faccio conoscere anche delle ragazze - Non oso dissentire, tanto preso ed affascinato, sia dalla sua presenza invasiva, piacevolmente invasiva, spalla contro spalla, sia dal suo sorriso, dalla sua gioia evidente nel tenermi stretto, come qualcosa di perduto e inaspettatamente ritrovato. - È mio cugino, Giancarlo... - e altro ancora alle ragazze, alle quali mi presenta... quasi tutte più grandi di me. Fino al bar Cantini, in quella stanza fronte strada, vetrina aperta allo struscio, biliardino e juke-box in funzione. - Senti questa! è l'ultima di Celentano. Ce l'hai cento lire? - È 'Grazie, Prego, Scusi'. Ragazze che arrivano, ragazzi che vengono, quasi tutti amici o conoscenti di infanzia persi di vista. Ne riconosco pochi. Poi al bancone del Bar per un aperitivo. Barista nuovo, è il Desideri. - Limone o senza? - Prima di riprendere la strada verso casa, passando davanti alla Misericordia per piazza del Seminario. Mi fa un certo effetto in lontananza l'ultima filata di seminaristi, tonaca e cotta d'ordinanza, che attraversano la piazza, di ritorno dal Pontificale in Duomo. Senso di mancanza, come di vuoto, ma solo un attimo, prima della discesa verso casa. - Ti aspetto verso le tre. Oggi si va al cinema -

Puntuale, anzi! anche in anticipo, trovo Ginina già pronta sull'uscio, in attesa. La guardo attentamente per la prima volta. Bellissima in quel suo sorriso mentre stretta sotto braccio, mi porta dal Bulleri per un caffè. A quell'ora è pieno dentro e nei tavoli fuori, come ogni domenica pomeriggio. Sguardi che si soffermano, anche maliziosi, su Ginina e con espressione interrogativa su di me. Sguardi che mi imbarazzano, e ai quali sfuggo rifugiandomi in chiacchiere negli occhi sorridenti di Ginina, e che mi lascio alle spalle, mentre riesco facilmente a "prendere il passo" già prima di iniziare la salita del Bagagli. - Oggi ti porto a vedere un film al Cinema Roma. - Sono anni che non ci metto piede! Ma prima una sosta da Baldo, cinque HB col filtro. - Hai mai fumato? Devi imparare. È facile. Ti insegno come respirare - Non ricordo il titolo, ma tutte quelle ragazze in costume, al mare, e Marisa Allasio, Lorella De Luca e altre ancora, tra Ginina e un gruppetto di sue amiche. Quando usciamo è già buio. Quella prima sigaretta, dopo un primo colpo di tosse, mi sta facendo girare la testa. È così che si chiude quella prima domenica, almeno credo. - Alle 9, anche prima, ti aspetto, si prova a ballare giù in cantina. Ci siamo tutte, viene anche Brunina, Giuseppe e Orlandino di Gnoppa. Sii puntuale! - Non oso neppure replicare. Preso come sono da tutte quelle attenzioni e dalla sua piacevole compagnia, di cui mi ero quasi dimenticato.

Io che sono abituato alla mia cantina, quella di Casa Vannini, piena di sorprese, tutte in ordine sparso, quasi si trattasse di impegnarsi in una quotidiana 'caccia al tesoro', in quella cantina su due livelli, di cui uno sotto il piano stradale, fino a sentire quasi le chiacchiere di chi è seduto sull'uscio davanti a 'Mandorlino'. Io, quando per la prima volta mi avventuro, condotto per mano da Ginina, in quei primi scalini al buio che mi portano nella cantina di Nonna Livia, quasi resto deluso nell'imbattermi in un ordine irreale, oserei dire fuori luogo. I primi scalini, a mezzane per ritto consunte dall'uso, scavati nel mezzo ed anche al buio fino al primo pianerottolo, illuminato, questo ultimo, da una lampadina messa lì ciondoloni, giusto ad illuminare quell'angolo. E sull'angolo, uno sportello di legno a mezza altezza, a chiudere la cisterna, ancora attiva in quella casa, come in quasi tutte le case di San Miniato. - È da questo sportello che tiriamo su l'acqua piovana, sia per cuocere fagioli e verdure, sia per lavare i panni a mano. Nonna Livia su questo è inflessibile. E questa è la porta che una volta dava nella cantina vera e propria. Sembra che una volta venisse usata come dispensa, ma anche come nascondiglio contro eventuali invasioni. - Così dicendo, con Ginina ci affacciamo su quella sorta di cantina, diversi scalini a scendere, che assomiglia più ad un antro vuoto, come lo è. Calpestio e parete a monte in tufo, le altre pareti in terrapieno, senza finestre. Così disadorna, dall'altezza innaturale di quasi 5 metri, e dal piano di calpestio in tufo vergine, a malapena illuminata da una lampadina sopra la soglia, evitiamo di scendere fino in fondo. Facciamo invece gli ultimi quattro scalini che conducono alla cantina, a quella che ora viene usata come tale; una finestrella con inferriata che dà in giardino ed una porta a toppa che si chiude dall'interno con una nottola, ma che una volta doveva essere la cucina di casa. Un Camino ancora funzionante nell'angolo, una vecchia madia, un acquaio di pietra sotto la finestra ed, in un angolo, una piattaia corrosa dalle tarme, con ancora appesi alcuni ciottoli di rame e di zinco; puliti e lustri ancora lì per figura. Il tutto perfettamente in ordine, pavimento a mattoni tirato a lucido, comprese la serie di mensole disposte sulla parete opposta, sopra le quali, vasi di pomodori, di carciofi, di capperi, di melanzane, di conserva, preparati dalla primavera e dall'estate avanti. Ordine e pulizia dovute alla mano quasi maniacale di zia Pia, forse con l'aiuto di zia Berta, anche di Ginina probabilmente, ma imputabile a colei che di fatto è la 'donna di casa', dopo che nonna Livia è andata in pensione.

- Le prove si fanno qui. Lì c'è una presa della luce. Il giradischi lo porta Giuseppe di Gnoppa. Viene anche lui con Orlandino. - È Ginina che mi vuole insegnare a ballare - Se vuoi conoscere delle ragazze – come dice lei!
È Orlando che, puntuale, arriva per primo, con il giradischi e l'appoggia sul piano del camino insieme ad un mazzetto di dischi a 45 giri. Nel giro di 10 minuti ci siamo tutti, non manca nessuno. Si comincia con la "Partita di Pallone", e con Orlando che cerca di insegnarmi il twist: ginocchia piegate, tentennando a tempo di musica. Ma Ginina ha anche altro in mente. Mi prende per mano, un braccio intorno alla vita. - Questo è un tango! Vienimi dietro, leggero... Sei legnoso. Cerca di fare gli stessi miei passi.. Così! - Poi sta a me, mano destra a guidare, sinistra intorno alla vita - Stringi di più, più vicino! Bravo.. - Poi un lento e di nuovo un tango, di nuovo un twist, a rotazione, ballando e cantando insieme. Cantuccini e biscotti fatti per l'occasione da nonna Livia, e una bottiglia di spuma della Generosa. I dischi: 'Stai Lontana da me' e 'Sei rimasta sola' di Celentano, un tango e un lento. 'La Partita di Pallone' della Pavone e 'Andavo a cento all'ora' di Morandi, due twist. Tutti qui i dischi e le canzoni disponibili, retro compresi, che abbiamo, e che ci portano fino all'ora limite di mezzanotte, ora di chiudere i giochi. È Ginina che mi accompagna... che mi vuole accompagnare fino a casa. Ha voglia di parlare, ha voglia di raccontarsi, ha voglia di confidarsi: occhi i suoi che brillano anche al buio, il cuore il suo che palpita... (omissis). Aveva proprio voglia di confidarsi!

È tardo pomeriggio, appena due giorni dopo, e babbo non è ancora tornato dal lavoro. Con nonno Nuti, appena seminato le patate, seduti su uno scalino, ci facciamo un riposino e due chiacchiere. Nonno che chiede del mio domani: a studiare o a lavorare? Interrogativo che mi porto dentro, anche se in cuor mio ho già deciso quando... - Giancarlo vieni su, ci sono le tue zie che ti vogliono parlare! - È mamma che chiama. Quasi una sorpresa! Zia Rosanna e Zia Gina insieme 'in missione'... per convincermi non tanto di studiare, quanto di fare le Magistrali; loro che sono maestre! Nel giro di quella stessa settimana la decisione definitiva: cambio scuola, dal Classico a Ragioneria, seguendo anche i consigli di due amici dell'età dei miei genitori, Giovanni impiegato del Registro e Fiorenzo impiegato di banca. Sono finite le vacanze! È ora di riprendere il cammino anche se per una strada diversa, iniziando da Gino il Dainelli, per le misure del vestito, 'Principe di Galles', per il mio primo vestito da borghese.

* (Da I RACCONTI DELL'ORTO, l'Incipit da 'La vita del seminarista')



venerdì 13 febbraio 2015

LA DISFIDA DELLA TROTTOLA - Racconto di Giancarlo Pertici

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di Giancarlo Pertici

Dal gioco alla 'DISFIDA' della TROTTOLA

Non era un gioco che avevano imparato dagli amici più grandi e nemmeno dai loro nonni. Sì! qualche volta ci avevano fatto anche un pensiero, qualcuno ci sapeva anche fare, qualcuno se l’era costruita da solo con l’aiuto del nonno, altri se l’erano comprata di legno dal Bagagli, lassù in cima alla salita di Santo Stefano. Ma nessuno aveva pensato di trasformarlo in disfida, in un gioco competitivo, fatto, oltre che di abilità, anche di colpi proibiti, di colpi inventati e soprattutto 'cruento'. Non so come definire la crudeltà nel gioco, anche se si trattava di giocare con le Trottole.

Quei bambini dello Scioa, era da poco passata la guerra, subiscono la discesa di un gruppetto di coetanei da ‘di là’, di famiglia bene. Sembrava arrivassero alla conquista di “sa-iddio-cosa”. Quando propongono loro il gioco, dopo aver invaso quello spazio in Santa Caterina sotto quell’Abete che si innalza davanti a Casa Nardini, non possono che accettare, per recuperare almeno lo spazio, senza tanta voglia di mettersi in conflitto aperto con quelli ‘di là’. Accettano senza conoscere regole e senza immaginare le conseguenze, che ci saranno.

Quello, un gruppetto piuttosto numeroso, nato tra il 1940 e il 1943, in quella porzione di San Miniato con addosso i segni dalla guerra. Pochi i ricordi diretti, molti quelli trasmessi da nonni e genitori che hanno continuato a parlarne, accompagnandoli nella crescita fino al momento di andare a scuola: ...La nonna che mostra una fede d’acciaio al dito, la sua d’oro l’aveva data alla Patria per concorrere alla 'Vittoria Finale'; così le avevano promesso, ma era finita con la sconfitta; quella artistica ringhiera in ferro battuto, tutta attorno al muro di cinta del palazzo Migliorati, 'ragnaia' compresa, che è stata fusa per farne cannoni... così avevano promesso; la tessera annonaria, che il Comune assegna ad ogni famiglia, nel periodo delle “Sanzioni” che le altre nazioni hanno comminato a l’Italia Fascista, con la quale viene assicurato a tutti una razione sufficiente di olio, farina, latte, carne etc. così almeno avevano promesso...

I loro spazi, quelli di cui, genitori e nonni, hanno sempre raccontato, sono "off limits"… conseguenze della guerra. O si tratta di zone di guerra, o vi hanno stazionato alcune postazioni d’artiglieria, o sono stati depositi a l'aperto, o c’è il rischio che siano stati qualcosa di simile. Il fatto è che non possono andare liberamente in Pian delle Fornaci, guai a mettere piede nei campi vicini. Figuriamoci se permettono loro di andare a Scacciapuce, ai Cappuccini o al Parterre. Hanno solo due reali posti, oltre l’orto delle monache di San Paolo: la Piazza di Santa Caterina e Sotto il Ponte. Sono diventati esperti nel riconoscere ogni tipo di bomba, antiuomo, anticarro, ogni tipo di proiettile inesploso sia di mortaio sia di cannone. Gli spazi usati per le 'reclames' del cinema, per la pubblicità del dentifricio e dell’ultima brillantina, oramai sono occupati in pianta stabile da immagini, foto soprattutto, di tutti questi tipi di ordigni. A scuola, spazi e orari condizionati dalla presenza d’esperti militari, artificieri in servizio in quella zona, ad illustrare i vari tipi di bombe, come riconoscerle e come comportarsi, come dare l’allarme.

Loro hanno voglia di altro. Hanno voglia di correre in strada, su per i campi verso i Cappuccini e verso Scacciapuce, di andare a fare merenda al Parterre sotto le fonti di Pancone, quando arriva quel gioco, anche a proposito, annoiati dei soliti giochi e dei soliti posti, che li coinvolge, anche se debbono imparare il gioco vero e proprio.
E chi sa giocare con le trottole ? chi sa lanciarle ? chi s’immagina tutte le possibilità? È un percorso affascinante, anche ad ostacoli, durante il quale scoprono nuovi limiti, ogni giorno, Cosa può fare o arrivare a fare una trottola è inimmaginabile, anche ai ragazzi di oggi, quelli del 2000! Ancor oggi una trottola può arrivare a meravigliare molto di più di qualsiasi gioco sul Pc e di qualsiasi gioco condiviso su Facebook. Il rischio vero è che oggi, anno 2015, non ci sia più nessuno in grado, non semplicemente di raccontarli, ma di ripeterli quei gesti, perché di gesti si tratta, che costituiscono e danno vita al gioco della Trottola.

I primi rudimenti del gioco si imparano dagli altri, mentre maneggiano la trottola, cercando di imitarne i gesti. A guardarli sembra facile e lo è. Ma quando ti ritrovi in mano la trottola, quei gesti semplici, si fanno difficili, e ti senti legato, innaturale, a volte anche goffo.
Per me, nato alcuni anni dopo, la trottola richiama alla mente situazioni diverse. Ben ricordo quella mia prima trottola di ulivo e che maneggio già da alcuni giorni. La riconoscerei tra tutte le altre, sia perché è nuova e più chiara delle altre, sia per le venature e i nodi che rendono unica ogni trottola.
Quella trottola, la riconoscerei per quel minuscolo forellino, al centro di un piccolo nodello anch'esso minuscolo, proprio all'attaccatura della punta, nell'ultimo anello della spirale, che la rendono veramente unica per me, anche al solo tatto. Lo sento anche al tatto, ad occhi chiusi, dove partire con la corda, dello stesso spessore della spirale incisa nel legno. Pollice della mano destra a tenere la corda sull'ultimo anello, e l'indice a tenerne l'estremità, avvolta alla punta, per finire in alto, nella parte più larga. Mentre con la mano sinistra, partendo dall'attaccatura della punta stessa, riavvolgo strettamente tutta la corda in senso antiorario, seguendo il corso delle spirali che ne dettano il verso. Impossibile sbagliare. Al momento del lancio, tante le posizioni e le posture, tutte valide, tutte possibili a rilasciare la trottola che, quando tocca terra, gira e si fa un percorso, oppure resta fissa in un punto. Tutto dipende dal lancio. A questo punto è un gioco di vera abilità che si conquista solo con l'esercizio, provando e riprovando. Un gioco di polso che la memoria ancor oggi tenta di suggerirmi, ma che il polso, forse invecchiato, non ricorda più perfettamente. Difficile oggi una riprova sul campo, anche se ben ricordo i movimenti, anche se non tutti i percorsi di allora. Per noi, che i primi lanci li facevamo sulle lastre, sul monumento ai caduti, sugli scalini del 'Migliorati' alla ricerca delle superfici più facili da usare, qualche volta anche sotto l'abete davanti a casa Nardini con la sua superficie ridotta a terra battuta dai nostri giochi e dal nostro continuo scalpiccio.

Superficie facilmente addomesticabile, ma meno scorrevole, per gli attriti 'sensibili', a ridurre velocità e tempi di rotazione. Molto meglio il marmo del monumento e le lastre, quelle lisce, quelle più vecchie, non quelle appena scalpellate dal Pantani e compagnia bella.
Quando, pochi giorni fa, ho incontrato Elio, un vecchio amico e anche 'datore di lavoro', in quella fabbrica a Castelfranco che mi ha visto iniziare e poi arrivare alla pensione, mi sono venuti subito alla memoria “corsi e ricorsi” apparentemente dimenticati, che invece erano solamente sopiti, in attesa di essere risvegliati. Elio infatti, negli anni immediatamente dopo la guerra, si ritrova spesso a
San Miniato, in Santa Caterina, dalla zia, di cui non ricordo il nome, che abita in canonica, quando parroco è allora il Bellaveglia; certamente durante tutto il periodo estivo, al temine della scuola, lui classe '37, con memorie di persone e di giochi.

Ben ricorda, e non poteva essere diversamente, Liliana Giolli, forse anche coetanea, 'bellissima', come lui la definisce e come anche io la ricordo, nonostante i dieci anni di scarto tra noi due. Ma non è questo il ricordo che mi ha destato curiosità. Elio si ricorda nel dettaglio, dopo aver letto I RACCONTI DELL'ORTO, delle 'disfide' cruente con la trottola sotto l'abete. Un Cerchio disegnato sulla terra battuta, a delimitare il punto di lancio entro il quale lanciare la Trottola, per poi uscire dal cerchio dopo alcuni giri anche minimi. È tutta qui l'abilità, nel far scorrere la trottola, nonostante la superficie non uniforme e anche molle, fino ad uscire dal cerchio. Ad ogni giro, cambio delle modalità di lancio, sempre più difficili. Inalterato l'obbligo di uscita dal cerchio. Dal lancio semplice, al lancio verso l'alto, al lancio stando in piedi sopra la panchina o stando in ginocchio, al lancio girati di schiena, con tutte le possibili variabili Quelli 'di là', quasi tutti con esperienza da vendere. Loro abituati a giocherellare con la trottola, giusto per il gusto di vederla volteggiare il più a lungo possibile, per applaudirsi a vicenda, per reciproca gratificazione. Per un “disfida cruenta” che si consuma in maniera quasi innaturale, anche nei ricordi di Elio, più grande degli altri... 'dilaisti' e 'diquaisti'. Neppure Elio si ricorda il percorso esatto, l'esito finale della disfida, i vincitori e gli 'sconfitti', mentre ha ben a mente la sorte di questi ultimi.

La trottola lanciata, che non riesce a girare o ad uscire dal cerchio, che se ne resta lì a prendere i colpi delle trottole avversarie. Non uno solo! Tutti assieme ai lati del cerchio a scagliare la propria trottola su quella ferma nel cerchio, mirando proprio alla testa con la punta di ferro, quasi fosse un trapano. E per finire, impugnando la trottola come fosse uno scalpello, a percuotere quella inerme al centro del cerchio, fino a penetrare e spaccare il legno, talvolta aprendolo del tutto e rendendo la trottola inservibile. Lo sconfitto che se ne va via tra le lacrime e il perno di ferro al 'vincitore' come trofeo.

Abituato a disfide pacifiche, per il gusto dell'abilità, non mi ha mai divertito questa 'disfida' cruenta. Continuo a preferire il gioco incruento senza vincitori né vinti.




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