lunedì 26 gennaio 2015

NOBILTA' SANMINIATESE NEL DIZIONARIO STORICO-BLASONICO DELLE FAMIGLIE NOBILI ITALIANE DI G. B. CROLLALANZA

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In questa pagina è proposto il regesto in chiave sanminiatese del Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, stampato in prima edizione a Pisa nel 1886, a cura di Giovan Battista Crollalanza, fra i maggiori storici, genealogisti e araldisti del XIX secolo.
A differenza del “Sommario Storico” di Demostene Tiribilli-Giuliani pubblicato in Firenze nel 1855, il “Dizionario” di Crollalanza cerca di abbracciare non solo quella toscana, ma tutta la nobiltà italiana, da nord a sud. Ogni voce è quindi molto più sintetica, lo stemma o “arma” non è rappresentato ma solamente descritto in breve.
Come si può osservare dall'elenco proposto di seguito, mancano alcune delle famiglie fra più note e conosciute di San Miniato: dai Ciccioni ai Mangiadori, arrivando a casate come gli Stefani, gli Alli-Maccarani, i Migliorati, i Gucci o i Roffia, alcune di queste davvero celebri e conosciutissime, ma stranamente “omesse” dal Dizionario. Le altre famiglie con personalità legate a San Miniato sono, per esempio, quelle dei Vescovi o di altre figure politico-amministrative.

Nobili famiglie sanminiatesi o originarie di San Miniato:

Altre famiglie con personalità legate a San Miniato:

G. B. Crollalanza, Dizionario storico-blasonico
delle famiglie nobili e notabili italiane
estinte e fiorenti, Pisa, 1886, frontespizio


domenica 25 gennaio 2015

BEPPINA CIPOLLI DA PALAIA - Racconto di Giancarlo Pertici

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di Giancarlo Pertici


Da quando Giuseppina Cipolli ben oltre i 50, dopo che si è sposata con Beppe, si è trasferita nella zona dell'Ospedale, in quella San Miniato metà anni 50, ha incontrato nella "Signora", al secolo Corinna Vannini, il suo angelo custode, che l'aiuta da subito, prendendosene cura, anche se cerca di non darlo a vedere.

In quelle due stanze in Pancole, in quel palazzo fronte strada, di lato al ricovero Del Campana Guazzesi, oggi tutto Casa di Riposo, che allora contava alcuni inquilini come Pantani scalpellino, aiutata dalle dame di carità ed anche dall'E.C.A. del Comune, molto attivo in quegli anni, Beppina mette su casa. Un fornello a luce, perché ha paura del Gas. Due lettini da una piazza, uno per se e uno per Beppe. Ma non quello matrimoniale. Beppe che pretenderebbe di “consumare”
ma che, a quanto dice Beppina, mai perfettamente ci riesce, per la sua (di Beppina) ostinata ostruzione. Qualcosa, per la verità, confessa alla "Signora", ma in... tutto segreto, anche se poi la "Signora", di questo segreto, ma solo qualcosa, sussurra a Eda e a Irma. Almeno questa è l'impressione che sembra emergere dai loro commenti, dai loro sorrisi, talvolta anche dalle loro risatine, nonostante una Beppina ritrosa e piuttosto ermetica sull'argomento. Ma proprio per questa confidenza con la "Signora", Beppina può contare anche sul suo aiuto, nonostante risulti spesso difficile aiutarla. "Se a mezzogiorno vieni, c'è per te sempre almeno un piatto di pasta". Ed è così che Corinna alle 12 in punto mette, come al solito, la pentola sul gas e allo spiccare del bollore butta la pasta anche per Beppina. È il tempo in cui oramai, io sui 9 anni, abito al mezzanino, cucina per conto nostro, anche se spesso mi trovo a mangiare dalla "Signora" insieme a Nonno Nuti.

Quando Beppina arriva, sempre in ritardo, la pasta spesso è scotta e ghiaccia, ma lei se la mangia così comunque.
Raramente si alza prima del “tocco”, talvolta anche dopo. In cambio, pretende di rigovernare. E la Signora, che gli sgancia sempre qualche spicciolo, gli lascia i ciottoli nell'acquaio, piatti e bicchieri compresi, e Beppina dopo aver mangiato un boccone si appresta alle Grandi Manovre, quelle che mette in atto per poter rigovernare.
Seggiola accostata all'acquaio, per arrampicarsi col suo metro e virgola di altezza, su quella seggiola per arrivare a bordo acquaio. Mani le sue minime, come tutta la sua statura, che le permettono a fatica di tenere un piatto in mano. Figuriamoci un tegame o una pentola. Operazione sempre lunga che abbisogna di un punto di appoggio per pentole, tegami, piatti e scodelle: il piano stesso di scolo. Tempi lunghissimi. Tra lavaggio e risciacqui sempre dopo le quattro, la fine delle operazioni all'acquaio. Ma a volte arriva talmente tardi che la Signora, presa dallo gnocco, randella la pasta nel bussolo del sudicio, che Beppina, quando arriva, pretende di andare a ripescare.

Allora si invertono le operazioni. Si celebra prima la partita a Scopa, rito irrinunciabile al quale spesso mi presto anche io. Poi la Signora gli cuoce, mossa dalla compassione, un piatto di pasta al burro e solo dopo arriva il momento di rigovernare. Non so se è solo per questa ragione che il Nuti l'ha sempre avuta proprio sulle scatole, non l'ha mai potuta sopportare. Ogni volta che se la trova davanti l'infilerebbe. A tavola spesso io mi ritrovo seduto, forse non a caso, proprio nel mezzo tra Beppina e Nonno Nuti. Gli dà noia ogni cosa di lei, i suoi orari, quando arriva tutta assonnata a tavola, quando accende le sue immancabili “Nazionali”. Una tira l'altra, verrebbe da dire, perché con la cicca che si sta spengendo accende l'altra. Meno male che tante ore le dorme e almeno durante il sonno non fuma e non consuma sigarette, in compenso consuma tanta luce. Tra i fornelli a luce e una lampada fissa in camera sempre accesa tutta la notte, perché lei ha paura del buio, i contatori della Valdarno emettono verdetti che ha sempre più difficoltà a soddisfare, nonostante alcuni accorgimenti, ma minimi, come una lampadina di minor potenza in camera, al posto della sua solita 100 candele. Risultati sensibili ma non risolutivi. Interviene sempre l'E.C.A. e anche la "Signora", che non si limita ad accoglierla in casa e a un piatto di pasta, ma mossa a compassione cerca di aiutarla concretamente facendosene carico fino a fargli avere la pensione, che quando arriva in Pancole non ha. Campa di quelle poche lire della pensione di Beppe e della carità della gente e degli aiuti dell'E.C.A.. L'assume come domestica. Ben ricordo la visita del maresciallo dei Carabinieri, visita di cortesia ma anche a verificare la veridicità dell'assunzione di Beppina in qualità di domestica. Beppina quasi sempre presente in quei giorni.

Leggendarie le sue partite a carte. Si gioca a Scopa, raramente a Briscola. Puntata dalle 5 alle 10 lire a partita. Beppina in ginocchio sulla seggiola. I fiammiferi consumati per segnare i punti, difficili i conti con la lingua e le dita dei punti in tavola a levare, ancor più lungo il conteggio finale, esilarante il suo metodo per scozzare le carte prima di darle. Le carte che hanno difficoltà a stargli in mano. Talvolta le appoggia sul tavolo, mentre fa una tirata alla sigaretta, poi le ricontrolla. Immancabilmente chiede "Quanto vale il gobbo?" non se lo ricorda mai. Se gli capita in mano il Settebello gli fiammeggiano gli occhi dalla felicità che diventa euforia allo stato puro se riesce a farlo suo. Riconta più e più volte le carte e i mattoni a fine partita. Non è mai convinta se perde. Allora riconta i fiammiferi messi di fronte ad ogni giocatore a testimoniare il punteggio, e vuole essere lei ad aggiungere quelli un più ad ogni scozzo. I Fiammiferi non mancano mai, lei che usa gli zolfoni per fumare, perché fuma. E fuma di brutto solo Nazionali semplici: sono quelle che costano meno. Dito medio e indice della mano destra colore nicotina. E' anche uno dei motivi per cui sta sulle scatole al Nuti, lui che mai ha fumato, sopratutto quando la vede accendersi la prima sigaretta e poi le successive con la cicca. Non è mai senza, nemmeno quando rigoverna, nonostante riesca a mala pena a vedere quello che fa, cicca fissa in bocca e inevitabile fumo negli occhi.
Poi c'è il momento del dovere per lei, quando ci si avvicina ai Santi. Chiama il Taxi e si fa portare a Palaia al camposanto, dove sono sepolti i suoi genitori. Non manca mai anche per le altre feste comandate di pensare ai suoi vecchi: la mamma e il babbo.

"Signori si nasce, ed io, modestamente, lo nacqui"... diceva Totò, come probabilmente pensa anche Beppina quando il giorno della pensione, quella minima, si sente "Signora" con la S maiuscola e come tale, quel giorno lo vuole vivere. Chiama il Vannini delle Colline col suo taxi, uscendo dall'ufficio postale, e si fa accompagnare direttamente a La Scala, "Trattoria da Omero". Taxi fuori in attesa, come una vera signora, e pranzo completo senza farsi mancar nulla, principiando dall'antipasto a finire col dolce, un quarto di vino di quello bono, caffè e amaro. Almeno una volta al mese ma con l'aria di chi se lo può permettere ogni santo giorno. Anche se quando arrivava al 15 del mese rimane senza una lira, immancabilmente. Ma lei non se ne preoccupa, sembra quasi che abbia fatto il pieno “Da Omero” ogni 1° del mese. Poi ci sono le pie donne, l'ECA e sopratutto la "Signora" a farla arrivare a fine mese.

San Miniato, via P. Maioli - Sciòa
Foto di Francesco Fiumalbi

mercoledì 21 gennaio 2015

APSM-ISVP-009 EDICOLA MARIANA A SAN MINIATO IN VIA AUGUSTO CONTI

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EDICOLA MARIANA A SAN MINIATO IN VIA CONTI

SCHEDA SINTETICA
Oggetto: Edicola votiva “Madonna in Trono con Bambino”
Luogo: San Miniato, via Augusto Conti
Tipologia: Edicola
Tipologia immagine: Tavola dipinta
Soggetto: Madonna in Trono con Bambino
Altri soggetti: NO
Autore: Sconosciuto
Epigrafe: SI
Indulgenza: SI, 40 gg
Periodo: 1843
Riferimenti: Torello Pierazzi
Id: APSM-ISVP-009

L'edicola mariana in via A. Conti a San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

DESCRIZIONE
Appena fuori dall'antica Porta “Toppariurum”, all'estremità orientale di un edificio che confina con il basamento del bastione del Miravalle (antico Palazzo dei Vicari Fiorentini), si trova un'immagine raffigurante la Madonna in Trono con Bambino.
L'edicola votiva fu realizzata, probabilmente, assieme a quella porzione di edificio che andò ad occludere un antico camminamento che costeggiava le antiche mura castellane. Si trattava di una sorta di vicolo, come si può osservare anche dalla planimetria del Catasto Generale della Toscana, dei primi anni '30 del XIX secolo.

La planimetria catastale degli anni '30 dell'800
con l'indicazione del camminamento occluso
Estratto dal Catasto Generale della Toscana,
Sezione A, “Città di San Miniato, foglio n. 1
Archivio di Stato di Pisa, Catasto Terreni, Mappe, San Miniato, n. 1
Immagine tratta dal sito web del “Progetto CASTORE”
Regione Toscana e Archivi di Stato Toscani
Per gentile disponibilità.

L'immagine, che occupa lo spazio di una finestra, è realizzata su tavola dipinta di autore anonimo. Potrebbe essere stata “rinfrescata” dal Canonico Francesco Maria Galli Angelini che aveva la sua abitazione proprio lì dietro. Da un punto di vista iconografico, come suggerito da Giorgio Giolli, richiama la cosiddetta "Madonna del Granduca", opera di Raffaelo Sanzio e conservata alla Galleria Palatina di Firenze. E' inserita all'interno di una piccola nicchia arcuata, contornata da una edicola trabeata e sormontata da un timpano “spezzato”, al centro del quale si apre una piccola finestrella ovale, utile per dare luce alla stanza retrostante.
Il davanzale e il timpano sono realizzati in pietra, mentre i contorni dell'edicola, i pilastri laterali e il riquadro più interno, sono modellati con malta dipinta in grigio.
Al di sotto del davanzale si trova un'epigrafe, contraddistinta dallo stemma del Vescovo di San Miniato Mons. Torello Pierazzi, che informa circa l'indulgenza concessa a chi, davanti l'immagine, reciterà una Ave Maria. Questo il testo dell'iscrizione:

SCHIUSO IL LABBRO ALL'ANGELICO SALUTO OGNUN CHE BRAMA IL TUO CELESTE AIUTO / O GRAN DIVA DEL CIEL T'INVOCHI E ONORE NEL CORSO DI SUA VITA E QUANDO EI MUORE / DALL'ILL.MO E REV.MO MONSIGNORE TORELLO PIERAZZI VESCOVO DI S. MINIATO / COL DECRETO DEL DI' 4 DICEMBRE 1843 VIEN CONCESSA INDULGENZA / DI GIORNI QUARANTA A CHIUNQUE DINANZI A QUESTA SACRA IMMAGINE PASSANDO / RECITERA' DIVOTAMENTE UN'AVE MARIA

L'edicola mariana in via A. Conti a San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

L'edicola mariana in via A. Conti a San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

L'immagine della Madonna in Trono con Bambino
Foto di Francesco Fiumalbi

L'epigrafe sotto l'edicola mariana in via A. Conti a San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Lo stemma del Vescovo Pierazzi al centro dell'iscrizione
Foto di Francesco Fiumalbi

lunedì 19 gennaio 2015

[VIDEO] LEONARDO MICHELETTI: MISERIA, FAME E DESOLAZIONE MORALE – IL PASSAGGIO DELLA GUERRA A SAN MINIATO – 17 GENNAIO 2015

2 commenti:
a cura di Francesco Fiumalbi

Sabato 17 gennaio 2015, si è svolto l'incontro dal titolo "Miseria, fame e desolazione morale, ovvero, il passaggio della Guerra a San Miniato", promosso dall'Associazione Moti Carbonari e Ritrovare la Strada.
E' stata presentata la ricerca storica condotta da Leonardo Micheletti che ha tracciato un quadro dei difficili momenti vissuti dalla popolazione sanminiatese nell'immediato secondo dopoguerra, attraverso innumerevoli documenti d'archivio.

Di seguito è proposto il video della serata.

La relazione di Leonardo Micheletti
Video di Francesco Fiumalbi

La relazione di Leonardo Micheletti
Foto di Francesco Fiumalbi

giovedì 15 gennaio 2015

ADDSM - COMMENTO - 1401, 4 LUGLIO - DIPLOMA DI ROBERTO DI WITTELSBACH AL COMUNE DI FIRENZE

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a cura di Francesco Fiumalbi


ARCHIVIO DOCUMENTARIO DIGITALE DI SAN MINIATO [ADDSM]
1401, 4 luglio – Diploma di Roberto, elettore del Palatinato e Re di Germania alla Città di Firenze

In questa pagina è proposto il commento al diploma di Roberto Wittelsbach al Comune di Firenze, datato 4 luglio 1401 e che presenta alcuni spunti interessanti per San Miniato e il suo territorio. Al momento non è stato possibile individuare la collocazione archivistica esatta.

SPOGLIO: Privilegio concesso da Roberto Imperatore ai Fiorentini, col quale li dichiara Vicari Imperiali, e li sottopone Pistoia, e altre città, e luoghi. Anno 1401, Edit. in lib. Liter. Flor.

COMMENTO [Francesco Fiumalbi]. Il documento proposto in questa pagina è il diploma rilasciato al Comune di Firenze da Roberto Wittelsbach, Elettore del Palatinato e Re di Germania, Imperatore de facto, anche se formalmente non fu mai incoronato e riconosciuto ufficialmente. Proprio all'interno delle sue ambizioni deve essere ricercato il contesto in cui venne compilato tale atto. Roberto, infatti, nel 1401 fece la sua discesa in Italia, volta ad assicurarsi l'adesione delle città centro-settentrionali per ottenere l'ambita corona imperale. Il suo rivale era Venceslao di Lussemburgo, già Re di Germania, poi destituito. Questi aveva concesso il titolo di “Duca di Milano” a Gian Galeazzo Visconti che dunque rappresentava il suo maggior alleato sul suolo italiano. Roberto concentrò i propri sforzi proprio contro i Visconti e, per far ciò, si assicurò l'appoggio di Venezia e di Firenze. Ed è in questo contesto che si inserì l'attività diplomatica che condusse a questo diploma.
Roberto attribuì agli amministratori del Comune di Firenze il titolo di “Vicari Imperiali”, ovvero di coloro che fanno le veci dell'Impero in assenza del regnante. La cosa può apparire abbastanza insolita, considerando che storicamente i Fiorentini hanno avuto sempre un atteggiamento di forte contrasto con l'autorità imperiale. Tuttavia sia Roberto che i Fiorentini avevano un comune nemico, ovvero Gian Galeazzo Visconti. E da questa situazione cercarono di trarne il massimo beneficio che si concretizzò nel vedere riconosciuto formalmente il vasto dominio che Firenze aveva messo insieme nel corso del '300.
Il dominio fiorentino comprendeva allora, oltre al suo antico contado, i territori delle città di Arezzo, Volterra e Pistoia, l'Alta Val Tiberina, la parte mediana del Valdarno Inferiore (Fucecchio, Santa Croce, Castelfranco, Santa Maria a Monte), la Valdelsa (Certaldo, Poggibonsi, Colle e San Gimignano) e il distretto di San Miniato che, nell'elenco dei territori sottoposti, viene citato subito dopo alle tre principali città.
Queste le parole utilizzate: “Terra S. Miniati Florent. cum omni antiquo suo comitatu, atq. districtu, & specialiter cum Communi, & Castro Collis lungae terrae”.
Innanzitutto occorre rilevare l'appellativo “Florent”, ovvero “Fiorentino”, e non già “Tedesco”, così come decretato dagli accordi della sottomissione, conseguentemente all'assedio del 1369-70. Inoltre dalle parole sembra che sia riconosciuto il fatto che San Miniato avesse un antico “comitato” o “distretto”, cosa che avviene solamente per le città di Arezzo, Volterra e Pistoia, ma non per gli altri centri. Anche Colle e San Gimignano avevano un proprio territorio d'influenza, ma, stando al documento, questo non viene riconosciuto loro. Tale circostanza potrebbe dipendere dal fatto che l'annessione del territorio sanminiatese era relativamente recente (circa 30 anni prima) rispetto agli altri. E proprio a questo potrebbe essere collegata la specificazione del “Comune di Colle Lungo”. Almeno due erano i centri che portavano quel nome: uno in Valdelsa (oggi nel Comune di Castelfiorentino) e l'altro in Valdichiecina (oggi nel Comune di Palaia). Proprio quest'ultimo era stato più volte controllato dai Pisani, che saranno sottomessi a Firenze solamente nel 1406. Questo particolare di Colle Lungo potrebbe in qualche modo indicare che quella piccola comunità, nonostante fosse stata contesa, dovesse essere attribuita a Firenze. Tuttavia, in mancanza di altri riscontri, questa è da considerarsi solamente come un'ipotesi.
Infine, ultima curiosità legata a questo documento, è la presenza, all'interno della rappresentanza fiorentina che aveva raggiunto Roberto presso Magonza, del notaio pubblico Petri Serperi indicato come de S. Miniato Florent, ovvero di San Miniato.

La parte orientale di San Miniato vista dalla Rocca
Foto di Francesco Fiumalbi


ADDSM - 1401, 4 LUGLIO - DIPLOMA DI ROBERTO DI WITTELSBACH AL COMUNE DI FIRENZE

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ARCHIVIO DOCUMENTARIO DIGITALE DI SAN MINIATO [ADDSM]
1401, 4 luglio – Diploma di Roberto di Wittelsbach al Comune di Firenze

In questa pagina è proposta la trascrizione del diploma di Roberto Wittelsbach al Comune di Firenze, datato 4 luglio 1401 e che presenta alcuni spunti interessanti per San Miniato e il suo territorio. Al momento non è stato possibile individuare la collocazione archivistica esatta.

SPOGLIO: Privilegio concesso da Roberto Imperatore ai Fiorentini, col quale li dichiara Vicari Imperiali, e li sottopone Pistoia, e altre città, e luoghi. Anno 1401, Edit. in lib. Liter. Flor.

TRASCRIZIONE del documento tratta da J. M. Fioravanti, Memorie storiche della Città di Pistoia, Filippo Maria Benedini, Lucca, 1758, Appendice, Documenti accennati nella presente storia e attenenti alla Città di Pistoja, e al suo dominio, pp. 57-60.

Rupertus ad perpetuam rei memoriam. Decet regiam maiestatem, qualitatem espicere subditorum, & illos propensiori gratiae munere prosequi, quos devotionis, & fidei constantia, & toleratione laborum viderit plus mereri. Considerantes igitur dilectos filios, popilum, & comunione Florentiae super omnes Italiae populos erga S. R. Imperium, ad cuius apicem Deo dante sicut ordinati sumus, sic intendimus pervenire semper se fideliter habuisse, regibusq; Rom; & Imperatoribus legitime consitutis, justeq; prosequitib; caeptae devotionis officium, & obedientiae debitum praestitesse, nec non & Imperii jura singulariter conservando, suae libertatis thesaurum inaestimabilem, non animi magnitudine solum, sed multo omnium expensarum onere, profusioneq sanguinis defendisse non videmus, cui justius omnis favor, cuiq; convenientius omnis gratia debeatus. Quamobrem attendentes omnes illius popili vires, & potentiam, robur imperii, & fortitudinem nostram esse, terras omnes, atq. Civitatis, prpugnacula, villas, provincias, & castra, quae per dictum populum, & commune tenentur, reguntur, & gubernantur quaeve possidentur, aut cum ei aliquo subiectionis faedere inclusa sunt, aut quae ex contractu, vel quasi contractu quopiam, testamento, codicillis, donatione tam mortis, vel inter vivos, aut aliqua alia ultima voluntate, vel inter vivos titulo, quae omnia tenore praesentium, ex certa scientia confirmamus, & approbamus ad dictum Populum, & Commune quomodolibet pertinerent, aut pervenissent, sive in quibus populus & commune praefarum jus, custodiam, vel jurisdictionem, aut praeminentiam habet, & ad praesens dignoscitut obtinere, maximeq; Civitates, Provincias, Castra, terras, & loca, quae nominatim inferius describentur, eidem populo, communiq; Florentiae regiae maiestatis auctoritate, animo deliberato, & sano Principum, Procerum, & Baronum nostrorum accedente consilio, & consensu, & ex certa scientia libere donamus, concedimus, & largimur cum omnibus eorum justibus, & pertinentiis, Curtis, territoriis, & comitatibus, atq. districtus, hac edictali nostrae benignitatis epistola perpetuoq; rescripto jubentes, declarantes, & decernentes ea omnia ad eumdem Populum, & Commune jure plenissimo pertinere, etiam si feudalia forent, vel aliquo tempore fuosse fendalia dicerentur, aut dici possent, non abstante quod ad nos, vel praedecessores nostros, vel ad divos Augustus, vel in fiscum, aut Imperialem, vel Augustatem mensam, vel cameram essent vel dici possent quemodolibet devoluta, vel etiam specialiter assignata, ea omnia de plenitudine potestatis, & omnia via, ratione, vel jure, quo melius, & validius possumus praelibato populo, & communi jure plenissimo concedentes, volumusq; cuncta regalia, tributa, pedagia, gabellas obventiones, & redditus, flumina, silvas, & nemora, privationes, pascua, & aucupia, quae de jure solent ad fiscum, mensam vel cameram Regiam, Imperialem, vel Augustam quomodolibet pertinere, nec non omnes condemnationes factas, aut faciendas, & quaecumq; devoluta forent ad Regiam, Augustatem, vel Imperatoriam maiestatem, etiamsi assignata, nec non aurifodinas sive cuiuscumq. metalli mineras, & thesauros omnes, & universaliter omnia jura fiscalia, sive regalia in dicta Civitate, & terris supra concessis, vel harum serie nominandis esse pleno jure populi, communisq; praedict, & ad iplum pleno jure legittime pertinere cum omni consensu, praestatione, vel jure, quae praedictam civitatem, & populum, atq: terras supra concessas, & inferius nominandas S. R. I. deverentur, & cum omnibus angariis, & perangariis, quae dicto populo, vel communi quocumq jure possunt indici, vel futuris temporibus indicerentur, quae omnia, sicut dictum est, ad populum & commune dictae Civitatis nostrae Florentinae plenissime pertinere volumus, & jubemus in subsidium expensarum, quas pro defensione suae libertatis, & status quotidie facere cogitur, & subire. Confirmamus etiam omnia faedera, submissiones, dedictiones, & pacta, quae dictae terrae fecissent eidem, vel cum eodem populo, & communi, quorum tenores sic haneat volumis pro nominatis, & sufficienter expressis, ita quod in populi Florentini favorem perpetuo valeant, & plenam obtineant roboris firmitatem; & cum ut Ulpianus scripsit, magnificant provinciales suas sibi consuetudine observatas, praesentium auctoritate decernumus, & jubemus dictam civitatem Florentiae, suumq; civitatis territorium, districtum, & dictas suprascriptas, & infrascriptas civitates, terras, & loca per officiales, & rectores tam cives, quam forentes per eumdem populum, & commune, & non per alios, quacumq; fungeretur auctoritate, deputatos, & electos, vel quomodolibet deputandos, regi, & gubernari debere, secundum formam statutorum, & ordinamentorum dicti populi, & communis nunc vigentium, vel quae in posterum ederentur, quae statuta, & ordinamenta, & omnes alias quascumq; leges municipales dicti Populi, & Communis Florentiae tam editas, quam edendas cum mutationib & correctionib quas faceret, vel fecisset dictus populus, & commune confirmamus, & approb mus jubentes eas habere plenissimam roboris firmitatem; Caeterum cum rerum experentia doceat nobile viros Priores Artium, & vexilliferos justitiae populi, & communis Florentiae, qui nunc sunt, vel in posterum in officio prasidebunt toto tempore e pro talis eorum duraverit Magistratus tam in civitate Flroentiae, quam in Civitatibus, Provinciis, & locis supra concessis, ac etiam proxime naminandis Regios, & Imperiales vicarios nostros, & Imperii irrevocabiliter, & generales constotuimus, facimus, & ordinamus cum administratione plenissima, committentes eisdem plenissime vices nostras toto tempore vitae nostrae, nec non & in perpetuum donec forent expresse per successores nostros legittime tamen intrantes nominatum, & specialiter revocati, statuentes, & ordinantes, quod dicti Priores, & vexillifer Vicarii nostri, vel aliqui alii rectores, & officiales ad regimen dictae Civitateis, & locorum eidem tenore praesentium concessorum cogi non possint, aut debeant alibi reddere de suae administrationis officio rationem quam in Civitate Florentiae, & coram judicibus, magistratu, vel sindicis per eumdem populum, & commune deputatis ad hoc vel in posterum deputandis, & non alibi, vel per alios quoquomodo. In quorum omnium signum firmitatem, & robur nobilem virum Bionacursum quondam Neri de Pactis, Syndicum dicti populi, & communis, ut publice constat, manu Petri Serperi de S. Miniato Florent notarii publice pro ipso communi Flotentiae recipiente, & ipsum populum, & commune in persona dicti Buonacursi per annuli traditionem de praedictis omnibus investimus auctoritate regia supradicta, & de plenitudine potestatis ex certa scientia, & proprio nostro motu, & omni via jure nostro, & modo, quibus magis, & melius possumus, & valeanius. Nomina vero dictum Civitatum, Terrarum, & Provinciarum, & ipsarum designationes sunt haec, videlicet civitas Aretii cum omni suo solito, & antiquo comitato, atq; districtu. Civitas Pistorii, Civitas Volaterra, &c. cum omnibus eorum solitis, & antiquis comitatibus, arq; districtibus, Provincia vallis nebulae, Provincia vallis orianae, Provincia vallis Arni inferiore, terra Barghie, & summae Coloniae cum pertinentiis ipsarum, Terra S. Miniati Florent. cum omni antiquo suo comitatu, atq. districtu, & specialiter cum Communi, & Castro Collis lungae terrae, Provinciae Florent. in partibus Romandiolae & omnia quae in dicta Provincia Romandiolae, vel Massae Trebariae fuissent dicto communi Florentiae relicta, vel concessa, seu in quibus eis esset jus aliquod constitutum, aut quomodolibet pertineret, omnes terrae quae tenebantur, vel essent alieni juris, vel aliquorum del Waldinis ….... aut aliquo, vel al quibus de progenie &c. Petramala, quae terrae forent in alpibus montibus, aut vallibus, sive planis Provinciae Tusciae quarum omnium nomina habeantur pro expressis, & declaratis: terrae quoq: Collis Valliselsae, S. Giminiani, Martiani, planiciei Areti, Coretii, Castellions Florentini, Montis Politiani, Caliani, Sillani, Tapolis, Montaninae, Anglaris, Togani, & Fucignani, addicitur Lucignano, Drezo, & omnes terrae, & loca quae fuissent dicto populo, vel communi relictae submissae, vel aliquo modo concessae, vel alteri pro ipso pupilo, vel communi recipienti, & seu dicto populo, & communi tam in partibus Casentini, quam in Provincia Romandiolae, Massaeque Trebariae vel alibi in partibus circumstantibus, vel quae ad ipsum populum, & commune forent jure quopiam devolutae, & generaliter omnia alia, & singula, quae per dictum populum, seu commune tenentur, seu possidentur, reguntur, & gubernantur in quibus habent jus aliquod, custodiam, & juisdictionem vel preminentiam quoquomodo mandantes, atq jubentes eis, & cuilibet ipsorum, & isparum, & hominibus, personis, & incolis eotumdem, & ipsarum praedictis nostris Vicariis, populoq. & communi Florentiae tanquam nobis in omnibus pareant, & intendant sub paenis, & conditionibus ordinandis, seu ordinatis per ipsum populum, & commune Florentiae. Nulli ergo hominu, liceat han nostrae donationis, concessionis, largitionis, ordinationis, & gratiae paginam infringere, aut eis quovis ausu temerario contrarre sub paena indignationis nostrae gravissimae, quam quis lecus attemprare paesumpserit, se cognoscat illico incursurum, & suta paena mille marcarum auri purissimi in qua illos qui quavis temeritate contrafecerint, sive venerint irremissibiliter incurrere decernimus, & iubemus, & eandem ab eis toties quotiens contrafactum, vel contraventum extirerit exigi volumus, & committi; & medietatem dictarum marcarum nostri regalis, seu imperialis erarii, sive fisci, & partem residuam iniuriam passorum usibus applicati, decernentes ex nunc de plenitudine regiae, atq. Caesareae Potestatis irritum, & inane quodcunq; in contratium a quocumq; fuerit attentarum. Praesentes quoq; literas nostras, sive praesens privilegium durare volumus toto tempore vitae nostrae, & ad beneplacitum Imperii, & donec per successore nostros legitime intrantes expresse, & specialiter fuerimus imperiales insulas affecuti Imperiales nostrae fieri debeant confirmatoriae predictorum: Et ex nunc intelligantur data, & concessa praedicta vel in minimo non mutata, etiam absq; alia aliqua requisitione, vel; …... nobis, vel nostro cancellario facienda. testes huius rei sunt venerabilis Fridericus Archiepiscopo Conoliensis Imperii per Italiam Archicancellarius, illustres Ludovicus Contes Palatinus Reni, & Bavaria Dux, Carolus Dux Lotaringiae nobile Philippus Nassu, & Sunaponte, Emilius de Leiningen: regalis nostrae Curiae magister, Gerardus de Kirterg, Fridericus de Monte Jo Frid. de Leiningen. Comites spectabiles, Sigerardus de Winsperg, Eterardus Pincerna de Erpaden Senior, Barones honorabile Consadus de Hirzhoenst. Stephan. Moguntinensis, Willelmus Bertorum Apostolorum Coloniensium Ecclesiarum Praepositi, Magister Nicolaus Perwin fa. paginae professor; strenui Wipertus de Helmstadt Senior, jopn de Hirzhorn, Joannes camerarius de Talburg, Schilling de Fillig., Henricus de Bademberg, Sifridus de Lapide milites, nec non quan plures alii nostri, & Imperii nobiles, & fideles. Harum sub regiae nostrae maiestatis sigilli appesione testimonio literarum. Datum Maguntiae die quarta mensis Julii anno Domini MCCCC primo, regni vero nostri anno primo. Ego Habanus Episcopus Spirensis, regalis Aulae Cancellarius vice reverendissimi in Christo Patris domini Joannis Archiepiscopi Maguntini per Germaniam Archicancellarius recognovi.


La porzione orientale di San Miniato vista dalla Rocca
Foto di Francesco Fiumalbi

ROMA 1970 - I GIOCHI DELLA GIOVENTU' A SAN MINIATO - Racconto di Stefano Bartoli

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Racconto di Stefano Bartoli


↖ RACCONTI DA PIAZZA DEL POPOLO ALLA NUNZIATINA


Roma 1970 – I giochi della gioventù di S. Miniato.

La pallacanestro è sempre stata, per i ragazzi di S. Miniato, scuola di sport e di vita ed ha permesso a tante ragazze e molti ragazzi di crescere in modo sano, in un ambiente dove i più grandi si prendevano cura dei piccoli e trasmettevano Loro insegnamenti ed esperienze. Io ho avuto la fortuna di frequentare quell'ambiente dagli undici ai ventuno anni e se oggi sono ciò che sono un po' di merito è anche di coloro che, insieme con me, hanno vissuto e condiviso quell'esperienza.

L'opportunità di accedere alla fase nazionale dei giochi ce la giocammo contro i ragazzi di Altopascio, sul campo della Crocetta, in una giornata di sole veramente calda. Ricordo l'allenatore di quella squadra, molto agitato, rosso in faccia per lo sforzo di urlare in continuazione e Dante che rispondeva senza mezzi termini; sfottò da panchina a panchina. Poiché questo signore era bello in carne io, non trovai di meglio che urlargli contro: Fatelo star zitto qualche secondo, dategli una coscia di pollo così gli tappiamo la bocca!

Non ricordo la risposta ma non fu certo un complimento.

Noi, la bocca gliela tappammo davvero a fine partita, S. Miniato aveva staccato il biglietto per Roma e Altopascio rimaneva a casa, contrariamente alle previsioni perché poche settimane prima ci avevano battuti, ma, questa volta, il Menga non si era fatto fregare e aveva rinforzato la squadra. In quella gara giocarono diversi amici che poi non parteciparono alla fase nazionale, mi riferisco a Maurizio Pandolfi, Raffaele Mori Taddei e l'indimenticato Andrea Susini, il mitico Nappa e Ciuffo, sempre elegante, sempre gentile sia nei modi sia nei comportamenti. Dante rimescolò un po' le carte lasciando a casa questi e altri giovani e inserì giocatori di maggior esperienza.

Questa è una delle prime lezioni di vita che apprendevi giocando a basket, ti allenavi insieme con tutti, a volte eri convocato e avevi l'opportunità di giocare la partita, partendo da titolare o dalla panchina, a volte passavi quaranta minuti interi in tribuna o seduto in panchina senza poter toccare il terreno di gioco se non per fare il riscaldamento. Nessuno faceva drammi e tutti accettavano la scelta fatta dall'allenatore, senza recriminare o protestare, primi segni di maturità.

Il viaggio per Roma lo facemmo in treno, poi bus per attraversare la città e raggiungere l'alloggio. Soggiornammo nei pressi di S. Pietro, in un convento di suore, intitolato al Preziosissimo Sangue di Gesù, avevamo camere a tre o quattro letti e fu agevole e divertente sistemarsi scegliendo i compagni di stanza. L'esordio fu nelle palestre degli impianti sportivi dell'Acqua Acetosa, avversari i giocatori della Roma, la squadra di casa. Eravamo emozionati e avevamo tutto il tifo contro, fecero di tutto per intimidirci.

Ci difendemmo bene però, grazie anche a qualche piccolo favore arbitrale perdemmo la prima. Avevamo tre splendidi Dirigenti accompagnatori: Daniele Ciaponi, Franco Mancini e Gianfranco Rossi. Ci seguirono, guidarono, incoraggiarono per tutta la durata dell'evento senza farci mai mancare suggerimenti e supporto. La seconda partita la giocammo al Palazzetto dello Sport di Roma: tabelloni in cristallo, fondo del campo liscio come un biliardo, migliaia di posti per gli spettatori, quasi tutti vuoti però faceva impressione il miglioramento dell'ambiente. Noi giocavamo all'aperto, su di un campetto asfaltato con il catrame, con tabelloni di truciolato ricoperto da una specie di formica; appoggiavi il tiro sul tabellone e questo smorzava la potenza e la velocità, qui la palla rispondeva diversamente, prendeva forza e velocità ed anche il ferro si comportava in modo diverso alle sollecitazioni.

Dovevamo prendere velocemente le misure e adeguarci se volevamo andare avanti nel torneo e così facemmo. La cerimonia di apertura dei giochi fu molto bella, mi piacque l'intervento del campione olimpico Livio Berruti, dieci anni prima aveva gareggiato sui 200 metri e aveva trionfato, un esempio nello sport e nella vita. Le altre due partite del girone le vincemmo bene, però avemmo anche il tempo di perderci per Roma un elemento della squadra. I nostri spostamenti in autobus erano continui, sia il mattino, sia il pomeriggio. Appena saliti, ci contavamo, il più vicino all'autista chiamava uno, quello dietro due, e poi tre, fino all'ultimo che gridava dodici. Era bello ritrovarsi tutti, fu una sorpresa quella volta che dopo “undici” ci ritrovammo in assoluto silenzio.

Era tardo pomeriggio, stavamo rientrando per la cena e c'eravamo persi un compagno, in una città immensa come Roma.

Un veloce controllo ci fece capire che mancava all'appello Carlo Tozzi. Fu un momento di smarrimento generale e di grande tensione, proseguimmo nel rientro esternando fra noi la grande preoccupazione. Dante, ci lasciò al convento e partì in cerca di Carlo, ma non lo trovò, fu il Tozzi che recuperò noi. Dopo un bel po' di tempo si presentò al convento madido di sudore, la maglietta da strizzare, respiro corto e affannato per la lunga corsa. Era successo che Carlo non aveva soldi in tasca, però aveva il numero dell'autobus bene in testa e allora aveva deciso di correre a perdifiato dietro al mezzo, cercando di non perderlo di vista ma, la missione era impossibile, sia per la velocità del mezzo, sia per le curve. Carlo non si arrese, quando non vedeva il bus, si fermava ad attendere il prossimo, recuperava ossigeno per riportare la respirazione alla normalità, scioglieva i muscoli delle gambe e appena vedeva arrivare un mezzo con lo stesso numero riprendeva a correre.

Il ritorno all'alloggio fu un bel premio, per Lui, per tutti noi e per il nostro allenatore.

Le suore erano molto ospitali e avevamo grande simpatia per il più piccolo di noi, Andrea Testi, mentre era particolarmente affezionato alla suora dispensiera l'amico Walter Barnini. Amore interessato, Walter sedeva sempre a capotavola e non ne voleva proprio sapere di bere solo acqua allora si alzava e con aria angelica e collaborativa iniziava così: Buongiorno sorella, mi manda il nostro allenatore, le chiede se è possibile avere un goccetto di vino per Lui. La suora non aveva alcun modo di dubitare di quel volenteroso ragazzo e Walter aveva modo di tornare al tavolo con un sorriso trionfante stampato sul volto e una bottiglia in mano. Un mezzo bicchiere lo teneva per sé, la ricompensa per il servizio, il resto andava all'allenatore.

Noi ragazzi dell'Etrusca rappresentavamo la Provincia di Pisa, sul fronte femminile si era qualificata la squadra delle ragazze del CUS Pisa. L'allenatore della squadra femminile aveva preso in prestito, per l'occasione una ragazzina di S. Miniato, Patrizia Righini, una morettina minuta che era molto brava nel giocare a basket. Questo fatto aveva avvicinato molto le due squadre per cui, quando possibile, noi andavamo a vedere le partite delle bimbe o Loro venivano a vedere le nostre.

In quelle occasioni sembrava di ritrovarsi un po' nella natìa S. Miniato, noi ad allenarci e giocare e le ragazze, a bordo campo, a fare il tifo. Favore restituito quando le ragazze si allenavano o giocavano e noi davamo Loro il cambio seduti sulle lunghe file delle panchine verdi dell'ex cinema all'aperto di Via Roma.

Avere spettatori dell'altro sesso, in periodo adolescenziale, era un qualcosa che Ti spingeva a impegnarti al massimo, Ti dava entusiasmo e Ti metteva le ali ai piedi. Qui a Roma avevamo, provvisoriamente, le ragazze del CUS, alcune veramente belle come la biondissima Paola Omezzolli, un centrale di grande forza e talento che alternava grinta sul campo a grandi sorrisi e simpatici dialoghi appena fuori o Ester Guadagni, una morettina riccioluta dalla pelle molto abbronzata, un tipo che sapeva portar bene palla ed anche impostare il gioco. Era anche una tipa pronta alla battuta ed era difficile avere l'ultima parola con Lei. Ovviamente, in quel di Roma, non dimenticammo mai le ragazze di S. Miniato, erano sempre presenti nella mente, nel cuore e nei dialoghi dei Loro “fidanzatini” in trasferta, però l'amicizia nata con le ragazze del Cus ci fece sentire tutti un po' meno soli nella grande città romana.

Arrivati alla fase finale a sedici squadre, dovremmo incontrare la vincente di un altro girone, il Bologna. Mentre ci recavamo al campo di gara, apprendemmo che la Roma si era già qualificata battendo la seconda dell'altro girone. Vincere con Bologna ci avrebbe portato a un secondo incontro i padroni di casa. Affrontammo la gara molto determinati, i bolognesi erano abili palleggiatori, buoni tiratori noi eravamo più “fisici” e molto determinati. I primi tre tempi tutti condotti in vantaggio, all'inizio del quarto eravamo sopra di quattro, poi scattò la trappola arbitrale.

Appena uno di noi superava la metà del campo, l'arbitro fischiava qualche infrazione: passi, doppio palleggio, ecc.

Gli arbitri dimostrarono grande fantasia nel punirci per consegnare palla agli avversari. Riuscimmo a non perdere la calma e a fare una grande difesa. A poco dallo scadere eravamo sotto di una palla lanciata su Andrea Vezzi che corre veloce sulla destra, palleggio pulito, impossibile fermarlo. Andrea stacca il terzo tempo per andare a canestro in sottomano, pare già fatto ma un romano, in frettoloso recupero lo afferra per i pantaloncini e li tira giù, quasi fino al ginocchio. Andrea non si arrende e, pur sbilanciato, tira la palla verso il canestro, tabellone, ferro, fuori …… poi la sirena.

Perdiamo di uno, dopo lacrime, grida, rabbia, i giocatori del Bologna che vengono ad abbracciarci e darci la mano:


– Siete Voi i veri vincitori.
Vi hanno fatto questo perché la Roma Vi temeva.
Siete Voi i più forti!

Tutto molto bello, molto carino, ma, a distanza di quarantaquattro anni non mi è ancora passata e mentre scrivo, sono ancora rosso dalla rabbia.

In quegli ultimi dieci minuti di partita il nostro mondo di ragazzi ha conosciuto, nel peggior modo possibile, l'esistenza delle “raccomandazioni”. E' un'esperienza forte che ci ha preparato per il futuro. Mentre la Roma andava a vincere sia il titolo maschile sia quello femminile, noi giocavamo nel girone che assegnava i posti fra il nono e il sedicesimo. La mattina seguente giocavamo al Palazzetto dello Sport e accadde un fatto strano. Dante era uscito nella notte romana, forse per mitigare un po' la delusione, si era preso qualche ora di permesso. Lui ci aveva avvertiti del fatto che ci avrebbe raggiunti per l'inizio della partita. Noi prendemmo il solito autobus, ci cambiammo e iniziammo il riscaldamento. Di Dante nemmeno l'ombra.

L'ora stabilita l'arbitro chiamò il Capitano Paolo Maestrelli al tavolo e chiese notizie dell'allenatore ammonendolo sul fatto che senza allenatore non potevamo giocare e che avremmo avuto partita persa 2 a 0 a tavolino. Paolo non si perse d'animo e iniziò ad argomentare sul fatto che noi sapevamo benissimo che formazione mettere in campo, eravamo in grado di giocare mentre il nostro allenatore ci stava raggiungendo. Alcuni di noi si associarono a quella conversazione e facemmo capire che sarebbe stato un delitto non farci giocare.
L'allenatore dell'altra squadra diede il Suo assenso e, alla fine, seppur con un po' di ritardo iniziammo a giocare. Poco dopo la metà del primo tempo arrivò Dante, gli spogliatoi erano chiusi e Lui si presentò in tribuna, richiamò l'attenzione dell'arbitro che fermò subito il gioco e iniziarono le spiegazioni.

Non so quali furono gli argomenti citati dal Menga ma fu efficace, l'arbitro insisteva dicendo che i ragazzi avevano voluto giocare lo stesso, anche se da soli e Dante tagliò corto, si tolse gli occhiali, pulì le lenti con un fazzoletto mentre sbirciava il tabellone, chiese conferma del punteggio e del tempo residuo da giocare e proseguimmo la partita. La vittoria ci proiettò nella gara per la conquista dei posti fra il nove e il dodici. Nella successiva i più grandi di noi tennero consiglio e decidemmo di far marcare un canestro al più piccolo di noi, Andrea Testi, la mascotte del gruppo. Decidemmo di giocare anche per Lui.

Il salto d'inizio mi fu fatale, ricaddi con il piede sinistro su quello di un avversario e mi feci una brutta storta. Piede e caviglia con abbondanti spruzzi di spray gelato, fascia elastica ben stretta, la gamba che non senti più da sotto il ginocchio, però giochi, stringi i denti e vai avanti; lotti come dopo farai anche nella vita e non Ti arrendi alla sfortuna o al dolore, sai che qualcuno si aspetta qualcosa da Te e non vuoi deluderli. Allora vai caparbiamente avanti, al meglio di come puoi.

La partita è vinta, domani sapremo se saremo noni o decimi sulle trentadue partecipanti, ci godiamo il momento ma ci raccontiamo l'un l'altro il canestro fatto da Andrea Testi. Il ragazzo c'è riuscito, alla grande, ha fatto i due punti con un'azione sulla destra, si è smarcato bene ed ha ricevuto il passaggio che tutti volevano fargli, si è involato a canestro, veloce e preciso ed ha segnato. Siamo corsi tutti ad abbracciarlo dimenticandoci per un momento del gioco e degli avversari. Missione compiuta.

L'ultima gara è con il Bari, Dante mi avverte dicendomi che quella caviglia m'impedirà di giocare, scendo in panchina con caviglia fasciata e medicata ma non tocco il terreno di gioco se per un leggero e blando riscaldamento. Si perde l'ultima, siamo decimi, quattro vittorie e tre sconfitte, in ogni caso un ottimo risultato per una squadra di ragazzi tutti provenienti da una cittadina di circa tremila abitanti che si è confrontata con le squadre delle grandi città italiane. Immagino tutti Loro erano abituati a giocare in palestre e palazzetti dello sport, a fare tre o quattro allenamenti a settimana a essere coccolati e ben vestiti, noi giocavamo sempre, tutti i pomeriggi dopo la scuola, non avevamo molto di altro e, dopo aver giocato un paio d'ore, ci cambiavamo, indossavamo maglietta e calzoncini e facevamo un paio d'ore di allenamento. Dopo la doccia non era raro ritrovarsi di nuovo sul campo per altre sfide: Il giro del mondo, tiri liberi, o “dalla pompina” (il nostro tiro da tre punti), partitelle due contro due, tre contro tre, partite a “squadre miste”.

Noi avevamo fame di basket e non ci stancavamo mai anche perché le nostre spettatrici erano le più belle del mondo e non potevamo deluderle. La cerimonia di chiusura si tenne allo stadio dei marmi, in notturna, in ambiante spettacolare. Ragazze e ragazzi che si salutano, sorridenti e piangenti secondo l'emozione provata, tutti che si scambiamo abbracci insieme a magliette o pezzi di tuta, solo noi “pisani” di S. Miniato non riusciamo proprio a dar via niente, la provincia “avara” ci aveva messo a disposizione un'anonima maglietta rossa con le maniche, più adatta alla pallavolo che al basket, pantaloncini bianchi, scarpe basse da tennis meno male che Dante si era organizzato procurandoci le nostre maglie arancioni.

Non so quanti tentativi ho fatto e a quanti ragazzi ho chiesto per riuscire a scambiare la mia maglietta rossa con una viola con la scritta gialla RIETI, però ci sono riuscito. Questo cimelio l'ho indossato a lungo nel mio periodo adolescenziale. Devo ringraziare Dante, Franco, Daniele e Gianfranco se, a distanza di poco meno di quarantacinque anni sono ancora qui che mi emoziono con questi bei ricordi e chiedo ai miei compagni di squadra ma ce la facciamo a ritrovarci intorno ad un tavolo oltre che su Face?



lunedì 12 gennaio 2015

NOTIZIE DI PIETRO MANGIADORI “COMESTORE” NELLA STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA DI GIROLAMO TIRABOSCHI

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a cura di Francesco Fiumalbi

Pietro “Comestore” o “Mangiadore”, vissuto nel XII secolo (morto nel 1179), è un personaggio molto importante per la storia ecclesiastica. Fu autore, fra le altre cose, della cosiddetta Historia Scholastica, una sorta di sintetica storia sacra, dalla Creazione del Mondo fino all'Ascensione di Gesù Cristo (e poi proseguita fino agli apostoli Pietro e Paolo). L'opera, definita da alcuni come una sorta di medievale Bibbia “popolare”, fu data alle stampe per la prima volta a Strasburgo, presso Gunther Zainer, nel 1473. Si tratta, come è facile rilevare, di uno dei primissimi libri stampati fra Olanda e Francia a seguito della diffusione del metodo, “a caratteri mobili”, elaborato da Johannes Gutenberg. Un libro con un valore culturale immenso, in quanto contiene preziose indicazioni filologiche, quasi di “archeologia” biblica. Divenne un vero e proprio “compendio” per gli studi biblici e di diritto canonico nelle principali università europee del tempo, come Parigi e Oxford.

Petrus Comestor, Historia Scholastica, 1543
Frontespizio

Per dare un'idea del personaggio, Pietro Comestore è addirittura citato da Dante Alighieri nella Divina Commedia:
Ugo da San Vittore è qui con elli,
e Pietro Mangiadore e Pietro Spano,
lo qual giù luce in dodici libelli;
(Dante, Paradiso, XII, 133-135)
Molti storici indicano quale luogo della sua nascita la città francese di Troyes, e attribuiscono l'aggettivo “comestore” alla sua indole. Tuttavia, secondo una diversa interpretazione, essendo spesso indicato come Manducator o Mangiadore (come anche nella Divina Commedia), è stata avanzata l'ipotesi di una sua origine sanminiatese. Si tratterebbe, cioè, di un discendente della nobile e potentissima famiglia dei Mangiadori. L'aggettivo “comestore” sarebbe poi derivato da un ingentilimento del suo cognome vero. La questione non è mai stata confutata completamente, per cui rimangono aperte tutte le ipotesi. Come è noto, anche solo per un certa dose di partigianeria, nella storiografia sanminiatese Pietro Comestore è attribuito con certezza all'elenco degli illustri cittadini che ebbero i natali all'ombra della Rocca. Di seguito è proposto l'estratto dalla Storia della Letteratura Italiana di Girolamo Tiraboschi, il quale sottopone al pubblico, probabilmente per la prima volta in assoluto, la tesi della sua origine sanminiatese.

Petrus Comestor, Historia Scholastica, 1543
Frontespizio, particolare della raffigurazione
di Pietro Comestore nel suo studio

Estratto da G. Tiraboschi, Storia della Letteratura Italiana, Tomo III, Dalla rovina dell'Impero Occidentale fino all'anno MCLXXXIII, Modena, 1773, pp. 238-239.

«[238] […] XVI. Io non ho cercato poc'anzi parlando della nascita di Pier Lombardo, se Pietro Mangiadore fosse natio di Troyes, come veggiamo essere stata finora comune opinione. Ma è ella veramente certa e indubitabile? o non abbiam noi anzi qualche argomento a crederlo nato in Italia? Ch'ei fosse decano della Chiesa di Troyes; che passasse poscia a Parigi, ed ivi fosse Cancelliere di quella Chiesa, Professore nell'università di Parigi; che poscia sul fin della vita si ritirasse nella Badia di S. Vittore, e che ivi morisse l'anno 1178; tutto ciò non può rivocarsi in dubbio; e se ne recano certe pruove dal du Boulay [4], dall'Oudin [5], dal Ceillier [6], e dagli Autori della Gallia Cristiana [7]. Ma ch'ei fosse nato in Troyes non pruovasi che coll'autorità di Enrico di Gand [8] che visse alla fine del secolo XIII. Il dottissimo P. Sarti tra gli Interpreti del Diritto Canonico vissuti in Bologna nel solo XIII annovera un certo Manzator de Tuscia [9]; e riflette, che questo nome dovette venire probabilmente dalla voce Italiana Mangiatore; [239] e da altre Cronache antiche raccoglie, che fioriva nella Città di S. Miniato in Toscana la famiglia de' Mangiadori in questo secolo stesso, e ancor nel seguente. Quindi confessa, che qualche sospetto gli è nato, che Pietro ancora fosse di questa famiglia; perciocché è certo, com'egli osserva, e come io stesso ho riflettuto, che ne' più antichi Codici della Storia Scolastica da lui composta, che in somma un Compendio della Storia Biblica coll'aggiunta di altre cose tratte dalla profana, egli è chiamato Petrus Manducator, al che io aggiungo, che in una lettera parimente scritta dal Cardinal Pietro Legato Apostolico al Pontefice Alessandro III, riferita in parte de' suddetti Scrittori egli è chiamato col medesimo nome: Literaturam & honestatem Magistri Petri Manducatoris Decani Trecensis, vos non credimus ignorare. Solo qualche tempo dopo, forse per maggior eleganza, il nome del Manducator fu cambiato in quello di Comestor. Or non potremmo noi credere, che Pietro fosse della famiglia de' Mangiadori di S. Miniato, e che giovinetto passasse in Francia? Il P. Sarti non ardisce di appoggiarsi troppo su tal congettura. E io ancora non ho coraggio di confermarla. non posso però dissimulare, che abbiam noi pure due antichi Scrittori, che il dicono Italiano. Uno è Tolomeo da Lucca, che fu contemporaneo di Enrico di Gand, benché alquanto a lui posteriore: Floruit Magister Petrus Manducator, qui & Comestor appellatur... Hic genere Lombardus ec [1]. L'altro è Benvenuto da Imola, che ne' suoi Comenti su Dante dice: Iste Petrus Comestor fuit Lombardus [2]. Se essi possano bastare a distruggere l'autorità di Enrico di Gand, o se forse essi non asseriscano, che Pietro Mangiator fu Lombardo, appoggiati alla favola popolare, da noi rigettata poc'anzi, io ne lascio ad altri la decisione.»

[4] Histor. Univ. Paris. T. II, p. 629 & c.
[5] De Script. Eccl. Vol. II, p. 1526.
[6] Hist. de Aut. Eccles. T. XXIII, p. 305.
[7] Vol. XII, p. 525.
[8] De Script. Eccles.
[9] De Profess. Acad. Bonon. Vol. I P. I, p. 323.
[1] Script. Rer. Ital. Vol. XI, p. 1112.
[2] Antiquit. Ital. Vol. I, p. 1267.

G. Tiraboschi, Storia della Letteratura Italiana, Tomo III,
Dalla rovina dell'Impero Occidentale fino all'anno MCLXXXIII,
Modena, 1773, frontespizio

domenica 11 gennaio 2015

IL CIRCOLINO DELLO SCIOA – Racconto di Giancarlo Pertici

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di Giancarlo Pertici

IL CIRCOLINO DELLO “SCIOA” … e il veglione della Pentolaccia

Non era una mossa studiata. Tutto era avvenuto per puro caso, un gioco di sponda, che aveva sortito un effetto imprevisto. La palla colpita dal terzino sinistro, esterno del piede, colpita male e per questo indirizzata a sbattere sulla stessa sponda di quel Calcio Balilla vecchia maniera. Palla che s'impenna, ma non esce dal biliardino, come c'è da aspettarsi. No! Quella palla supera sia il centrocampo, sia la difesa avversaria, passando sopra quelle teste e va ad insaccarsi direttamente nella porta avversaria con un suono sordo. Un caso! puro caso! È anche mentalmente il mio pensiero.

Intanto Beppe di Brocchette, nella porta avversaria, sorride, quasi un sogghigno, incredulo ma consapevole della propria superiorità. La partita non avrà storia. Io ed Orlandino di Gnoppa, siamo destinati a perdere contro il Cingottini e il Baglioni in coppia. Troppo più forti loro! Intanto stiamo uno a zero in nostro favore! Anche se per caso. Io in difesa, Gnoppino in attacco. Lui è forte. Io scarso in difesa, in attacco addirittura improponibile. Nel volgere di poche battute siamo in svantaggio per 6 a 1. La partita finisce quasi con un cappotto. Quasi... perché sull'onda della disperazione tento il miracolo. Contando sul ripetersi del caso, mi avventuro in alcuni tiri di sponda, cercando di capire com'è sortito quel primo tiro fortunato. Al terzo tentativo, il miracolo. La palla fa esattamente lo stesso percorso della prima, identico anche il suono sordo in fondo al sacco, e così la quarta e la quinta. La palla successiva, l'ultima, decreta la vittoria del duo Cingottini/Brocchette.

Ma che paura gli si è messo con quei tiri imparabili! È Gnoppino, a gioco fermo, che allora tenta, anche lui, lo stesso tiro. Stessi tentativi da parte di Brocchette e del Cingottini. Nessuno che riesca a fare alzare in volo la palla. E' un caso! Anche se ripetuto faccio io, mentre m'impossesso della pallina. L'ultima! Non ho voglia di mettere dentro un altro gettone a vuoto! La piazzo giusto accanto al terzino sinistro. Il polso sembra suggerirmi sia il giro sia la spinta giusta. A vuoto provo mentre gli altri mi osservano, increduli, lo sguardo di chi è abituato a snobbarmi. Poche prove a vuoto e all'improvviso il colpo, stesso giro stessa forza. La palla, ubbidiente verrebbe da dire, si alza in volo e disegna la stessa identica traiettoria. GOALL! La voglia di gridare, ma mi trattengo; gioia e incredulità mi spingerebbero a fare ben altro...

Finora snobbato, da poco uscito di Seminario, così lontano dai giochi di oggi e dai più elementari fatti della vita, lontano dagli amici di un tempo quando eravamo bambini. Bambini diventati ragazzi con poco in comune e da riconquistare alla confidenza, agli interessi comuni, in quella quotidianità oramai perduta che ci fa sentire talvolta degli estranei. è l'inizio del processo di “riabilitazione”, quale lento percorso a riconquistare un posto dentro il gruppo, quel posto che avevo lasciato di mia spontanea volontà per fare un'altra strada. Non c'è un esame d'ammissione, non sono codificati canoni d'accesso, né previste coreografie particolari d'iniziazione. È un rapporto epidermico, quasi uno stato d'animo che si manifesta e ti fa sentire ben accetto nel gruppo, ti fa sentire degno di appartenervi, ti fa sentire quella consanguineità di quartiere che a San Miniato ha altro nome. E all'improvviso sei parte del gruppo, considerato, rispettato e anche temuto. Ci ripenso. “Rispettato!” Per un caso, per puro caso! Caso che comincia a ripetersi ogni sera e ci prendo gusto, veramente gusto. Prima nessuno mi voleva in squadra e ora tutti mi vorrebbero. Quasi non ci credo.

Quando entri al Circolino, il biliardino, ossia il Calcio balilla, è piazzato davanti all'ingresso, tra il Bancone del bar e la televisione che occupa tutta la parte destra di quello stanzone, non unico del Circolino “Enal”, che un po' tutti identificano come il Circolino dello Scioa. L'ingresso anonimo, di lato ad un andito, porta sempre spalancata, che si apre proprio davanti alla casa di Dilvo Lotti e al vicolo del Bellorino. Lo si può riconoscere da una modesta e minima insegna di lamiera, infissa nella parete esterna, che l'Enal ha consegnato al Circolo al momento dell'affiliazione. Accanto, lo sporto di un altro Lotti, ciabattino questo. Ciabattino di lusso. Fa anche scarpe su misura e ne vende per ogni esigenza, quelle artigianali di un calzaturificio di Fucecchio. Per quell'andito si accede a due appartamenti ai piani superiori, mentre a piano terra, giusto in fondo allo stesso, c'è un uscio, che è d'ingresso alla camera di Dusola, camera comunicante con il ripostiglio del Circolino.

Dusola una vecchia che vive oramai sola da anni in questa camera sempre al buio anche di giorno. Noi ragazzi si sbaglia tante volte uscio, e invece di andare a prendere una scopa, ci si ritrova in quella camera, dove Dusola sembra dormire sempre, di giorno e di notte. La finestra, gli scuri sempre chiusi. Oltre al Bar nell'ingresso, altre due stanze completano il Circolo. Larga quanto il Bar e comunicante, tramite una terrazza, con l'orto, ora messo a giardino, una stanza troppo piccola per le carte. Serve soprattutto per le riunioni dei capocci e da deposito. Di lato la stanza grande, alla cui sinistra c'è, da una parte il ripostiglio e la camera di Dusola e dall'altra, sempre a sinistra, il cesso. Al posto della buca una turca e uno sciacquone con l'acqua corrente. Stanza grande adibita al gioco delle carte, dove da pochi giorni sono apparse tre “Slot Machine”, tra la curiosità soprattutto di noi ragazzi, ma anche di qualche vecchietto, che con qualche “ventino” tenta la sorte.

In quella domenica d'inizio Quaresima, ultima chiamata utile per festeggiare con i bambini il Carnevale, è in uso giocare alla “pentolaccia”. E proprio in quella stanza per iniziativa dei soliti volenterosi, ossia di Giuliano detto “Fischio d'Oro” e di Rino il barbiere, quella domenica pomeriggio non si gioca a carte, si fa festa con i bambini. Tutti a giocare alla pentolaccia e a fare baldoria. Tante mamme; chi a fare cantuccini, chi biscotti, chi un dolce. E vassoi in attesa dell'assalto dei bambini all'ora di merenda, pane e olio, ma anche panini e “semmelli” con mortadella di quella buona col pistacchio. È dalla mattina che alcune mamme, preso possesso della stanza, l'hanno ripulita ben bene, passando anche il rosso in terra sui mattoni. Messi in fila alcuni tavolini, quelli delle carte, l'hanno apparecchiati con delle tovaglie, quelle che al circolo usano in occasione delle feste. Quando arrivo, sono quasi le tre, sembra di entrare in un altro mondo. Già l'illusione del pulito, lo stesso profumo d'acquetta nell'aria, pulito che salta agli occhi tanto in terra quanto sui tavoli. Le quattro Pentolacce da appendere ai correnti del soffitto e le sedie messe in fila, rispolverate, tutte attorno alla stanza a lasciare libero tutto lo spazio centrale. Sopra un tavolino, ad angolo, dove c'è una presa della luce, Fischio d'Oro col giradischi sta facendo le prove, sceglie la musica che decreterà il tempo utile a chi, bendato, tenterà di trovare e rompere la Pentolaccia. È “Fischio d'oro” a far girare i dischi di Mina, di Celentano, di Betti Curtis, di Dallara e Joe Sentieri. Tutto fatto con precisione e dedizione e lì, da una parte Rino insieme a Romanello, anche a preparare sorprese da mettere da ultimo dentro la pentolaccia. Mi fermo affascinato da quella bramosa collaborazione. Le donne che affettano il pane e preparano le merende, mentre dentro alle pentolacce vanno a rifinire alcuni dischi a 45 giri, qualche libro di quelli tascabili della Bur, pacchetti di caramelle, astucci di matite e buoni spesa da consumare al bar: dispensiere il Lotti. Altro Lotti, è quello che sta al Poggio. Segnali importanti e forieri di novità per una gestione, quell'attuale, a misura esclusiva dei soci più grandi, soprattutto se Reduci o Partigiani, ben poche attenzioni per noi ragazzi che non siamo niente di questo.

Intanto io mi godo quel momento, come segno di cambiamento, un po' come quello personale, di cui sento quasi epidermica la sensazione, che è di benessere e leggerezza, mentre arriva Orlando con il suo Torpado. “Cinquantino”, in dotazione di Gnoppino, che parte importante avrà nella nostra amicizia; complice indivisibile delle nostre domeniche, a suggellare un rapporto destinato a durare nel tempo. Si va alla Serra??? Oggi è l'ultimo giorno che ci ballano… per tutta Quaresima restano chiusi, è l'invito, quasi un comando di Gnoppino. La domenica usciamo insieme, usando fino in fondo quel senso di libertà che ci dona il Torpado. Libertà di andare ben oltre le nostre gambe, a nostro piacimento, in velocità. Piacere che io assaporo tutto, dietro a Gnoppino, su quel sellino, a lui avvinghiato, i piedi a mezz'aria ché non freghino in terra… gli occhi chiusi a difesa del vento e dei moscini. È una tentazione irresistibile. Lì al Circolino non c'è nulla per noi che ci trattenga, oggi che la festa è tutta per questi bambini piccoli. Però stasera, dopo cena, ballano anche qui. Mi piacerebbe vedere se ci fanno venire anche quelle tre o quattro ragazze che ho adocchiato e che abitano a due passi. Almeno quelle verranno! Oltre a mia sorella e alle mie cugine. Mi aggrappo a Groppa, appena in tempo a salutare Nonno Nuti lì di strada, diretto alla Misericordia e alla sua partita a 21 che mi fa: “Non fate tardi”. Nel frattempo cominciano a sciamare tanti bambini, chi da solo, chi accompagnato dal nonno, chi per mano alla mamma o al babbo, mentre qualcuno si limita a attraversare la strada come Cecilia, o come Francesco che viene da Piazza dei Polli, o come Luca il figliolo della parrucchiera. A prima vista sono davvero tanti. Non ce la faccio neppure a tentare di contarli. La salita di Sant'Andrea, la superiamo a stento. Verso la Serra, passando dalle Colline e giù dalla Borghigiana, davanti a quel Bar Alimentari che si sta attrezzando per ballare nel retrobottega. Alla Serra, solito giro! Tutte le ragazze in fila, tutte d'accordo o quasi a dirti di no, quando le inviti a ballare. Quasi tutte scortate da mamma o da zia. Poche variazioni al tema! Poi anche loro cominciano a sciogliersi, ma con chi pare loro, poche volte con me. Senza rimpianti, anzitempo, torniamo in San Miniato. Confidiamo, questa è la speranza, in un veglione tutto nostro, al Circolino delle Scioa. E sarà veramente un veglione tutto nostro, anche imprevisto.

Dopo le nove, appena poco dopo, mi ritrovo al Circolino. Ci siamo quasi tutti: oltre me, Berto, Gnoppino, Brocchette, Gallina, Alberto, Beppe di Gnoppa, Pierino, Francesco, Giancarlo di' Turini. In arrivo alla spicciolata lì. Punto d'incontro per ripartire verso “altro” in quella sera d'inizio primavera. Giancarlone col suo Moto Morini, pronto a partire in gruppo, diretto verso Montecatini assieme al Pantani e al Nencini, anch'essi muniti di moto. Li vedi e li senti ripartire anche dal rombo del motore che rimbomba lungo tutta Via Paolo Maioli quasi a chiedere strada. Restiamo noi, quelli più piccoli, appiedati o quasi, a prendere posto e visione in quella estemporanea sala da ballo, di cui ci sembra quasi di avere l'esclusiva. Gradevole sensazione che si traduce in un senso di sicurezza nel muoverci, nell'esserci di fronte agli altri, alle ragazze, agli adulti e ai vecchi. Sala che si riempie velocemente, mentre consumiamo una pacifica partita al biliardino, fatta lì per lì, più per ingannare l'attesa che per il piacere del gioco. Solo pochi minuti e ti accorgi che, il prezioso lavoro del pomeriggio e lo spontaneo passaparola, hanno portato i suoi frutti riuscendo ad attirare ragazze, mamme, ma anche ragazzi, coppie di giovani sposi giunte lì per la voglia di divertirsi. E “Fischio d'Oro” a mettere la musica, mentre con la sua “Reflex” ferma immagini della serata.

Seguendo le note e il ritmo del “Tangaccio” facciamo il primo giro di sala. Le mangiasoldi, già incappucciate, quasi ad anticipare il clima di quaresima. Davanti le prime sedie; una ragazza e una mamma, una ragazza e una mamma, tre ragazze in fila e una zia… è Zia Pia, e ancora una ragazza e una mamma. Inaspettati anche la mia mamma e il mio babbo si affacciano appena. Dopo pochi minuti li rivedo seduti ad un tavolino all'altro capo della sala. In angolo, davanti all'uscio che da anche in camera di Dusola, una ragazza, già intravista appena pochi giorni prima, di passaggio in quel pezzetto di strada. Deve essere nuova, non so dove abita né come si chiama. Ora è lì, lo sguardo appena incrociato e poi distolto verso terra, il suo. Identica reazione del nostro primo fugace incontro. In fila davanti a me Gnoppino, Berto a scherzare ridendo. “Si fa un ballo?” domanda indirizzata a vista lungolinea senza pretese, senza neppure soffermarsi. Nell'angolo mi soffermo. Quasi un sussurro il mio “Si fa un ballo?”. Lo sguardo perso nel vuoto, non oso fissarla. Sguardo che vaga tra lei, la mamma e quel pavimento di mattoni appena ripassati col rosso.

Certo!” risposta ben scandita, due braccia robuste che mi afferrano, mi dirigono al centro della stanza. È la mamma che ha risposto all'appello anticipando la figlia. Non oso volgere lo sguardo nel cantone tutto intento al ballo che neppure conosco. Poche prove fatte con l'aiuto delle mie cugine ad introdurmi ai rudimenti del ballo. Non è panico, ma quasi. È questa mamma che mi viene in soccorso a guidarmi, un braccio attorno al collo e l'altro sulla spalla destra a dettare tempo e direzione. Quando a destra, quando a sinistra, quando a girare, quando a fermarsi… forse un tango. Ben stretto in quella morsa, ubbidiente al tempo e al ritmo anche se in affanno, compresso e stretto ad un seno straripante che contiene e mantiene inalterate le distanze. Solo ora mi rendo conto fino in fondo di questa mamma, generosamente abbondante in ogni dove, intenta a tenermi affinché non gli sfugga dalle mani, prigioniero delle sue mani e di quel seno che mi sospinge e nel contempo mi trattiene a distanza. Alla fine di quel primo ballo, neppure il tempo di un timido grazie che mi sento quasi risollevare… è un valzer.

Quasi una morsa quella mano prensile a manovrare la spalla come fosse un volante, sensazione che rimane sotto forma di fitta dolorosa anche alla fine del terzo ballo, quando riesco a liberarmi. La sorpresa vera è il risultato del giro successivo che sembra volermi informare di una regola non scritta: se balli con la mamma, hai la possibilità di ballare anche colla figlia. E in quell'angolo, con un sorriso appena accennato, è in attesa per sussurrarmi un timido sì, quella ragazza, la figlia. La musica quasi non la sento, l'emozione mi impedisce di aprire bocca al primo ballo. Entrambi sulla difensiva. Io muto. Lei un braccio timidamente appoggiato sulla spalla sinistra e l'altro puntato decisamente alla spalla destra a mantenere le distanze. A distanza di tanti anni mi rimane impressa la sensazione di quella innaturale distanza, di quei balli sofferti insieme, di quei sorrisi ricambiati all'incrociarsi degli sguardi, e di quella sedia improvvisamente vuota e di un nome che non ho mai conosciuto. La notizia, il giorno dopo, del suo ritorno a Casale Monferrato assieme alla mamma, dopo un breve soggiorno da una sua cugina di San Miniato.


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