domenica 29 giugno 2014

GIUSEPPE GORI RECITAL A CIGOLI - GIOVEDI' 3 LUGLIO 2014

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Alla Casa del Popolo “Giuseppe Gori” di Cigoli, Giovedi 3 luglio ore 21,30, il comitato “Giuseppe Gori” in collaborazione con la Conchiglia di Santiago, presenta:

MORRO' SENZA VIVERE UN MOMENTO
Recital per Giuseppe Gori, martire antifascista

Con Monica Mori e Andrea Mancini
Alla chitarra romantica e canto Marzio Matteoli
Drammaturgia e regia Andrea Mancini

INGRESSO LIBERO



Nei primi anni 90, Andrea Mancini debuttava con uno spettacolo importante, oltre che per la sua storia personale, anche per quella di un teatro impegnato e civile. Si intitolava L’eccidio ed ebbe oltre duecento repliche. Dopo più di vent’anni, il gruppo che ruota intorno al regista ha deciso di ritentare quell’esperienza, lavorando insieme al Comitato Giuseppe Gori di Cigoli e partendo appunto dalla storia di quel calzolaio cigolese, che morì a poco più di trent’anni, subito dopo la Liberazione. Liberazione che per lui volle dire uscire da un carcere durissimo, al quale il fascismo lo aveva condannato, con una pena di 25 anni, ma dal quale tornò ammalato di tubercolosi.
Occorre – dice Mancini – ricominciare a parlare della nostra storia di ieri, parlare anche di questi eroi, senza troppa retorica e dando spazio anche a quelle che erano le cose belle di allora, la speranza, il sorriso e anche la musica, che cominciava a riempire le case”.
In comune con Morrò senza vivere un momento, lo spettacolo di oggi, c’era nello spettacolo di vent’anni fa, oltre ad alcuni attori (in testa a tutti la grande Monica Mori), un intenso rapporto proprio con la musica. Allora era musica contemporanea, che veniva trasmessa con strumenti elettronici, oggi sarà in scena un artista appartato, ma straordinario come Marzio Matteoli, che suonerà dal vivo la sua chitarra romantica, eseguendo canzoni politiche (alcune scritte per l’occasione, a partire dalle poesie dello stesso Gori) e canzoni leggere, che semplicemente restituiscono il clima dell’epoca e alleggeriscono un po’ il contenuto dello spettacolo, altrimenti legato a vicende molto tragiche.
Ci sarà – continua Mancini – Parlami d’amore Mariù o Tutto va bene, Madama la marchesa, perché lo spettacolo dovrà comunque interessare e anche ‘divertire’, pubblici spesso disabituati al teatro civile, e anche i ragazzi delle scuole, al quale noi vorremmo – se possibile – rivolgerci, provando a replicare il grande successo dell’Eccidio”.
 “Lo spettacolo – dicono i membri del Comitato Giuseppe Gori - andrà in scena sulla terrazza della casa del popolo di Cigoli (che si chiama appunto “Giuseppe Gori”) il 3 luglio alle 21,30 e verrà ripreso da alcune telecamere, perché vorremmo l’anno prossimo, il settantesimo della morte, ricordare Gori anche con un film (prodotto da La conchiglia di Santiago, ancora con la regia di Mancini) che evochi la storia del “piccolo Gramsci di Cigoli”, come in molti hanno voluto chiamarlo, tanto la sua vicenda assomiglia a quella dell’altro grande martire antifascista”.

sabato 28 giugno 2014

LIBRI "RECENTI" - BIBLIOTECA SANMINIATESE

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Da questa sezione della "Biblioteca Sanminiatese" è possibile accedere agli indici delle pubblicazioni, edite dal 2000 ad oggi e che hanno interessato, in tutto o in parte, la Città di San Miniato e il suo territorio.

 
 
 
 


LIBRI RECENTI - INDICE PER AUTORE

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In questa sezione è possibile consultare l'elenco delle pubblicazioni edite dall'anno 2000 fino ai giorni nostri, disposte in ordine per autore. Appositi link rimandano alla scheda di dettaglio.


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      LIBRI RECENTI - INDICE PER ARGOMENTO

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      In questa sezione è possibile consultare l'elenco delle pubblicazioni edite dall'anno 2000 fino ai giorni nostri, disposte in ordine per argomento. Appositi link rimandano alla scheda di dettaglio.


      DIZIONARI - REGESTI
      FONTI CRONACHISTICHE

      STUDI/RICERCHE ARCHIVISTICHE

      STORIA SANMINIATESE

      STORIA

      ARTE - PITTURA

      ARTE - SCULTURA
      ARTE - ARCHITETTURA

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      LETTERE - POESIA

      CATALOGHI - MOSTRE

      LIBRI RECENTI - INDICE CRONOLOGICO

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      In questa sezione è possibile consultare l'elenco delle pubblicazioni edite dall'anno 2000 fino ai giorni nostri, disposte in ordine cronologico. Appositi link rimandano alla scheda di dettaglio.


      2001
      Roberto Boldrini (a cura di), Dizionario Biografico dei Sanminiatesi (secoli X-XX), Pacini Editore, Pisa, 2001. CLICCA QUI PER LA SCHEDA COMPLETA

      2013
      A. De Marchi (a cura di), La gloria della Croce. Crocifissi medioevali nella Diocesi di San Miniato, Edifir, Firenze, 2013. CLICCA QUI PER LA SCHEDA COMPLETA

        LIBRI RECENTI - INDICE ALFABETICO

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        In questa sezione è possibile consultare l'elenco delle pubblicazioni edite dall'anno 2000 fino ai giorni nostri, disposte in ordine alfabetico. Appositi link rimandano alla scheda di dettaglio.



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              [LIBRI] DIZIONARIO BIOGRAFICO DEI SANMINIATESI

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              scheda di Francesco Fiumalbi
              ID. Smartarc: BOLDRINI-2001

              Titolo completo: Dizionario Biografico dei Sanminiatesi (secoli X-XX)
              Autore/Curatore: Roberto Boldrini
              Casa Editrice: Pacini Editore
              Luogo: Pisa, Loc. Ospedaletto
              Anno: 2001
              Note/Altro: Comune di San Miniato, con il contributo della Cassa di Risparmio di San Miniato
              Copertina:


              Citazione tradizionale: R. Boldrini (a cura di), Dizionario Biografico dei San Miniatesi (secoli X-XX), Comune di San Miniato, Pacini Editore, Pisa, 2001.

              Indice:
              Prefazione (pp. 5-6)
              Introduzione (pp. 7-9)
              Dizionario (pp. 10-291)
              Bibliografia (pp. 293-303)

              Breve descrizione:
              Il Dizionario Biografico dei Sanminiatesi rappresenta una sorta di versione “locale” dei più celebri “Dizionari Biografici”. Il lavoro di Roberto Boldrini ha il pregio di individuare, con dovizia di informazioni, l'elenco dei Sanminiatesi (intesi in senso ampio, cioè personalità riconducibili al territorio del Comune di San Miniato), senza intenti celebrativi o agiografici, includendo figure note e meno note, anche di epoca contemporanea, che hanno avuto un ruolo più o meno incisivo nella vita della comunità sanminiatese e afferenti alla sfera politica, sociale, artistica, storica, produttiva, associativa. Rappresenta, dunque, un buon compendio sintetico, utile sia a persone curiose e interessate al proprio territorio, sia a quanti si cimentano in ricerche a carattere storico o documentario.


              ARCHEOLOGIA MEDIEVALE A SAN MINIATO – GIOVEDI 17 LUGLIO 2014 – ORE 21,15

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              Nell'ambito de “Le Notti dell'Archeologia”, giovedì 17 luglio 2014, presso il nuovo Centro Visite dell'Area Archeologica di San Genesio in via Capocavallo, si è tenuta un'interessante conferenza dal titolo:

              Archeologia medievale nel territorio di San Miniato: da San Genesio a Podere Migliana.
              L'aggiornamento dei risultati delle ricerche archeologiche nel territorio di San Miniato dopo l'apertura dell'area archeologica di San Genesio e l'inizio dei nuovi scavi di Migliana, raccontato dai ricercatori dell'Università di Pisa, F. Cantini, B. Fatighenti e P. Tomei.

              Ingresso gratuito.
              Maggiori info e dettagli:
              telefono: 0571 406700
              e-mail: mvincenti@comune.san-miniato.pi.it

              Inoltre si ricorda che in occasione dello svolgimento della XIV campagna di scavo sul sito di San Genesio (30 giugno-15 agosto) l'area archeologica sarà aperta al pubblico anche il martedì e il giovedì dalle ore 18 alle ore 20. I visitatori avranno così l'occasione di osservare direttamente il lavoro sul campo degli archeologi.

              Di seguito il video della serata:

               




              Il Centro Visite dell'Area Archeologica di San Genesio
              Foto di Francesco Fiumalbi

              venerdì 27 giugno 2014

              1 LUGLIO 2014 – ORE 21 – MUSEO DIOCESANO APERTURA STRAORDINARIA

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              LE NOTTI DELL'ARCHEOLOGIA
              Aperture straordinarie serali ed eventi in musei, aree e parchi archeologici della Toscana

              Anche quest'anno, dal 1 al 31 Luglio, si terranno, in molti musei della Toscana, "Le notti dell’archeologia". Con il 2014 si è giunti alla quattordicesima edizione di un appuntamento ormai noto, che coinvolge anche quei musei che non necessariamente posseggono nelle loro collezioni raccolte di tipo archeologico. Lo scopo essenziale infatti dell’iniziativa è la promozione e valorizzazione dei beni culturali italiani, un patrimonio unico nel suo genere sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, anche attraverso eventi che si ripetono ormai da tempo con cadenza annuale. La costante ricerca di occasioni di divulgazione e diffusione dell’attenzione verso le nostre più lontane radici, oggettiva testimonianza di quella che è stata e poi diventata la cultura umana, ha prodotto un riscontro positivo dell’utenza potenzialmente interessata: sono infatti ormai un centinaio le strutture che portano il loro contributo al tema della conoscenza del nostro passato più remoto e che confermano una partecipazione di pubblico piuttosto consistente. Le molteplici opportunità di cognizione che le "Notti dell'Archeologia" offrono, puntano dunque quest'anno a consolidare l'interesse degli appassionati, a coinvolgere un nuovo pubblico in qualità di attivatore turistico ed economico, e a rendere consapevoli un sempre maggior numero di individui della necessità di difendere questo stupendo patrimonio, spesso a rischio, perché ad ognuno di noi appartiene. Ma soprattutto, il messaggio conduttore che l’archeologia vuole offrire, è quello di comprendere come il genere umano possa imparare a capire il presente attraverso i moniti del passato, dove molti dei fenomeni storici che in questi tempi viviamo sono già accaduti, e dove la creatività e la vitalità dei nostri avi ha saputo trovare la straordinaria via che conduce ad oggi.

              E' in questo particolarissimo contesto che anche il Museo Diocesano d’Arte Sacra di San Miniato effettuerà un’apertura notturna straordinaria, il 1 Luglio 2014 dalle ore 21:00 alle ore 23:00, offrendo all'avventore, oltreché l’ingresso gratuito, un’insolita visita guidata che si soffermerà soprattutto sulla serie dei bacini ceramici medievali ivi collocati nell'intento di indagarne origine, sviluppo, diffusione e usi.

              Dott.ssa Benedetta Spina
              addetta al museo e responsabile della didattica





              TANTI NONNI TANTI ZII - Racconto di Giancarlo Pertici

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              di Giancarlo Pertici

              Tanti nonni..tanti zii.. lungo l’Egola d’estate.

              Oramai anche nonno Nuti si era rassegnato. D’estate ero sempre altrove, mai a casa, ospite di qualche zia o di qualche nonno … tutti ‘acquistati’ perché quelli veri, quelli ‘di sangue’ cioè Lillo e Musolino erano impegnati per lavoro. Non so neppure se era geloso, … a me mancava, come mancavano le sue storie, le passeggiate insieme, le ore nell’orto. Alla chiusura della scuola, anche se io non avevo ancora iniziato ad andarci, c’era per me sempre un’occasione che babbo e mamma non mi negavano. E così partivo… mai la stessa destinazione. A volte era un viaggio con più fermate per un ritorno fissato per fine agosto o giù di li.

              Come tutto ebbe inizio non ricordo con certezza, anche se alcuni flash impressi nella memoria fatti di immagini mi riportano quella (l’immagine) di mia zia Rosanna, ovvero la ‘fidanzatina’ di zio Alberto, detto Barnaghino, di età non superiore ai 16, mentre io di anni dovevo averne appena 2, quando per la prima volta mi ritrovai a passeggio tra loro, in giro per Santa Caterina. Uno dei pochi modi leciti, .. diciamo ‘consentiti’ per una ragazza di uscire con un ragazzo senza suscitare scandalo e soprattutto per ottenere il consenso necessario dei genitori. E mi ricordo anche perfettamente dove in San Miniato abitava in quel periodo, prima di trasferirsi agli Alberi…. in Via Paolo Maioli giusto prima della macelleria di ‘Topposo’ davanti alla casa del Dott. Braschi….Come mi ricordo della sua camera da letto in perfetto ordine.. del suo scrittoio in radica… quelle sue foto capelli sciolti ….incorniciate lì sullo scrittoio ad immortalare alcune gite. Una circondata da piccioni…’piazza San Marco a Venezia ??’ … non glielo ho mai chiesto.

              Ma la sensazione ed il ricordo mi riportano indietro nel tempo e nello spazio anche al Leccio. Che sta per Corrazzano, come lo stava .. quando Rodolfo il giovedì sera nell’uscire di casa avvisava “Vado al Leccio a fare all’amore” ... Era un periodo in cui tutti sembrava mi volessero. Quando la sera in estate Magnino tornava da Firenze passava spesso da sua sorella Eda, aspettava che mi avesse cambiato e mi portava a spasso per San Miniato, non so se per vezzo o per attirare ancor di più l’attenzione delle ragazze: non ne avrebbe avuto bisogno. Mi ricordo di queste uscite fino “di là” spesso per un gelato. “Ma che hai già un figliolo?” era la domanda più frequente che sembrava voler sollecitare alle ragazze che incontrava. “No! È di mia sorella Eda” la risposta pronta a fugare ogni dubbio di fronte ad una sconcertante somiglianza. Ancor oggi…non più giovane, chi mi incontra avendo conosciuto Magnino e Barnaghino in maniera spontanea sottolinea “Ma tu sei un Brucci!!… sei nipote di Alberto ? oppure sei figliolo di Magnino?”.

              Questa sensazione mi riporta all’arrivo in casa Brucci della “Guzzi 500”, color rosso vivo, acquisto a ‘di mezzo’ tra fratelli, Magnino e Barnaghino. Come non ricordare il giro di Piazza Santa Caterina ogni sera di ritorno da Firenze… prima di cena, stessa ora senza sgarrare di un minuto. Ci potevi rimettere l’orologio sulla puntualità di Rodolfo. Ed io in attesa e spesso, o meglio.. sempre… in compagnia di Nonno Nuti l’orecchio teso al rombo del motore che si avvicinava. Poi zio Rodolfo mi issava sulla moto, semisdraiato a cavalcioni al serbatoio, ad impugnare il manubrio o quella parte che riuscivo ad afferrare, per un intero giro di piazza. Passando nell’ordine davanti al Migliorati, quindi davanti alla casa della maestra Rossi…poi la Chiesa.. l’ospedale… di nuovo a casa. Soddisfatto!!!. Mentre Alberto era più giovane … era più ragazzo e meno zio e soprattutto era “più fidanzato”, più preso in questo suo ruolo o così io lo vivevo. L’Acquisto della Guzzi mise d’accordo le esigenze dei due fratelli Brucci nei giorni riservati alle fidanzate: la domenica e il giovedì. La Guzzi spettava una settimana per ciascuno a turno. Quando toccava a Alberto, si caricava dietro Rodolfo, lo scendeva al Leccio e lui proseguiva fino agli Alberi. Viceversa era Rodolfo a fare da guidatore. Nessuno rimaneva mai a piedi.

              La prima volta a Corazzano probabilmente avevo 4/5 anni. Zia Gina l’avevo già conosciuta nelle sue visite in San Miniato. Fidanzati in casa, come allora si diceva, all’uscita dalle Magistrali si fermava talvolta a salutare la futura suocera, mia nonna Livia e qualche volta mi ero trovato a spasso in San Miniato proprio tra lei e zio Rodolfo. Ma la vera sorpresa, sorpresa gradita, fu l’incontro con Nonno PEO.. una specie di Nonno Nuti, senza orto, senza racconti, ma con tanti Cocomeri da vendere ed un’Ape sulla quale mi montava per portarmi in giro con se. “Così mi aiuti a vendere” mi diceva. “Chiamami Nonno PEO” e così l’ho sempre chiamato anche se ignoro tutto oggi quale fosse stato il suo vero nome. Un’altra gradita sorpresa .. un’altra zia .. o quasi, la sorella di zia Gina: Margherita la più bella di casa. L’ho incontrata casualmente a distanza di anni, ben dopo il mio diploma a Marina di Pisa, lei che abita a Pisa, e l’ho riconosciuta subito. Benché invecchiata l’incontro mi ha confermato la prima impressione avuta… era ed è rimasta la più bella di casa. Non ricordo con chi dormivo, se con Gina o con Margherita… ricordo solo che mi addormentavo “beato tra le donne” con il sorriso sulle labbra … l’emozione di sentirmi coccolato. Risveglio ancora più dolce, al sole che da una grandissima finestra affacciata sui campi e sull’Egola invadeva benigno la camera. Ci destavamo insieme… per una nuova e generosa giornata ….poi una tazza di latte e biscotti a volontà. Quindi di nuovo con Nonno Peo per alcune commissioni insieme. Non mi ricordo di amici nuovi in quel periodo, neppure di averne sentito il bisogno o di averne cercati.

              Fra nonni e zii ogni tanto arrivavano anche Zio Renato e Zia Luisa dalla Serra, anche loro mugnai, ma con fare molto rispettoso senza particolari intromissioni o ingerenze a suscitare gelosie negli altri parenti ‘acquistati’. La loro era simpatia allo stato puro. Attirati forse da quell’aria seria, quasi taciturna che quel bambino sembrava assumere, come nelle foto?. Simpatia che si manifestò tutta quando entrai in seminario e che non è mai finita, anche quando ne uscii, fatta di rapporti continuati nel tempo… con Zia Luisa fino alla sua recente morte. Di loro il ricordo più bello è fissato in quella prima panca in Duomo, accanto a Nonno Nuti durante il pontificate delle 11 ….intenti a seguire la messa, gli occhi fissi quasi in adorazione di Giancarlino. Zii questi più che ‘acquistati’, direi ‘regalati’ …. in realtà zii di Rosanna Gennai nei Brucci, mia zia acquistata.

              Ma il periodo più lungo, ripetuto negli anni a più riprese, rimane anche nei ricordi e nelle amicizie quello degli Alberi fino al giorno della mia prima comunione (agosto ’58), stesso delle nozze di Barnaghino con zia Rosanna. Agli Alberi .. altri due ‘nonni’, Nonno Gennai e Nonna Marina, ma io non sentivo quel ‘nonno’…. li chiamavo semplicemente per nome ’Marina’ o per cognome ‘Gennai’ . Senza sgolarmi più di tanto visto che la vita si svolgeva tutta a portata di voce su quella piazza, l’unica de gli Alberi. Su quella stessa piazza ci affacciavamo tutti e da lì partivamo per i nostri giri lungo l’Egola.

              Renato viveva nello stesso palazzo dei Gennai, mentre sua mamma a piano terra aveva una Bottega di Commestibili …un grande scaffale in legno color blu pastello, con le sue cassette estraibili… tante quanti i tipi di pasta in vendita. Allora la pasta si vendeva sciolta e a peso.
              Il figliolo della Venta, così il soprannome di una cugina di nonna Livia che faceva Malacarne di cognome, abitava nella casa ad angolo a ridosso del guado sull’Egola. Nostro compagno di giochi anche se più grande che però mancava il giorno in cui la sua mamma accendeva il forno per il pane.
              Mi ricordo di un omino nel garage sotto casa che la sera prima riempiva di acqua grandi conche di terracotta, eppoi la mattina dopo che l’acqua nella notte quasi per miracolo si era trasformata in ‘acquetta’, come lui la chiamava, lui la imbottigliava mentre sulla bottiglia ci incollava un’etichetta con scritto non acquetta, ma “Varechina”.

              Nella casa ad angolo vicino al Mulino abitava Pietrino che da grande voleva fare il parrucchiere per signora, e da grande ha fatto proprio quello. Ora, che abita a Montatone credo sia già in pensione. Sull’altro lato della piazza si era trasferita una famiglia, moglie e marito con la figlia più grande di me. Non mi ricordo nel momento il nome ma mi rimase impresso il cognome.. ‘Dell’agnello’ e soprattutto la fisionomia del padre. Ben lo riconobbi quando pochi anni dopo si trasferì definitivamente in Santa Caterina. Alla figlia non ho mai osato allora rivolgere la parola, tanta la timidezza che mi suscitava.…La vedevo così bella e lo è ancora che è nonna. Quando negli anni siamo entrati in confidenza, ma solo allora e lei già nonna, le ho confessato quanto la ritenessi bella sia da giovane che da nonna. Tante storie che in quegli anni si sono intrecciate su quella piazza e lungo le sponde dell’Egola durante l’estate …. noi appena ragazzi.

              E su quella piazza. impressa nella memoria, l’immagine del Gennai mugnaio, quello che alla mattina presto la attraversava tutta per entrare nel suo mulino. Vestito di tutto punto, giacca, panciotto, cravatta e cappello stessa tinta come se avesse un appuntamento importante… ma destinato a prendere dal mulino quello che il mulino da, la farina. Era inconfondibile quel suo paradossale vestire fuori luogo, tutto imbiancato ad ogni ora, anche nel cappello che calcava anche dentro lo stesso mulino. Di Marina invece conservo due immagini vive che mi parlano di lei ancor oggi. Le carte in mano, all’inizio del pomeriggio a giocarsi una partita a scopa con me sul tavolo di cucina ancora ingombro dei resti del pranzo e alla sera con i lembi del grembiule in mano a dispensare scarti di verdura e di pane raffermo alle nane che la seguivano come un’ombra. Oltre le nane come non ricordarsi anche di quei galletti destinati ad una fine ingloriosa, quella di ‘capponi’. Si andava fino alla Chiesa e lì dietro si attraversava l’Egola e si arrivava giusto a Casa Masi dove una donna di mezza età che conosceva bene Marina, si prendeva cura di quei polli e dopo aver loro ‘tagliato’ non so bene cosa, ce li restituiva … ‘Ecco i Capponi’. Ma se dovessi farne un ritratto,… se ne fossi capace, la ritrarrei seduta a tavola intenta a giocare a carte, la tavola ingombra di tutto e l’immancabile sigaretta pendente dalle labbra.

              Quegli anni agli Alberi si consumarono anche troppo in fretta, tanto erano piacevoli, come le giornate che volgevano subito al termine …in compagnia di Pietrino, di Renato e di altri le cui fisionomie in qualche modo ho conservato, ma dei quali ho dimenticato il nome. Giornate vissute lungo ….. soprattutto dentro l’Egola, spesso scalzi, fracichi di tutto ed indaffarati in caccia o in cerca di tutto tra quelle due sponde che per noi non avevano segreti dagli Alberi in su fin verso La Sughera. Percorso costellato di pescaie anche profonde nelle quali facevamo il bagno, rocce dalle quali lanciarsi in tuffo, piccole cascate a contrassegnare i dislivelli da superare, piccoli bozzi nei quali cacciavamo i pochi pesci rimasti prigionieri. Poi le more che generose crescevano regine dentro le sponde, dal colore vivido lontano dalle polveri che rendevano immangiabili quelle lungo la strada. Ne portavamo a casa sempre a grappoli per farne marmellate e mangiarle col gelato.. quando c’era. Facevamo fatica a tornare a casa per l’ora di pranzo. La sera era la luce del sole a costringerci al rientro, anche se in ritardo. Finché nonno Peo ne ebbe la forza passava due volte alla settimana annunciando il suo arrivo con il ripetuto ed insistito suono del Clacson fino al mio arrivo di corsa per montare nel cassone come consueto. E via verso la Sughera a vendere cocomeri ed anche poponi dove all’ombra di un enorme tiglio ci fermavamo per fare vendita a ‘piazza morta’, giusto davanti ad un circolo di campagna. Insieme ad una fetta di cocomero per merenda c’era sempre una bella granita. Io preferivo quella alla menta, nonno Peo quella al limone.

              Poi la sera a veglia col Gennai, al circolo proprio accanto alla chiesa… anche se io talvolta avrei preferito restare a casa per andare a letto presto, dopo una giornata sull’Egola. Solo da grande ho capito….. la sera arrivavano zio Alberto e zia Rosanna libera dai suoi impegni oltre la scuola …quando tornavo da veglia li trovavo spesso tutti e due già addormentati, io che dormivo con loro da piedi.

              L’estate finiva sempre troppo presto e all’improvviso con i primi temporali di agosto. Ben prima che cominciasse di nuovo la scuola, quando zia Rosanna riprendeva servizio presso la sua io rifacevo il mio bagaglio con la tristezza nel cuore….. la nostalgia degli amici da lasciare…

              Spesso era la corriera che mi riportava a San Miniato, seduto accanto al finestrino a curiosare, gli occhi spesso persi nel vuoto….. all’idea dell’incontro imminente con Nonno Nuti e del ritorno alla vita di sempre, delle preghiere dimenticate, delle vicende di Tonino e del nostro letto da una piazza e mezzo.

              "Giancarlino" Pertici sulla Guzzi 
              di Magnino e Barnaghino, fratelli Brucci
              Foto Collezione Giancarlo Pertici

              "Giancarlino" Pertici un'estate agli Alberi
              Foto Collezione Giancarlo Pertici


              mercoledì 25 giugno 2014

              IN PILLOLE [029] L'EPIGRAFE E IL MURO “FASCISTI” DI SAN MINIATO

              1 commento:
              di Francesco Fiumalbi

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              1° revisione - 4 gennaio 2015

              E' noto che il fascismo fece un ampio uso della retorica confacente alle proprie iniziative, di qualsiasi genere e tipo. Alcune furono manifestazioni eclatanti, altre più “discrete” e sottili. Dall'intitolazione di strade e piazze a personaggi vicini al regime (si veda il post PIAZZA MUSSOLINI A SAN MINIATO e il post IL 25 APRILE 1939 E IL VIALE GUGLIELMO MARCONI), all'apposizione dei “motti” mussoliniani sulle pareti di edifici che si affacciavano su luoghi pubblici (si veda il post CREDERE OBBEDIRE COMBATTERE SU UNA PARETE DI SAN MINIATO e il post QUANDO I SANMINIATESI SE NE FREGARONO DELLE SANZIONI). Una vera e propria grande operazione mediatica continua, che interessò anche altri aspetti della vita sanminiatese, e di cui sono visibili, ancora oggi a distanza di molti decenni, le flebili testimonianze. Nonostante la damnatio memoriae promossa nell'immediato Dopoguerra, per uno strano caso, da attribuire probabilmente a circostanze fortuite, sono sopravvissuti fino ai giorni nostri un paio di segni, apparentemente celati, di quell'epoca.

              Il primo, in ordine cronologico, è inserito nell'epigrafe collocata sulla parete destra dei chiostri di San Domenico. Ve ne sono diverse, ma quella che ci interessa è l'ultima, quella in fondo alla parete, proprio di fianco all'ingresso di quei locali che all'epoca ospitavano la Gioventù Italiana del Littorio (GIL) ed oggi sono la sede della Biblioteca Comunale.
              E' dedicata a Francesco Ferrucci, e fu collocata nel 1930, nel IV centenario di quell'operazione militare, condotta dallo stesso Ferrucci, che portò alla temporanea riconquista del castello di San Miniato, nella più ampia controffensiva fiorentina nei confronti delle truppe imperiali di Carlo V d'Asburgo e capitanate da Filiberto di Chalon Principe d'Orange. [Per chi desidera approfondire sull'epigrafe si rimanda a M. Parentini e D. Fiordispina, Lapidi e Monumenti celebrativi in San Miniato, in «Bollettino dell'Accademia degli Euteleti della Città di San Miniato», n. 79, 2012, pp. 437-439].
              Ebbene, già da una prima occhiata si nota che manca un simbolo sulla parte sinistra. Grazie alla preziosa testimonianza di Sauro Mori apprendiamo che si trattava di un giglio, simbolo della città di Firenze. [in un primo momento era stata ipotizzata la presenza dello stemma di casa Savoia]. Tuttavia osservando con attenzione la cornice, formata da elementi in Pietra della Lessinia, si scorge quelli che sembrano dei graffiti apparentemente insignificanti. In realtà sono tre lettere: A. IX. Il significato è abbastanza semplice: si tratta della formula che sta per “Nono Anno dell'Era Fascista”, che veniva fatta cominciare simbolicamente dal 28 ottobre 1922, giorno della “Marcia su Roma”, che fece da preludio all'incarico di formare il Governo, conferito dal Re Vittorio Emanuele III a Benito Mussolini. Infatti, i primi mesi del 1930, periodo in cui fu installata l'epigrafe, appartenevano proprio al “nono anno”. Probabilmente l'incisione non fu cancellata perché avrebbe compromesso la qualità estetica della cornice e, comunque, perché è anche poco visibile. Passa inosservata allo sguardo poco attento.

              L'epigrafe dedicata a Francesco Ferrucci
              San Miniato, Loggiati di San Domenico
              Foto di Francesco Fiumalbi

              L'epigrafe dedicata a Francesco Ferrucci
              Particolare con il “Nono Anno dell'Era Fascista”
              Foto di Francesco Fiumalbi

              Il secondo “marchio di fabbrica”, se così si può definire, è quello situato su un apparentemente anonimo muro di sostegno. L'opera fu realizzata per contenere il terreno nei pressi del punto dove l'odierno Viale Don Minzoni si immette in Piazza del Duomo. Lo si può scorgere dal basso, da Corso Garibaldi, a metà strada fra la cosiddetta Scala Santa e l'incrocio con Viale XXIV Maggio. Dall'alto, invece, può essere facilmente individuato grazie alla presenza del caratteristico parapetto in ferro, verniciato di rosso. Non si vede bene, bisogna aguzzare la vista. D'altra parte, l'alto ciglione è interamente coperto da una rigogliosa vegetazione per molti mesi all'anno. E forse è stata proprio questa sua posizione, lontana dalla strada e seminascosta dalle piante, a “conservarlo” fino ai giorni nostri.
              In ogni caso, facendo attenzione, si scorgono due lettere, una X e una V, che stanno per “Quindicesimo Anno dell'Era Fascista”, ovvero il 1937, l'anno in cui fu portato a termine il muro di sostegno.

              Il muro con la data in “anni fascisti”
              visto da Corso Garibaldi
              Foto di Francesco Fiumalbi

              Il muro con la data in “anni fascisti”
              visto da Corso Garibaldi
              Foto di Francesco Fiumalbi

              Ci sono, a San Miniato, altri simboli o “marchi di fabbrica” del periodo fascista che sono sopravvissuti fino ai giorni nostri? E nelle frazioni?

              Per il momento non ne conosciamo. Se qualcuno avesse qualcosa da segnalare ci scriva all'indirizzo che si trova nella pagina dei CONTATTI, o nei vai profili Facebook, Twitter o Google+. Grazie!

              1° revisione - 4 gennaio 2015


              martedì 24 giugno 2014

              LA CHIESA DI SAN DOMENICO SALVATA DA UN POLACCO - Racconto di Stefano Bartoli

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              di Stefano Bartoli

              La chiesa di S. Domenico salvata da un polacco – Luglio 1944

              Del Luglio 1944 e della strage del Duomo si è detto e scritto molto. Una ferita dolorosa che non si cicatrizza mai in pieno. Mia madre si è salvata ed ha salvato tutta la Sua famiglia rifiutandosi di andare in Duomo, ha convinto suo padre Amedeo a nascondersi in un rifugio scavato nel tufo del poggio della Rocca, ma ciò non le ha impedito di perdere uno zio ed un cugino in quella tragica esplosione. Del dopo evento ho un sintetico racconto di mio padre che, arrivato poco dopo l’esplosione dalle scale che salgono dal lato della valle di Cencione rimase stordito dall'odore di polvere, sangue, sudore e dalle grida, dai lamenti, dal pianto della gente. Una scena apocalittica, infernale.

              Nella prima metà degli anni ’60 ho avuto modo di ascoltare una narrazione fatta dalla mia Maestra, la Signora Paola Neri, che volle partecipare a tutti i Suoi alunni fatti accaduti in S. Miniato nel Luglio 1944, negli stessi giorni. Paola ci narrò dei rapporti amichevoli nati fra Lei e Sua sorella con un soldato dell’esercito tedesco. Il ragazzo era stato forzatamente arruolato nelle file dell’esercito dei vincitori, invasori del Suo paese, e con una divisa ed un fucile era costretto a combattere una guerra che non sentiva propria. Le lunghe sere d’estate di S. Miniato avevano favorito il dialogo e la reciproca conoscenza.
              Quella sera, all’ultimo incontro, il giovane si presentò agitato ed impaurito. Narra Paola che iniziò a scongiurarla di non andare alla chiesa grande, il Duomo, ma di andare, insieme ai Suoi familiari, nella chiesa della piazza, S. Domenico. Lui affermò: Lì sarete tutti al sicuro, al momento giusto io taglierò i fili e non succederà niente. Il giorno successivo la chiesa di S. Domenico si riempì, come il Duomo, ma lì non successe proprio niente. Paola e Sua sorella capirono poi il senso pieno delle parole del giovane soldato polacco.
              In guerra si compiono azioni atroci ma anche grandi gesti e questo giovane merita di essere ricordato per la Sua generosità, il Suo altruismo e per la nobiltà della Sua azione. Non ci è dato sapere che fine abbia fatto, salvato o perito, individuato come responsabile del gesto salatore che non a consentito l’innesco delle mine oppure scaltro ragazzo che è riuscito a farla franca. La differenza è il confine fra la vita ed una punizione mortale. Questo racconto di Paola mi ha molto colpito, è una testimonianza di amicizia e speranza in momenti di grande sofferenza.

              Non posso affermare che sia storia, ma non è nemmeno leggenda, è solo il ricordo di uno scolaro che stava sempre molto attento a tutto ciò che la Sua magnifica Maestra cercava d’insegnargli. Confido nell'intelligenza dei pochi lettori e mi auguro che questo mia modesta narrazione non alimenti polemiche.

              I morti in situazioni violente sono deceduti e rimangono tali, bisogna lasciarli riposare in pace. Chi ha il dono di restare in vita ancora per un po’, d’invecchiare, ha la possibilità di pregare ed alimentare la memoria. Io sarei contento se, alla fine della lettura, qualcuno sentisse il bisogno di recitare una preghiera per la mia Maestra Paola e per il Suo amico polacco, arruolato con forza nell'esercito tedesco, che ha saputo comportarsi da giusto.

              La chiesa dei SS. Jacopo e Lucia,
              comunemente detta di San Domenico
              Cartolina segnalataci da Rossano Nistri
              Utilizzo ai sensi art. 70 comma 1-bis della
              Legge 22 aprile 1941, n. 633


              mercoledì 18 giugno 2014

              IL NASCONDIGLIO SEGRETO - Racconto di Alberto Vincenti

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              di Alberto Vincenti

              Dai racconti dei giorni di guerra
              IL NASCONDIGLIO SEGRETO

              Questa storia realmente accaduta ha come protagonisti i miei genitori e mi è rimasta talmente impressa nella mente dalle numerose volte che l’ho sentita narrare e ogni volta con la stessa emozione e partecipazione tali da renderla viva ai miei occhi.
              Erano i giorni che precedevano l’eccidio del Duomo e i tedeschi che stavano progettando di lasciare Samminiato avevano iniziato a rastrellare uomini, per assicurarsi, forse, una tranquilla ritirata al sicuro da eventuali rappresaglie.
              I miei genitori si erano sposati da pochi mesi e mia madre era al settimo mese di gravidanza, così mio padre non volendo lasciare mia madre da sola per andare a trovarsi un nascondiglio nelle campagne circostanti, cominciò a pensare dove farsi un nascondiglio sicuro in casa nel caso fossero venuti i tedeschi per prelevarlo e magari portarlo in Germania.
              La casa dove abitavano era quella accanto alla casa Pancole dove al piano terreno c’era un grande atrio e una loggia con una cisterna d’acqua fresca al centro che veniva estratta con una vecchia pompa a sifone; da li si accedeva in una grande stanza, un tempo utilizzata come scuderia di cavalli, e da li si andava nel giardino con il nespolo, il nocciolo e un pesco che facevano da ornamento e da mezzi di sopravvivenza nei momenti di fame. Dalle fronde dei loro rami filtravano in estate i raggi del sole che formavano strani disegni sui muri che cingevano l’orto. Al piano superiore c’erano alcune stanze alle quali si accedeva attraverso una stretta scala in pietra che si affacciava su un loggiato; nei miei ricordi ci sono ancora quelle mura segrete testimoni di tante sofferenze, il profumo acre della legna bruciata nel camino, l’odore del bucato appena teso e le foto ingiallite in bianco e nero, tutte cose a cui ero abituato, ma che ora appartengono ad un passato lontano.
              In un primo momento mio padre pensò di nascondersi nella cisterna al piano terreno, poi pensò alla soffitta, ma in entrambi i casi sarebbe stato necessario l’uso di una lunga scala per accedervi e che sarebbe stato altresì impossibile nascondere la scala per non creare sospetti nel momento in cui fossero arrivati i tedeschi in casa.
              Fu così che pensò a quella stanza a piano terra, che un tempo era stata una scuderia per cavalli, togliere dal pavimento lastricato una grande pietra e scavare una profonda buca proprio accanto alla parete che dava sul giardino e in più poteva avvalersi di un buco già esistente, che un tempo serviva da scolo per l’urina dei cavalli, per poter avere un po’ d’aria e un po’ di luce.
              Per giorni e giorni mio padre era rimasto chiuso in casa nel silenzio più assoluto, addestrando mia madre a riporre la grossa lastra di pietra sulla fossa scavata con l’ausilio di una corda per poi arrovesciarvi sopra una balla di vetri rotti per nascondere la corda e le fughe intorno alla lastra. Ogni indizio che potesse far supporre la presenza di un uomo in casa era stato rimosso; dal letto matrimoniale era stato tolto un cuscino, la tavola di cucina era sempre apparecchiata per una sola persona e su un mobile c’erano le foto e una lettera di mio zio Guerrino che aveva mandato dalla Germania dove era stato deportato in un campo di lavoro. Capitava nel mezzo della notte di svegliarsi di sobbalzo per il passaggio di un gruppo di soldati tedeschi che con i loro stivali facevano un rumore sinistro sul selciato della strada e il cuore che correva all’impazzata dei miei mentre da dietro uno scurino di una finestra vedevano allontanarsi quei messaggeri di morte. 
              Tutto sembrava procedere tranquillamente, ma a Samminiato ci sono stati anche dei collaborazionisti dei nazisti e militanti del partito fascista che magari non appena finita la guerra si sono messi un fazzoletto rosso al collo; proprio a seguito di una soffiata al comando tedesco, una mattina due tedeschi comparvero all’angolo del Bellorino che con passo deciso si dirigevano verso Pancole. Subito ci fu un fuggi fuggi, gente per la strada che rientrava nelle proprie case… “i tedeschi, i tedeschi…” mia madre che era alla finestra corse da mio padre con il cuore in gola “ ci sono i tedeschi… corri giù…svelto svelto”. In un batter d’occhio mio padre si calò nella buca, mia madre trascinò la lastra di pietra con l’aiuto di una corda e di lui che la sorreggeva dal basso, mentre i due tedeschi cominciarono a colpire la porta col calcio dei fucili “ Aprire porta! Aprire porta!” “vengo…vengo” gridava mia madre mentre arrovesciava i vetri rotti sulla lastra di pietra, e quelli continuavano a colpire la porta con il calcio dei fucili con sempre più veemenza, “arrivo…arrivo…” gridava mia madre mentre correva alla porta con la grossa pancia che gli sobbalzava in petto. I due soldati entrarono senza tanti complimenti e cominciarono a gridare “uomo…dove uomo !” “no, non c’è nessun uomo….sono sola, mio marito è prigioniero in Germania…” replicava mia madre. I due tedeschi, uno più anziano e deciso, l’altro giovane e dall’aria più mite, salirono le scale e cominciarono a cercare in ogni stanza, sotto il letto, nel bagno, mentre mia madre mostrava loro le foto di mio zio e la lettera con il francobollo e il timbro tedesco sulla busta, poi i due scesero le scale e si avviarono verso quella stanza dove era nascosto mio padre. Entrarono, cominciarono a rovistare fra i mobili accatastati, calpestarono i detriti di vetro che si sgretolava sotto gli scarponi e della terra e briciole di vetro cadevano sul collo di mio padre che se ne stava raggomitolato e fradicio di sudore in quella fossa. Poi i due soldati uscirono nel giardino col mitra spianato e mano a mano che si allontanavano dal muro della casa per cercare fra i cespugli e le piante, mio padre vide dal buco di sfiato rasoterra, prima gli scarponi dei due, poi i pantaloni e infine la canna del fucile mitragliatore che diventava sempre più lunga. Alla fine, i due tedeschi parlottarono un po’ fra loro, poi senza dire una parola si avviarono verso il portone di casa, uscirono e se ne andarono.
              Il pericolo era passato ancora una volta, mio padre uscì da quella fossa che poteva diventare la sua tomba e i miei genitori potettero riabbracciarsi.

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