sabato 31 maggio 2014

1944 - UN GIORNO A SAN MINIATO - Racconto di Alberto Vincenti

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di Alberto Vincenti

Dai racconti dei giorni di guerra
UN GIORNO DEL 1944 A SAMMINIATO

Quella mattina l’aria, le cose e tutto intorno era permeato di un’attonito silenzio, mentre le mura delle case attanagliate lungo i pendii di Samminiato, riflettevano l’accecante bagliore del sole che splendeva alto nel cielo; solo il continuo e incessante canto delle cicale rompeva il silenzio su per i colli di antica memoria e la natura che abbondò di spighe e frutti come mai aveva fatto negli anni precedenti, anche essa si era ammutolita.
Quel giorno i soldati tedeschi si accingevano ad abbandonare San Miniato e, per assicurarsi una tranquilla ritirata, rastrellarono uomini e donne che poi furono portati sul prato del Duomo.
Il giorno prima i tedeschi avevano segnato con una croce alcune case per essere minate: questa volta l’angelo sterminatore sarebbe entrato attraverso le porte contraddistinte dal quel crittogramma, come era successo un tempo in Egitto per le case del popolo ebreo, e se questo passaggio aveva rappresentato in passato il passaggio verso la libertà, quest’anno l'angelo sterminatore sarebbe passato con il sacrificio di molti innocenti.
La mattina stessa, un gruppo di soldati nazisti era passato a prelevare dagli scantinati delle vecchie case tutti coloro che vi si erano rifugiati per fuggire agli ultimi orrori della guerra.
Intanto, una pattuglia tedesca arrivava guardinga strisciando lungo i muri con gli elmetti ricoperti di frasche, proveniente dal Pian delle Fornace nella piazza antistante l’Ospedale. Gli americani stavano per arrivare con dei tanks dalla strada del Sasso e il Comandante tedesco ordinò ad una giovane recluta di appostarsi da solo dietro la cisterna de piazza S. Caterina con un Panzerfaust (un lancia granate anticarro) per attendere il primo carro armato Pershing, colpirlo, bloccare l’avanzata degli altri carri e permettere la ritirata del manipolo di soldati tedeschi. In un primo momento il giovane si rifiutò di eseguire l’ordine, ma il Comandante gli puntò la sua pistola e con un ordine secco lo costrinse a rimanere nella sua postazione. I soldati si allontanarono e il giovane rimase in attesa sotto il sole e un po’ per l’elmetto in testa, un po’ per la paura cominciò a grondare di sudore. Visto che i carri americani tardavano ad arrivare, cercò di ingannare il tempo fortificando la sua postazione con delle pietre che si trovavano vicino la cisterna, ma era sempre più pallido pensando che quell’azione gli sarebbe costata la vita. Intanto delle Suore dell’Ospedale lo osservavano e gli facevano cenno di avvicinarsi; un po’ fu titubante poi, ripensando che forse un tank americano non sarebbe valsa la sua giovane vita, abbandonò la postazione, si avvicinò alle Suore che lo aiutarono a dileguarsi disarmato per la campagna, sperando magari di essere catturato dalle truppe alleate.
Intanto i primi soldati americani giunti in paese fecero un bivacco proprio nella piazza dell’Ospedale ai piedi dell'obelisco, aprendo scatolette di carne e cioccolata e gli uomini e le donne del paese, che fino a quel momento erano stati nascosti, cominciarono ad uscire allo scoperto e ad avvicinarsi a quei soldati attratti anche dal dimenticato profumo del cibo e delle sigarette. I tedeschi, portatori di morte e distruzione, ritornavano ora nelle gelide lande, lasciando i corpi della loro gioventù dimenticata venuta a morire in quest’angolo di terra. Allora come in passato, popoli e razze diverse sembravano essersi dati appuntamento in questo crocevia, meridiano di scontri violenti tra invasori e salvatori.

Fu mio padre stesso che assistette alla scena del giovane tedesco da dietro una finestra dell'ospedale dove era sfollato ed aiutante factotum in quel periodo.



San Miniato, Piazza XX Settembre, il pozzo-cisterna
prima dei lavori di riqualificazione (2013-2014)
Foto di Francesco Fiumalbi


venerdì 30 maggio 2014

BICCE BOCCE - Racconto di Alberto Vincenti

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di Alberto Vincenti

Un caro ricordo per 
BICCE BOCCE

Mio nonno Andrea detto Bicce Bocce, nacque a Samminiato nel 1886 nella Contrada di Sant’Andrea da genitori, nonni e bisnonni tutti di origine samminiatese. Era un uomo alto e robusto e fin dalla giovinezza aveva cominciato a guadagnarsi il pane facendo svariati lavori e sopportare la fatica in un ambiente povero e umile tipico di quell’Italia appena nata.
Poco più che ventenne si recò a Fiesole dove trovò lavoro come guardiano del Convento di San Domenico e mi raccontava che i frati domenicani gli avevano dato in dotazione anche una grossa pistola a tamburo, cosa che rimase nel mio immaginario per gran parte della mia adolescenza.
A quell’epoca per salire a Fiesole facevano servizio delle vetture tirate da cavalli e fu su una di queste che incontrò la donna della sua vita. Rosa era fuggita da Bomarzo, un borgo del viterbese, per sottrarsi alla vita dei campi e con il suo carattere risoluto aveva trovato lavoro come domestica presso una famiglia benestante di Fiesole. Dalla loro unione erano nati tre figli, l’ultimo dei quali Paolino, mio padre.
A Samminiato era dura in quell’epoca avere un lavoro che ti permettesse di sostenere una famiglia relativamente numerosa, fu così mio nonno a cui non mancavano audacia e temerarietà, negli anni che precedettero di poco l’inizio della Grande Guerra, si trasferì a Livorno con la moglie e i figli ancora piccoli, dove trovò lavoro come barista in un Caffè del porto.
Mi raccontava che ogni giorno arrivavano navi inglesi e che volevano a bordo del buon vino italiano; i marinai gli dicevano “drink wine…drink wine…” cosa che mio nonno mi ripeteva “trinkesvain…trinkesvain…”, ma con le navi arrivò anche l’epidemia “Spagnola” che in quel periodo a Livorno fece molte vittime; la gente cadeva improvvisamente a terra morta, anche nel Caffè dove lavorava non passava giorno che ci fossero dei morti. La Madonna di Montenero fu esposta sul colle rivolta sulla città e il Vescovo chiedeva incessantemente preghiere ai fedeli per implorare la Vergine la fine dell’epidemia, mentre tutt’attorno la città fu formato un cordone con le guardie perché nessuno potesse lasciare la città per evitarne la diffusione.
Nonostante questo, Bicce Bocce una notte riuscì con tutta la famiglia a varcare la recinzione e tornare a Samminiato.
Fu in questo periodo che cominciò la sua attività di rigattiere fino alla fine dei sui giorni avvenuta nel 1963; andava per le campagne circostanti a raccogliere stracci, rame, ottone, pelli di coniglio e ogni tipo di oggetto antico quando la gente voleva sbarazzarsene svuotando cantine e soffitte.
Negli anni successivi alla Grande Guerra Bicce Bocce, per svolgere la sua attività, si attrezzò di un piccolo carro tirato da un ciuco al quale, ogni mattina prima di partire da casa, gli dava un bicchiere di vino che il ciuco gradiva molto, ma un giorno, forse per una dose un po’ più abbondante di vino, il ciuco cominciò a scalciare, si mise al galoppo e fece arrovesciare tutto il contenuto del carro. Fu così che Bicce Bocce decise di regalare il ciuco e di comprare un carretto con due grandi ruote ma che doveva essere spinto a mano. Quel carretto rosso, è stato per tutta la mia fanciullezza un mezzo di svago e di libertà. Infatti, nei giorni in cui, a causa dei miei problemi di salute non potevo camminare, mio nonno mi caricava sul carretto e mi faceva scorrazzare per il Pian delle Fornace, ai Cappuccini a S. Pietro e alla sorgente dell’acqua Generosa dove ci rinfrescavamo con dei bicchieri d’acqua fresca che ci veniva gentilmente offerta dagli operai della ditta addetti all’imbottigliamento.
A Bicce Bocce non mancava la forza e l’energia per spingere quel carretto, talvolta carico di oggetti da rivendere, per chilometri e chilometri su strade sterrate e polverose come quella volta che, pochi giorni dopo la battaglia di Calenzano del 44, riuscì a smontare e portare a casa due pesanti radiatori di rame di un mezzo cingolato tedesco. 
Durante il ventennio fascista ogni Domenica il Partito ordinava ai giovani samminiatesi di radunarsi al piazzale in camicia nera e sfilare cantando 
“E noi del fascio siamo i componenti…la causa sosterrem fino alla morte…” fu così che quando Bicce Bocce andava per le campagne a fare incetta di rottami, le casalinghe delle famiglie contadine gli dicevano “oh Dreino (così lo chiamavano bonariamente) ma che fame che s’ha… un c’è nulla da mangiare…” e lui gli rispondeva “un vi preoccupate… Domenica scorsa hanno detto che ci danno a tutti un piatto di componenti” e le donne rispondevano “o che sono i componenti ? un l’ho mai mangiati”. Alla fine Bicce Bocce fu richiamato alla Casa del Fascio e gli fu intimato di smetterla di diffondere idee sovversive. Il giorno dell’eccidio del Duomo in mattinata i tedeschi vennero a rastrellare uomini e donne per portarli all’interno della Cattedrale. Mia madre era agli ultimi giorni di gravidanza e io stavo per nascere e un tedesco un po’ meno cattivo, acconsentì ad accompagnare mia madre e mio padre all’Ospedale; mio nonno si accodò a loro ma con l’ordine tassativo che una volta ricoverata mia madre il tedesco avrebbe dovuto riportare i due uomini indietro. Fortuna volle che le suore dell’Ospedale e il dottor Lupi, allora primario, distraessero il tedesco offrendogli anche un bicchierino di Rosolio. Così mio padre si dileguò negli scantinati dell’Ospedale e Bicce Bocce si infilò in un letto con il lenzuolo fino al naso e una papalina in testa fingendosi un malato. Il tedesco un po’ li cercò, poi dovendo rientrare al reparto e temendo i partigiani in quanto era solo, se ne andò.
Quando gli americani arrivarono a Samminiato decisero di occupare una parte della nostra casa e in particolare la camera di mio nonno, così i militari lo sfrattarono e fecero della sua camera un punto di osservazione sull’Arno dove i tedeschi si erano ritirati. La cosa che più infastidì Bicce Bocce fu che i soldati americani gli mangiarono tutti i pomodori dell’orto, le nespole e le pesche, ma dopo pochi giorni arrivò una cannonata tedesca proprio nell’orto che fece saltare in aria un enorme fico. I tedeschi probabilmente si erano accorti dei soldati americani e così cominciarono a cannoneggiare sotto Pancole e anche l’orto di Baggiacco, tant’è che fu colpita la parete della casa dove abitava il Dainelli accanto alle Suore di S. Paolo. La sera stessa i soldati americani lasciarono casa nostra e lasciando pure a bocca asciutta alcune allegre comari dello Scioa che la sera venivano a tenere in allegria i 4 o 5 soldati americani, così mio nonno poté rimpossessarsi della sua camera.
Gran parte del tempo della mia adolescenza l’ho trascorsa con lui sempre presente, pronto all’allegria e sebbene rimasto vedovo a 46 anni il buon umore, la battuta pronta e l’ironia non lo avevano mai abbandonato. Tante le serate passate con lui, le storie, i racconti della sua gioventù i momenti difficili e i suoi insegnamenti di vita accompagnavano le mie giornate.
Indelebile è rimasto in me il suo ricordo e la nostalgia.


San Miniato, via P. Maioli - Sciòa
Foto di Francesco Fiumalbi


LA VITA DEL SEMINARISTA - 02 PARTE - Racconto di Giancarlo Pertici

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di Giancarlo Pertici

San Miniato vissuta tra le mura del Seminario - SECONDA PARTE

Scuola e Studio.. senza soluzione di continuità.. In totale "full immersion" .......... e l'EMOZIONE di un SORRISO donato al quotidiano....
Il tempo dedicato alla scuola e allo studio copriva gran parte della giornata ….. orario scolastico molto simile a quello dalla scuola pubblica. Per i compiti e lo studio avevamo a disposizione … senza possibilità di scelta diversa… quasi 4 ore, in parte prima e in parte dopo l’ora di “Passeggio” …immancabilmente previsto di un’ora.. con qualunque tempo.
Durante l’estate … un sonnellino pomeridiano … e un’ora di studio dopo cena.. prima di andare a letto, quale variante temporanea.
Le aule …giusto sotto la grande terrazza… erano arredate in maniera spartana…. grandi finestre sulla valle di Gargozzi e … riscaldamento “a fiato”. Questo era il vero problema ….l’inverno… e il freddo. Difficile il semplice scrivere con le prime penne Bic in commercio …per l’inchiostro ghiacciato. L’espediente di tenerle in tasca spesso si ritorceva contro il malcapitato … l’inchiostro fuoriusciva danneggiando irrimediabilmente pantaloni o giacca. Stessa sorte toccava spesso alle bottigliette di succo di frutta, riempite di olio per condire. Nel silenzio della cappella si sentiva il classico rumore del vetro che si schianta …(“Oddio!... poveretto!”)..sguardi di compassione verso chi usciva in fretta nel gesto impotente e tardivo di stringere a se le tasche dei pantaloni….non senza aver chiesto prima il permesso e ottenuta quindi l’autorizzazione ad uscire. Il freddo regnava da padrone anche negli Studi di ogni Camerata. I rimedi escogitati …. i guanti.. intabarrati nei berretti di lana…sciarpa e mantella… di quelle che usavano i giovani “balilla” nel ventennio in un clima di condivisione e complicità… cameratesca.. per dei ricordi… come definirli? Unici

Pietro (un nome di fantasia qualsiasi per rispettarne l’anonimato) …compagno di studi,… di Santa Croce. Le sue manie … piacevoli manie … erano sotto gli occhi di tutti. Soffriva di una forma di sudditanza … di un imprecisato senso di colpa … di inferiorità. Oggi potrebbe sembrare l’ispiratore di quel personaggio di Panariello “Lello Splendor” che terminava e iniziava ogni frase con “scussa.. scussa”. Quando giocavamo a pallone, se vinceva un contrasto ti chiedeva “scussa… scussa”, sempre, figuriamoci quando ti pestava un piede. Era diventato un intercalare che accompagnava ogni sua frase, in maniera istintiva. Aveva sempre qualcosa di cui scusarsi. Metteva in atto espedienti impossibili…. per risparmiare… anche l’aria che respirava. Aveva imparato a scrivere sullo stesso foglio più volte, quasi all’infinito, utilizzando con arte quella magica penna biro di 10/12 diversi colori iniziando dal più chiaro per finire con il nero. Escogitava ogni uso per recuperare quella pagina ad altro utilizzo pur di non gettarla via. Tentò con scarsi risultati anche di scrivere in “brutta copia” sulla carta igienica, quella scadente prodotta in quel periodo. Carta che non usavamo nei nostri cessi… attrezzati invece di comodi ritagli di quotidiani… infilzati dentro un filo di ferro appeso alla parete di ogni bagno. La complessità del personaggio era evidenziata anche dall’abbigliamento particolarmente scarso… o era in ritardo la mamma.. o era in anticipo lui perché indossava sempre una o due taglie in meno. Pantaloni a mezzi stinchi … maniche che non arrivavano mai a sfiorare i polsi. Buffa la postura a cui si costringeva per tirentare continuamente le maniche nel vano tentativo di coprirsi al meglio i polsi …le braccia ripiegate ad un innaturale angolo retto per facilitare la presa.
Un professore che è rimasto nella memoria e nel cuore di molti …il Canonico Agnoloni . Insegnava a modo suo la Geografia. Con la sua vespa Aveva fatto il giro di tutta Europa… più volte.. gli mancavano solo i paesi della Cortina di ferro. Arrivava ancora in seminario con la sua bicicletta da corsa facendo il percorso da San Lorenzo fino in centro a San Miniato. Da questa sua conoscenza dell’Europa attingeva notizie, aneddoti, usi e costumi che ci raccontava con dovizie di particolari. Mi ricordo …in autunno … iniziò la lezione informandoci che il Primo Uomo era andato nello spazio. Io credevo che nello spazio avessero iniziato ad andarci già da tempo con il primo aereo. Ci spiegò dell’atmosfera terrestre, della gravità, della velocità di fuga mentre ci raccontava dell’impresa del primo uomo, un sovietico di nome Gagarin. 
Ma non tutti i professori erano dei preti. Ricordo con affetto il Maestro Guidi … insegnava matematica anche nella scuola pubblica…. breve parentesi … morì prematuramente all’improvviso. Eppoi l’Educazione Fisica… pur in mancanza di una palestra. Il magazzino sottostante il parlatorio, rimesso alla bene meglio fungeva…. alla bisogna… senza attrezzi. Possibili solo esercizi elementari anche in assenza di un vero spazio all’aria aperta. Come professore fu chiamato uno studente universitario che giocava a Basket nella squadra cittadina “Etrusca Basket” …. campo di Gara il Piazzale Dante Alighieri e il suo rettangolo in cemento: Alberto Senesi. Cercò di introdurci agli elementi base del Basket. Mi ricordo ancora come si dovrebbe palleggiare.. anche se non ci sono mai riuscito correttamente.
Sembrava senza soluzione il problema del riscaldamento, quando una graditissima donazione da parte di una parrocchia ci fece pervenire tante stufe a legna quante erano le aule. Alla finestra di ogni aula fu fatta una modifica inserendo il Tubo di scarico dei fumi e in men che non si dica le Warm Morning (se mi ricordo bene si scriveva giusto così) erano pronte per entrare in funzione. Era l’inverno 62/63. Mancava però il più e il meglio: il carbone o la legna da ardere. E le stufe rimasero spente fino a dopo Natale. All’improvviso, dopo che per diverse notti si erano sentiti in lontananza e in piena notte strani rumori .. il battere di un martello …il frinire di una sega a mano…lontani quasi giungessero dalla casa di contadini sottostante. All’improvviso apparvero delle cassette piene di tavolette.. mezze verniciate di nero.. accuratamente tagliate della stessa lunghezza, giusta per le Warm Morning. Nessuno ne sospettò la vera provenienza pensando ad altro lascito della stessa parrocchia. Bastava controllare il magazzino retrostante il Teatrino, in parte occupato da una stiva impressionante di scarpe tutte spaiate raccolte invano in occasione dell’alluvione del Polesine del 52, e la catasta dei vecchi banchi di scuola che un benefattore l’anno prima aveva sostituito con moderni banchi con il piano di formica.. Nessuno si curò dell’accaduto e tutti quei banchi si tramutarono in fumo… e non solo: il venerdì… tra la cenere… mettevo la mia aringa alle uova.. a cuocere verso le 11 per portarmela a tavola all’ora di pranzo. Andò sempre tutto liscio fin quando Don Luciano Marrucci insospettito dallo strano odore, per nulla persuaso dai miei tentativi di sviare altrove la sua attenzione, scoprì l’aringa nel vano cenere e la sequestrò. 
Il Latino.....materia principe in Seminario per merito di Mons. Stacchini ottimo insegnante di Latino, oltre che il Rettore ...... con lui impossibile non impararlo e non amarlo… partendo dall’analisi logica che era la premessa indispensabile al Latino. 
Interrogazione alla lavagna: Viene chiamato ad eseguire un esercizio Maurizio (altro nome di fantasia per rispettare l’anonimato) da Castelfranco di Sotto. Come dimenticarlo? Era già “famoso” allora tra noi ragazzi di quella prima media. Sempre sotto la nostra stretta sorveglianza … mentre mangiava di tutto compulsivamente .. per rimediare alle carenze in qualità e quantità del rancio. Quando non si trovava… certo! .. era nascosto da qualche parte.. dentro un cesso, a fagocitare qualche merenda “recuperata” dall’armadio… non certo quella sua …esaurita sempre nel giorno stesso in cui lo avevano rifornito da casa. … “Facciamo degli esempi di verbi transitivi e intransitivi” esordisce lo Stacchini. “Fammi l’esempio di verbo transitivo”… ripete … “forza fammi un esempio” … Non avendo segni di risposta, lo Stacchini lo incalza e detta… “Il Cavallo tira il Carretto”. E Maurizio con il gesso, occupando tutta la parte alta della lavagna, trascrive la frase dettata. “Notiamo che si tratta di un verbo transitivo e della forma ATTIVA” è la spiegazione del professore “Ora riscrivi l’azione nella forma Passiva” - “La so…” sembra esprimere il sorriso compiaciuto di Maurizio….corporatura imponente, il più grosso di tutti, a oscurare la visuale … mentre riscrive la frase passiva richiesta. Mano veloce … tratto sicuro …caratteri grandi …in corsivo … Ecco alla luce la Frase Passiva di Maurizio
“ IL CARRETTO TIRA IL CAVALLOLLO” .
Mi vengono le lacrime agli occhi anche a distanza di oltre 50 anni, troppo bello lo sforzo del carretto che tira il Cavallo e, ciliegina sulla torta a tenere gli occhi strizzati dai crampi alla pancia per il gran ridere, il CAVALLOLLO. E’ un nomignolo che gli è rimasto addosso … tra “preti mancati” di quel periodo Maurizio è e resta il Cavallollo.


Luglio 1958, il giorno della Prima Comunione
a Gli Alberi (Montaione) - in attesa di entrare 
in Seminario a partire dal 1 Ottobre.
Collezione di Giancarlo Pertici 



giovedì 29 maggio 2014

DILVO LOTTI – CONFERENZA DI LUCA MACCHI – SABATO 31 MAGGIO 2014 – ORE 17

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Sabato 31 maggio 2014 – ore 17 – San Miniato, Sala del Bastione

Conferenza a cura di Luca Macchi, sul tema:

Dilvo Lotti, pittore di natura e di cuore”
Il ricordo dell'uomo e dell'artista nel
centenario della nascita 1914-2014

Evento patrocinato da Regione Toscana, Comune di San Miniato, Sistema Museale di San Miniato, Valdarno Musei, San Miniato Promozione, Accademia degli Euteleti della Città di San Miniato.

Ingresso libero. Per info e dettagli:
Sistema Museale: 348-7187908 sistemamuseale@comune.san-miniato.pi.it
Uff. Cultura: 0571-406700 cultura@comune.san-miniato.pi.it




mercoledì 28 maggio 2014

LA VITA DEL SEMINARISTA - 01 PARTE - Racconto di Giancarlo Pertici

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di Giancarlo Pertici

LA VITA DEL SEMINARISTA
Dal 1650 la Diocesi di San Miniato ricava dalle mura perimetrali della cittadella alcune aule da destinare a Seminario, spazi già utilizzati per botteghe artigiane.
La mia non vuole essere una ricerca storica... rappresenta solo un'esperienza vissuta in un determinato momento, dal '58 al '63, con un personalissimo punto di vista. Si tratta di piccoli ricordi, alcuni flash o aneddoti rimasti nella memoria ... questi ... più di altri ... con affetto e riconoscimento per un'esperienza spirituale e umana che mi ha accompagnato fino ad oggi. L'auspicio è che altri, "preti" o "preti mancati" portino i loro ricordi con foto e storie. La vita del Seminario è stata nel tempo strettamente legata allo sviluppo sociale e civile della nostra Città per i personaggi che ne sono usciti, preti o no, per l'impronta che nel tempo ci ha consegnato a noi la San Miniato che viviamo.

San Miniato vissuta tra le mura del Seminario - PRIMA PARTE

Può sembrare strano come certi ricordi restino impressi nella mente mentre di altri non ne rimanga traccia alcuna. Credo si tratti di un meccanismo simile o assimilabile all’istinto di sopravvivenza che ti fa ignorare o accantonare certi episodi mentre altri te li riporta alla mente … mondati … rivisti.. purgati. Tra questi un sabato pomeriggio di tanti anni fa: 23 marzo del ’63 …ore 15 del pomeriggio. Appena uscito dalla porta principale del Seminario per non tornarvi più dopo una permanenza di cinque anni… mia madre sa già che ho rinunciato a farmi prete .. in attesa della reazione di mio padre …. ora che si era abituato all’idea di venirmi a suonare le campane!
La cosa più buffa, sì! …strana! E’ che non riesco più …a camminare da solo per la strada, abituato come sono ad uscire in gruppo, sempre in fila indiana. O cammino troppo piano o troppo veloce. Oltre il Comune davanti alle scuole, …. prima al centro della strada ….poi a rasentare il muro. In lontananza odo delle grida … sono quelle di gioia di mia sorella Maurizia e delle mie cugine.
Ma, come una storia che tale vuole essere, cominciamo da capo, da quell’agosto del 1958 quando tutto ebbe inizio! Ed iniziò come una vacanza.. anzi! Con una vacanza … in montagna col seminario .. potevano partecipare anche i nuovi iscritti. Fu proprio da Prataccio, nella colonia di Cecafumo che iniziai la nuova vita da seminarista in San Miniato insieme all’amico Alberto, noi che in San Miniato vivevamo già. Alberto nella parrocchia di Santo Stefano io in quella di Santa Caterina.
Esperienza in colonia gradevole ma non priva di impegni …. la messa ogni mattina… il rosario nel pomeriggio … momenti di preghiera lungo l’arco dell’intera giornata. Con il vantaggio, il mio, dell’esempio e dello stimolo costante del mi’ nonno Nuti; nonno di Stoppa come si definiva lui. Mi aveva abituato alle mie “devozioni”, lui uomo di altri tempi (nato nel 1871), sia prima di dormire che al momento di alzarsi. Tra queste una preghiera a San Giuseppe del quale era particolarmente devoto … e che ancora ricordo e canto.
Giuseppe rimirate la povera anima mia, nella diletta via fate ch’io ponga in piè, e quando sarà l’ora del mio fatal periglio, chiedete al caro figlio amor pietà e mercé”
A mia madre chiedeva, quasi un comando “Cambiami il puttero che lo porto alla messa”. E mi portava alla messa ogni domenica nelle prime panche, qualche volta anche al “Pontificale” delle 11 in Domo. Non mancavamo mai alla novena di Natale nella Chiesa di San Paolo o al maggio in Santa Caterina.
L’inizio dell’anno fu traumatico. I primi giorni …. niente scuola …solo silenzio… impossibile la conoscenza reciproca di ragazzi del tutto nuovi: era la settimana di “ESERCIZI SPIRITUALI” Overdose di ..Preghiere, … meditazioni, …di omelie… nessuna pausa. Silenzio assoluto, anche durante il pranzo e la cena, … atmosfera quasi irreale, e… colonna sonora… la lettura a turno della vita dei santi e del “Martirologio”. Settimana lunghissima che ci trovò pronti tutti, eravamo una camerata di 25, ad esplodere ….. quando ci venne consegnato il primo pallone … erano finiti gli esercizi spirituali. Potevamo correre liberi anche di gridare nonostante un misero campetto in terra battuta tutto cosparso di pietre e macerie..
Ricordo ancora alcuni nomi e alcuni volti, mentre altri si sono dissolti nel tempo. Eugenio veniva da Fabbrica di Peccioli e aveva il letto accanto al mio, che conservò pur nelle diverse camerate negli anni successivi. La camerata mi sembrava una reggia… per luminosità …rispetto a casa mia dalle camere buie. Solo la camera che condividevo con Nonno Nuti aveva una finestra. Finestra che prendeva luce ed aria, lassù a due metri di altezza, da un tetto laterale. Ognuno aveva un piccolo armadietto che fungeva anche da comodino, a segnare lo spazio tra un letto e un altro. I letti lungo le pareti ed un ampio corridoio centrale. La Camerata, quella dei “Piccoli”, intitolata a San Luigi era posta al primo piano della parte a destra del complesso stesso. Quella costituita da due soli piani fuori terra con, di lato, lo scalone di accesso alla terrazza che si erge sopra la porta Toppariorum. In dotazione alla camerata due grandi armadi: uno per le scarpe e un altro per le merende. Da un lato la stanza dei WC (tre bagni con turca) e dall’altro lato il reparto docce e lavandini. Il clima apparentemente sereno, si fece pesante nella giornata del 9 ottobre, quando non avevamo ancora preso confidenza con gli spazi, e nemmeno con le regole. Era morto Papa Pacelli: Pio XII. Mi venne a mente che solo alcuni mesi prima le suore di San Paolo mi avevano fatto scrivere di pugno una lettera al Papa con la richiesta di una macchina da scrivere. Macchina che era arrivata giusto pochi giorni prima del mio ingresso in seminario.
Di lì a pochi giorni mi buscai una bella bronchite, come sentenziò il Dott. Bellini, dottore del Seminario. Ero ancora a letto quando il 28 arrivò la fumata bianca quindi l’annuncio “Abemus Papam”. Mons. Roncalli da Sotto il Monte diventava Papa con il nome di Giovanni XXIII.
Era così cominciata la nuova vita, ricca di sorprese, ma anche di disagi, di sacrifici, come di regole nuove: tante regole diverse per stabilire.. cosa… quando… dove… come… perché … di ogni momento della giornata. Nessuna possibilità di libera scelta, anche per i bisogni essenziali come quelli elementari .. senza il “permesso” non si poteva andare neppure al cesso. Come dimenticare durante un’ora di latino, nel secondo anno, sotto interrogazione alla lavagna, … quando me la feci addosso per merito del prof. Busdraghi (se ricordo bene il nome) parroco di San Quintino e prof. di matematica.
Una campana scandiva la giornata iniziando già alle 6 a far sentire i suoi rintocchi, accompagnata da una scampanellata infinita …..fine del sonno e dei sogni. Potevamo aprire gli scurini delle finestre esposte verso Gargozzi, ma guai ad affacciarsi alle altre che davano sulla piazza del Seminario! Ogni mancanza poteva essere segnata e punita con ..“il silenzio”…o… “il senza gioco”: Il primo vietava sia di parlare con chicchessia, eccetto che a scuola se interrogato, sia di partecipare a qualsiasi gioco o svago di gruppo. Il “Senza gioco” era una punizione… ridotta … ti consentiva comunque di parlare. La prima mattina mi chiesi … anzi chiesi ad alta voce “dove c’è da andare?”. La risposta era ovvia: da nessuna parte! Dovevamo comunque prepararci per andare a scuola distanza 50 metri …. alle 8,30. Con un canovaccio consolidato nel tempo, forse vecchio anche di qualche secolo, la giornata cominciava con il riordino del proprio letto, l’igiene personale, del viso, dei denti. Alle 6,30 in doppia fila, costeggiando i lunghi corridoi attraversavamo tutta l’ala centrale del seminario per giungere al lato estremo della Piazza …la Cappella e le sue panche di legno. Momento della meditazione!!! … occhi segnati dal sonno e momento personale di riflessione con l’aiuto di libretti e/o pubblicazioni. Durante l’inverno, avvolti nella mantella di lana pesante, restavamo combattuti tra sonno e freddo. Tra le camerate girava il canovaccio di una rivista musicale mai messa in scena “La Vita del Seminarista” in chiave tragicomica e con una forte connotazione di autoironia … su regole e abitudini. Questo dovrebbe essere, vado a memoria, il canto che accompagnava l’ingresso in Cappella: “Quando si va a far la meditatio, qualcuno pensa anco ad Orazio, qualcuno va su una costellatio e così se ne va meditatio. Ma perché far così? Sarebbe meglio stare a dormir! Tra “preludi” “colloqui” ed “affetti” chiudiamo i libretti e schiacciamo un bel pisolin”
Si giungeva così al momento della Messa, in latino, “introibo ad altare dei” etc.. che durava una mezz’ora quale liturgia feriale, senza omelia. Subito dopo la Prima Colazione avara in quantità e qualità!! Eravamo tutti vittime della febbre di cui soffriva la Diocesi, febbre alimentata dall’economo Don Cheti, tutta presa come era dalla costruzione della Stella Maris. Se risorse c’erano venivano usate sempre e soltanto per Calambrone, mentre mancavano quando c’era da approvvigionare la dispensa del Seminario. I risultati si vedevano già al momento della colazione del mattino. Anche in questo caso non c’è bisogno di sforzi di fantasia per descrivere o dare un’idea … basta trascrivere, se ben ricordo, il brano musicale della rivista anzi detta: “ Si va al refettorio.. fettorio, ti danno la colazione.. lazione, un bricco di CaffeLatte un altro di CaffeNero che quando le senti dici è Pozzonero, .. è vero… è vero…”
FINE PRIMA PARTE.


Agosto 1958 - Aspiranti seminaristi a Cacafumo
Il primo dietro a sx Giancarlo Pertici
Collezione di Giancarlo Pertici 



Ottobre 1958 - Gruppo della camerata dei piccoli
ritratti nel "cortile" che serviva anche da campetto per il calcio
In piedi al centro Giancarlo Pertici.
Con Norberto Pandolfi e Alberto Cheti
Collezione di Giancarlo Pertici



martedì 27 maggio 2014

DON EUGENIO BELLAVEGLIA - Racconto di Giancarlo Pertici

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di Giancarlo Pertici

Festeggiamenti in onore di Don Eugenio Bellaveglia, parroco di Santa Caterina, in occasione dell'anniversario (il 25°??) di Sacerdozio. L'anno approssimativo potrebbe essere il 1960. Qui è ritratto nell'ingresso della Canonica in ascolto di una dedica particolare della comunità parrocchiale per voce del "seminarista" Giancarlo Pertici (il sottoscritto).
Compiaciuto e sorridente don Giuseppe Benvenuti in quella occasione Vice Rettore del Seminario Vescovile. In primo piano con tanto di ermellino il Canonico della Cattedrale Mons. Ernesto Balducci ed anche parroco di Santo Stefano. Dietro al seminarista, vestito con una semplice "cotta" sopra l'abito talare don Giuseppe Mannucci allora parroco di Marcignana. Nello sfondo si nota, giusto dietro a Don Mannucci, il parroco della SS. Annunziata, Mons. Vezzi (se ricordo bene il nome) e sullo sfondo il Frate Cappuccino quale assistente spirituale dell'Ospedale.



L'immagine dei festeggiamenti
Collezione di Giancarlo Pertici



NONNO NUTI - Racconto di Giancarlo Pertici

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di Giancarlo Pertici

Adolfo Nuti, conosciuto da tutto semplicemente come Nuti, non è stato un personaggio "particolare" della San Miniato del Dopoguerra. Ma ha lasciato una sua traccia indelebile in molti, in me sopratutto. Giunto da Firenzuola come profugo dalla figlia, durante l'ultima guerra, non se ne è più andato. I più lo riconoscevano quando per San Miniato girava sempre in compagnia di un bambino, mano per la mano: il sottoscritto. Un rapporto il nostro come quello che si instaura tra nonno e nipote: un rapporto del tutto speciale. Il racconto che ne ho tratto vuole essere solo il resoconto di ..."una quotidianità semplice, essenziale, vera, pervasa dal piacere si esserne responsabili ... dove la regia è affidata ai sentimenti.. " per TRASMETTERE QUELLE EMOZIONI CHE ANCOR OGGI NEL RACCONTARE PROVO.... Buona Lettura

NONNO NUTI – un nonno “di stoppa” tutto speciale.

Per me c’è sempre stato, non è stata una conoscenza o una conquista. Sono nato ed era li che mi aspettava e mi ha condotto per mano fino “da grande” senza abbandonarmi mai. Quando mi ha lasciato nel ’67 e ero alla soglia del diploma, lo ha fatto in punta di piedi con una contagiosa serenità il cui ricordo mi emoziona. “Sono vecchio, ho 96 anni, e sono tanto stanco. Se non è oggi sarà domani e il signore mi chiamerà a se!”. Era questa la sostanza del suo saluto della mattina quando, pronto per andare a scuola, passavo di camera sua per dargli un bacio e per vedere come stava. Dormiva tutto il giorno, apriva gli occhi solo quando sentiva il mio passo di ritorno da scuola. Poi la fine, dopo giorni non di agonia quanto di un costante dormiveglia in attesa cosciente. Era all’inizio del pomeriggio, ero da poco tornato da scuola, vicino al suo letto c’era la figlia Corinna e mia Mamma. ” Eda! Corinna.” Ha chiamato “..ci siamo” ha sussurrato. Ha allungato loro le mani, e le mani strette tra quelle di sua figlia e di mia mamma è spirato.
Quando qualcuno muore non posso non pensare a lui e alle sue ultime parole, e a quei giorni di quaresima. Gli mancava un “uovo benedetto” per completare 8 dozzine e il prete, il Bellaveglia, visto che mancavano troppi giorni a Pasqua, gli benedisse un “Uovo” apposta per lui. Lo ha tenuto alcuni giorni sul comodino e ogni tanto lo guardava, ma non ce la fece neppure ad assaggiarlo. “Mi prenderanno anche se con un uovo in meno”. Mi lasciò anche con una promessa. “Torno per darti i numeri” mi aveva detto più volte e anche in quei giorni me lo ripeté perché non me ne dimenticassi, come il consiglio che mi dava sempre per il LOTTO: “Bisogna giocarli almeno 4/5 volte di seguito”. Fu di parola nonostante un anno particolarmente burrascoso, per la crisi irreversibile del matrimonio dei miei, quando ci trasferimmo a Marina di Pisa. Mi apparve in sogno, mi dettò una quaderna dicendomi “Ora svegliati e segna subito questi numeri e giocali sulla ruota di Firenze”. Mi svegliai di soprassalto, la scrivania a fare da testata al letto alla turca ,e carta e fogli a portata di mano. Unico dubbio nella trascrizione tra il 74 e il 47: optai per il 47. Nel frattempo mio padre ci aveva abbandonato senza sostegno, ma con sacrificio ogni sabato con mia madre andavo a Pisa a giocare la nostra quaderna. Lo facemmo 4 volte di seguito, senza risultato. La quinta settimana, senza una lira in tasca, quando avevamo abbandonato il gioco, sulla Rota di Firenze uscì proprio quella quaderna. Non l’ho più sognato il mi’ Nonno Nuti! Deve essersela presa veramente a male!
Tutto era cominciato con un tutoraggio speciale quando mia madre rimase incinta di me. Le nozze affrettate e il Nuti quale testimone di Nozze. Fu così che la mia famiglia andò ad abitare dalla Signora Corinna, giusta vicina alla quale mia nonna Livia si era raccomandata “Cerchi di aggiustare una camera a questa mia figlia”. Ed una camera all’ultimo piano fu tutta la mia prima casa mentre condividevamo la cucina con Corinna e con gli altri familiari: Nonno Nuti e la sua vera nipote. (Ines - la mia Tata - oggi di 91 anni). Fu quindi un incontro casuale, ma fu anche attrazione reciproca … a tavola, nell’orto, a giro per San Miniato, in Chiesa,….in qualunque momento. Non mi ricordo un momento senza di lui. Ma il momento più coinvolgente fu quando cominciammo a dormire assieme. La mia famiglia cominciò ad abitare un piccolissimo appartamento con cucina e Bagno, mentre era nata anche mia sorella Maurizia e mancava il posto per dormire. Era la nostra camera ..il letto da una piazza e mezzo … le testate di bandoni … il comò con dentro l’orinale, il canterale ai piedi del letto … l’ Uva appesa ad appassire ai correnti del soffitto..
Io mi coricavo ben prima, appena dopo cena. Mio Nonno mi raggiungeva dopo aver giocato la sua partita a carte e mi portava sempre la sua “vincita”. Ero convinto che non perdesse mai. Con lui era tutto un gioco, quasi una recita dove c’erano vari personaggi, ma non molti poi! La notte era “La Vecchina”. “E’ passata la vecchina” mi diceva “ dormivi e ti ha lasciato un cavalluccio”. L’odore distintivo dell’orinale, come pure quello della tintura di iodio che spesso gli spennellavo sulla schiena, facendoci anche dei disegni, contro i dolori non mi davano fastidio. Facevano parte di lui e di me come la sua l’ernia inguinale di cui soffriva, che quando gli usciva e da solo non riusciva a rimetterla a posto l’aiutavo anche con coscienza. Di giorno, quando mi prendeva in collo e mi faceva “staccia Buratta” mi raccontava le avventure e le disavventure di Tonino, del quale mi ricordo solo il nome. Storie che mi affascinavano, e delle quali ne chiedevo sempre di nuove. E lui mi accontentava narrandomi tante situazioni diverse.. sul lavoro, al mercato, alla mescita, a scuola, in treno… . Oggi sono convinto che per lo più parlava di se. Ma poi c’erano dei momenti seri nei quali mi parlava effettivamente della sua vita: lui ragazzo del 1871. Nella mia mente avevo più volte immaginato la sua Firenzuola e la sua bottega di Calzolaio assieme al babbo ed anche la Trattoria che da grande tirava avanti con la moglie. Mi raccontava dello “Scoppio del Carro” a Firenze, per il quale si faceva a piedi tutto il passo.. non so quale se quello della Futa o quello del Giogo. Me lo raccontava nei particolari, dall’addobbo del carro, al percorso della Colombina, dalle persone presenti, al tempo, agli amici, alle previsioni per il nuovo raccolto etc... Infine i bombardamenti della guerra e la casa con la trattoria rasa al suolo con la morte della moglie e il suo trasferimento a San Miniato dalla figlia Corinna, vedova di un carabiniere.
Quando poi ci si alzava da letto la giornata cominciava con le “devozioni”, come lui le chiamava, preghiere che solo lui mi ha insegnato, dalla Ave Maria al Padre Nostro, all’Angelo Custode. Ma la sera prima di dormire era il momento di una preghiera particolare a San Giuseppe, del quale era particolarmente devoto, forse proprio perché anche lui “Di Stoppa” come Padre, come pure lui di “Stoppa” come nonno. E’ una preghiera che anche sua nipote, quella di cui era Nonno vero, Ines rammenta ancora e che abbiamo recitato assieme uno di questi giorni: “Giuseppe rimirate la povera anima mia, nella diletta via fate ch’io ponga in piè, e quando sarà l’ora del mio fatal periglio, chiedete al caro figlio amor pietà e mercé”.
E’ lui che mi ha sempre condotto a messa, al maggio, al vespro, alla novena di natale, a volte anche al “Pontificale” delle 11 in Duomo, crescendomi come cristiano. Aveva sempre il sorriso sulle labbra e non disdegnava lo scherzo, la “celia” come diceva lui. A volte faceva finta di “segnarsi” scherzando sul suo essere Nonno dicendo ed eseguendo il segno di croce. “ Nel nome del Palco, dei Fichi Secchi, La Nonna di Stoppa la fila pennecchi” , e concludendo con una risata che si tirava dietro anche la mia.
Poi c’erano momenti di grande festa per noi, quando ci sentivamo effettivamente liberi del nostro tempo e dei nostri spazi: l’Estate. Corinna con figlia e nipote partiva per il mare: un lungo periodo a Torre del Lago. Pochi potevano permetterselo in quegli anni 50. La mattina era dedicata soprattutto alla cura dell’orto: c’era da annaffiare, c’era da togliere le erbacce, da cogliere la verdura, da dare il bottino su e giù in un orto di oltre 100 scalini, proprio contiguo a quello delle suore di San Paolo. Poi veniva il momento del pranzo: spesso uova delle galline, oppure conigli che lui allevava e tutta la verdura che volevamo. Il pomeriggio in giro a piedi fino a Cadenzano o fino alla Scala, altre volte al Camposanto …. e sempre il momento della merenda …ospiti di qualche amico, di qualche contadino o conoscente.
La domenica cominciava con il consueto rituale del vestito della domenica. “Cambiami il puttero!”. E mia mamma mi agghindava a festa e per mano a nonno Nuti andavamo per prima cosa alla messa delle 9: prima panca. Poi si andava “di là”, in centro per la “salita del Bagagli” con qualche sosta forzata per via dell’ernia e degli anni. Una piccola sosta per una prece alla chiesa della Misericordia e quindi in piazza San Domenico. Nel momento in cui usciva la messa e tutta la piazza era occupata soprattutto da contadini venuti allo scopo in città, per perfezionare gli affari avviati il martedì precedente al mercato, ma anche da chi vi incontrava amici e conoscenti, i quali a loro volta si fermavano andando ad ingrossare un ingorgo senza soluzione. In questa confusione io coglievo l’occasione per salutare il mio Zio Romanello, barbiere in piazza insieme al Visino. Zio che mi allungava sempre qualche moneta, anche 50 lire a volte. Poi il nostro Giro arrivava al Bar del Corri, l’unico che ci dava, invece di un gelato da 10, due gelati da 5 lire. Quindi seduti sugli scalini consunti di palazzo Roffia, ora sede della banca, un cono in mano mia e l’altro in attesa nella mani di mio nonno mi gustavo i miei gelati sotto lo sguardo e i saluti dei passanti. Rito che si ripeteva ogni domenica mattina. Il pomeriggio poi ritornavamo insieme “di là”. Al circolo della Misericordia nonno Nuti si fermava a giocare a carte. Io andavo invece al Cinema Italia sotto i chiostri dove incontravo sempre mia cugina. Al termine ripassavo dalla Misericordia per fare ritorno a casa all’ora di cena. Una volta riuscì, nonostante le perplessità dei miei zii, a portarmi con se in un suo viaggio a Firenze, con la Corriera. Arrivo in Piazza Santa Maria Novella e colazione con trippa ad una botteghina vicino alla fermata, poi ad un ristorante per il pranzo dove si fermava spesso fino a prima della guerra nei suoi viaggi da Firenzuola. Mi ricordo la sua delusione nel trovare cambiata la gestione, i camerieri, il menù …nessuno che si ricordasse di lui e di quelli di cui mi aveva raccontato. Io quasi quasi avevo speravo di conoscere Tonino.
Quando venne per me il momento delle decisioni (abbastanza presto con i miei 11 anni) ed entrai in Seminario per studiare e diventare prete, terminò forzatamente questa piacevole “convivenza” e mi dovetti adattare al lettino alla turca a una piazza del Seminario. Ma mai si interruppe il nostro rapporto. Sabato e Domenica pomeriggio, nel momento del passo, trascorrevamo quell’ora a raccontarci tutte le ultime novità, lui di casa e dell’orto e io del Seminario, degli amici, dello studio. Non mancava mai di portarmi o farmi avere i primi baccelli dell’orto. Ogni pomeriggio faceva la posta durante l’ora del passeggio per capire se era il mio gruppo che sarebbe passato. Allora andava in camera sua e mi attendeva con un suo fagottino di dolci o di primizie dell’orto. Alle 10 di ogni domenica mattina arrivava in Duomo in tempo per il mattutino e per il successivo Pontificale. Non ne ha perso uno in 5 anni sedendo sulla prima panca per vedermi direttamente mentre pregavo e cantavo. Quando a 17 anni uscii di seminario e portai a termine gli studi per il diploma, avevamo un incontro fisso tutti i giorni. Bar Tabacchi di Mandolino ci giocavamo il caffè con una partita a “Ventuno”, lui in coppia con Eliseo ed io in coppia con Rosario mio compagno di studi. Mentre si mantenne come rito il saluto di ogni mattino prima di andare a scuola e la buona notte prima di andare a letto: oramai dormivo da solo. Ma non sarei quello che sono se non lo avessi incontrato, fiero di essere conosciuto e additato come suo nipote anche se “di stoppa”.
Mi rammento con struggente emozione e malinconia quella volta, l’unica, che ho potuto riportarlo nella sua Firenzuola appena avuto la patente. Era la primavera del 1966 ed un timido sole ci accolse sulla piazza centrale di Firenzuola che mi apparve molto simile all’immaginata. Addirittura la vecchia trattoria, ricavata nelle medioevali mura, era identica a quella pensata mentre seguivo i suoi racconti, come spesso me li proponeva la notte nel nostro letto, a occhi chiusi e a luce spenta. Tutto inamidato dentro le sua scarpe buone dalle suola parlanti e cigolanti, così rigide che sembrava impedito nel camminare. Era anche l’emozione di trovarsi sulla sua piazza e addirittura sentirsi chiamare “Ma quello è il Nuti”, e un altro “Non è possibile che sia sempre vivo” e così via fin dentro il Bar e poi nel Ristorante per emozioni irripetibili ed impagabili. E lui, il Nuti, a chiedere notizie di amici e conoscenti i più sconosciuti e da tempo scomparsi.
Capisco bene quello che può provare un nonno e muoio dalla voglia di provarlo di persona. Quando penso all’aldilà mi immagino comunque mio Nonno Nuti in attesa ….e quanto deve far confondere San Pietro perché non riesce a stare al suo posto! un po’ come Epulone che voleva per forza tornare ad avvisare i fratelli sull’esistenza dell’inferno. Mi immagino quanto avremo ancora da raccontarci di questi ultimi 50 anni anche se io non ho particolare fretta e sono anzi felice di accumulare altro materiale da raccontargli. Prometto che lo farò …. spero che me lo facciano fare…… se quello è il paradiso!


Adolfo Nuti
Collezione di Giancarlo Pertici



LA MIA GUERRA - Racconto e testimonianza di Manlio Pertici con introduzione di Giancarlo Pertici suo figlio

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di Giancarlo Pertici

LA MIA GUERRA - E' questo il titolo che io ho dato ad un promemoria scritto e corretto da mio padre negli ultimi giorni della sua vita e ritrovato tra i documenti, dopo la sua stessa morte. Ha cercato di raccontare la grande avventura, come lui la definiva, della guerra. Ha saputo elencare fatti e momenti, mentre non è riuscito a trascrivere le sofferenze, le privazioni, la fame, il freddo, la lontananza da casa di un giovane poco più che ventenne rimasto sempre e solo nel suo piccolo paese. Ma soprattutto ha cercato di esorcizzare, senza riuscirci, il dramma della guerra e delle ferite che si è portato dietro e che hanno sempre condizionato la sua vita: nel bene e nel male. Non ha neppure tentato di trovare le parole per esprimere il vuoto, il dolore, la delusione, la mancanza della mamma, dopo una lontananza di oltre due anni e che noi figli sentivamo riflesse su di noi e in lui. Lui che, quasi per una forma di autodifesa, evitava di mostrare i propri sentimenti come fossero una debolezza da cui difendersi e di cui doversi vergognare. Mai una carezza ... si è negato anche questo, mentre lo negava a noi, per difenderci e difendersi da altro dolore da altre delusioni.
Ho dovuto trascriverlo per renderlo leggibile.

La mia Guerra - di Manlio Pertici classe 1922

Gennaio 1943 arriva la cartolina e partenza per il Militare: destinazione Parma al 19° reggimento di Cavalleria. Rimanemmo a Parma giusto 6 mesi per seguire un corso dopo il quale, assieme ad altri, fui promosso motociclista. Scelta non indovinata! Nel mese di agosto ci fu la partenza per i Balcani: destinazione Tirana dove c’era già distaccato il nostro Reggimento e dove cominciava la nostra avventura. Quale “porta ordini” ci facevano la caccia perché avevamo con noi sempre qualche informazione, tramite un semplice Biglietto, da recapitare ai vari Comandi o di Divisione o di Capo d’Armata.
Una mattina messi tutti in allarme e scesi in piazza partiamo per raggiungere i monti sopra Tirana e soccorrere un nostro reggimento che era stato accerchiato dai partigiani e per rinforzare la resistenza. Ma mentre scendevamo dal monte diretti al nostro obiettivo, inconsapevoli di ciò a cui andavamo incontro, mi ritrovai da motociclista portaordini come avamposto, dietro mia libera scelta, perché l’altro mio collega si era rifiutato di farlo. Avevo commesso un errore. Cominciò infatti una intensa sparatoria dai monti sovrastanti con numerosi morti e feriti, mentre ne uscii cavandomela con solo una ferita a un dito della mano. Giusto per dito che tenevo premuto sulla leva del gas. Solo con il buio riuscimmo a rientrare dalla base dislocata nella parte alta del monte, da dove eravamo partiti, dove ritrovai Osvaldo Pergoli mio vicino di branda. Quindi rientrammo a Tirana.
Siamo all’8 Settembre. Qui comincia una nuova avventura dopo che viene annunciata la fine della guerra, ignari di ciò che ci aspettava. Una mattina si presenta in caserma un tedesco che annuncia che le truppe del territorio albanese saranno spostate a nord ovest: non avevo idea di che posto si trattasse. Ci caricano sopra un Carro merci e per ferrovia iniziamo il nostro viaggio. Prima tappa Bitoli in Romania. Da li tramite la linea ferrata ci fanno proseguire per la Bulgaria, la Iugoslavia, l’Ungheria, l’Austria il tutto senza nessun tipo di assistenza alimentare. Per fortuna in Bulgaria, durante una sosta, avevo barattato alcuni indumenti e delle calze con un pane con una donna durante una sosta.
Si arriva a destinazione. Siamo arrivati in Germania in un paese chiamato “lerte”, almeno questa era la pronuncia, dove ci attende un Lager. Il primo giorno ci portano a pulire delle strade perché avevano bombardato la periferia nord ovest di Hannover da poco.. Un’altra mattina ci portano in piazza e ci “noleggiano” a delle donne che avevano da riparare i tetti di casa. Quindi mi portano in uno scalo merci a scaricare carbone dai vagoni. Lavoro che dura circa un mese. Infine un altro lavoro nella fabbrica di alluminio “Linde” dove siamo incaricati anche del carico e scarico dei vagoni. Una mattina si ammala un tedesco che manovrava un gru in un capannone. Un tedesco nostro caporale mi dice “Pertici Sali su quello, è il tuo lavoro”. Non conoscendo il tedesco mi ci vollero diversi giorni per imparare i comandi e per capire gli ordini che mi venivano impartiti. Lavorai alla gru per circa 4 mesi. Una mattina, era di Giugno, vengono paracadutati sul campo volantini in tutte le lingue ad annunciare lo sbarco degli Americani in Normandia.
Pensavamo che fosse finita anche per noi e che sarebbero arrivati subito. Invece arrivarono ad Hannover il 16 aprile del 1945. Anche in quel frangente pensammo subito: “Si va a casa” NO! Invece perché le linee ferroviarie erano gravemente danneggiate. Arrivammo così a quel 2 agosto, data in cui partimmo per tornare in Italia.
Arrivai a San Miniato un martedì pomeriggio, era il 19 agosto, alle ore 2. Ma a casa era tutto cambiato: la mamma era morta. Mentre in Duomo si è consumata una strage ad opera dei tedeschi. Non erano state sufficienti le cose che avevano combinate nei campi di concentramento.


Manlio Pertici, tesserino di lavoro nel campo 9968
Collezione Giancarlo Pertici

Tirana. Manlio Pertici è il primo a sinistra
Collezione Giancarlo Pertici

Manlio Pertici, il secondo da destra
Collezione Giancarlo Pertici 


Parma, momento del rancio. Seguì partenza per l'Albania
Collezione Giancarlo Pertici 


L'ASILO DELLE MONACHE DI SAN PAOLO - Racconto di Giancarlo Pertici

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di Giancarlo Pertici

L'Asilo delle Monache di San Paolo

La fondazione del monastero delle Suore claustrali di San Paolo si fa risalire a donna Margherita, vedova di messere Paolo Portigiani (morto il 15 agosto 1379) a 10 anni dalla “Sommissione” con il riconoscimento delle nuove sorelle dell'osservanza francescana. Agli inizi del 1800 con alcune ordinanze lo Stato Italiano sopprimeva ordini e congregazioni religiose. Mentre l'antico convento benedettino di Santa Chiara si era tramutato in Conservatorio.

"Particolarmente accidentate furono le vicissitudini del monastero di San Paolo in San Miniato. Fu soppresso nel 1808, i locali incamerati dal demanio e le monache riunite con le oblate di Santa Chiara. Non si rassegnò una Buonaparte […]che fece ricorso al suo imperiale congiunto. Il monastero con tutti i suoi beni fu restituito alle monache per essere di nuovo confiscato alla morte della Buonaparte. Dal 1817 al 1827 vi abitarono i Conventuali, in attesa che fossero completati i lavori di restauro del loro convento. All'uscita dei conventuali i locali furono acquistati da mons. Pietro Bagnoli, poeta cesareo, per 900 scudi. Nel 1889, alcuni benefattori, per consiglio di mons. Del Corona, riscattavano il monastero dagli eredi del Bagnoli (con l'eccezione della casa della famiglia – oggi Frosini, n.d.r.) e lo restauravano. Poco dopo ne prendevano possesso le Clarisse, precedentemente trasferite a Santa Chiara, che ripristinavano la clausura e la vita regolare lasciando però – in omaggio allo spirito dei tempi – uno spiraglio aperto con la istituzione di un apprezzato asilo per i figli del popolo.” Estratto da C. Cinelli, S. Desideri, A. M. Prosperi, San Miniato e la sua Diocesi. I Vescovi, le istituzioni, la gente, CRSM, Ed. Del Cerro, Pisa, 1989, p. 141.

E' questa in estrema sintesi la storia del monastero e dell'asilo di San Paolo che ha accompagnato alcune generazioni di samminiatesi, di padre in figlio, senza limiti di età. Spazi, quelli interni, suddivisi ed utilizzati per facilitare la frequenza simultanea di ogni fascia di età, non solo della prima infanzia. Si iniziava con bambini di pochi mesi e con quelli in età da materna. Ma spazi aperti al pomeriggio, per i bambini delle elementari e per i ragazzi dell'Avviamento e della Scuola Media. Tale era il clima accogliente e la sapiente opera di accompagnamento di quelle monache, che anche dopo Avviamento e Media, tante ragazze e ragazzi continuavano la frequenza, perché piacevole e utile per fare i compiti e per studiare. Ragazzi e ragazze, grandi, sia delle Magistrali che del Liceo per un legame, con noi bambini, che continuava anche fuori, per strada, in piazza come “Sotto il Ponte”.

Ricordi sfuocati i miei, io che, ancora in fasce, ho varcato quella soglia, per la prima volta, tra le braccia di mamma. Sempre una delle monache dietro l'uscio a fare accoglienza. Pronte ai bisogni, a dispensare consigli, ad ascoltare ogni famiglia: la prima stanza sulla destra a fungere da Ufficio e da centro di ascolto. Regole minime come la retta, senza scadenza. Tante le famiglie disagiate e con scarsi mezzi “dispensate” da certi obblighi, mai mandate indietro. Famiglie che per generazioni si sono succedute in quella Scuola Materna, conosciuta da tutti come l'Asilo di San Paolo, là in via Pietro Bagnoli nello Scioa, ma scuola materna per tutti i samminiatesi. E che tale era, lo si vedeva ad occhio nudo ogni mattino, quando per strada ti imbattesi in mamme che provenivano dal “di là”, per mano ai loro figli piccoli, dirette “di qua” dalle Monache di San Paolo. Come Lilia che, prima di aprire la sua cartoleria posta accanto al “Crocifisso”, davanti alle Elementari, arrivava presto portandosi dietro, mano nella mano, sia Luigi che Paolo. Quasi sempre per ultima, ben riconoscibile, arrivava la Calvani carica dei suoi figli. Faticoso e lungo il tragitto di tutti i giorni da e per l'asilo, per lei che arrivava da Shanghai. Gruppetto di Case Minime erette sotto le Magistrali, a metà percorso di quella strada bianca, pendenza difficile per qualsiasi mezzo, che portava in Gargozzi, e che in pochi si azzardavano a percorrere in salita, qualunque mezzo avessero, mai un carro con i buoi! Riconoscibile perché la vedevi sbucare all'altezza di Pancole, sempre un passeggino, un bambino dentro e uno con i piedi sul retro dello stesso a farsi trasportare. Uno per mano alla mamma, un altro in collo… quasi sempre in attesa (non ho ricordi di lei non incinta); i due più grandi, un maschio e una femmina, a rimorchio o di lato. Poi si arrivava noi, quelli più vicini, da Sant'Andrea, da Piazza dei Polli. Quelli che, quasi alla stessa ora, ci si incontrava per strada o in Piazza dell'Ospedale diretti dalle Monache di San Paolo, al nostro Asilo. I fratelli Vanni, i fratelli Ferlin, Rosaria, Maurina, Lisetta, Brunina, Maurizia, Daniela, Antonietta, Anna Maria e Mario Dainelli… solo per citarne alcuni; la Toni, la Brunelli, la Fiumalbi, la Peroni e altri e altre ancora.

Cartella in una mano e borsa porta-pranzo nell'altra. Ma anche dalla Via del Sasso e dalle zone attorno ai Cappuccini, sulla strada da Calenzano. Di quei primi momenti della giornata, vivo mi è rimasto soprattutto un ricordo. Suscitato da un legame, quasi epidermico, che per empatia pura mi spingeva verso un bambino, più piccolo di me e che mi sembrava bellissimo. So che non me ne vorrà, se solo da grande mi sono accorto che non era assolutamente bello come lo vedevo.
Bellissima ed intrigante invece la sua risata. Sembrava quasi un gorgheggio, quando lo rincorrevo nell'intento di sentire quella risata sonora, mentre tentava invano di scappare via, girando per l'aula grande, svoltando per il corridoio laterale e di nuovo nell'aula grande per un girotondo che continuava per minuti e minuti. Io che rallentavo la corsa per evitare di prenderlo e lui che continuava a scappare finché entrambi, senza fiato, prima di crollare a terra, ci accoccolavamo seduti dove capitava, l'uno accanto all'altro. Quando incontro ancor oggi Paolo, che abita in San Miniato, anche lui con i capelli bianchi, subito mi tornano in mente queste immagini, indelebili.

Come le immagini di quelle suore. Talune, …volti senza nome. Ma di altre, ricordi ripetuti anche nel tempo, come quelli legati a Suor Maria Maddalena Mosconi, Suor Anna Maria Quercegrossi, Suor Maria Luigia e Suor Maria Antonina sorelle, Suor Maria Pia, Suor Giacinta madre superiora. Ognuna nel proprio spazio e ruolo. Spesso tutte insieme nell'Aula Grande e nel refettorio per il pranzo. A quell'ora si attraversava la “Stanzina Rossa”, usata come sala giochi in caso di maltempo, e da lì nel refettorio. Tavolo lungo e basso, l'arredo, giusto a misura di bambino come pure le panche. Ognuno il proprio tegamino portato da casa, tutti assieme a mangiare. Si terminava con ciambelle o meringhe per tutti, quelle fatte dalle altre monache; quelle che, oltre quella porta da dove principiava la clausura, non vedevamo mai. E prima della Stanzina Rossa, una rampa di scale a sbalzo, ringhiera in ferro di lato, per salire da Suor Maria Luigia. Con lei i ricordi vanno soprattutto all'insegnamento della Messa per fare i chierichetti, a quelle formule in latino imparate a memoria, per poter “servire messa”, ma anche a quelle di cui era fatto il catechismo di Pio X. Formule indelebili che in età adulta si arricchiscono anche del significato. “Introibo ad altare dei” “Ad deum qui laetificat juventutem meam”: così cominciava la Messa in latino, come se la rammentava anche il mio babbo che prese giusto l'ultima il giorno che sposò. E su quella ringhiera, da lassù di ritorno, a scivolare a cavalcioni, se non visti, anche per giornate intere. E in fondo a quelle scale la “stanzina buia” per la penitenza, le punizioni quando combinavamo qualche guaio. Io ce la mettevo tutta, ...tutta la mia buona volontà per non combinare guai, sempre o quasi ubbidiente.

Suor Maria Maddalena la più solerte, a volte anche troppo severa, a sentenziare peccati e a comminare penitenze. L'Aula Magna il suo regno, finestre che davano su via Pietro Bagnoli e una grande porta a vetri che si affacciava nel giardino dei "4 cantoni". È così che utilizzavamo i 4 alberi posti a quadrato in maniera simmetrica. E quando ci interrogava Suor Maria Maddalena o ci faceva fare degli esercizi di matematica... erano dolori, non solo figurativi. Usava la "vetta" e per punizione ci faceva stare in ginocchio dietro la lavagna, talvolta dentro lo stanzino buio.
Col sorriso sulle labbra, in qualsiasi momento della giornata, Suor Anna Maria dietro ai suoi ragazzi grandi; chi a studiare latino, chi francese, sia maschi che femmine. Sempre un bel gruppetto ogni giorno... la cui immagine mi riporta alla mente tanti volti senza nome, mentre alcuni sembrano danzare tra l'ombra del ricordo e quella dell'immaginazione… e mi fanno affiorare alcuni nomi, solo alcuni... pochi… Giovanna Giolli, Marta e Alberto Senesi già al tempo “quasi fidanzati” e poi sposi. Di Suor Maria Antonina il ricordo si ferma allo stupore, nel giorno della sua morte improvvisa, di fronte a quel pianoforte vuoto che condivideva con suor Maria Maddalena.

Suor Maria Pia e suor Giacinta, a quei tempi madre superiora, giunte indenni agli anni '80, ad Asilo oramai chiuso, hanno continuato nel tempo a ricevere visita da quei bambini diventati grandi, diventati genitori… i primi della loro “dinastia” a non poter dire al proprio figlio “vieni, che ti porto all'Asilo, dalle monache di San Paolo”. Quando in quegli anni ci ho accompagnato i miei, Cristiano nato nel 1983 e Tiziana nata nel 1985, viva la sensazione di far visita a “casa”, a presentare i propri figli, come vivo il senso di impotenza espressa in... “Qui ci venivo io da bambino, quando c'era l'Asilo”. E suor Maria Pia e suor Giacinta ad aprire la porta di quella stanzina laterale, parlatorio per un contatto vero, e le loro ciambelle e meringhe ad addolcire un giorno bellissimo, anche nel ricordo. Rimasto tale anche dopo l'ultimo, quando le condizioni di salute di suor Maria Pia si aggravarono definitivamente, fino alla morte. E a memoria il ricordo di quelle emozioni, la certezza delle loro preghiere, la concretezza che nelle loro mani magiche si tramutava in “cuoricini benedetti” che prima le nostre nonne, dopo le nostre mamme, ci cucivano strette sulla camiciola a carne, quasi ché le preghiere potessero trasmutare dall'aria alla carne stessa. Ben poca cosa il contraccambio che in ogni epoca ha segnato le visite alle “nostre monache di San Paolo” dei nostri nonni e bisnonni, e di noi, bambini di allora, diventati adulti, almeno per Natale: zucchero e caffè, merce preziosa negli anni 50.




Monastero di San Paolo, i bambini dell’Asilo
Collezione Giancarlo Pertici

Monastero di San Paolo, l’Aula Magna
Collezione Giancarlo Pertici

Monastero di San Paolo, il Refettorio
Collezione Giancarlo Pertici 


San Miniato, Monastero di San Paolo, via Pietro Bagnoli
Foto di Francesco Fiumalbi



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