venerdì 28 febbraio 2014

SAN GENESIO - EVENTI

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SAN GENESIO DOCUMENTI

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SAN GENESIO - CHIESA E BORGO (VICO WALLARI)
715, 5 luglio - ACDA - S. Genesio - 1° docum. TRASCRIZIONE - COMMENTO
780, 30 aprile - ASFi - Camaldoli TRASCRIZIONE e COMMENTO
1046, 01 dicembre - ASFi - Camaldoli TRASCRIZIONE - COMMENTO
1127, ottobre, - ASFi - Camaldoli TRASCRIZIONE - COMMENTO
1147, 07 ottobre - ASFi, Camaldoli TRASCRIZIONE e COMMENTO
1165, ottobre - ASFi - Pistoia - S. Zenone TRASCRIZIONE e COMMENTO
1195, 24 aprile - AVSM - S.Genesio Bolla Papale TRASCRIZIONE - COMMENTO

SAN GENESIO - CHIESA DI SAN CRISTOFORO
1059, 10 settembre - ASFi - Badia Fiorentina TRASCRIZIONE e COMMENTO
1195, 24 aprile - AVSM - S.Genesio Bolla Papale TRASCRIZIONE - COMMENTO

SAN GENESIO - CHIESA DI SAN PIETRO
1195, 24 aprile - AVSM - S.Genesio Bolla Papale TRASCRIZIONE - COMMENTO

SAN GENESIO - CHIESA E OSPEDALE DI SAN LAZZARO
1127, ottobre, - ASFi - Camaldoli TRASCRIZIONE - COMMENTO
1147, 07 ottobre - ASFi, Camaldoli TRASCRIZIONE e COMMENTO
1195, 24 aprile - AVSM - S.Genesio Bolla Papale TRASCRIZIONE - COMMENTO

SAN GENESIO - LA PIEVE E IL BORGO

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mercoledì 26 febbraio 2014

STORIA URBANISTICA DI SAN MINIATO BASSO

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di Francesco Fiumalbi

Grazie ai preziosi dati cartografici e alle ortofoto messe a disposizione e consultabili nel portale del Servizio Geografico della Regione Toscana siamo in grado di osservare l'evoluzione del territorio toscano nell'arco degli ultimi due secoli. Queste informazioni, rilasciate con specifici protocolli Creative Commons, costituiscono la base irrinunciabile per qualsiasi tipo di analisi storico-morfologica sulle trasformazioni urbane, territoriali e paesaggistiche della nostra Regione. Il Servizio Geografico è veramente di un'eccellenza nel suo campo, per la qualità e le modalità al passo con i tempi con cui viene svolto il servizio.

Fatta questa doverosa premessa, con questo post dedicato a San Miniato Basso (o se preferite “Pinocchio”), viene inaugurato un ciclo di piccoli approfondimenti sulla storia dello sviluppo degli insediamenti urbani del Comune di San Miniato. Si tratta di brevi analisi sintetiche, basate su periodizzazioni cartografiche e ortofotografiche. Per i non addetti ai lavori, le cosiddette “ortofoto” sono quelle fotografie scattate in modo zenitale da un aereo appositamente attrezzato, successivamente ortorettificate, in modo da eliminare le piccole distorsioni prospettiche, dovute anche al gruppo ottico della macchina.
P.S. Cliccando sulle immagini è possibile ingrandirle. Chi è interessato ad immagini di dettaglio può collegarsi direttamente al servizio on line con la piattaforma Geoscopio della Regione Toscana.

L'OTTOCENTO: LA BORGATA DEL PINOCCHIO

In questa prima immagine è proposta la sintesi di varie Sezioni del Catasto Generale della Toscana, meglio noto come “Catasto Leopoldino” e datato, per il territorio sanminiatese, ai primi anni '30 dell'800.

Catasto Generale della Toscana, Comunità di San Miniato, sintesi delle Sezioni “B”, Colline adiacenti alla Città, fogli 1, 2, 3, Sezione “C”, Piano del Castellonchio e della Catena, fogli 1 e 3, Sezione “D”, Casale e Intrajno, fogli 1, 2, 3.
Archivio di Stato di Pisa, Catasto Terreni, Mappe, San Miniato, nn. 2, 3, 4, 8, 10, 14, 15, 16
Immagine tratta dal sito web del “Progetto CASTORE”
Regione Toscana e Archivi di Stato Toscani
Per gentile disponibilità. Info Crediti e Copyright

Il Catasto ci mostra un territorio completamente agricolo, solcato dall'importante direttrice stradale, l'antica “Strata Pisana”, poi Strada Regia Postale, quella che oggi chiamiamo Strada Statale n. 67 via Tosco-Romagnola Est. Le altre due strade in evidenza sono la via del Pinocchio (attuale via Aldo Moro) e la strada per Fucecchio, poi via della Stazione e dal 1939 viale Guglielmo Marconi. All'incrocio fra queste strade si era già sviluppata una piccola borgata, quella che poi prenderà il nome di Pinocchio. Presenti la chiesa, dedicata ai SS. Martino e Stefano e costruita alla fine del '700, e l'Osteria del Pidocchio, documentata dal '600. Sulla carta è ancora presente “Le Forche”, ma solo come toponimo, dal momento che le esecuzioni non vi si facevano più già da qualche decennio (vedi il post LE FORCHE DI SAN MINIATO BASSO). Per il resto campi coltivati, intervallati da alcuni piccoli corsi d'acqua (il Rio Pinocchio, il Rio Casale e il Rio Santa Maria), da tante piccole strade, poco più che sentieri. Come si dice in Toscana, da tante piccole “resole”.
Trattandosi di una cartografia, ovvero di un disegno realizzato su base geometrica, con questa non abbiamo a disposizione un quadro del “paesaggio” vero e proprio. Conosciamo quali erano le coltivazioni praticate e le essenze arboree più diffuse, ma ci manca l'immagine vera e propria, quella che da sola può descrivere il paesaggio. Sappiamo per certo che la campagna era tutta completamente insediata, almeno a partire dal '400, con la formula della “mezzadria”: il proprietario terriero suddivideva la sua proprietà in tanti piccoli appezzamenti, che poi assegnava ad un colono o “mezzadro”, con tanto di casa e di strutture annesse, in funzione della consistenza del nucleo familiare. Più grande era la famiglia e più grande era il terreno in grado di coltivare. Il “mezzadro”, a titolo di affitto, corrispondeva al proprietario la metà del raccolto ottenuto dai campi. Questa formula di contratto agrario, è bene ricordarlo, rimarrà in essere nella legislazione italiana ben oltre il secondo dopoguerra. Sicuramente minoritaria, invece, la porzione di campagna che era coltivata direttamente dai piccoli proprietari terrieri.

SAN MINIATO BASSO NEL 1954

La seconda immagine è una sintesi di alcune ortofoto scattate nel 1954. E' trascorso più di un secolo dalla formazione del Catasto "Leopoldino", oggetto dell'immagine precedente. L'Italia nel frattempo è stata unificata, sono avvenuti i due conflitti bellici mondiali, ed è nata, non senza difficoltà, la Repubblica.

San Miniato Basso, Ortofoto del 1954
Regione Toscana - Sistema Informativo Territoriale ed Ambientale
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La prima cosa da notare è la ferrovia, costruita alla metà dell'800 e rimessa in funzione dopo i danneggiamenti della Seconda Guerra Mondiale. Nei pressi della Stazione, già a partire dal primi anni del '900 si è formata una piccola borgata, con alcuni servizi annessi e connessi, come la posta, il telegrafo e lo scalo merci. Nei pressi c'è anche la “SAIAT”, acronimo di Società Anonima Industrie Alimentari Toscane, meglio nota come la “fabbrica delle conserve”, di cui rimane ancora oggi l'alta ciminiera. Ed è interessante notare, che nonostante siano passati tanti anni dalla sua messa in funzione, la ciminiera della SAIAT è ancora oggi la costruzione più alta di tutto San Miniato Basso.
All'incrocio fra la “Stradale” e le due strade per San Miniato e Fucecchio, la piccola borgata del Pinocchio, che dal 1924 si chiama San Miniato Basso, si è un pochino allargata. L'asse privilegiato dell'espansione urbana è quello della Tosco Romagnola, probabilmente l'unica strada asfaltata dell'epoca. Iniziano a comparire alcuni gruppi di case, specialmente in direzione di La Scala, fra cui le cosiddette “Case Nuove”, con la vicina Vetreria Elmi in funzione già dai primi anni del secolo. Cominciano a far capolino le prime case anche lungo il viale G. Marconi e l'unica scuola del paese, la Scuola Elementare “Dante Alighieri”, si affaccia sulla Statale, nei pressi dell'incrocio verso il Ponte di Ribecco. C'è anche il “Tiratoio”, ma sono pochi i “pinocchini” che possono permettersi di pagare la quota d’iscrizione.
Tutt'intorno ci sono campi e non c'è un terreno lasciato incolto. Da questa immagine, a differenza della cartografia catastale, possiamo cominciare ad apprezza il paesaggio agrario. Nel 1954 il sistema mezzadrile era ancora perfettamente in piedi. I campi sono organizzati secondo il classico schema dell'“appoderamento”. La parte centrale dell'appezzamento è coltivata a seminativo, con ai lati le fosse, e scanditi dai filari di vite maritata ad altre piante, come il pioppo o il salice.
Il boom industriale si comincia ad intravedere, ma è ancora relativamente lontano. Per trovare le prime grandi fabbriche bisogna andare a Ponte a Egola o a Santa Croce sull’Arno da una parte e ad Empoli dall'altra. San Miniato Basso, in questo periodo, è ancora un centro completamente agricolo, con pochissime attività commerciali, un paio di fabbriche, e tanti contadini.

SAN MINIATO BASSO NEL 1978

Nei 24 anni che vanno dal 1954 al 1978 avviene il “miracolo”, il boom economico italiano. E questa terza immagine ce lo mostra perfettamente.

San Miniato Basso, Ortofoto del 1978
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In questo periodo di tempo succede un po' di tutto. La popolazione di San Miniato Basso risulta più che raddoppiata, sia per effetto del cosiddetto “Baby boom”, sia per la forte immigrazione interna dalle regioni del Meridione, sia per l'inurbamento dalle aree agricole. L'Urbanistica, da essere un ambito legislativo di prerogativa Statale, a partire dal 1971 diventa in concorso con le Regioni. Il Comune di San Miniato, già negli anni '60 si era dotato del suo primo Piano Regolatore Comunale, poco prima che tale strumento diventasse di fatto obbligatorio con la Legge 765/1967, la cosiddetta “Legge Ponte”. Il piano fu firmato, anche se rimaneggiato rispetto alle indicazioni iniziali, da Edoardo Detti, lo stesso che pochi anni prima aveva compilato di Piano di Firenze. Detti era una figura molto qualificata e di grande esperienza, e San Miniato Basso, nelle indicazioni del PRG, doveva diventare la naturale espansione del centro storico San Miniato, che veniva vincolato e salvaguardato nella sua integrità morfologica e nella sua specificità paesaggistica. Un programma, questo, che all'epoca poteva essere considerato d'avanguardia, seppur abbia ottenuto alterni risultati.
Fra il 1954 e il 1978, l'espansione urbana di San Miniato Basso si concentra attorno all'incrocio, al suo centro naturale, per poi trovare consistenza privilegiando l'asse della “Statale” in direzione di La Scala. Questo cominciava a strutturarsi già nel 1954, e qui vanno concentrandosi le attività commerciali. L'abitato acquista anche spessore, grazie all'edificazione lungo le piccole strade laterali: le vie Candiano, della Vigna, dei Beccai, Poliziano, del Piano e dei Prati da una parte e Torta, Pozzo e Pinocchio dall'altra. Si nota anche l'urbanizzazione delle aree interposte fra il Viale G. Marconi e via Parini, con le nuove strade dedicate a G. Pirandello, E. Fermi, G. Giusti e G. Meucci. A differenza dei grandi centri industriali, il tessuto urbano che va formandosi e consolidandosi a San Miniato Basso è a bassa densità insediativa. Da un punto di vista morfologico, la maglia è, per così dire, di tipo “a pettine”: c'è la presenza di un asse forte e consolidato (il manico), da cui si diramano tanti piccoli assi minori (i denti del pettine). Si tratta per buona parte di edilizia “spontanea”, realizzata prima dell'adozione del PRG.
A partire dagli anni '60 la scuola elementare ha finalmente una sede nuova e moderna in via De Amicis, dove, nella stessa strada trovano spazio anche gli alloggi popolari del piano INA Casa, conosciuti anche come “Case Fanfani”, e di cui parleremo in un apposito post. Si vede, e sembra in costruzione, la Scuola Materna fra le vie Candiano e Goldoni. Inoltre, l'individuazione delle aree da destinare ai Piani di Edilizia Economica e Popolare (PEEP), istituiti con la Legge 167/1962, e incoraggiati da norme successive (ad es. L. 865/1971, la cosiddetta “Legge per la Casa”), fanno sì che vengano costruite anche le prime unità condominiali nelle vie Tasso e della Vigna.
Un'altra cosa destinata a cambiare per sempre i connotati a San Miniato Basso è la costruzione della “Superstrada”, la Strada di Grande Comunicazione Firenze Pisa Livorno, resa ormai indispensabile per effetto della cosiddetta “motorizzazzione” di massa. Si intravede l'avvio della realizzazione del tracciato, e si comincia a delineare la rampa di entrata/uscita di San Miniato. Ancora non è stato realizzato il cavalcavia su Viale G. Marconi, che di lì a poco prenderà il posto di una casa costruita proprio in quel punto. Vicino al futuro tracciato della Fi-Pi-Li si nota anche la nascita di una prima zona artigianale, corrispondente alle vie A. Volta e Selene. Compare anche la “Vires” in direzione di La Scala.
E poi, non dobbiamo dimenticare la costruzione di importanti centri di aggregazione, come la Casa Culturale, comunemente chiamata per sineddoche “Sombrero”, e il Palazzetto dello Sport a Fontevivo.
Le aree circostanti sono ancora prevalentemente agricole, anche se la “mezzadria” è stata superata. E' interessante questa immagine perché ci mostra una fase cruciale per la nostra campagna: il progressivo abbandono della sistemazione ad '“appoderamento”, a vantaggio di appezzamenti più grandi, dove prenderà piede la “monocoltura”. E questo avvenne come conseguenza della progressiva “meccanizzazione” dell'agricoltura. Il classico schema della “proda”, con coltivazioni promiscue, sembra sopravvivere solo nella porzione di territorio a sud della ferrovia e ad est del Viale G. Marconi. Mentre nelle altre parti, e si nota facilmente nella zona occidentale di San Miniato Basso, la zona del Castellonchio, le coltivazioni seguono ormai i criteri della moderna agricoltura meccanizzata e monocolturale.

SAN MINIATO BASSO NEL 1988

A dieci anni dalla situazione descritta dall'immagine precedente prende corpo il consolidamento urbano di San Miniato Basso, come centro residenziale ai piedi della collina sanminiatese.

San Miniato Basso, Ortofoto del 1988
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Siamo nel 1988, ad un anno dalla formulazione della consistente revisione del PRG del Comune di San Miniato (1989). La “Superstrada” è finalmente costruita in ogni sua parte, così come le infrastrutture collaterali, i cavalcavia e i sottopassi.
La popolazione continua ad aumentare. Viene avviata la realizzazione della “Circonvallazione” a nord di San Miniato Basso, l'odierna via Capitini, e nasce, seppur in forma embrionale, il polo commerciale con i due supermercati. In questo decennio le espansioni più significative riguardano la zona occidentale, quella verso La Catena, e le lottizzazioni nella parte meridionale con la creazione delle nuove vie A. Aleardi e G. Rovani da una parte e A. Fogazzaro e G. Pascoli dall'altra. Alle estremità chiudono l'abitato ad occidente le nuove lottizzazioni delle vie Cavour, Gabetti e Bini e a nord quella di via Montessori. Vengono completate le aree PEEP fra via Pulci e via Tasso.
Viene costruita la palazzina della “SIP” (oggi Telecom), la Posta si trasferisce nella nuova sede in via G. Goldoni, accanto alla Scuola Materna. Vista la continua crescita della popolazione, il centro di San Miniato Basso viene dotato di un Asilo Infantile e di una seconda scuola elementare, la “Don Milani” in via Poliziano. Inoltre nasce la Scuola Media “G. Rondoni”, e viene inaugurato anche il campo sportivo per la squadra di calcio. E' consolidata la zona artigianale fra la Ferrovia e la “Superstrada” e il Viale G. Marconi viene completamente interessato dall'urbanizzazione.
In questo periodo la campagna ha perso quasi interamente l'antica maglia poderale, che ancora persisteva nel decennio precedente, e l'agricoltura viene praticata ovunque con mezzi meccanici. I campi hanno ora una dimensione più grande e sono lavorati secondo la monocoltura.

SAN MINIATO BASSO NEL 1996

In questi 8 anni, che separano la quinta immagine dalla precedente, prendono avvio tutta una serie di trasformazioni che porteranno San Miniato Basso ad essere quel centro che conosciamo oggi.

San Miniato Basso, Ortofoto del 1996
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E' finalmente completata la circovallazione nord, in entrambi i rami di via Capitini da una parte e delle vie Pestalozzi e Codignola dall'altra. Viene consolidata la zona commerciale, con l'avvio della lottizzazione di via R. Agazzi, anche se gli edifici non sono ancora stati realizzati. La cosa più evidente è lo sviluppo delle due aree artigianali: viene ampliata la zona fra la Ferrovia e la Fi-Pi-Li e si inizia a costruire quella di Castellonchio. Si nota che gli edifici non sono ancora stati costruiti, ma cominciano ad essere visibili i nuovi tracciati stradali e le dotazioni impiantistiche connesse. In altre parole sono avviate solamente le cosiddette “Opere di Urbanizzazione Primaria”.
La popolazione continua a crescere, superando le 5000 unità, e nascono nuove aree residenziali. Appaiono già realizzate le lottizzazioni di via F.lli Bandiera, via M. Serao, v. Ardigò nella parte centro-occidentale di San Miniato Basso, mentre nella parte orientale vengono completate le lottizzazioni PEEP di via Pinocchio e delle nuove vie dedicate rispettivamente a P. Nenni e E. Berlinguer. Lì vicino viene costruito anche la cosiddetta “Pista di Atletica” di Fontevivo. Nei pressi dell'asse di viale G. Marconi, si segnalano le nuove lottizzazioni in via G. Capponi e in via E. Morante. Da segnalare anche la costruzione dei primi lotti del complesso della Confraternita di Misericordia che si affacciano su Piazza V. Cuoco.
Nella campagna non si registrano sostanziali cambiamenti nelle modalità di coltivazione.

SAN MINIATO BASSO NEL 2007

Per chi sta continuando a leggere e non si è ancora annoiato, siamo arrivati all'ultima immagine di questa piccola storia urbanistica di San Miniato Basso. Tra l'altro è anche un'immagine a colori! E' stata scattata in un periodo a noi vicino e faremo attenzione ai cambiamenti accorsi nel decennio precedente, suddiviso fra gli ultimi anni del '900 e i primi anni 2000.

San Miniato Basso, Ortofoto del 2007
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In questo periodo le trasformazioni più significative riguardano le aree commerciali ed artigianali che vengono finalmente completate, arrivando di fatto alla sistemazione odierna. Il centro abitato ha raggiunto praticamente i 7000 abitanti e le nuove costruzioni residenziali sono prevalentemente di “completamento”. Si notano le nuove lottizzazioni, a carattere comunque non estensivo, in via F.lli Bandiera, lungo la Tosco-Romagnola, in via Cavour, via Morante, via De Sanctis, via Berlinguer, via Capponi e via Asmara. Inoltre si segnala l'avvio della costruzione della nuova chiesa (inaugurata nel 2009), il completamento del complesso della Misericordia e l'ampliamento dei Locali della Casa Culturale.
Per quanto riguarda la campagna si registrano due fenomeni. Da una parte l'aumento della residenza sparsa e, dall'altra, l'abbandono di alcuni appezzamenti che fino a quel momento erano stati coltivati.


lunedì 24 febbraio 2014

IN PILLOLE [023] - LA “SPAGNOLA” A CUSIGNANO

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di Francesco Fiumalbi

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Sulla facciata degli edifici pubblici, o delle chiese, spesso troviamo lapidi commemorative. Di solito evocano il ricordo di persone che hanno perso la vita in guerra, o che si sono particolarmente distinte per il bene e lo sviluppo della comunità.
Decisamente molto particolare è, invece, l'epigrafe collocata sulla facciata della chiesa di Santa Lucia a Cusignano, posta a memoria di quelle persone che morirono a causa di quella terribile epidemia, comunemente detta “Spagnola”. Si tratta dell'unica lapide di questo genere in tutto il territorio sanminiatese, almeno per quanto riguarda la “Spagnola”. Qualcosa di simile, ma relativa all'epidemia colerica, è visibile sulla chiesa della SS. Trinità a San Miniato.

La chiesa di Santa Lucia a Cusignano
Foto di Francesco Fiumalbi

L' “Influenza Spagnola” fu una vera e propria pandemia influenzale che si diffuse in tutto il mondo fra il 1918 e il 1920. Secondo alcune stime, colpì circa 4-5 milioni di italiani, mietendo centinaia di migliaia di vittime. Anche la Toscana, ed in particolare il territorio sanminiatese, fu colpito da questa epidemia, che di per sé non era così pericolosa, essendo le morti dovute prevalentemente a complicazioni polmonari o cardiache. In ogni caso si trattò di una tragedia dalle proporzioni enormi, che con i mezzi della medicina contemporanea sarebbe stata evitabile, o comunque fortemente ridimensionata.
Tornando all'epigrafe della chiesa di Santa Lucia di Cusignano, questa si trova sulla parte destra della facciata, fra la porta e lo spigolo dell'edificio. Sull'altro lato, invece, è collocata la lapide dedicata ai Caduti della Prima Guerra Mondiale.

L'epigrafe commemorativa
Foto di Francesco Fiumalbi

Si può pensare che una piccola comunità come quella di Cusignano, dopo aver perso ben 14 ragazzi nella Prima Guerra Mondiale (1915-18), fu davvero molto scossa da questa epidemia che portò alla morte di altre 8 persone, fra cui due bambini, nel giro di poco tempo. Di seguito è proposta la trascrizione del testo:

AI MORTI
DELL'EPIDEMIA SPAGNOLA
OTTOBRE-NOVEMBRE 1918

GRAZZINI GIUSEPPE …     ANNI   27
SALVADORI GINO …                    18
ROMAGNOLI ADA …                      6
MAZZEI GEMMA …                      27
FIASCHI SANTINA …                     13
FIASCHI FIORINO …                       3
SCALI GUSTAVO …                       63
FIASCHI ANGIOLO …                    46

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venerdì 21 febbraio 2014

I BORROMEI DI SAN MINIATO NEL SOMMARIO STORICO DELLE FAMIGLIE CELEBRI TOSCANE

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Di seguito è proposta la trascrizione dell'articolo storico dedicato alla famiglia Borromei (o Borromeo), pubblicato in D. Tiribilli-Giuliani, Sommario storico delle famiglie celebri toscane, riv. Da L. Passerini, L. Melchiorri Editore, Firenze, 1855, Vol. 1, n. 27. Si tratta di un breve saggio che individua l'origine della casata e traccia un profilo sintetico degli esponenti di maggior rilievo.

D. Tiribilli-Giuliani, Sommario storico delle famiglie celebri toscane
riv. da L. Passerini, L. Melchiorri Editore, Firenze, 1855, Vol. 1. Frontespizio.


BORROMEO
(di San Miniato)

[01] «Da un Borromeo di Francesco, che probabilmente portava il cognome de' Franchi, stato Giudice in Firenze nel 1347 ebbero origine e cognome i Borromei. I suoi discendenti furono costretti di abbandonare la patria nel 1370, cioè quando San Miniato fu soggiogata dai Fiorentini. Gregorio XV nel 1622 dichiarò Città lo terra di San Miniato e ciò in contemplazione di esservi uscita la famiglia Borromeo da cui uscì S. Carlo; ma in realtà quel Cardinale apparteneva ai Vitaliani di Padova, i quali nel 1438 essendo stati eredi di un ramo dei Borromeo ne adottarono il cognome.

Filippo di Lazzaro esercitò il notariato, poi non so per quali mezzi divenuto ricco, fecesi capo della fazione Ghibellina; in tale qualità rese importantissimi servigj ai Visconti i quali mossi dalla cupidigia e dall'ambizione di estendere i loro dominj avevano spinte le loro armi vittoriose fino in Toscana. Giunto l'Imperatore Carlo IV in Italia, nel 1368 insieme a Bernabò Visconti mosse guerra ai Guelfi; San Miniato che fino dal 1347 si era data temporariamente alla Repubblica fiorentina si ribellò dichiarandosi per l'Imperatore. Filippo in questo cambiamento vi ebbe la parte principalissima. Giunto l'Imperatore in Toscana le cose procedevano assai bene; ma andato a Siena fu sconfitto e con grande scorno dovè ritornare in Germania. I Fiorentini che aspiravano il momento di vendicarsi degli abitanti di San Miniato colsero quest'occasione e vi spedirono Roberto Guidi Conte di Poppi per sottometterli. Bernabò Visconti prese le loro difese; pur tuttavia i Fiorentini riuscirono di penetrare nel Castello e ridurlo alla loro devozione. I Capi principali della ribellione furono tradotti a Firenze, non escluso Filippo, il quale vi fu decapitato il 14 gennajo del 1370. Il suo cadavere, dopo di essere stato trascinato ignominiosamente per le vie della Città, fu gettato in Arno.

Borromeo suo figlio dopo la morte del padre fuggì dalla patria ricovrandosi a Milano presso i Visconti. Colà si dedicò alla mercatura ed avendo favorevole la sorte accumulò copiose ricchezze. In seguito Francesco da Carrara Signore di Padova lo chiamò presso di sè nominandolo Tesoriere dei suoi stati; poi avvedutosi che faceva il proprio interesse a carico [02] del pubblico tesoro lo fece carcerare né lo lasciò in libertà che dopo di avere sborsato 23,000 scudi d'oro. Trovatosi libero tornò a Milano e colà si pose ad accendere l'animo di Gio. Galeazzo Visconti contro i Carraresi i quali nel 1387 dovettero principalmente a lui la perdita dei loro stati. Nel 1404 Francesco Novello da Carrara ricuperò Padova e sebbene la guerra continuasse tra i Carraresi ed i Visconti finalmente si venne ad un trattato di pace in cui vi fu contemplato il Borromeo al quale i Carraresi si obbligarono concedere il perdono. Pur tuttavia egli poco fidandosi di loro continuò a vivere in Milano ove tenendo banco diventò ricchissimo. Essendo in buona grazia dei Visconti ottenne dai medesimi la Contea di Castellarquato; poi caduto in disgrazia di quella famiglia gli fu tolta l'investitura e nel 1407 fu data agli Scotti. Morì in Venezia nel 1422.

Giovanni suo fratello visse in Milano ove dai Visconti nel 1394 ottenne la cittadinanza. Trovatosi possessore di copiose ricchezze chiamò da Padova presso di sé Giacomo Vitaliani nato da Margherita sua sorella e lo istituì erede delle sue fortune. Questo Giacomo Vitaliani è il progenitore dei Borromeo di Milano da cui uscì S. Carlo.

Giovanni di Borromeo dopo la morte del padre furono a lui assegnate 30 botteghe con fondaco in Firenze, 22,800 fiorini d'oro di capitale su i monti di quella città ove aveva case e palazzi, ed alcuni terreni presso S. Casciano in Val di Pesa. Dopo la sua morte avvenuta nel 1466 l'unica di lui figlia Beatrice e moglie di Giovanni de' Pazzi, doveva essere l'erede di tanta fortuna; ma il di lei cugino Carlo Borromeo ottenne dalla Repubblica fiorentina che venisse emanata una legge in forza di cui i nipoti maschi escludevano le figlie. L'autore principale di questa ingiustizia fu Lorenzo il Magnifico il quale geloso della grandezza ed opulenza dei Puzzi cercava ogni mezzo per abbatterli. Da ciò ebbe principalmente origine, sebbene molto tempo più tardi, la tanto famosa congiura dei Pazzi.

Carlo d'Antonio del ramo di Padova, venne a stabilirsi in Firenze al seguito della conseguita eredità di Giovanni Borromeo suo Zio, di cui Lorenzo il Magnifico in onta dei Pazzi aveva spogliala Beatrice di lui unica figlia. Nel 1468 guadagnò una giostra celebrata in Firenze; nel 1512 fece parte dei XVI Gonfalonieri di Compagnia e nel 1515 del Magistrato dei X di Balia.

Achille d'Alessandro dello stesso ramo, passato al servizio imperiale combatté nelle guerre contro i Veneziani, ed anzi fece ogni sforzo perché Padova cadesse nelle mani dell'Imperatore; riuscì in seguito ai Veneziani di ricuperare quella Città ed allora fu dichiarato ribelle e gli furono confiscati i beni. Morì al sacco di Roma nel 1527 combattendo per l'Imperatore Carlo V.

Giovanni di Carlo del ramo di Firenze nel 1571 fu eletto Cavaliere di S. Stefano; passato al servizio dei Veneziani combatté con essi nelle guerre contro i Turchi e nel 1574 in ricompensa dei suoi servigi ebbe il governo di Rettimo nel regno di Candia.

Carlo di Galeazzo dello stesso ramo. Vestì l'abito di frate Carmelitano e nel 1630 conseguì la laurea nell'Università dei Teologi di Firenze di cui fu Decano nel 1646. In seguito divenne Assistente generale del suo Ordine; [03] Priore del Convento di Prato, poi di quello della Traspontina di Roma e finalmente di Firenze. Mori nel 1659.

Antonio-maria di Bonifazio del ramo di Padova, dedicatosi alla Chiesa si ascrisse tra i Canonici regolari Teatini professando in Vicenza ove lesse Filosofia e Teologia; poi andato a Roma divenne Segretario del Generale e Consultore di quella Congregazione. Nel 1713 Clemente XI lo elesse Vescovo di Capo d'Istria, chiesa che renunziò nel 1733 ritirandosi in Padova ove ottenne l'Abbazia di Carmignano. Morì nel 1738.

Antonio-maria di Gio. Carlo, dello stesso ramo, fu uomo distinto per la sua templare pietà ed erudizione. Scrisse varie opere; ma ciò che gli acquistò fama fu la magnifica Collezione de' Novellieri Italiani da lui senza risparmio di spesa e fatica raccolta. Ne pubblicò il Catalogo in Bassano nel 1794 e nel 1805 con dieci Novelle inedite nella prima edizione, ed una nella seconda. In questa raccolta omise le Novelle di Giovanni Rodoni dall'autore scritte in derisione dei riti della Cattolica Religione e tutte quelle che erano note per la loro oscenità. Morì nel 1843 il 23 Gennaio.

La famiglia Borromeo esiste tuttora in Padova. Il ramo di Firenze si estinse nel 1679 il 18 Febbraio nel Senatore Giovanni, i di cui beni passarono in uno dei rami di Padova, per mezzo del matrimonio di Teresa sua figlia col Conte Borromeo Carlo. Una diramazione rimasta in San Miniato, e propagata da Borromeo Zio a quel Filippo che fu, come dicemmo, decapitato, mancò in Pietro-Paolo che morì nel 1672.

SCRITTORI DA' QUALI SI È TRATTA LA PRESENTE ISTORIA

Litta, Famiglie celebri Italiane. — Ughelli, Italia sacra. — Ammirati, Istorie Fiorentine.

sabato 15 febbraio 2014

IL FORTILIZIO DELLE COLLINE DI SAN MINIATO - SECOLI XII-XIV

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di Francesco Fiumalbi

Durante il regno di Federico Barbarossa, incoronato nel 1155, San Miniato divenne un importante centro dell’amministrazione imperiale per la Toscana. Sede dei vicari, del tribunale di suprema istanza regia, e centro di raccolta dei tributi che le città toscane, e parte di quelle umbre, dovevano alla Corona (1).
E’ proprio a questo periodo che si deve far risalire la costruzione dei cosiddetti “fortilizi”, che si trovavano alle estremità urbane di San Miniato, in prossimità di altrettante porte cittadine. Erano almeno quattro, e costituivano dei veri e propri presìdi a controllo delle vie d’accesso:
- Il fortilizio di Faognana, nel luogo dove poi sorgerà il monastero della SS. Annunziata;
- Il fortilizio di Poggighisi, nell’area dell’attuale Piazza XX Settembre;
- il fortilizio delle Colline, nei pressi dell’attuale Istituto Tecnico “C. Cattaneo”;
- il castrum ciculum, che si trovava poco più a valle del “Riposo”, vicino alla distrutta chiesa di Sant’Andrea.

Secondo Maria Laura Cristiani Testi «le opere difensive periferiche di San Miniato» furono «compiute nel secolo XIII», attribuendone di fatto la costruzione a Federico II (2). In realtà, come abbiamo visto nel post IL GIURAMENTO DEI SANMINIATESI E LA NASCITA DEL COMUNE, i sanminiatesi, stringendo l’accordo con Pisa e Firenze nel 1172, volevano riprendersi il controllo sul centro abitato, etiam sine superiori incastellatura. Molto probabilmente intendevano riprendersi anche queste strutture periferiche, o comunque limitarne la funzionalità, perché di fatto impedivano di entrare o uscire liberamente dal centro abitato. Si può forse semplificare la circostanza del 1172, con il fatto che i sanminiatesi cercarono l’alleanza con le due città perché non si sentivano più i padroni in casa propria. A conferma di questa ipotesi va sottolineata l’attestazione, nella Bolla di Celestino III del 1195, del castrum ciculum, indicato nei pressi della chiesa di Sant’Andrea (3). A fronte di queste considerazioni possiamo collocare la costruzione di questo sistema difensivo periferico nel periodo che va dal 1155 al 1172.
Il fortilizio delle Colline è l’unico dei quattro di cui disponiamo di informazioni più dettagliate. Ed è anche l’unico di cui si sia conservata la memoria nella toponomastica sanminiatese, e cioè nel nome dell’oratorio di Santa Maria al Fortino, che tuttavia risale alla prima metà del XV secolo. 

L’oratorio di Santa Maria al Fortino
Foto di Francesco Fiumalbi

L’antica struttura militare, probabilmente, non si trovava proprio nel luogo dove sorge la chiesa, bensì in posizione più elevata, dove un tempo c’era il campo sportivo e dove oggi si trova l’Istituto Tecnico “C. Cattaneo”. Era una posizione davvero strategica, in quanto controllava le vie d’accesso a San Miniato delle strade provenienti da La Catena e dalla Valdegola.
Fu proprio per questa sua rilevanza, purtroppo per i sanminiatesi, che il fortilizio delle Colline dall’essere una struttura costruita per scopi difensivi si rivelò in seguito una vera e propria spina nel fianco. Non è affatto un caso, infatti, che sia Uguccione della Faggiuola in testa all’esercito pisano, che Giovanni Malatacca al comando delle truppe fiorentine, attaccarono San Miniato proprio da questo lato. Prima di tutto perché, probabilmente, non si trattava di una struttura molto robusta ed essendo relativamente lontana dal centro abitato sanminiatese, in caso di attacco, le eventuali operazioni di soccorso si sarebbero dimostrate assai più difficoltose che altrove. Inoltre all’attaccante veniva lasciata sempre una via di fuga libera, o verso la Valdegola o verso La Catena, ed la piccola valle di Bacoli poteva ben nascondere l’arrivo di un piccolo contingente nemico. Quindi se qualcuno voleva tentare di porre l’assedio a San Miniato, quella era la parte più vulnerabile.
Purtroppo è impossibile ricostruirne i caratteri architettonici, in quanto non ci è pervenuta nessuna descrizione e nessuna testimonianza iconografica. Probabilmente (ma si tratta solo di un'ipotesi) il presidio delle Colline era costituito, molto semplicemente, da una torre inserita in un piccolo recinto.

Estratto dal Catasto Generale della Toscana, Comunità di San Miniato
Sezione B, “Colline adiacenti alla Città”, sintesi dei fogli n. 1, 2 e 4
Archivio di Stato di Pisa, Catasto Terreni, Mappe, San Miniato, nn. 2, 3, 5
Immagine tratta dal sito web del “Progetto CASTORE”
Regione Toscana e Archivi di Stato Toscani
Per gentile disponibilità. Info Crediti e Copyright

Il borgo delle Colline fu dato alle fiamme l'8 maggio del 1314 dai Pisani guidati da Uguccione della Faggiuola (4), che probabilmente rese inservibile anche il fortilizio. Infatti, nei mesi successivi, i Pisani tornarono all’attacco di San Miniato, ancora da quella parte, e si spinsero quando fino al Convento di Santa Chiara, quando fino alla Porta di Ser Ridolfo. Una volta passanti i difficili momenti di Uguccione della Faggiuola, i Sanminiatesi ricostruirono il presidio militare.
Tuttavia, nell'agosto del 1369, il fortilizio fu preso come avamposto dalle truppe fiorentine all'assedio di San Miniato, guidate da Giovanni Malatacca. E proprio da qui partì l'operazione che nel gennaio 1370 portò alla conquista del castello sanminiatese. Di questo episodio è rimasta anche una narrazione cronachistica:

«[…] Anni MCCCLXVIIII. Adì XI d'Agosto il Comune di Firenze mandò l'oste generale a Samminiato al Tedesco, c'assediaronio intorno intorno, e Capitano generale dell'oste fu Messer Giovanni Malatacca, il quale fece gran danno di guastare, ed ardere infino alle porti di Samminiato, ed ebbe parecchi Castella di quelle di Samminiato. Poi per non potere stare ad assedio per lo Cardinale di Lucca nemico de' Fiorentini, si levò dall'assedio, e lasciò una bastìa fornita, e forte nel Borgo alle Colline allato alle mura di Samminiato a meno d'una balestrata, e fece fare tagliare tutte le strade d'intorno a Samminiato, onde credea, che nulla vittuaglia vi potesse entrare; laonde per questo, e per le Castella, che' Fiorentini v'aveano d'intorno, non vi potea entrare nulla, se none di furto, e così teneano i Fiorentini assediato Samminiato, e 'l Capitano de' Fiorentini istava in Cigoli, o per le Castella intorno a Samminiato con gente assai. […]».

Cronichetta d'incerto, in D. M. Manni (a cura di), Cronichette Antiche di varj scrittori del buon secolo della lingua toscana, Firenze, 1733, pp. 193-196.

Una volta che i Fiorentini sottoposero il controllo su San Miniato, tra le imposizioni conseguenti la conquista, venne ordinata la distruzione del fortilizio delle Colline, che aveva costituito un buon avamposto per l'assedio, ma che, evidentemente, poteva essere pericolosamente sfruttato da eventuali nemici in caso di futuri conflitti. Da questo punto di vista i Fiorentini la sapevano lunga.

«[…] I Pr. delle Arti e G. di g., considerando come sebbene molte cose sieno state ordinate pel governo della terra di Sancti Miniatis fiorentini, resta tuttavia da provvedere intorno a molte altre, che sarebbe troppo lungo trattare alla spicciolata nei Consigli del P. e del C., e fra queste: - 1. Circa al disporre e provvedere alla distruzione della fortezza e luogo che si chiama le Colline, presso la terra di Samminiato, e degli edifizi quivi esistenti; come circa l'indennità da darsi a chi possiede quegli edifizi […]»

C. Guasti (a cura di), I Capitoli del Comune di Firenze. Inventario e Regesto, 2 voll., Tipi di M. Cellini e C, Firenze, 1866, Tomo I, V, n. 12, p. 231, 17-18 aprile 1370.


NOTE BIBLIOGRAFICHE
(1) F. Salvestrini, Il Nido dell’Aquila. San Miniato al Tedesco dai Vicari dell’Impero al Vicariato Fiorentino del Valdarno Inferiore (secc. XI-XIV), in A. Malvolti e G. Pinto (a cura di), Il Valdarno Inferiore terra di confine nel medioevo (secoli XI-XV), Leo S. Olschki Editore, Firenze, 2008, pp. 239-240.
(2) M. L. Cristiani Testi, San Miniato al Tedesco, saggio di storia urbanistica e architettonica, Marchi e Bertolli, Firenze, 1967, p. 57.
(3) F. Fiumalbi, Sant’Andrea di Castro Cigoli. Una chiesa scomparsa nel suburbio di San Miniato, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti della Città di San Miniato, n. 80, 2013, pp. 412-414.
(4) Giovanni di Lemmo Armaleoni da Comugnori, Diario (1299-1319), Edizione a cura di V. Mazzoni, Leo S. Olschki, Firenze, 2008, c. 30r, p. 40

mercoledì 12 febbraio 2014

15-16 FEBBRAIO 2014 - IL MUSEO DIOCESANO ADERISCE ALLA 2° GIORNATA DEI MUSEI ECCLESIASTICI

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Nei giorni 15-16 febbraio, in occasione della 2° Giornata dei Musei Ecclesiastici organizzata dall'AMEI, il Museo Diocesano d'Arte Sacra di San Miniato (Pisa) sarà aperto con il consueto orario invernale 10-13 con ingresso GRATUITO per tutti e, su richiesta, visite guidate.

Il Museo Diocesano d'Arte Sacra di San Miniato, si trova in Piazza Duomo, di fianco alla Cattedrale. Per ulteriori info:
tel. 342-6860873, e-mail: museodiocesano@diocesidisanminiato.it


Il Museo Diocesano d'Arte Sacra di San Miniato


15-16 febbraio 2013 - 2^ Giornata dei Musei Ecclesiastici

Al suo debutto, lo scorso marzo, la Giornata nazionale dei Musei Ecclesiastici ha fatto registrare, ovunque, presenze prima mai viste. Facendo scoprire a migliaia di persone la ricchezza e l'interesse degli otre mille Musei "ecclesiastici", ovvero Musei Diocesani, di Cattedrali, Chiese, Confraternite disseminati lungo l'intera Penisola, da nord a sud, isole comprese; un immenso patrimonio che ai più è del tutto ignoto, scarsamente segnalato dalle guide turistiche delle città, "snobbato" da un certo ambiente culturale, soffocato da un'immagine di polverosità e noia che è assolutamente lontana dalla realtà di queste istituzioni.
La giornata ha avuto il merito di cominciare a far riemergere quelli che apparivano come i "Musei cancellati", nonostante siano regolarmente aperti al pubblico, siano davvero tanti (più di mille), ricchissimi per patrimonio e per attività e siano ospitati in luoghi e monumenti tra i più belli delle città italiane.
L'AMEI - Associazione Musei Ecclesiastici Italiani, sulla scorta della più che positiva esperienza dello scorso anno, ha deciso di rinnovare anche nel 2014 la Giornata dei Musei Ecclesiastici, scegliendo come date il 15 - 16 febbraio, nella ricorrenza del Beato Angelico che l'Associazione ha assunto come simbolo tutelare e che è il patrono degli artisti. Così sabato 15 febbraio e domenica 16, i più di 200 Musei Ecclesiastici aderenti all'Associazione (senza per altro escludere dall'iniziativa i Musei non ancora iscritti) apriranno gratuitamente le porte, proponendo, accanto al godimento delle loro diversissime collezioni, visite guidate, attività, incontri, musica. I Musei aderenti e le iniziative proposte da ciascuno di essi iniziative si possono trovare sul sito dell'Associazione: www.amei.biz
"Le Giornate dei Musei Ecclesiastici - ricorda monsignor Giancarlo Santi, presidente dell'AMEI - sono una delle tante iniziative che l'AMEI ha messo in cantiere per far emergere la forza in parte ancora nascosta della realtà museale ecclesiastica italiana. L'obiettivo è di far conoscere questo capillare sistema museale, non inferiore né per presenza né per contenuto a quello dei musei di gestione statale o di enti locali. Una strategia di emersione cui ci invitano anche le ricorrenze - che vorremmo ricordare - dei 450 anni del Concilio di Trento, Concilio che ha consegnato all'arte e agli artisti una fondamentale missione di comunicazione del messaggio evangelico e dei 50 anni dal Concilio Ecumenico Vaticano II con la riflessione quanto mai attuale sulla funzione assegnabile alla produzione artistica sacra, a partire da quanto emerso nell'ambito del Concilio stesso.
Per saperne di più: www.amei.biz

domenica 9 febbraio 2014

GIUSEPPE RONDONI – DELIBERAZIONI MUNICIPALI RELATIVE AL RISORGIMENTO NAZIONALE

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a cura di Francesco Fiumalbi

Giuseppe Rondoni (San Miniato, 17 novembre 1853 – 16 novembre 1919), già Direttore della Miscellanea Storica della Valdelsa e Presidente dell'Accademia degli Euteleti, è senza dubbio una figura molto importante per i suoi contributi sulla storia sanminiatese.
In questo post proponiamo un articolo che Giuseppe Rondoni compilò per la rivista «Il Risorgimento Italiano», nell’anno 1912, dal titolo Archivio Comunale di S. Miniato al Tedesco. Deliberazioni municipali relative al Risorgimento Nazionale. E’ una pubblicazione assai interessante, poiché, partendo dalle deliberazioni municipali, traccia un quadro sintetico dell’atmosfera che si respirava a San Miniato nel periodo che va dal 1848 al 1861, ovvero negli anni che porteranno all’Unità d’Italia.


Frontespizio de «Il Risorgimento Italiano», Rivista Storica, Organo della “Società Nazionale per la Storia del Risorgimento Italiano”, Anno V, Fratelli Bocca Editore, Milano, Torino, Roma, 1912.


Di seguito il testo completo: G. Rondoni, Archivio Comunale di S. Miniato al Tedesco. Deliberazioni municipali relative al Risorgimento Nazionale, in «Il Risorgimento Italiano», Rivista Storica, Organo della “Società Nazionale per la Storia del Risorgimento Italiano”, Anno V, Fratelli Bocca Editore, Milano, Torino, Roma, 1912, pp. 586-595.
Pubblicazione ai sensi dell’Art. 25, Legge 22 aprile 1942, n. 633.

AVVERTENZA: i numeri in blu, all'interno delle parentesi quadre sono i numeri di pagina originali. Le note, a margine di ogni pagina, sono state rinumerate e posizionate in fondo al testo.

[586] MUSEI, ARCHIVI, BIBLIOTECHE

Archivio Comunale di S. Miniato al Tedesco.
Deliberazioni municipali relative al Risorgimento Nazionale.
(1848—1861).

«In questo Archivio Comunale, che non è senza importanza per i cultori degli studi storici, ho spigolato notizie relative al periodo del nazionale risorgimento, quando S. Miniato era già divenuto capoluogo di un vasto, popoloso e fiorente circondario della provincia di Firenze. E poiché gli effetti del risorgimento nelle terre minori e nel contado, e gli aspetti che quivi assumeva sono in gran parte un'incognita, ch'è opportuno e doveroso rintracciare e chiarire, così mi si consenta rilevare i principali risultati delle mie ricerche.
Anzi tutto ferma l'attenzione un'adunanza del magistrato (la Giunta odierna) del gennaio 1848, con intervento di sei Priori, ed in assenza del gonfaloniere (il Sindaco), ch'era allora il duca Ferdinanzo Strozzi di Firenze. I Priori adunque “informati delle gravi discordie avvenute in Livorno nella sera del 6 gennaio corrente” (e sono i tumulti che determinarono il ministro Cosimo Ridolfi ad accorrervi ed a fare catturare il Guerrazzi) “e della fiducia riposta nei sudditi col sovrano motuproprio del 7 detto, deliberarono alla unanimità di votare a nome della città il seguente indirizzo ed affidare al gonfaloniere l'onorevole incarico di rassegnarlo al R. trono, unitamente a quello della ufficialità della guardia civica, col quale rinnovella il giuramento di esser pronta ad ogni sacrifizio per la difesa del trono e conservazione dell'ordine”.
L'indirizzo esprime “i sentimenti di generale reprobazione” degli abitanti di S. Miniato, e quelli altresì "di rispetto, di confidenza e di affezione nutriti mai sempre e senza limiti... da questo popolo abitualmente rispettoso, tranquillo ed amante dell'ordine(01).
[587] Nello stesso anno, sempre a proposito di Livorno ed in assenza del solito gonfaloniere, i nostri Priori, visto il proclama del granduca del 3 settembre, col quale annunzia che, trovandosi Livorno sotto il flagello dell'anarchia, confida che “la guardia civica accorrerà pronta alla comune difesa; viste le lettere del sotto-prefetto colle quali invita a provvedere i militi, che devono subito organizzarsi e riunirsi, e fa richiesta di un locale ad uso di caserma, e dell'anticipo delle spese per avere la rivalsa dalla cassa militare”, deliberano di assegnare il noviziato di S. Francesco per le guardie civiche del circondario con paglia ed il necessario per la illuminazione notturna “e danno facoltà al Camarlingo di anticipare il soldo ai militi(02). Si trattava della spedizione delle civiche presso Livorno per la dimostrazione bollata dall'arguzia toscana per Campagna delle acciughe.
Il 13 aprile 1849, il nostro magistrato "avuta comunicazione per mezzo del Monitore Toscano dello scorso giorno, che il municipio di Firenze aveva assunte in nome del principe le redini del governo per la migliore direzione degli affari, volendo procedere con maturità di consiglio, e riunire più che fosse possibile le volontà non tanto degli altri notabili del paese, quanto dei più elevati impiegati, ha deliberato invitare alla seduta magistrale Mons. Vescovo, il Sotto-Prefetto, il Presidente del Tribunale ed il R. Procuratore, il curato dei SS. Jacopo e Lucia e quello dei SS. Michele e Stefano. Previa discussione con intervento dei sopradetti sui temperamenti che sarebbe stato utile “adottare” in questi solenni momenti(03).
Considerato che primo scopo del municipio si era togliere e prevenire possibili reazioni, che potevano avvenire più agevoli se si fosse verificato un imponente concorso della classe agricola, che ha dichiarato di voler venire a S. Miniato nella giornata a proclamare il ristabilimento della monarchia costituzionale di Leopoldo II, ch'era invocato dalla parte più numerosa della città; che l'assenza del potere esecutivo poneva il municipio nell'obbligo di provvedere alla conservazione dell'ordine pubblico;

 DELIBERA

un proclama ai cittadini e di esortare i parroci di S. Miniato ad insinuare la concordia ed il rispetto alle leggi, e che qualora si verifichi il sospettato concorso, i parrochi stessi, uniti a qualche individuo del corpo magistrale, si pongano alla testa della moltitudine, e cerchino di moderarla [588] ne' modi più blandi e lusinghevoli che le circostanze potranno suggerire”.
Nello indirizzo ai cittadini, formulato seduta stante, raccomandava che nessuno si attentasse “perturbare l'ordine pubblico imperocché una sola scintilla sia talenta cagione di vasto incendio”. Aggiungeva: “La divergenza delle opinioni politiche per chi ami davvero la libertà non può né dev'esser giammai fomite di discordie. Stringiamoci tutti in un amplesso di pace, e veneriamo nelle vicende cui van soggetti gli Stati i supremi decreti della Provvidenza”. Infine dichiarava “di aderire formalmente al ristabilimento della monarchia costituzionale di Leopoldo II, nella fiducia, nutrita eziandio dal municipio di Firenze, che la monarchia medesima sia circondata d'istituzioni popolari, e che possa evitarsi il dolore di una straniera invasione”. Tutto fu votato per acclamazione. Era allora gonfaloniere Vincenzo Migliorati, di nobile e ricca famiglia samminiatese.
I contadini accorsero a S. Miniato in buon numero, ed anche con vanghe e forconi; ma non vi furono disordini, nonostante l'entusiasmo, che fu tale che un contadino, pel troppo correre ed affannarsi, giunto in paese, moriva per mal di cuore.
Ad ore 5 pom. del 15 la restaurazione fu solennizzata con un Te Deum in cattedrale.
Indi il municipio fece presentare in Pisa un indirizzo da commissione apposita al granduca, subito dopo il suo sbarco a Viareggio.
Giova riferirlo perché mentre contiene le più smaccate proteste di omaggio pure insiste sulle costituzionali franchigie, ed é specchio dell'animo illuso della maggior parte dei Toscani nei centri minori e nelle campagne (04).

Altezza Imperiale e Reale!
I giorni della vostra assenza furono giorni di lutto, di fremito e di terrore. Non sapremmo ridire la cupa indignazione con cui fu dalle Provincie accolta la dolorosa novella che una mano di scellerati vi aveva necessitato ad abbandonare il suolo toscano.
Il municipio di S. Miniato onorasi di avere nei tempi infausti con-servato alla vostra eccelsa persona ed alla vostra famiglia puro da ogni macchia l'affetto. Esso recusò qualunque indirizzo o segno di adesione ai fatti democratici, senza curare le loro folli declamazioni; custodì gelosamente scevro di oltraggio quel marmoreo monumento che ci ricordava nella vostra lontananza le paterne vostre sembianze, i vostri preziosi benefizi e i doveri della nostra riconoscenza. Non abbiamo che un desiderio da esprimervi, quello di vedere assicurate dalla vostra sapienza le istituzioni [589] costituzionali che ci donaste e con esse la felicità del vostro popolo e la gloria del vostro trono(05).

In questo ambiente, già beneficato realmente da Leopoldo II col Tribunale circondariale, ed ove sorgeva una statua del principe, opera mediocrissima del Pampaloni, veniva, dopo alcuni anni, ad inaugurare la sua carriera d'insegnante e di poeta Giosuè Carducci, e, altro strano contrasto, proprio questo municipio, così umile e devoto, venne ad urtarsi collo Imperiale e Reale Governo, a proposito della Civica, facendo rimostranze e proteste, che non debbono passare inosservate per la Storia generale della Toscana in quegli anni. Vero è che tra il fervido indirizzo e il conflitto era sopraggiunta la occupazione austriaca.
In data 20 aprile 1849 i nostri Priori rilevano che la guardia nazionale formata nel '47 con soverchia prestezza dovè accogliere individui che non avevano i necessari requisiti. Donde il bisogno di riforma sentito universalmente e reclamato in iscritto dagli ufficiali e comandanti della 1° compagnia, sul fondamento che non pochi individui meritavano di “essere radiati dal ruolo, quali per causa d'inettitudine fisica, quali per la loro condizione economica, e quali per la loro indisciplina e cattiva condotta”. Anzi una fatale esperienza ha dimostrato al municipio che questa “ultima causa ha portato a grado a grado la guardia nazionale nel più rimarchevole discredito, giunto al segno che per la immoralità di alcuni militi della 1° compagnia, gli altri animati da buono spirito e retti principi hanno dovuto rifiutarsi di prender parte al servizio per essere il contatto co' primi lesivo alla loro buona reputazione. La 2° compagnia ha trovato sempre somma difficoltà a riunirsi perchè composta nel maggior numero di persone degenti in campagna, ed il più delle volte ha ricusato di prestare il servizio, che sarebbe toccato a turno colla 1° compagnia , nonostante gl'incitamenti delle autorità governative ed ufficiali, riuscendo di un vistoso aggravio al municipio per la istruzione e per gli stipendi dei bassi ufficiali, pei locali, ecc., senza alcun utile pubblico, ed anzi col danno manifesto del malo esempio, che si è comunicato in parte ai militi delle guardie dei comuni limitrofi”.
Non mi è riuscito sapere che diavolo facessero quei militi causa di tanto scandalo; fatto è che l'autorità municipale ne deliberava il discioglimento [590] e la ricostituzione, a voti unanimi, e su conforme parere del Sotto-prefetto, richiedendo alla superiore autorità l'invio di una schiera di veliti pel servizio di polizia. Se non che una officiale della prefettura di Firenze, avvisando che non può farsi l'invio dei veliti, in cambio dello scioglimento, invita a richiamare il Consiglio di revisione a portare un più accurato esame sui ruoli per togliere dai medesimi gl'immeritevoli; ma il Magistrato col Sotto-prefetto insistono nei loro divisamenti, dacché il Consiglio di revisione conteneva gli stessi vizi de' quali era infetto il corpo della nazionale. Tale proposta (concludono) “può sola tutelare la quiete pubblica che il nuovo ordine di cose potentemente reclama(06).
Poi, il 12 maggio, sappiamo che anche il governo vuole lo scioglimento, e il magistrato delibera che “per non offendere suscettibilità e per economia” si sciolgano le due compagnie simultaneamente, e se ne ricostituisca una sola. La deliberazione non ebbe effetto perchè un decreto del Commissario straordinario di S. A. I. e R. (il Serristori), in data del 18, dichiarava sciolta senz'altro la guardia nazionale di S. Miniato.
Il comune sospese allora gli stipendi agl'impiegati della medesima, ad eccezione dell'armaiuolo, destinato alla custodia delle armi di proprietà comunale (07).
Trascorso qualche tempo, il 13 marzo 1850 i nostri padri coscritti lessero con grande stupore una intimazione del governo di raccogliere le armi della Civica nei magazzini militari di Firenze e di Livorno, e parve un fulmine a ciel sereno.
Francamente risposero: “Non crede il municipio declinare dal rispetto che si deve all'autorità superiore se ritiene non esser luogo per di lui parte allo invio”. Considerando ch'era il ritiro inspirato dall'unica veduta di provvedere alla necessaria conservazione delle armi, che il comune era stato cauto di procedere al ritiro, ponendole “in luogo e deposito sotto la sorveglianza di una deputazione eletta appositamente”, che sono in ottimo stato di conservazione, e che abiti ed armi erano acquistati col denaro del municipio o “regalati dal patriottismo dei cittadini”. Infine e sopratutto si fonda “nel difetto di ogni ragion politica al dirimpetto di questa città per essersi sempre mostrata tranquilla, sommessa ognora alle leggi, amantissima dell'ottimo principe, ed incapace affatto di avversare il governo, e per andare tuttora superba di essere stata la prima in tutta Toscana ad aderire per l'organo del suo municipio alla felice restaurazione della monarchia costituzionale”.
Invano! La prefettura con nuova ufficiale del 26 marzo richiamava senz'altro il gonfaloniere alla spedizione delle armi; ma egli coi Priori, mentre intende e dichiara di essere ossequente agli ordini dell'autorità superiore, [591] crederebbe pur tuttavia di demeritare la fiducia de' suoi amministrati e di rendersi indegno di quella politica libertà che concede lo statuto fondamentale elargito dall'ottimo principe, se non sentisse il bisogno di protei stare contro la incostituzionalità della ordinata misura, in quanto che non giustificato rapporto a questo Comune da veruna di quelle circostanze che sembrano averla motivata, e che o per il lato economico o per il lato politico potevano renderla forse anche adottabile ed opportuna. “Quanto allo scioglimento, si ritenne chiesto ed ingiunto soltanto in vista di un riordinamento generale, onde non potersi non considerare con estrema amarezza che colla inopinata richiesta delle armi, toglieva al municipio quella fondata speranza che aveva sempre nutrita del riordinamento, e tanto più perchè non sapeva conciliare l'adozione di una siffatta misura coll'impegno in cui trovasi l'I. e R. Governo di riorganizzare la guardia, ora che sta quasi per compiersi il termine dell'anno prescritto dall'art. 14
del Regolamento organico 4 ottobre 1847, sulla guardia civica del granducato
”.
Rileva pertanto “la inopportunità per lo meno della misura”, ed affine di mettersi “al coperto da qualunque rimprovero da parte de' suoi amministrati, sente il bisogno di tornare a richiedere la pronta riorganizzazione della Civica di questo Comune”. Né infine dissimula che “il decreto avrebbe efficacia pari a quella di una legge marziale, cosa cui certamente repugna la coscienza stessa del governo toscano, non che l'attuale condizione politica del granducato. Crederebbe di tradire i propri doveri quando si uniformasse a così esorbitante richiesta. Ferma stante la protesta della incostituzionalità e inopportunità, e conscio di dovere obbedire alle autorità superiori, aderisce allo invio, purché il governo s'incarichi delle spese di trasporto” (08). G. Petri, allora cancelliere comunitativo, annotava: “Con sovrana risoluzione del 6 aprile 1850, partecipata dalla prefettura, é stato ordinato che sia disapprovata ed annullata la di contro deliberazione in quella parte che contiene resistenza agli ordini ed espressioni meno che rispettose verso il R. Governo”.
In quei giorni di cupa reazione questa coraggiosa protesta di un piccolo Comune, che ricorda il patto costituzionale al governo fedifrago, dimostra e conferma come fino dai primordii di quel decennio che ben fu detto di raccoglimento, la coscienza politica e nazionale fosse progredita e progredisse modesta e sicura, e quasi presaga del vicino trionfo. Cuoceva l'onta della occupazione austriaca, tanto più che fino dal 18 giugno del '49 era stata invitata la comunale magistratura nostra “a convocarsi straordinariamente e a stanziare e spedire senza indugio quelle maggiori somme [592] che potesse avere disponibili, purché non inferiori in complesso alle L. 11.600”. Fu necessario un imprestito (09).
Gli anni 1859 e '60 offrono poco d'importante, o che abbia quel rilievo e colore locale, che può contribuire anche alla intonazione generale dei grandi quadri della storia.
Il 5 maggio del 1859, un po' tardi, a dir vero, si registra l'adesione al governo provvisorio toscano con voti tutti favorevoli e con poche e nobili parole, incaricando di partecipare tale deliberazione al comune di Firenze e di renderla pubblica il gonfaloniere, ch'era l'avv. Enrico Maioli, cittadino e patriota integerrimo, e di lì a poco viene stanziata la somma di L. 2500 per concorrere alle spese per la guerra d'indipendenza, nominando altresì una commissione per raccogliere le offerte “pel santissimo scopo”.
Di questa somma L. 2100 si versarono nella cassa della depositeria generale, e 400 furono messe a disposizione della commissione suddetta affinchè supplisca pel momento alle spese occorrenti per l'invio alle bandiere dei volontari bisognosi di questo comune (10).
Il 14 si delibera inoltre una solenne messa di requiem pei caduti di Curtatone e di Montanara, che fu celebrata il 28 successivo nella chiesa del Crocifisso con intervento delle autorità, musica e “forbita orazion funebre” del canonico Matteo Mattei.
Giunge la notizia di Magenta, e il 7 giugno subito gonfaloniere e Priori, impiegati municipali, autorità politiche e banda si recano verso il tramonto nella solita chiesa del Crocifisso, ad intuonare l'inno di rendimento di grazie al Dio degli eserciti.
Reintegrato il chimico prof. Taddei nella sua cattedra, la municipale rappresentanza fece un indirizzo al governo, presentato da apposita deputazione, attestante il gradimento dei Samminiatesi, ai quali il buon Taddei rispose con quello affetto, che nutrì sempre caldissimo per la sua cittadina natale (11).
Il 16 luglio il magistrato prese notizia di un'istanza presentata dai signori Leopoldo Conti, dott. Giuseppe Neri, dott. Alceste Sambuchi e dott. Genesio Migliorati, perchè venga avvalorato e sanzionato dal voto del municipio un indirizzo a V. Emanuele, firmato da più e diversi comunisti. Decise di astenersi dalla votazione in proposito, poiché sulle sorti future e definitive della Toscana dovrà decidere un'assemblea convocata a tale effetto.
Trascorrono pochi giorni, e il municipio si associa ai sentimenti delle popolazioni, ed esprime il desiderio dell'annessione della Toscana agli altri [593] Stati italiani, sotto la maestà costituzionale del re Vittorio con un manifesto ch'è de' più belli e vibrati, e forse dettato dal gonfaloniere Maioli.
Venne inserito nel Monitore, e ne furono tirate 300 copie, trasmesse a ciascuno dei gonfalonieri della Toscana.
Né va taciuto il ringraziamento al governo toscano “per avere saputo così degnamente reggere lo Stato”, e l'altro a V. Emanuele per l'accoglimento del voto della toscana assemblea, “sicuri di avere (così era detto) in voi e nella inclita vostra casa perenne guarentigia di progressi e miglioramenti civili(12).
Del resto questi indirizzi si possono leggere nel Monitore toscano, talché sarà piuttosto opportuno trascrivere le notizie dell'elezione dei due deputati del collegio di S. Miniato alla Costituente toscana. Le spese occorse furono di L. 289, 16, 8, delle quali L. 12,10 per candele, facendosi la elezione in chiesa. Gli elettori erano 912. Gli eletti furono, quasi senza contrasto, il venerando Gino Capponi e Ferdinando Strozzi, che già vedemmo sindaco di S. Miniato. Ne diè loro partecipazione ufficiale il principale donzello comunale mandato a tale uopo a Firenze (13).
Nella sala del Consiglio fu quindi collocato il busto del Padre della Patria, colla epigrafe: “V. Emanuele II eletto — A nostro Re — Dalla Assemblea toscana — Il 20 agosto 1859”. La piazza del Seminario fu sancito che si denominasse V. Emanuele, e che la strada detta del Bellorino, ove esistevano le antiche case Buonaparte, si appellasse Via Buonaparte. “Così (fu detto) un tal cognome rammenterà del pari che la città di San Miniato fu culla degli illustri Agnati del magno Napoleone III (14).
Nel 1860 s'incomincia con altri indirizzi, uno al re Vittorio “per esprimere nuovamente la ferma volontà di veder rispettato l'atto solenne emesso dai nostri legittimi rappresentanti il 20 agosto 1859”, e l'altro al Ricasoli. Vi furono 4 voti in contrario, e l'incarico di redigere tali indirizzi venne affidato, su proposta del gonfaloniere, che in quell'anno era il nobile Averardo Conti, agli avvocati Gaetano Pini ed Enrico Maioli, già sindaco, ed all'ingegnere Carlo Taddei. Quello al Ricasoli fu presentato in persona dal gonfaloniere e dai tre cittadini summentovati. In genere tutti questi indirizzi, ai quali deve aggiungersi un altro al Ricasoli per condolersi della esplosione delle due bombe nell'atrio del suo palazzo e di una terza in quello del ministro Salvagnoli, sono fra i più degni ed eloquenti fra i tanti e tanti allora pubblicati; vennero composti molto probabilmente
dagli avvocati Pini e Maioli (15).
Sorvolo sulla nomina di una commissione “con incarico di portarsi a [594] tutte le parrocchie del comune per eseguire lo spoglio dei libri degli stati di anime, per compilare la lista degl'individui che ai termini di legge si trovavano nelle condizioni volute per dare il voto nello imminente plebiscito”; sull'assegnazione di L. 500 “per acquisto di armi a difesa dell'indipendenza nazionale” e di L. 700 pel monumento a V. Emanuele a Torino, e segnalo piuttosto le feste sacre e profane pel beneaugurato plebiscito. Nell'ampia chiesa di S. Domenico (il Duomo era in restauro), fu celebrata una messa in musica con assistenza del Vescovo e di tutto il clero secolare e regolare, degli alunni del Seminario, del Sotto-prefetto, Tribunale, rappresentanza municipale, corpo insegnante, impiegati regi e comunali, e molti notabili cittadini, banda e guardia nazionale. Monsignore, ch'era Giuseppe Maria Alli-Maccarani, espose il Venerabile ed intuonò il Te Deum.
Il concorso fu straordinario. La giornata, 18 marzo, splendida. Così pure la illuminazione, che, nella sera lietissima, si estese spontanea dai pubblici edifici alle case dei più umili cittadini (16).
Con simil pompa venne il 13 maggio festeggiato lo Statuto, in ordine ad una circolare del ministro dell'interno, e dietro convocazione di urgenza del Magistrato “in seguito a semplice verbale avviso”.
Però invece che in S. Domenico, la cerimonia si svolse nella chiesa veneratissima del Crocifisso, con assistenza del proposto Giuseppe Conti.
Poscia dinanzi al corteggio, che si schierò presso il palazzo municipale, sfilò la guardia nazionale colla banda. Notate fra i priori le assenze di un Magnani e di un Balducci, che per altro si giustificarono per motivi di salute. Però chi scrive ricorda di avere udito nella sua fanciullezza accusare il Magnani di codinismo.
Le feste costano denari, e nello elenco delle spese chi più intascò, e non fu molto, fu il Ristori, tipografo (quel medesimo che aveva pubblicato il primo volumetto di poesie del Carducci), e cioè L. 147,00 per doppia tiratura di 1500 libretti istruttivi pel popolo, 200 programmi e 150 avvisi.
Né si fece risparmio di campane, dacché a certo Brunelli e compagno, per aver suonate quelle del duomo per sei giorni, e tre volte per ogni giorno, vennero sborsate L. 84. Né si omise in occasione dello ingresso del Re a Firenze, il 16 aprile del '60, di fare in quella sera un bel falò di fascine lungo la strada del poggio al disopra del piazzale, ed a pie della storica rocca degli Svevi (17).
Gli eventi precipitano; la fortuna non ci abbandona, e con essa le feste continuano, ma anche in queste, cominciano le note discordi. Cosi nel marzo 1861 fu dato un voto contrario alle feste da farsi per la proclamazione del re d'Italia, che consisterono in distribuzione di pane ai poveri, palio [595] di cavalli sciolti, fuochi di artifizio ed innalzamento di un globo aereostatico.
Quando poi per la festa commemorativa della unità d'Italia e dello Statuto, il gonfaloniere invitò il Vescovo alla celebrazione dei sacri riti, non solo ei si rifiutò recisamente, ma non volle autorizzare alcun ecclesiastico. Onde il Consiglio deliberava di fare la festa in qualche chiesa di patronato municipale, o meglio di “limitarla alla sola parte civile”. Deliberò collazioni di doti di L. 50 l'una a fanciulle miserabili, ed oltre ai soliti lumi “un ballo campestre nel pubblico passeggio con intervento della banda, che farà di quando in quando, oltre ai ballabili, pezzi di concerto(18).
Le feste si seguono e si rassomigliano; più concludente fu intanto la proposta del primo priore, avv. E. Maioli, nell'adunanza di magistrato del 29 settembre del 1860. Volgevano i momenti difficili, nei quali la corrente repubblicana e mazziniana contrastava ed intorbidava l'altra magnifica dominata dal Cavour, ed il Maioli saggiamente proponeva, annuenti i colleghi tutti: “Nello agitarsi di una setta, che attenta perturbare il corso maraviglioso del movimento italiano per travolgerlo nell'anarchia rivoluzionaria, e che osa affacciare pretese che offendono la dignità nazionale, il municipio esprime un voto di plauso alla politica saggia ed energica del governo del re, comò quella che, per consentimento universale, può condurre al compimento degli alti destini d'Italia; conforta quindi il governo a perseverare con fermezza di proposito nella politica stessa, ed a combattere come faziosi e nemici della patria tutti coloro che inalzano una bandiera diversa da quella che sempre tenne alta la intemerata lealtà del nostro gran re Vittorio Emanuele II(19).
Sarebbe da augurare che uno spoglio dei più notevoli documenti concernenti la storia del risorgimento nazionale negli atti e deliberazioni dei nostri Comuni si facesse con storico criterio e comprensione diligente, e che a questo attendessero o si prestassero di buona voglia le autorità
stesse municipali».

Giuseppe Rondoni.


NOTE:
(01) Deliberazioni della rappresentanza della Comunità civica di S. Miniato. Anno 1848, 8 gennaio.(02) Deliberazione cit., 4 settembre.
(03) Deliberazione anno 1849.
(04) Deliberazione del 25 luglio 1849.
(05) Il 29 luglio, ad ore 6 pom., fu cantato in cattedrale un solenne Te Deum dal vescovo con intervento di tutte le autorità. “Nella sera fu con bella gara illuminata la città dai cittadini, mentre i colli circostanti e le campagne splendevano come nelle sere precedenti di mille e mille fuochi di gioia. La banda civica percorse sino a notte avanzata le vie della città eseguendo diverse sinfonie di allegrezza e di giubilo interrotte dagli evviva con cui il popolo acclamava continuamente al suo benefico Principe e Padre “. Così in una Memoria negli Atti del Municipio.
(06) Deliberazione del 27 aprile.
(07) Deliberazione del 21 maggio.
(08) Deliberazioni del 18 marzo e 2 aprile.
(09) Deliberazione del 18 giugno 1849.
(10) Deliberazioni del 5 e 14 maggio 1859.
(11) Deliberazioni del 28 maggio, 7 e 15 giugno.
(12) Deliberazioni del 16 « 80 luglio, del 26 agosto e 24 settembre.
(13) Deliberazione del 26 agosto.
(14) Deliberazioni del 28 settembre e 26 ottobre.
(15) Deliberazioni dell' 11 e 21 gennaio 1860.
(16) Deliberazioni del 3, 9 e 18 marzo 1860.
(17) Deliberazioni del 7, 9, 13 e 26 maggio 1860.
(18) Deliberazioni del 2 e 27 marzo, e del 22 maggio 1861.
(19) Deliberazione del 29 settembre 1860. 
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