domenica 29 settembre 2013

IL FARO IN ROCCA - LA CERIMONIA

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A più di due anni dalla costituzione dell'apposito Comitato Cittadino, domenica 29 settembre 2013 si è tenuta la cerimonia che segna il ritorno del faro in Rocca. Anziché essere riacceso sul rocchetto più alto come era stato proposto inizialmente, l'apparecchio ha trovato una degna collocazione in una teca all'interno della Torre di Federico II, in un ambiente di tipo museale, consegnandolo di fatto alla storia sanminiatese. Quella storia, come hanno sottolineato Marzia Bellini (Presidente Consiglio Comunale), Mario Rossi (Comitato per il Faro), Nicoletta Corsi (Pro Loco) e Chiara Rossi (Vicesindaco e Assessore con delega alla Cultura), che ancora oggi spesso crea situazioni di divisione, dovute a posizioni assai consolidate, ma che deve poter essere condivisa da tutti. Una storia che può non piacere ed entusiasmare sempre, ma che comunque è quella e non è possibile negarla o adattarla a posizioni di comodo.
Per questo motivo, il faro, che ha rappresentato per alcuni anni un punto di riferimento molto forte per la comunità sanminiatese, deve far parte della storia della nostra Città. Come ha ricordato Marzia Bellini, probabilmente il faro ha avuto l'unica sfortuna di essere stato collocato nel 1928, in un periodo che non può certo essere annoverato come fra quelli più felici della nostra Italia. Ma, nonostante questo, non può e non deve essere cancellato dalla nostra storia, di cui fa parte. Ha ringraziato i presenti, le associazioni cittadine e i familiari dei Caduti della Guerra 1915-18, alla cui memoria fu installato il faro.
Mario Rossi, ringraziando quanti si sono adoperati per arrivare a questo momento molto importante per San Miniato, atteso da quasi 60 anni, ha voluto anche ricordare una serie di aneddoti, alcuni molto suggestivi, legati al faro e alla sua influenza sulla vita della gente, in un periodo in cui la corrente elettrica non era ancora entrata nelle case.
Nicoletta Corsi ha sottolineato il ruolo della Pro Loco, che ha custodito il faro fino ad oggi, e ha richiamato alla memoria quei sanminiatesi che in passato hanno tentato, invano, di ripristinare il faro e che oggi non sono potuti essere presenti perché nel frattempo sono venuti a mancare.
Chiara Rossi ha concluso ricordando il valore della nostra storia, e la degna collocazione all'interno della Torre di Federico II, il monumento sanminiatese più visitato e ricco di fascino, e di cui il faro costituisce un elemento che fa parte della sua presenza plurisecolare.
Al termine, dopo un minuto di silenzio in onore ai Caduti, è stato scoperto idealmente il faro sul prato della Rocca, affinché fosse visibile a tutti prima di venire collocato all'interno della Torre. L'evento è stato salutato anche dai deltaplani dell'Ass. Tuscany Flight, che hanno sorvolato il prato della Rocca, rilasciando nel cielo una suggestiva scia tricolore.

Di seguito le immagini delle Autorità e delle Associazioni presenti.






sabato 28 settembre 2013

IL FARO ACCESO SUL PRATO DELLA ROCCA

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Nella serata di venerdì 27 settembre 2013 si è svolta sul Prato della Rocca di San Miniato quella che era stata annunciata come la “matta cena”. Si è trattato, in sintesi, di una manifestazione organizzata dal Comitato per il Faro, dall'Ass. Pro Loco e dal Comitato Manifestazioni Popolari, per rivivere in qualche modo l'atmosfera giocosa e spensierata delle serate estive passate sul Prato della Rocca. Infatti solo in epoca relativamente recente la Torre di Federico II è stata illuminata con un apposito impianto e i ragazzi sanminiatesi, nel periodo fra il 1928 e il 1944, erano soliti trascorrere le serate estive a frescheggiare sul prato, illuminato dalla sola luce del faro. I ragazzi si portavano qualcosa da mangiare, e poi intonavano canti e poesie, spesso accompagnati dal suono della fisarmonica. Non mancava anche chi improvvisava alcuni passi di danza. E questo è stato in qualche modo rivissuto, come si può apprezzare dal video.

Il faro votivo acceso a San Miniato durante le 
celebrazioni del 150° Anniversario dell'Unità d'Italia

Non è stato solo questo. Molte persone hanno ricordato la storia del faro, i motivi per cui fu collocato sulla cima della torre nel 1928 e la sua importanza quale punto di riferimento luminoso. All'epoca la Toscana era praticamente quasi tutta al buio. Solo nei centri abitati si poteva trovare qualche lampione, e il faro originario, con i suoi potenti raggi luminosi, raggiungeva località e paesi molto lontani. Ed è stato ricordato anche il significato commemorativo dell'apparecchio, una luce nelle tenebre del dolore per la perdita dei 456 giovani sanminiatesi, caduti durante la Prima Guerra Mondiale. Un significato che nelle intenzioni degli organizzatori è rinnovato ed arricchito, aggiungendo ai Caduti del 1915-18 anche quanti hanno perso la vita per l'Italia e per gli ideali di libertà, democrazia e benessere. Per questo motivo non sono mancati anche canti della tradizione antifascista come “Bella ciao” e la lettura di varie poesie.
E' stato un evento preludio alla cerimonia che si terrà nella mattina di domenica 29 settembre, alla presenza delle autorità civili, militari e religiose. Seguirà la collocazione del faro votivo all'interno di una teca nella Torre di Federico II, che fa parte del Sistema Museale di San Miniato.



Il video si compone di tre parti: la luce del faro vista da San Miniato Basso, i canti e i balli sul Prato della Rocca.

LA GLORIA DELLA CROCE

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LA GLORIA DELLA CROCE
... per quem salvati et liberati sumus”
CROCIFISSI MEDIEVALI DELLA DIOCESI DI S. MINIATO (SECC. XII-XIV)

Dal 5 ottobre al 24 novembre 2013, Santuario del SS. Crocifisso di Castelvecchio
[orario lun-ven 15-18, sab-dom 10-13/15-18]

Sabato 5 Ottobre 2013, alle ore 11, a San Miniato (Pisa), nel Santuario del SS. Crocifisso sarà inaugurata una ostensione di crocefissi medioevali dal titolo: La Gloria della Croce - “... per quem salvati et liberati sumus” - Crocefissi medioevali della Diocesi di San Miniato (secc. XII-XIV)
L’occasione che ha dato origine all’evento è l’indizione dell'Anno della Fede e la ricorrenza del 1700° anniversario dell’Editto di Costantino (313), col quale l'imperatore concedeva ai cristiani il culto pubblico della propria fede.
Il Vescovo di San Miniato, S.E. Mons. Fausto Tardelli, in collaborazione con l’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici della Curia, della Commissione Diocesana d’Arte Sacra, e con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di San Miniato, presenta l’ostensione di un gruppo di sette tra i più significativi crocifissi lignei della Diocesi dei secoli XII-XIV.
Essi provengono dal santuario del SS. Crocifisso di San Miniato, dalle parrocchie di Cerreto Guidi, Cevoli, Montopoli in Val d’Arno, San Miniato (Chiesa di S. Domenico), Santa Croce sull’Arno (Chiesa di S. Lorenzo) e dal monastero del SS. Salvatore in Fucecchio.
Il criterio dell’ostensione di queste straordinarie opere d’arte sarà costituito dall’accostamento delle tipologie del Crocifisso sofferente e del Crocifisso trionfante.

OPERE ESPOSTE:

CROCIFISSO DI CASTELVECCHIO
Anonimo, metà del XIII secolo,
Legno dipinto, cm 90 x 60
San Miniato - Santuario del SS.mo Crocifisso

CROCIFISSO
Intagliatore e pittore lucchese, 1138 - 48 circa
Legno e gesso policromato e dorato, cm 233 x 177
Cevoli - Chiesa dei SS. Pietro e Paolo Apostoli

VOLTO SANTO
Ignoto scultore toscano, fine XIII - inizio XIV secolo
Legno scolpito e dipinto, cm 290 x 250
Santa Croce sull’Arno - Chiesa di San Lorenzo martire

CROCIFISSO
Maestro del Crocifisso di Camaiore, metà del XIV secolo
Legno dipinto, cm 137 x 141
Cerreto Guidi - Chiesa di San Leonardo Abate

CROCIFISSO
Anonimo, XIV secolo
Legno dipinto, cm 200 x 120
Fucecchio - Chiesa di San Salvatore

CROCIFISSO
Maestro del Crocifisso di Camaiore, XIV secolo
Legno dipinto, cm 170 x 110
San Miniato - Chiesa di San Domenico

GESÙ CRISTO CROCIFISSO
Anonimo, prima metà del XIV secolo
Legno intagliato e dipinto, cm 110 x 60
Montopoli in Val d’Arno - Chiesa di San Giovanni Evangelista


domenica 22 settembre 2013

SAN MINIATO NEL DIZIONARIO DI ERUDIZIONE STORICO-ECCLESIASTICA

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a cura di Francesco Fiumalbi

Attraverso questo post è proposto un'interessante pubblicazione della metà dell'800. Si tratta dell'articolo riguardante San Miniato e la sua Diocesi, apparso nel vol. n. XLV, del Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai giorni nostri, stampato a Venezia nel 1847, e compilato per cura di Gaetano Moroni (Roma 1802 – 1883). Il Dizionario del Moroni fu un opera ciclopica, costituita da 103 volumi editi fra il 1840 e il 1879, realizzata con l'obiettivo di raccogliere e catalogare tutte le informazioni disponibili della storia della Chiesa. In questo senso non possiamo fare a meno di sottolineare questa, la catalogazione, come una delle espressioni del più complesso pensiero scientifico dell'epoca, a cui possiamo associare molte opere che hanno interessato anche San Miniato, fra cui spicca il “Dizionario” di Emanuele Repetti.
Proprio all'opera del Repetti si devono gran parte delle molteplici notizie di carattere storico riguardanti San Miniato e il suo territorio, in una dissertazione che lo stesso Moroni dedica idealmente alla memoria dello zio materno, Giovanni Antonio Bencerini, che egli indica essere di antica origine sanminiatese. Moroni riprende poi tutta una serie di tradizioni, che ritroveremo anche successivamente nei testi di Giuseppe Rondoni e di Giuseppe Piombanti, in quanto attinte direttamente all'interno dell'ambiente culturale sanminiatese dell'epoca. Moroni, infatti, dichiara di essere stato in diretto contatto con il Vescovo Mons. Torello Pierazzi e con Pietro Bagnoli, allora Presidente dell'Accademia degli Euteleti, della quale fu nominato “socio corrispondente”. Questo riconoscimento fu particolarmente apprezzato dal Moroni, onorato di far parte di quella istituzione accademica. E forse anche per contraccambiare la felice nomina, egli propone un'ampia trattazione della storia sanminiatese, fra cui merita di sottolineare una appassionata ricostruzione genealogica della famiglia Buonaparte.
Riguardo alle notizie di carattere storico-ecclesiastico le informazioni colgono gli aspetti significativi, seppur in forma molto sintetica per quello che invece doveva essere l'obiettivo della pubblicazione. Infatti, per una trattazione più completa e ricca di dettagli, si dovrà aspettare l'uscita del vol. n. XVII dell'opera Chiese d'Italia dalla loro origine sino ai giorni nostri, curato da Giuseppe Cappelletti, e stampato a Venezia nel 1862.

Gaetano Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica
da San Pietro ai nostri giorni, etc., vol. XLV, Venezia, 1862.


Di seguito è proposto l'estratto tratto dal Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da San Pietro ai nostri giorni, etc, compilato da Gaetano Moroni Romano primo aiutante di camera di Sua Santità, Venezia, Tipografia Emiliana, 103 voll. 1840-1879, vol. XLV, anno 1862, pp. 155-167.


«MINIATO (S.). (S. Miniati). Città con residenza vescovile del granducato di Toscana , nella provincia di Firenze, capoluogo di comunità e di giurisdizione. E situata sul dorso angusto d'una lunga collina, che la percorre per un buon mezzo miglio biforcando all'ingresso ed all'egresso fra le fiumane dell'Elsa e dell'Evola, le quali hanno foce in Arno, due miglia a settentrione dalla città. I colli sanminiatesi sono ameni e fertili, ben vestiti di oliveti, di vigneti e di frutti squisiti, in clima dolce e sano, tranne qualche nebbia in alcun tempo dell'anno. Fra le strade carreggiabili che l'attraversano avvi la regia postale Livornese. Vi risiedono il commissario regio ed un tribunale di prima istanza eretto nel 1838, oltre un vicario regio ed altri uffizi. Riconoscenti i sanminiatesi al regnante granduca Leopoldo II per l'istituzione di tal tribunale collegiale, e della residenza del commissario, sulla piazza di S. Bastiano, davanti al luogo del tribunale, gli ha eretta una statua marmorea rappresentante la sua effigie, scolpita dal ch. Pampaloni. Tra le chiese principali nomineremo le seguenti. La cattedrale di S. Maria e S. Genesio, ridotta nel 1488 nella forma e luogo in cui si trova, dipoi nel 1775 adornata di statue e stucchi. La chiesa e convento di S. Francesco de' conventuali, è un colosso che s'innalza sulle balze d'un colle tufaceo, sostenuto da immensi fondamenti e da muraglie, la più grandiosa delle vecchie fabbriche della città. L'origine risale al 1211, rifatta nel 1276, poscia nel 1343 nel modo che si vede, terminando un benefattore sanminiatese chiesa e convento nel 1480. Si rimarca il sepolcro di Baldo de' Frescobaldi di Firenze, tumulatovi nel 1359, e tra le sue tavole dipinte, dicesi la migliore quella di Corrado. È invalsa da gran tempo l'opinione, che ivi esistesse la chiesuola di S. Miniato in loco Quarto, dalla quale ebbe nome in seguito il paese, ora città omonima S. Miniato, Sanminiato, e Samminiato nel Val d'Arno inferiore. Ma pare che il luogo in discorso, un miglio e mezzo distante dall'antica pieve e borgo di S. Genesio, dovette essere ben diverso dall'antico loco Quarto di S. Miniato. Tuttavolta la tradizione inserita negli statuti del comune, riformati nei 1359, dice che la festa di S. Miniato martire, difensore e patrono della terra del cui nome s'insignì, si celebrasse a'25 ottobre nel detto luogo de' frati minori. La chiesa e convento de' SS. Giacomo e Lucia fuori di porta, de' domenicani gavotti, già esistente nel secolo XII, nel qual tempo esisteva pure l'altra chiesa de' SS. Giacomo e Filippo a Pancoli, i cui beni furono incorporati nel 1491 al capitolo della collegiata poi cattedrale, da Innocenzo VIII, il quale nel 1487 eresse di nuovo tal collegiata o collegio di canonici con prebende. Questa chiesa dicesi fuori di porta, perchè la porta vecchia delle mura castellane è molto innanzi di arrivare alla porta di Ser Rodolfo, che scende a Cigoli e alla badia di S. Gonda. Appartenente al capitolo, nel 1336 fu ceduta ai domenicani, ed è ricca, segnatamente nella sagrestia, di buone pitture antiche, bellissima essendo la tavola del Pozzi milanese, situata nell'altare della crociera a corna evangelii. Di mano maestra è il sepolcro in marmo del medico Giovanni di Chellino Sanminiati, morto nel 1641 [si tratta di un refuso in quanto nel sepolcro è indicata la data 1461, quindi con le cifre 4 e 6 invertite, anche se si riferisce alla data di costruzione della cappella e non alla morte del Chellini, avvenuta nel 1457, n.d.r.]. L'oratorio del SS. Crocefisso è un edifizio a croce greca con cupola dirimpetto al palazzo comunitativo, riedificato nel 1718, essendo l'antico del secolo XV fatto per riporvi il SS. Crocefisso che avea accompagnati i sanminiatesi nelle solenni peregrinazioni penitenti de' battuti. La chiesa di S. Stefano sulla costa, antica parrocchia già esistente nel secolo XII, fu dichiarata priorìa nel 1752, nel tempo che n'era rettore un canonico Bonaparte. La chiesa di S. Caterina già degli agostiniani, diè nome alla distrutta porta poi appellala Poggighisi, avendola edificata gli agostiniani nel secolo XIV, indi soppressi nel declinar del XVIII, quando il fabbricato fu cangiato nell'ospedale. La chiesa dell'Annunziata, parrocchiale, fu per qualche tempo uffiziata dagli agostiniani sino dal 1522 [si tratta di un errore; in realtà l'officiatura degli agostiniani prese avvio proprio a partire dal 1522, conseguentemente alla donazione da parte della Compagnia dell'Annunziata, n.d.r.]. Bella e ben situata è la fabbrica del seminario, che ha dato nome alla piazza maggiore, sotto il poggio della rocca, avendo di fronte l'episcopio. La prima fondazione rimonta verso la metà del secolo XVII, sotto il vescovo Pichi; aumentalo dal vescovo Poggi nel principio del XVIII, e nel corrente dall'odierno ultimo vescovo, che nel 1841 fece innalzare dai fondamenti, e nel 1842 fregiò il locale d'una ricca biblioteca. Fiorisce il seminario, essendovi attualmente dieci cattedre, e circa 70 fra seminaristi e collegiali. Il conservatorio di S. Chiara fu fondato per le francescane nel 1379 per lascito di Paolo Portigiani da Sanminiato, chiamato il monastero di S. Paolo, e nel 1785 fu ridotto a conservatorio con con villo di educande, ed istruzione giornaliera di donzelle [in realtà il Conservatorio di Santa Chiara nacque per aggirare le soppressioni volute da Pietro Leopoldo, dalla fusione dei monasteri di Santa Chiara e di San Paolo, n.d.r.]. Il monastero di S. Martino, presso la porta Faognana, ora distrutta, è un grandioso fabbricato posseduto nel secolo XI dai monaci di S. Ponziano di Lucca, indi edificato il monastero nel 1346 vi furono trasferite le monache di S. Agostino di Montappio fuori di porta Poggighisi [Montappio non si trovava fuori dalla porta di Poggighisi, bensì lungo il braccio di crinale in cui si diparte via Fontevivo, n.d.r.], ma meglio vuolsi che le monache vi passassero nel 1524, quindi dal vescovo Corsi nel 1672 ottennero vivere secondo l'istituto di S. Domenico; e dopo il 1817 serve di ospizio a religiose che professano la stessa regola [si nota innanzitutto la confusione fra la chiesa di San Martino e il Monastero della SS. Annunziata; inoltre le notizie dal 1346 al 1524 sono completamente errate, n.d.r.]. Il convento de' Cappuccini fuori di Sanminiato si erge sopra una collina lungi mezzo miglio da Sanminiato, nel 1609 edifìcato nel terreno che fu donato dalla pietà del sanminiatese Gioacchino Ansaldi. Il granduca Leopoldo I nella piazza di S. Caterina, in bel fabbricalo riunì i vari spedaletti della città e del suburbio, oltre quello contiguo dei gettatelli affiliato allo spedale della Scala di Siena. Nella chiesa del soppresso monastero della SS. Trinità, nel 1818 fu stabilita la compagnia della Misericordia, e nel locale le pubbliche scuole del liceo. L accademia degli Euteleti, a cui mi pregio e vanto appartenere, ebbe un tenue principio nel secolo XVI da alcuni giovani studiosi col titolo di Affidati, che si affidarono di fatto alla protezione del granduca Cosimo lI, il quale si degnò accettarne la protezione col titolo di presidente, ma dopo la sua morte il letterario istituto si estinse. Invano fu tentato di richiamarlo in vita sotto Francesco II, invano provarono di ottenere qualche successo sul declinare del passato secolo alcuni studiosi sanminiatesi. Solamente nel 30 dicembre 1822, dando incremento ad un letterario privato esercizio che in Sanminiato tenevano alcuni giovani diligenti, si riuscì d'istituire e di aprire con solennità l'accademia di scienze e lettere, per la retta istruzione della gioventù, che prese il nome di Euteleti, e che d'allora in poi conservasi operosa ed onorevole, anco per essere presieduta dal sanminiatese cav. Pietro Bagnoli. Questa nuova fondazione si deve all'illustre benemerito concittadino e vescovo della propria patria il rispettabile monsignor Torello Pierazzi, ed a cagione di onore qui rinnovo la mia indelebile e indicibile gratitudine per avermi spontaneamente proposto socio corrispondente, e in nome del corpo scientifico trasmesso con distinti modi il corrispondente diploma accademico. L'inattesa aggregazione all'accademia sanminiatese mi riuscì infinitamente gradita, principalmente (come nel ringraziarlo notificai al lodato prelato) perchè oriondo di Sanminiato fu l'egregio mio amatissimo avo materno Gio. Antonio Bencerini, nato in Roma, ma figlio di Giuseppe di civile e possidente famiglia di Sanminiato, che per avere esercitato la chirurgia ne feci onorata menzione in fine dell'articolo Medico; e qui per affettuosa memoria del degno avo che tanto teneramente mi amò, dirò che fu di bella persona, di statura alla e dignitosa, di tratto nobile ed eloquente, lepido, colto, leale, religioso, caritatevole sino cogli ebrei, di animo generoso. Sanminiato, nobile ed illustre città, fu feconda d'ingegni celebri in tutti i tempi ed in tulle le serie. Senza parlare de' grandi uomini che diede alla Chiesa, fra' quali fiorirono cardinali, arcivescovi, vescovi e prelati; nelle scienze naturali notissimo è il merito di Michele Mercati, che dichiarai al citato articolo Medico; Giovanni Pieroni discepolo di Galileo, matematico e architetto militare alla corte di Praga. Altro Giovanni fu architetto di Castruccio, ed autore della torre Cacciaguerra di Pontremoli. Lodovico Cardi originario di Cigoli. Fra i medici di maggior grido sono a rammentarsi Ranieri Bonaparte, Pietro Mercati, Cosimo Tellucci, Giovanni Sauminiati. Furono valenti in diritto, Ansaldo Ansaldi, Michele Bonincontri, Niccolò Bonaparte.
Nelle scienze divine e morali primeggiarono Pietro Comestore, supposto de' Mangiadori; fr. Marco Portigiani; Tommaso Ansaldi. Jacopo Bonaparte gentiluomo sanminiatese è autore del Ragguaglio di tutto l'occorso ogni giorno nel sacco di Roma del 1527, in cui si trovò presente. Dicesi che distese questa storia presso gli Orsini in Roma, e l'editore di Colonia 1756 trasse l'autografo dall'archivio privato della famiglia Bonaparte di Sanminiato. Lavoro veridico, imparziale, veramente importante e pregevole, e non andò esente dall'essere attribuito ad altri, cosa che spesso tentano fare gl'invidiosi delle altrui produzioni, ma con poco successo perché la verità prevale. Distinti letterati furono Lorenzo Bonincontri, Ugolino Grifoni primo cavaliere e maestro dell'Altopascio, senza dire di vari di casa Roffia, né del già encomiato Bagnoli. Celebre guerriero fu il barone de Mangiadori seniore, che Dino Compagni rammentò con lode nella vittoria riportata in Campaldino, come franco ed esperto cavaliere, e che perorò l'esercito prima di attaccare la battaglia, sebbene la fama di lui restò offuscata dal contegno rivoluzionario ch'egli da vecchio nel 1308 tenne nella sua patria. Fra le famiglie illustri meritano speciale ricordo quelle de' Mangiadori, de' Borromei e de' Bonaparte, oltre che nacque in Sanminiato a' 23 luglio 1401 Francesco Sforza, il primo duca di Milano di sua famiglia, onore della milizia italiana, dicendo il Simonetta che dopo Giulio Cesare non ebbe l'Italia altro generale da mettergli al paragone. I Borromei di Milano, come dicemmo a quell'articolo, provengono da Sanminiato, ove si estinse il ramo ch'eravi rimasto nel 1672. Egualmente da Sanminiato si staccò un ramo di quella prosapia che diede al mondo l'unico Napoleone Bonaparte, fulmine di guerra, il quale negli ultimi del secolo XVIII visitò in Sanminiato il canonico d. Filippo Bouaparte ultimo dell'antico stipite di cotanto celebre ramo sanminiatese. Napoleone fu uomo straordinario, che riunì l'ingegno di Cesare e la fortuna di Alessandro: avea ventisei anni quando fu nominato generale in capo dell'armata d'Italia. Il Garampi nei Saggi sulle monete pont. Pag. 52 dell'Appendice, parla d'un Nicolò di Buonaparte da Sanminiato clericus Lucanae dioec, che Pio II nel settembre 1458 destinò tesoriere del ducato di Spoleto, di Perugia e di Todi; indi nel 1460 registratore delle lettere apostoliche, nel qual tempo era eziandio chierico del sacro collegio. Paolo II nel 1466 lo fece governatore di Norcia e delle montagne di detto ducato, chierico di camera nel 1468, ed arciprete de' SS. Celso e Giuliano di Roma. Fuvvi anche un Jacopo Buonaparte chierico della diocesi di Lucca, che nel 1489 ottenne il posto di notaro della camera apostolica. Intorno a questa famiglia Bonaparte si sparsero diverse genealogie secondo le differenti passioni e partiti, per cui si fece anche originaria d'Ascoli della Marca, dicendosi ivi essere stata insigne e patrizia ne' secoli XIII e XIV, donde passò in Toscana, ed un ramo in Corsica (Vedi), come si legge nelle Mem. ascolane mss. del Pastori; e nella Mem. Dipl. della primitiva orgine ascolana dell'ant. e nob. fam. Bonaparte di De Angelis, inedita e citata da De Minicis, Mon. Fermani p. 30. Pare certo che il casato Bonaparte o Buonaparte sia oriundo da Treviso, conosciutovi fino dai tempi di Carlo Magno, giusta le notizie che si trovano nella Storia della nobiltà europea del Menestrier, che scrisse molto innanzi alla rivoluzione francese. Secondo quello storico, col riscontro di cronache fiorentine, il primo ramo staccatosi dal ramo di Treviso si allogò in Firenze ne' primi del 1200, riuscendo famoso Corrado Bonaparte che colla sua famiglia non volle mai rinunziare nella repubblica al suo grado gentilizio; fatto avvenuto molto prima che si parlasse de' Bonaparte di Bologna e di Ascoli. Questi si condussero in tali città, e vi salirono in fama, probabilmente verso la metà del secolo XIII. In Ascoli sì fatto casato risplendette principalmente per opera del valoroso Giovanni Bonaparte, stato podestà del comune a Firenze nel 1334, per quel che apparisce nel t. XVII, p. 109 della Raccolta del p. Idelfonso di S. Luigi. Caduta la repubblica di Firenze, i Bonaparte furono da' Medici confinati a Sanminiato. Un Luigi di questo cognome, odiando la dominazione Medicea, portò il suo domicilio a Sarzana (Vedi), e quindi andò a stabilirlo in Aiaccio, città principale di Corsica, ove ebbe stabilimento la famiglia Bonaparte. Ciò viene provato ancora dall'istanza fatta nel 1789, da Giuseppe Bonaparte fratel maggiore di Napoleone Bonaparte, al granduca di Toscana Leopoldo I, al fine di essere ammesso, come antico patrizio fiorentino, nell'ordine militare di S. Stefano. Nel 1796 avendo Napoleone riconosciuto ed abbracciato qual suo parente, il memorato canonico Bonaparte, con cui si estinse il casato in Sanminiato, questi maritando in Ascoli la sua nipote Jakson col nobile Carlo Lenti, disse ch'era assai contento che i suoi tornassero in Ascoli dove ab antico aveano parentado illustre di che presso di lui conservavansi autentici documenti. Queste parole bastarono per asserire, che i Bonaparte di Toscana provenissero da quelli d' Ascoli. Nelle Notizie di Marietta Ricci dell'Ademollo, ve ne sono intorno ai Bonaparte, massime di Toscana e di Corsica. Finalmente nelle Notizie ist. di Canino, di cui parlammo all'articolo Farnese, del ch. com. Visconti (e pubblicate dal principe di tal castellania Carlo Bonaparte, che riunisce pel di lui matrimonio con la principessa Zenaide, primogenita ed unica superstite dell'ex re di Spagna Giuseppe suddetto, i due rami primogeniti della famiglia), vi è riportata l'ascendenza per linea retta mascolina del principe di Canino e Musignano. Essa incomincia con Giovanni Bonaparte da Treviso, cònsole e rettore di quella città, il quale nel 1183 andò in Piacenza a giurar la pace stabilita con l'imperatore Federico I nel trattato di Costanza. Figliuolo e nipote di Giovanni probabilmente fu Bonaparte che si stabilì in Sarzana, da dove Gabriele suo discendente, prima del 1567 si stabilì in Aiaccio, il cui figlio Girolamo era nel 1594 patrizio fiorentino. Si aggiunge dal Visconti che la discendenza di Giovanni in Treviso, ramo perciò diverso da quel di Sarzana, vantò a tutto il secolo XIV molli personaggi illustri in toga ed in armi, come un Giovanni podestà di Firenze nel 1334, che altri attribuiscono ad Ascoli, un Oderico capitano de' fiorentini nel 1345; e che l'altro probabile ramo di S. Miniato al Tedesco, disceso da un altro figlio di Bonaparte di S. Nicolò di Firenze, non andò privo di uomini illustri. Questo Bonaparte di Nicolò lo dice forse lo stesso di Bonaparte da Sarzana pure rammentato. Bonnparte di S. Nicolò di Firenze nel 1260 è registralo nel gran consiglio di quella città, detto per antonomasia ghibellino, perciò bandito co' figli dal partito guelfo nel 1269. Un de' figli di lui, per nome Ildebrando, fu consigliere nel 1256 del comune di Siena, donde si trasferì a S. Miniato al Tedesco.
La città di S. Miniato, in origine castello, si crede da alcuni fondata dall'imperatore Ottone I, nel secolo X, mentre altri l'attribuiscono all'VIII ed a Desiderio ultimo re dei longobardi; né mancarono scrittori i quali dal nome di Pancoli dato ad una sua contrada e ad una chiesa ora disfatta, e supposta anticamente tempio pagano dedicato a Pane, fecero risalire i suoi primordi all'età romana. Il fatto meno soggetto a controversia è che forse la vera origine di questa città trovasi registrata in un documento dell'archivio arcivescovile di Lucca de' 16 gennaio 788, nel quale si legge la fondazione d'una chiesa fatta verso l'anno 700 sotto il titolo di S. Miniato in loco Quarto, dentro i confini del piviere di S. Genesio. il Muratori che pubblicò tale istrumento, rilevò che in quel tempo la chiesa di S. Miniato era un semplice oratorio sottoposto fino dalla sua erezione alla chiesa plebana di S. Genesio, situata presso la confluenza dell'Elsa in Arno e forse quattro miglia distante dal luogo Quarto [soltanto recentemente, grazie agli studi di Paolo Tomei è stato appurato che la chiesa di San Miniato in loco quarto a cui si riferisce la pergamena si sarebbe trovata nella piana lucchese, nell'odierno Comune di Capannori, n.d.r.]. Mezzo secolo dopo, nel luogo ove fu questa chiesa di S. Miniato a Quarto si ricorda un castello di proprietà d'Odalberto nobile lucchese, il quale nel 938 ricevè ad enfiteusi la chiesa di S. Miniato situata nel suo castello, che nel 999 era già popolato, circondato e munito intorno di fossi. Vuolsi che la distinzione del luogo Quarto sia forse la distanza di circa quattro miglia della chiesa di S. Miniato a Quarto da quella antichissima di S. Genesio. Figli di Odalberto furono Ugo e Tebaldo. Indi si nominano i Lambardi di S. Miniato, appartenenti ai nobili di Corvaja, tra' quali Fraolmo fiorito verso la metà del secolo X, da cui nacquero altro Fraolmo e Ranieri; mentre nel 991 si trovano fra i signori del castel di S. Miniato nel piviere di S. Genesio, i nobili Ugo e Fraolmo figli di Ugo. Tali furono in fatti i Lambardi o nobili di S. Miniato rammentati nella bolla di Celestino III, diretta nel 1194 a Gregorio preposto della pieve di S. Genesio, cui confermò ira le molte chiese del suo piviere quella di S. Maria nel castel di S. Miniato, rilevandosi inoltre che il castello fino dal secolo XII era circondato di mura. Attesa la sua distanza dalla pieve, nel 1236 con bolla fu concesso alla chiesa di S. Maria in S. Miniato il battisterio, con facoltà di poter seppellire i morti della parrocchia. Ciò avveniva dodici anni prima che i sanminiatesi nel 1248 portassero l'ultimo eccidio al borgo S. Genesio quasi loro madre patria, sembrando che verso tale epoca tutti gli onori della pieve matrice si trasferissero nella chiesa di S. Maria in S. Miniato insieme all'antico titolare di S. Genesio. Di questo santo trattammo all'articolo Macerata, parlando di Sangenesio grande terra di quella provincia. Nel 1257 apparisce seguita l'unione della pieve di S. Genesio alla chiesa di S. Maria. Il luogo del Caslel vecchio di S. Miniato, dov'è la rocca, la cattedrale e l'episcopio diè il titolo ad uno de' terzieri della terra. Le ventidue parrocchie superstiti dell'antico pievanato di S. Genesio sono state contemplate suburbane, e dipendenti immediatamente dalla cattedrale, il di cui capitolo considera per prima dignità quella del suo pievano preposto.
Narra il sanminiatese storico Lorenzo Bonincontri, che non solo Ottone I fondò il castello di S. Miniato, ma istituì in esso la residenza d'un giudice degli appelli di nazione tedesca, per cui il paese si distinse con l'epiteto di S. Miniato al Tedesco. Tuttavolta l'origine del castello rimonta come si disse ad epoca più vetusta, e l'istituzione e sede de' giudici imperiali in esso ebbe luogo assai più tardi. Ricordano Malespini nel 1113 rammenta con Ruberto o Rimberto tedesco vicario dell'imperatore Enrico V, che risiedeva in Sanminiato del Tedesco, appunto perché i vicari dell'imperatore vi stavano dentro, e facevano guerra alle città e alle castella di Toscana che non obbedivano all'impero. Che se trovasi a' 20 gennaio 1178 nel palazzo imperiale di S. Miniato l'imperatore Federico I, e vi ritornò con numerosa corte nel luglio 1185 e nell'anno seguente in agosto il di lui figlio Enrico VI; non è per questo che fin d'allora risiedessero in S. Miniato i vicari imperiali. Nel 1190 vi fu stabilito il marescalco Arrigo Testa legato imperiale in Toscana, il quale in una casa nel borgo di S. Genesio ricevè a mutuo dal vescovo di Volterra per servigio dell'impero mille marche d'argento, lasciandogli fino alla restituzione, a titolo di regalia, fra gli altri luoghi S. Miniato e S. Genesio. In questo frattempo, e nel 1172, il Castel di S. Miniato, fu assalito, preso e malmenato dai lucchesi in guerra coi pisani, nel distretto de' quali era allora il castello. E siccome i fiorentini dovevano difendere i pisani e loro territorii, i sanminiatesi ricorsero al comune di Firenze per essere aiutati a cacciare i lucchesi dalla patria. Il primo giudice della corte imperiale residente in S. Miniato, fu certamente Giovanni, istituitovi verso il 1211 dall'imperatore Ottone IV, e pronunziò sentenza in una causa sul castello di Monte Bicchieri, nella chiesa di S. Maria. Tale imperatore erasi portato in S. Miniato nell'ottobre 1209, e nel febbraio era stato nel borgo S. Genesio. Nel 1230 si assoggettò alla giurisdizione sanminiatese il comune di Castel Falfi e nel 1231 il conte Ranieri Piccolino, antico castellano di S. Miniato vendè al comune rappresentato dal podestà del luogo, la sua porzione del castello e curia di Tonda. Indi nel 1231 per istromento del notaro imperiale si fece la dedizione del castello e uomini di Camporena al comune stesso, seguita da quella di Vignale. Frattanto i sanminiatesi con la protezione dell'imperatore Federico II, di cui essi uniti ai pisani sostennero le ragioni in Toscana, crebbero ogni giorno più in potere ed in onoranza; sia perché nel luglio del 1226 Federico II recossi a s. Miniato con numeroso corteggio di principi e di vescovi; sia perché dal di lui padre Enrico VI era stata designata corte imperiale, nella quale alcuni popoli della Toscana dovevano recare i tributi annuali; sia perché si attribuisce a Federico II l'edificazione della rocca di S. Miniato, la quale poco dopo servì per prigione di stato; sia finalmente perché dai documenti sincroni risulta che lo stesso Federico II fu il primo a stabilire un vicario imperiale con residenza fissa in S. Miniato.
Uno di questi Vicari imperiali tedeschi che presero il titolo di castellani di S. Miniato, fu Gerardo d'Arnestein, il quale a nome di Rainaldo duca di Spoleto, e vicario in Toscana, nel giugno 1228 bandì e condannò i montepulcianesi a mille marche d'argento per non aver obbedito a' suoi ordini onde riformare la Toscana; ed in una carta del 1282, Gerardo viene qualificato legato dell'imperatore in Italia. Non si può dire se questo vicario fu propriamente quello che diè il soprannome di Tedesco a Sanminiato, né se chi cuoprì l'ufficio di castellano di Sanminiato fosse sempre vicario generale in Toscana, come pure se il nome di S. Miniato Tedesco, Miniatum Teatonis, provenisse al luogo per aver ne' bassi tempi tenuto costantemente il partito degli imperatori germanici, poiché il Lami ne' Monum. eccl. Fior. spiegò tal questione in modo da non riandarvi sopra. Manfredi naturale di Federico II, qual re di Sicilia nel 1260 inviò da Foggia un privilegio che accordava al comune di Sanminiato e segnatamente ai ghibellini di esso, oltre le franchigie del pedaggio delle merci che passavano dal distretto sanminiatese, tutti i beni de' banditi e ribelli di fazione guelfa, dichiarati di proprietà della corona d'Italia, purché compresi nel distretto della stessa comunità, e ciò la ricompensa de' danni dai ghibellini sanminiatesi sofferti per conservar la fede al trono di Manfredi. Nel 1272 Carlo d' Angiò re di Sicilia, come vicario della santa Sede in Toscana, prescrisse il modo per eleggere il podestà, e nel 1278 destinò per tale Diego Cancellieri di Pistoia. Dipoi a richiesta dei ghibellini l'imperatore Ridolfo di Ausbourgh nel 1281 inviò in Toscana i suoi vicari generali, i quali stabilirono la loro residenza in Sanminiato, dove solevano ricevere dai sindaci de' diversi paesi il giuramento di fedeltà coi diritti dovuti alla corona imperiale, ordinariamente nella rocca. Dopo però la giornata fatale della Meloria, che costò tanta perdita ai pisani, i quali fino al 1284 erano stati l'appoggio più solido del vicario imperiale nella Toscana, questi dové accomodarsi coi fiorentini e con gli altri paesi della lega guelfa, e tornarsene in Germania. La stessa cosa accadde nel 1286 a Prinzivalle Fieschi de' conti di Lavagna, e ott'anni dopo a Gianni di Celona, venuti tutti in Toscana per riacquistare le ragioni dell'impero, i quali per altro dovettero ripartirne con poco onore, dopo un accordo fatto coi popoli della lega guelfa, senza che questi ultimi vicari imperiali tenessero più residenza fissa in Sanminiato. In tal frattempo, e nel 1291, i sindaci del comune di Sanminiato fecero lega coi fiorentini, lucchesi ed altri della lega guelfa toscana, per obbligarsi a non permettere più alcuna rappresaglia. Nel 1294 furono terminale le vertenze a cagione dei confini col comune di Fucecchio, nel qual tempo Sanminiato era governata pel militare e giuridico da un podestà e da un capitano del popolo, mentre per l'economico la reggevano dodici buoni uomini con altrettanti consiglieri. Poscia furono eziandio stabiliti i confini col contado fiorentino ed i circostanti comuni, e si fecero convenzioni per impedire rappresaglie nel territorio. Nel 1301 ser Giovanni di Lelmo da Comugnori scrisse un diario degli avvenimenti più notabili di Sanminiato, pubblicato dal Baluzio nel t. I delle sue Miscellanee, e dal Lami nelle sue Delic. erud.
I sanminiatesi nel 1307 coi fiorentini, sanesi ed altri guelfi presero il Castel di Gargonza e le ville dei dintorni, agli aretini e fuorusciti bianchi. Verso il 1308 i Ciccioni, i Mangiadori ed altri nobili combatterono contro il popolo, cacciarono i signori XII del palazzo, ed il capitano del popolo da Sanminiato, bruciando i libri cogli statuti del comune, perché erasi stabilito che i nobili fossero tenuti dar cauzione di mille fiorini di non offendere alcun popolare. I capi della rivolta, riformata la terra, la dierono in piena balia a Betto dei Gaglianelli di Lucca fatto podestà. Continuò il servaggio di Sanminiato, finché non suscitossi discordia tra i Malpigli ed i Mangiadori, per gli omicidii e devastazioni ch'ebbero luogo dalle azioni. La signoria di Firenze nel 1312 mandò gente a guardare Sanminiato da quelle dell'imperatore Enrico VII calato in Italia ed a Pisa; solo Camporena fu presa dai pisani, e Morioro si ribellò. Divenuto Uguccione signore di Pisa, diversi castelli si alienarono dall'obbedienza de' sanminiatesi per aderire ai pisani. Nella battaglia di Montecatini molti nobili sanminiatesi restarono vittime nella sconfitta, siccome collegati de' fiorentini. Cacciato Uguccione reggevano da Pisa e da Lucca, la parte guelfa dominante in Sanminiato ricuperò il castello di Cigoli custodito dai ghibellini. Alla pace del 1316 i pisani restituirono ai sanminiatesi dieci torri o castelli che ritenevano i fuorusciti, indi Sanminiato si confederò col duca di Calabria vicario di Firenze del suo padre Roberto re di Napoli. Mentre l'antipapa Nicolò V con Lodovico il Bavaro erano in Pisa, il capitano del re Roberto si acquartierò colle genti sue e con quelle di Firenze in Sanminiato, predando poi sul contado pisano. Per la conchiusa concordia, i pisani promisero non accordar più rappresaglie a danno de' sanminiatesi, i quali stabilirono altrettanto a favore de'pisani, a mezzo de' loro XII governatori. Le masnade di Mastino della Scala ebbero la peggio quando fecero scorrerie nel territorio. Nel 1347 i Malpigli e i Mangiadori tentarono sommossa a difesa de' masnadieri da loro assoldati, per cui i sanminiatesi per cinque anni si posero in balia e guardia del comune di Firenze, il quale tra le altre cose ordinò che i popolari e grandi di Sanminiato si riguardassero come fiorentini e viceversa, e fortificò la rocca.
Giunto nel 1355 l'imperatore Carlo IV a Pisa, Sanminiato gl'invio messi per riconoscerlo in signore, e nel baciargli i piedi, per distinzione li levò da terra e ricevette ad osculum pacis, e ciò per la affezione che l'impero per antico avea al castello dove soleva esservi la residenza degl'imperatori e dei loro vicari, per trovarsi in mezzo alle grandi e buone città di Toscana. Sanminiato accolse nel 1356 due volte come suo signore, Carlo IV. Nel 1365 nella gran battaglia presso Cascina, dove co' fiorentini militavano sanminiatesi, tra questi Piero Ciccioni pel suo valore fu armato cavaliere. Sollevato il popolo nel 1367 cacciò gli uffiziali fiorentini, indi tornò a sottoporvisi con patto di eleggere il podestà e capitano fra i cittadini fiorentini guelfi. L'accordo ebbe corta durata, ed i sanminiatesi, forse fomentati dal cardinal Monfort vicario di Carlo IV in Toscana, e attizzati da tre cittadini di grandi autorità, Lodovico Ciccioni, Jacopo Mangiadori e Filippo di Lazzaro de' Borromei, continuarono nella ribellione; laonde i fiorentini posero l'assedio a Sanminiato coi fuorusciti che tenevano Cigoli e Monte Bicchieri; a fronte de' soccorsi di Bernabò Visconti signore di Milano, comandati da Giovanni Auguto, e dei ghibellini, lo presero a' 9 gennaio 1370. Come ribelli furono decapitati il Borromei, Lodovico e Biagio Ciccioni, venendo il loro patrimonio incamerato. Tra i figli del Borromei fuggiti a Milano dopo il tragico fine del loro padre, fuvvi Margherita, che poi si maritò a Giovanni Vitaliani di Padova, dal qual matrimonio nacque Jacopo Borromei, già Vitaliani, stipite dell'illustre famiglia milanese che diede tra gli altri il cardinal S. Carlo alle chiese romana ed ambrosiana. Nell'ultimo giorno di detto anno per trattato conchiuso tra i comuni di S. Miniato e Firenze, si convenne che in avvenire si chiamasse Fiorentino e non più al Tedesco, e che i notari prendessero l'indizione ed anno conforme usava Firenze, che corrispondeva ad un anno più tardi dello stile pisano fino allora usato dai sanminiatesi. Ed alcuni de' Malpigli e Mangiadori che aveano servito la repubblica furono fatti cavalieri e cittadini fiorentini. Questi però esentarono dai dazi i sanminiatesi, dichiarandoli cittadini fiorentini, tranne qualche eccezione pei ghibellini, e continuando a custodire la torre del palazzo pubblico, quella di Palla Leoni, ed il campanile della pieve. Nel 1396 andò a vuoto il tentativo di Benedetto de' Mangiadori per dar la patria a tradimento al signor di Pisa Jacopo Appiani. Più tardi nel 1432 essendosi scoperto il trattato de' ghibellini per dare Sanminiato all' imperatore Sigismondo, costò la vita ai complici. Firenze corrispose alla fedeltà de' sanminiatesi, con assolverli dalle prestanze fatte, con patto di restaurare le mura, fossi e torri. Nel 1526 colla bolla Romanus Pontifex, Clemente VII concesse al preposto della chiesa collegiata molti nuovi privilegi, conformi quasi a quelli di un abbate mitrato.
Tre anni dopo essendo caduta Firenze in potere delle armi di Carlo V e di Clemente VII, il suo governo, compreso quello di Sanminiato, fu ridotto a monarchia, sottoponendo fiorentini e sanminiatesi al duca Alessandro de Medici nipote di quel Pontefice, al quale successero i granduchi delle due dinastie, dai quali i sanminiatesi, mostrandosi costantemente fedeli, furono generosamente ricompensati.
La chiesa maggiore di S. Miniato era già prepositura plebana nella diocesi di Lucca, traslocata dalla antica del sottostante borgo di S. Genesio, quando la repubblica fiorentina sino dal 1408, due anni dopo aver conquistato Pisa ed il suo territorio, concepì il disegno di erigerla in cattedrale, e fare di S. miniato la sede di un nuovo vescovo con assegnargli una gran parte del paese dipendente allora nel politico dalla signoria di Firenze, e nell'ecclesiastico dal vescovo di Lucca. A tale effetto nell'agosto 1409, per mezzo del suo ambasciatore Giovanni Ristori, fece presentare istanza ad Alessandro V. La stessa idea aveva allora quel governo per innalzare la collegiata di Prato in cattedrale, ma tal disegno non ebbe luogo. Si effettuò bensì nel 1622 per le premure della granduchessa Maria Maddalena di Austria restata vedova di Cosimo II, e libera governatrice de' vicariati di Colle e di Sanminiato, ad istanza della quale il Papa Gregorio XV a' 17 dicembre, mediante la bolla Pro excellenti, eresse la chiesa di S. Miniato in cattedrale, e la terra in nobile città con residenza del vescovo proprio, dichiarandola suffraganea della metropoli di Firenze. Nella medesima sono noverati i popoli, pievi, monasteri e spedali che furono staccati tutti dalla diocesi lucchese. Delle 118 parrocchie ivi rammentate, 27 erano filiali dell'antica prepositura di S. Miniato, 22 suffraganee della collegiata di S. Maria a Monte, ed altre 69 tra chiese parrocchiali e conventi. Nelle 118 parrocchie si compresero le collegiate di Fucecchio, di S. Croce, di Castelfranco, e di S. Maria a Monte, oltre 19 pievi, parte delle quali comprese nel distretto fiorentino, alcune nel territorio sanminiatese, e parte nel contado pisano, in una superfìcie che si estendeva e tuttora si conserva per circa 49 miglia da Val di Nievole alla base meridionale delle colline superiori pisane in Val di Torà, ed ha una larghezza di circa 20 miglia dal fiume Elsa sino oltre la Cascina.
Il primo vescovo fu Francesco Noris nobile fiorentino, canonico della cattedrale di Firenze, designato da Gregorio XV, e per morte di esso dichiarato nel 1624 da Urbano VIII, il quale colla bolla Aposlolicae servitutis, nel 1626 concesse ai canonici il privilegio della mozzetta paonazza e del rocchetto. Morì nel 1631 Francesco compianto per le sue virtù, e gli successe nel 1632 Alessandro Strozzi nobile fiorentino, traslato da Adria, che si distinse per pastorale vigilanza, integrità e giustizia, celebrando il sinodo diocesano nel primo dicembre 1638. Nel 1648 vi fu trasferito Angelo Pichi di Borgo S. Sepolcro arcivescovo d'Amalfi, esimio e di preclare doti ornato. Indi nel 1654 a' 19 ottobre fu eletto vescovo Pietro Frescobaldi nobile fiorentino, canonico della metropolitana di Firenze, priore di S. Lorenzo, fornito di molta erudizione, e rispettabile per probità; ma mori in Firenze a' 12 dicembre lasciando desiderio di sé. Nel 1656 Gio. Battista Barducci nobile fiorentino degnamente gli successe come di perspicace ingegno e chiaro in letteratura, e fu lodatissimo vescovo, morendo ai bagni di S. Cassiano [si trattava di San Casciano dei Bagni (SI), n.d.r.]. Nel 1662 gli venne sostituito Mauro de Corsi nobile fiorentino abbate camaldolese, lodato per dottrina, religione ed altre virtù; celebrò il sinodo a' 17 luglio 1667, rifece ed ampliò la sacrestia della cattedrale; riparò ed ornò la collegiata di S. Maria a Monte, essendone arcipreti i vescovi prò tempore, e morì nonagenario nel 1680, dopo aver aumentato la mensa di rendite, risarcita l'aula dell'episcopio e stabiliti al capitolo tre annui anniversari. Giacomo Antonio Morigia barnabita milanese, nel 1681 divenne vescovo; compì la memorata sacrestia, e traslato nel febbraio 1683 all'arcivescovato di Firenze, fu creato cardinale. In suo luogo nel 1682 fu dichiarato Vescovo Michele Carlo Cortigiani nobile fiorentino, preposto della collegiata d'Empoli; celebrò tre sinodi, eresse in parte il seminario, trasferì in luogo più ampio la cappella dell' episcopio, donò alla cattedrale il legno della S. Croce, fu chiamato padre de' poveri, e con dolore si vide dai sanminiatesi nel 1703 traslocato a Pistoia. In suo luogo successe Francesco Maria Poggi fiorentino, maestro generale de' servi di Maria, professore di teologia nell'università di Pisa, encomiato per pietà e dottrina; celebrò il sinodo a' 18 giugno 1707, e morì nel 1719. L'Ughelli, Italia sacra t. III, p. 269, con lui termina la serie de' vescovi di S. Miniato, quale proseguiremo colle annuali Notizie di Roma. 1719 Andrea Luigi Cattaneo di Pescia. 1785 Giuseppe Suares della Conca fiorentino. 1755 Domenico Poltri di Bibbiena diocesi d'Arezzo, traslalo da Borgo S. Sepolcro. 1779 Brunone Fazzi di Calci diocesi di Pisa. 1806 Pietro Fazzi della diocesi di Pisa. Per sua morte il Papa Gregorio XVI nel concistoro de' 23 giugno 1834 preconizzò l'attuale monsignor Torello Pierazzi di S. Miniato stesso, dottore in sacra teologia ed in ambe le leggi, già professore di teologia dommatica nel seminario, vicario generale del predecessore, e in sede vacante vicario capitolare.
La cattedrale, bell'edifìcio, è dedicata alla Beata Vergine Maria Assunta, e sotto l'invocazione di S. Genesio. Il capitolo si compone della prima dignità del prepost , del decano, di undici canonici comprese le prebende del teologo e del penitenziere, di dieci cappellani e di altri preti e chierici addetti al divino servigio. Nella cattedrale avvi il battisterio, e vi esercita la cura delle anime il preposto, coadiuvato da un cappellano curato; prossimo alla cattedrale è l'episcopio, buon edifizio, già palazzo de' signori XII. Attualmente ì popoli della diocesi di S. Miniato sono riuniti in 98 cure ripartile in caposesti, comprese 22 chiese dipendenti dalla cattedrale. Fra le quali 11 cure costituiscono il caposesto di S. Maria a Monte; 18 il caposesto di Fucecchio; 13 il caposesto di Montopoli; 14 il caposesto di Lari; 12 il caposesto di Palaia; e 8 parrocchie nell'altro caposesto di Ponsacco. Questa diocesi all'epoca della sua erezione comprendeva cinque conventi dentro la città, e non meno di sei nel distretto; cinque monasteri di donne in città, ed altrettanti sparsi per la diocesi. Al presente tutta la diocesi sanminiatese non conta più di sette conventi e monasteri, e due conservatorii; cioè in città e nel suburbio il convento de' frati conventuali, quelli de' domenicani e de' cappuccini, ed il conservatorio di santa Chiara. Nel distretto due conventi di frati minori osservanti a Fucecchio e a S. Romano; un monastero di francescane a Fucecchio, uno di agostiniane a S. Croce, ed il secondo conservatorio in S. Marta a Montopoli. Ogni nuovo vescovo è tassato ne' libri della camera apostolica in fiorini 233 uscendo le rendite della mensa a circa mille scudi. Per altre notizie su questa città e diocesi si può leggere il benemerito Repetti, nel suo Diz. stor. Della Toscana, all'articolo Sanminiato.»

venerdì 20 settembre 2013

IL RE A SAN MINIATO

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a cura di Francesco Fiumalbi

Durante il periodo della monarchia italiana, dal 1861 al 1946, un solo sovrano di casa Savoia fece visita a San Miniato. Si trattò di Vittorio Emanuele III, che si recò all'ombra della Rocca nel giorno di domenica 6 novembre 1932.
Il motivo della visita fu l'inaugurazione della nuova sede della Misericordia, il Palazzo Roffia, acquistato grazie anche ai proventi di una lotteria nazionale (la stessa lotteria con la quale fu comprato il faro della Rocca) e dell'inaugurazione della Cappella Votiva presso Santa Maria al Fortino. Per creare l'apposito ambiente celebrativo nell'oratorio quattrocentesco, si costituì un apposito comitato cittadino presieduto dal Canonico Francesco Maria Galli Angelini (San Miniato, 1882-1957). Quest'ultimo, molto attivo nella vita culturale sanminiatese, si occupò in prima persona della decorazione pittorica del presbiterio, probabilmente assieme ai suoi collaboratori Amerigo Ciampini e Alessandro Bongi. L'apparato decorativo fu poi sostituito dagli affreschi di Luciano Guarnieri (Firenze, 1930-2009) negli anni '60 del '900.

L'oratorio di Santa Maria al Fortino
Foto di Francesco Fiumalbi

Tornando alla visita del sovrano, occorre prestare attenzione alla data. Il 28 ottobre ricorreva il decennale della cosiddetta marcia su Roma, che portò alla formazione del primo governo Mussolini il successivo 30 ottobre, mentre il 4 novembre cadeva il quattordicesimo anniversario della vittoria dell'Italia nella Prima Guerra Mondiale. Considerando che in quei giorni Vittorio Emanuele era senz'altro impegnato in altre manifestazioni di carattere celebrativo, la prima data in cui poteva essere disponibile, probabilmente, fu proprio il 6 novembre.
Il re giunse a San Miniato attorno alle tre del pomeriggio, con l'automobile reale che lo condusse al Municipio fra due ali di folla. Qui trovò ad attenderlo il Podestà (carica analoga a quella del sindaco odierno) Guarnieri Ricciotti, il Prefetto di Pisa Marchese Francesco Dentice d'Accadia e il Podestà di Pisa On. Guido Buffartini Guidi. 
 
Di questo momento rimangono un paio di fotografie della visita del re (almeno che ci sia dato di sapere), di cui non conosciamo l'autore. Una è stata pubblicata anche nel volume dal titolo “Come eravamo”, edito a cura de “Il Tirreno” nei primi anni '80. Purtroppo sul libro non c'è scritta la data di stampa.
Nelle immagini notiamo il sovrano circondato da varie personalità, accolto all'interno di un palco con baldacchino allestito nel cortile interno di Palazzo Roffia. La collocazione del palco la possiamo apprezzare grazie alla seconda immagine, realizzata a campo più largo. La presenza di due saracinesche rimanda allo spazio di fronte gli annessi dove ancora oggi sono parcheggiate le ambulanze.
Dall'espressione dei volti delle persone immortalate, traspare il tono solenne del momento. Vittorio Emanuele III si trova al centro della scena, affiancato dalle autorità civili, mentre ai lati si possono notare diversi uomini in uniforme, con il cappello in mano, in segno di rispetto verso il sovrano.

Il Re a San Miniato, Autore?
Immagine tratta da Come eravamo”, pubblicazione edita
a cura de “Il Tirreno” nei primi anni '80, p. 117.
Utilizzo ai sensi dell’art. 70 comma 1-bis, della Legge 22 aprile 1941, n. 633


Il Re a San Miniato, Autore?
Immagine Collezione di Silvia Campani
Immagine condivisa "pubblica" su Facebook, questo il link
Utilizzo ai sensi dell’art. 70 comma 1-bis, della Legge 22 aprile 1941, n. 633

Durante l'incontro al Palazzo Comunale, il Podestà Guarnieri Ricciotti fece dono al monarca di un album fotografico contenente 36 fra immagini panoramiche e riproduzioni di opere d'arte sanminiatesi. Di questo preziosissimo documento, purtroppo, sembra che non vi sia rimasta traccia. Nemmeno una copia.
Nell'occasione sappiamo che il monarca firmò il cosiddetto "Libro d'Oro" o "Libro della Nobiltà" di San Miniato. Si trattava di una copia del 1822, fedele all'originale conservato presso l'Archivio di Stato di Firenze, del libro in cui erano elencate con tanto di stemma e di albero genealogico, le famiglie sanminiatesi "nobili". Il libro originale di San Miniato, creato dopo la "Legge per Regolamento della nobiltà e cittadinanza" promulgata a Vienna il 31 luglio e a Firenze il 1 ottobre del 1750 era andato distrutto durante quei moti filo-giacobini del 1799, come ricorda anche Giuseppe Piombanti nella sua Guida della Città di San Miniato al Tedesco con notizie storiche antiche e moderne, Tip. Ristori, San Miniato, 1894, p. 42.
Dopo la visita istituzionale, Vittorio Emanuele III si recò a Palazzo Roffia dove presiedette all'inaugurazione della nuova sede della Misericordia, fondata nel 1717 per volontà del Vescovo Mons. Francesco Poggi. Al Re, in tale occasione e alla presenza dei rappresentanti delle confraternite toscane, venne anche attribuita la carica di "Presidente Onorario". Di questo episodio, rimane una epigrafe, collocata sulla parete di fondo del vano scala di sinistra, quello che conduce all'attuale Museo. Di seguito la trascrizione:


ALLA AUGUSTA PRESENZA
DI S. M. VITTORIO EMANUELE III
ALTO PATRONO E PRESIDENTE ONORARIO
DELLA ULTRASECOLARE
VEN. ARCICONFRATERNITA DELLA MISERICORDIA
CON L'INTERVENTO DEI RAPPRESENTANTI DELLE CONSORELLE TOSCANE
QUESTO STORICO E VETUSTO PALAGIO
GIA' COSTRUITO DALLA NOBIL FAMIGLIA
ROFFIA DEGLI ANTELMINELLI
PER VOLERE DEL MAGISTRATO E DEL CONSIGLIO DEL PIO SODALIZIO
ALLA CRISTIANA CARITA'
FU CONSACRATO
IL VI DI NOVEMBRE DELL'ANNO MCMXXXII

L'epigrafe di Palazzo Roffia che ricorda l'inaugurazione della nuova sede
Foto di Francesco Fiumalbi

Terminata la cerimonia a Palazzo Roffia, Vittorio Emanuele III ripartì alla volta di Santa Maria al Fortino, che divenne la Cappella Votiva in memoria
dei 456 Caduti sanminiatesi nella Prima Guerra Mondiale e dei “martiri” della rivoluzione fascista. Qui fu accolto dal Vescovo Mons. Ugo Giubbi e dal Capitolo dei Canonici della Cattedrale al completo. Fu benedetta la chiesa così rinnovata e, successivamente, furono scoperte due targhe in bronzo collocate sulla facciata, ai lati della porta di ingresso.

Si notano le due targhe in bronzo ai lati della porta d'ingresso
dell'oratorio di Santa Maria al Fortino nel particolare di
una cartolina d'epoca [37743 Fototipia Beretta – Terni]
Utilizzo ai sensi dell’art. 70 comma 1-bis, della Legge 22 aprile 1941, n. 633

Questi due elementi furono probabilmente rimossi nel primissimo dopoguerra, forse perché contenenti simboli che in qualche modo richiamavano al fascismo e alla monarchia. Non sappiamo con certezza che fine abbiano fatto, ma ancora oggi sul paramento in laterizio della cappella è possibile apprezzare il profilo delle due targhe.

L'oratorio di Santa Maria al Fortino
Si notano i segni delle targhe in bronzo
Foto di Francesco Fiumalbi

L'inaugurazione vide la partecipazione anche del Presidente della sezione sanminiatese dell'Associazione Mutilati e Invalidi di Guerra, prof. Sabatino Novi. Quest'ultimo è conosciuto sia per il ruolo all'interno del PNF, che per essere stato il Preside dell'Istituto Magistrale fino al 1944, quando fu sostituito da Emilio Baglioni, membro del CLN e primo Sindaco di San Miniato del dopoguerra.

La maggior parte delle informazioni di questo post sono desunte da un articolo dell'epoca, pubblicato sul quotidiano torinese “La Stampa”, di cui proponiamo l'estratto.

Estratto da “La Stampa”, lunedì 7 novembre 1932, p. 2.

IL RE INAUGURA A SAN MINIATO LA CAPPELLA VOTIVA DEI CADUTI

Firenze, 7 mattino.
Il Re ha inaugurato ieri la cappella votiva che San Miniato ha dedicato alla memoria dei suoi cinquecento Caduti. Verso le quindici l'automobile reale, fra un interrotto scrosciare di applausi, ha percorso lentamente le vie della città, dirigendosi al palazzo del Comune, dove erano ad attendere il Sovrano, il prefetto di Pisa, Dentice, il podestà di Pisa, onorevole Buffartini e moltissime personalità.
Nel salone del Comune, il podestà Guarnieri ha pronunciato un discorso di saluto offrendo poi al Re un artistico album, in cui sono raccolte trentasei fotografie panoramiche e di opere di arte di San Miniato.
Dopo le presentazioni delle autorità, il Re si è affacciato al balcone del palazzo, e gli applausi del popolo si sono ancor più intensificati. La dimostrazione si è rinnovata allorché il Sovrano si è recato ad inaugurare la nuova sede della Misericordia; e subito dopo, a presenziare alla inaugurazione della Cappella votiva di Santa Maria al Fortino.

Dinanzi all'edificio, qui, si erano adunate alcune centinaia di combattenti. Incontro al Sovrano si è mosso il Vescovo con tutto il capitolo della cattedrale dopo che mons. Giubbi, indossati i sacri paramenti, ha impartito la benedizione liturgica alla Cappella, sono state tolte le bandiere tricolori, ricoprenti le due targhe bronzee, situate all'ingresso della cappella stessa, in memoria dei Caduti in guerra e della Rivoluzione fascista. Ha pronunziato poi un discorso il presidente della sezione mutilati di San Miniato prof. Novi, le cui parole sono state salutate da vivi applausi. Dopo la visita alla cappella, il Sovrano ha espresso il suo alto compiacimento al canonico Galli e a tutti i membri del Comitato: quindi, risalito in automobile, è partito alla volta di San Rossore.


[terza redazione - aggiornamento 6 novembre 2016]

lunedì 16 settembre 2013

SAN MINIATO, STORIA E OREFICERIA - 20 SETTEMBRE 2013 ORE 18.00

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Venerdì 20 settembre 2013, alle ore 18.00, presso i locali dell’ex-Frantoio di San Domenico, a San Miniato in via Ser Ridolfo, il gruppo Smartarc – San Miniato Arte e Architettura in collaborazione con l’Associazione Kampino, invita alla conversazione: “San Miniato, Storia e Oreficeria”.
Presenteranno le proprie Tesi di Laurea:

Dott. PAOLO TOMEI
Università degli Studi di Pisa, Dipartimento Civiltà e Forme del Sapere
«Locus est Famosus» Borgo San Genesio ed il suo territorio (secc. VIII-XII)

Grazie allo spoglio delle pergamene conservate nell’Archivio Storico Diocesano di Lucca, la tesi vuole ricostruire dall’VIII al pieno XII secolo la storia di Borgo San Genesio, insediamento del Medio Valdarno distrutto a metà Duecento, e del territorio circostante, area nella quale sorge l’odierna cittadina di San Miniato. Borgo San Genesio, conosciuto in età longobarda come vicus Wallari, è tornato recentemente alla luce grazie agli scavi archeologici condotti da Federico Cantini dell’Università di Pisa, dai quali emerge la straordinaria rilevanza politica ed economica del centro. La tesi presenta il primo e inedito ritratto dello scomparso borgo valdarnese e contribuisce a chiarire alcuni snodi fondamentali della storia del castello di San Miniato: la sua fondazione da parte di una famiglia aristocratica lucchese e il suo passaggio sotto il controllo imperiale, episodi che vanno posticipati rispettivamente alla seconda metà del IX e agli anni Sessanta del XII secolo.

Dott.ssa VERONICA SENIGAGLIESI
Università degli Studi di Pisa, Dipartimento Civiltà e Forme del Sapere
Oreficeria sacra d’età medievale nell’attuale Diocesi di San Miniato. Calici e reliquiari.

Nel territorio corrispondente all’odierna Diocesi di San Miniato sopravvive un ricco patrimonio di oreficeria sacra risalente ai secoli XIV e XV. Dell’intero corpus di opere, mai studiato prima d’ora in termini monografici, la tesi indaga i calici ed i reliquiari, la cui successione consente di ripercorrerne le tappe problematiche fino alle soglie del Rinascimento. Avvalendosi del confronto tra i dati documentari a nostra disposizione e gli esiti di una rigorosa analisi stilistica, si è giunti ad una puntuale lettura di ciascun manufatto. Nel caso del sostegno in argento firmato dall’orafo Nofri di Buto, l’interpretazione dello stemma sul basamento ha consentito di identificare negli Embriachi – ben noti agli storici dell’arte per aver fondato a Venezia nel 1396 una fiorente impresa di lavorazione dell’osso – i committenti dell’opera, facendo luce sul “periodo fiorentino” della casata, quando, verso il 1380, ordinarono a Nofri l’opera che tutt’oggi ammiriamo.


Dopo l'esposizione, l'appuntamento prevede un momento di dibattito e l'aperitivo conclusivo. L'ingresso è libero.
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