giovedì 28 giugno 2012

E’ TEMPO DI MIETERE IL GRANO!

8 commenti:
di Giuseppe Chelli

"Le messi biondeggiano, in lontananza si ode il canto dei contadini". Lo scrisse, una mattina di fine giugno, il professore di italiano sulla lavagna, per i ragazzi della terza media. Era il tema per gli esami di licenza.
L'ampia aula, al terzo piano di un vecchio palazzo, con i suoi grossi finestroni permetteva di spaziare lo sguardo su una campagna collinare ricca di uliveti, frutteti, filari di vigne  a perdita d'occhio, ma di grano neppure un filo. Giù, in basso, il grano biondeggiava davvero: ricopriva mezza vallata, stretta all'inizio, ma che poi s'apriva in campi a non finire, tutti biondeggianti, con vistose macchie  rosse dei papaveri.
Dalla grande finestra dell'aula, aperta per un refolo di vento marino, niente messi biondeggianti e neppure canti. Strilli, solo strilli! Lunghi, vicini o  smorzati dal vento come il fischio di un treno in corsa. Non uno: dieci, cento treni impazziti a rincorrersi, in un groviglio di binari. Erano le rondini, indaffarate a far scorta di cibo! A capofitto verso la valle si incrociavano in veloci volteggi, poi risalivano, a bocca piena, verso le grondaie, e giù di nuovo ripartivano per un'altra scorpacciata, strillando a perdifiato.
Gli strilli e l'orizzonte che entravano dalle finestre non erano proprio adatti a dare una mano ai trentacinque ragazzi. Tuttavia i loro sguardi erano là, anzi al di là delle vetrate, cercando tra il verde dei colli pisani il "loro" campo di grano o lo stornellare di un innamorato più forte dei gridi delle rondini. Non c'erano via di scampo:  bocciare o trasformare le verdeggianti colline e gli strilli di rondine in messi biondeggianti ed in canto di contadini!

Campi di grano a Isola
Foto di Francesco Fiumalbi

Ed un ragazzo cominciò:
Non usava più da tempo sbattere sui pancali i covoni del grano. La trebbiatura si faceva con la"macchina del grano" infilata tra le masse, sull'aia in piena estate. Anche i piccoli contadini, quelli che appena ricavavano grano per mezza annata, si servivano della trebbiatrice di qualche vicino.
Il grano portava via un sacco di tempo: si cominciava a metà luglio dell'anno prima a coltrare i campi, lasciati a riposo, perché il sole d'agosto seccasse le gramigne e arricchisse le zolle. Dopo la vendemmia si cominciava a sistemare la terra per la semina, spargendola di letame, pianeggiandola con l'erpice trainato dai buoi. Ai primi di ottobre avveniva la semina, fatta per lo più con la seminatrice, che spesso i contadini se la prestavano. Di tanto in tanto in mezzo ai campi, ben pareggiati e con gli sgrondi perché le piogge non stagnassero, si vedevano strani pagliacci: erano gli spaventapasseri che avrebbero, dovuto tenere lontano gli uccelli, che dai fili del telegrafo si tuffavano a saccheggiare il seminato.
Sotto la neve, pane; sotto l'acqua fame! ripetevano i “capoccia” la sera a veglia al circolo, legando le speranze ed i timori del raccolto agli eventi metereologici. Il chicco del grano che aveva attecchito durante l'inverno, ai primi del nuovo anno cominciava a verdeggiare riempiendo di un manto la pianura. Era il tempo di spargere il concime. Con corbelli a tracolla pieni di "vano" ( così chiamavano il guano che, su i carri merci, arrivava alla stazione dal Cile!) solcavano i campi spargendo la polvere a larghe e copiose manate. I vari tipi di seme: mentana, roma, littorio, frassineto, davano origine a steli (fili di paglia) più o meno lunghi, anch’essi importanti per avere paglia in abbondanza per il "letto delle bestie" che poi sarebbe diventato concime per le colture.

Campi di grano a Isola
Foto di Francesco Fiumalbi

"Di giugno, la falce in pugno”, si diceva! I lavori della raccolta del grano duravano circa un mese e forse erano i più faticosi per l'impegno fisico che richiedeva la mietitura e la battitura. Si cominciava a metà giugno a mietere il grano quando lo stelo era ancora abbastanza fresco. Di buon mattino si vedevano gruppi di uomini e donne, quasi sempre scalzi, ma con in capo cappelli dalle falde larghe o pezzòle variopinte dalle cocche legate sulla testa, avviarsi verso i campi da segare, a mano con la falce che via via era affilata con la pietra. Curvi sotto il sole fin quando non suonava la campana di mezzogiorno, ognuno prendeva un pezzo di campo e a colpi di falce tagliava mazzetti di grano che poi raccoglieva facendone una fascio legato con la paglia: erano i covoni. Alla fine della giornata i covoni venivano raccolti in mucchi per permettere allo stelo  ed alla spiga ancora freschi di seccarsi, inturgidendo così i chicchi del grano del sapore che conteneva lo stelo.
Dalle massette dei covoni, si passava a fare le "barche " che rimanevano sul campo a completare la seccatura del chicco e dello stelo. Raramente, ma capitava che un temporale improvviso con tuoni e lampi mandasse a fuoco qualche barca di grano, quando non anche l'invidia di qualche "vicino" aiutasse i fulmini! Pochi giorni prima che arrivasse la macchina del grano per la battitura, avveniva la "carrata". Se l'aia era ammattonata si levavano le erbacce nate tra i mattoni, si spazzolava al meglio. Se invece era sterrata si procedeva a renderla "impermeabile", cioè si induriva il fondo con lo sterco delle bestie facendone una poltiglia più o meno densa e si spargeva sul terreno. Il sole l’avrebbe resa dura! Con i buoi aggiogati al carro si andava a prendere i covoni ammassati a barche e sull'aia si faceva la "massa". Spesso erano due grosse masse di grano fatte  a nave distanti tra loro tanto quanto era necessario per infilare nel mezzo la macchina del grano.

La mietitura del grano vicino Isola
Foto di Giuseppe Chelli

Ormai la battitura era vicina e lo sapeva bene la massaia! Quando i paperi, allevati da mesi per l’occasione, si “ritiravano” per la notte, lei con un grosso randello, e con l’uomo di famiglia più vigoroso, prendeva ad uno ad uno i paperi, gli metteva il collo sotto il randello (che lei tratteneva con i piedi) e ”tira” diceva, finché sul terreno non restava una bianca massa immobile.
La sera prima del giorno fissato per la trebbiatura arrivava la” macchina del grano” trainata dal Landini (uno dei primi modelli di trattore!). Per lo più il piazzamento avveniva la sera, sul tardi, al termine di una giornata di lavoro in un altro podere, così di buon mattino il lavoro poteva cominciare. Agli uomini  ed alle donne di casa si aggiungevano i vicini in un muto tradizionale costume di aiutarsi nei lavori in cui la manodopera non era mai troppa. Flotte di ragazzi di casa e dei poderi vicini si facevano in quattro per le incombenze loro richieste, o correvano da un punto all'altro dell'aia a tuffarsi nei monti di loppa bollente di sole e di macina. Al primo singhiozzo del Landini l'aia si animava di un viavai di gente e polli richiamati dall'odore del grano, e tutti gli ingranaggi della trebbiatrice, azionati dalla lunga cinghia di cuoio, si mettevano in movimento. Il martellare cadenzato del Landini, prima lento, come colpi di tosse, poi più spedito e infine ritmato, dava il via al grande affaccendarsi dell'aia. L'imboccatore in vetta alla macchina infilava i grossi covoni nella bocca della trebbiatrice che arrancava, sbuffava e allo stesso tempo, inghiottiva in un soffio i covoni che qualcuno,  dalla massa del grano in punta di forcone, faceva arrivare all'imboccatore. Dalla grossa bocca dentata usciva da dietro la paglia  a cascate più o meno abbondanti. Tre o quattro donne, in mezzo a nuvoli di polvere urticante l'affastellavano, legandola con il “nottolo di “salcio” e fissandola al palo dell'antenna che la depositava ai piedi o attorno allo stollo del pagliaio. L'antenna altro non era che un palo fisso in terra a cui era ancorato un braccio rotante che alzandosi depositava il fastello dove indicava l'addetto al fare il pagliaio.
Quello del "pagliaiolo" era un lavoro che non tutti sapevano fare. Bisognava equilibrare bene la paglia e stenderla intorno allo stollo a formare una specie di cono, in modo che la massa di paglia finisse a punta compatta per non far penetrare l'acqua piovana. Se questo lavoro non veniva eseguito a regola d'arte il pagliaio sarebbe caduto o si sarebbe inzuppato d’acqua rendendo la paglia inservibile. Sempre da sotto la grande bocca della paglia usciva la loppa (o pula), trainata via in grandi ceste di “salcio”.
I ragazzi erano fissi a dispensare bicchieri di acqua fresca che direttamente tiravano su dal pozzo a sterro intorno casa. A mezza mattinata si faceva la sosta per la colazione, sempre la stessa da un anno all'altro, da un podere all'altro: salame a fette e pomodori a salino, che gli operai consumavano seduti all'ombra dei gelsi che non mancavano in ogni podere per via dei bachi da seta. A colazione quasi fatta, passava il “capoccia” con il fiasco del Vinsanto: era il segno che la pausa era finita e che il lavoro ricominciava ininterrottamente fino all'ultimo covone della massa.

Le “barche” di grano vicino Isola
Foto di Giuseppe Chelli

Mentre nel dietro della macchina si accumulavano monti di loppa e paglia, nella parte anteriore  ammassati su due cataste incrociate si formavano le pile dei sacchi. Il fattore ed il “capoccia”  meticolosamente riempivano lo staio con cui riempivano le sacche: una per il contadino, una per il padrone. Un podere, infatti, si definiva per la sua produttività da quante staia o sacca di grano produceva, da quanti barili di vino e di olio ricavava dalle sue culture. "La terra vale quanto l'uomo che la lavora", soleva pontificare ogni anno il fattore a fine battitura. Ma il capoccia, che proprio sprovvisto non era, ribatteva puntualmente: "Si vede che lei sor' fattore passa più tempo allo scrittoio che nella terra".
La stretta di mano, e quando il raccolto era andato bene, anche una pacca sulla spalla, metteva fine alla ripartizione in parti uguali delle sacca di grano. Ma la giornata non finiva lì, anzi ora cominciava il bello.
Sotto i gelsi una lunga tavola bianca di lino apparecchiata con le scodelle del Ginori, con abbondanti vassoi di prosciutto e salame, con molti fiaschi di rosso e scòle di pane fresco invitava a sedersi attorno. L'odore di paglia non si sentiva più. Dalla cucina della massaia profumi di buone pietanze riempivano l'aria. Donne e uomini attorno al pillone del pozzo cercavano di levarsi di dosso il sudore e la polvere, gettandosi abbondati secchiate di acqua fresca. A volte la stanchezza era tanta che qualcuno per lavarsi i piedi li metteva dentro la tinozza e con un piede si lavava l'altro.
Tutta la stanchezza spariva appena la massaia si presentava con il grosso pentolone di smalto rossastro pieno di minestra fatta con lo spicchio di petto, colli dei paperi e la grandinina bucata. Nessuno si peritava a "cavarsene" due o tre piatti, pronto ad affrontare le battute degli amici che non mancavano di sottolineare pettegolezzi o chiacchiere di paese tra le risate di grandi o piccini. Spesso erano le ragazze da marito che venivano prese di mira se magari erano un po' in là con gli anni, o le giovani spose alla terza gravidanza. Dio ci scampi o liberi se c'era qualche coppia che non aveva figli: tutti si proferivano a risolvere il problema, tutti sapevano come e cosa fare tra le grasse risate e qualche stornellata bonaria. L'allegria, aiutata dal rosso d'annata, era coinvolgente; complice il papero in umido, lo spicchio di petto inzuppato nel sale, gli affettati serbati sotto la cenere fino a battitura. Non di rado i pranzi di battitura erano l'occasione per concludere o iniziare affettuose amicizie. Bastava aspettare la messa della domenica.

Campi di grano fra Ontraino e Roffia
Foto di Francesco Fiumalbi

martedì 26 giugno 2012

INCENDIO A ISOLA LUNGO LA FERROVIA

2 commenti:
di Francesco Fiumalbi

Oggi, 26 giugno, mi stavo recando dalle parti di Isola per scattare alcune fotografie per un prossimo post. Ho deciso di fare un giro più lungo del necessario con la mia mountain bike, e sono passato da San Genesio dove ho visto alcuni archeologi al lavoro e il museo che piano piano sta crescendo. Ho proseguito in via Capocavallo in direzione Isola e all’altezza del Mulino di Capocavallo (che bello sarebbe poterlo visitare!) incrocio, non una, ma ben due camionette dei Vigili del Fuoco. Mi chiedo cosa fosse successo. La mia domanda ha trovato una veloce risposta, quando all’altezza del sottopassaggio della Ferrovia ho visto alcuni volontari della VAB mettere in sicurezza un terreno bruciato.
Un incendio, innescatosi attorno alle 14.00, ha distrutto la vegetazione su entrambi i lati di un tratto della linea ferroviaria Firenze-Pisa, che è rimasta interrotta almeno fino alle 16.30. Le fiamme hanno lambito anche alcune abitazioni!

Incendio a Isola, volontari impegnati
Foto di Francesco Fiumalbi


Incendio a Isola, volontari impegnati
Foto di Francesco Fiumalbi


Incendio a Isola, volontari impegnati
Foto di Francesco Fiumalbi


Incendio a Isola, il terreno bruciato
Foto di Francesco Fiumalbi


Incendio a Isola, il terreno bruciato
Foto di Francesco Fiumalbi


Incendio a Isola, il terreno bruciato
Foto di Francesco Fiumalbi

giovedì 21 giugno 2012

LA "RESTAURAZIONE" DI LEOPOLDO II

3 commenti:
di Francesco Fiumalbi


Finalmente!
Dopo 169 anni, la statua di Leopoldo II, detto “Canapone”, è tornata allo splendore originale. Avevamo dato l’annuncio dell’inizio dei lavori di restauro il 16 maggio 2012, e con una puntualità degna di un orologio svizzero, dopo 35 giorni “sotto i ferri”, il simulacro del Granduca è tornato come nell’agosto del 1843, quando fu inaugurato tra solenni celebrazioni.
Adesso possiamo apprezzare nella sua perfezione, la plasticità dell’opera neoclassica che lo scultore Luigi Pampaloni aveva plasmato da un blocco di marmo Ravaccione, una varietà del bianco di Carrara fra le più apprezzate al mondo. La statua è tornata candida, come la neve, nell’ideale di assoluta purezza e nobiltà, col quale venne celebrato il Granduca per aver dotato la Città di San Miniato del Tribunale Collegiale di Prima Istanza, della Sottoprefettura, della Cassa di Risparmio. L’intera piazza Buonaparte gode del monumento rinnovato, come una nuova luce che, dal baricentro, si irradia tutt’intorno.
Un plauso all’impresa “Restauro Valeri s.r.l.” di Camaiore (Lu) per l’ottimo lavoro, e all’Amministrazione Comunale, che ha scongiurato il degrado di uno dei monumenti più importanti di San Miniato. L’intervento, dal costo di 17.900 euro, non è stato solo estetico: alla pulitura dei consistenti depositi superficiali, è seguito il consolidamento del marmo, per evitare la formazione di eventuali crettature, fessurazioni e microfratture, che alla lunga avrebbero seriamente compromesso la stabilità della scultura.
Segnaliamo inoltre, che sono iniziati i lavori anche presso il vicino Oratorio di San Rocco!

La statua di Leopoldo II restaurata
Foto di Francesco Fiumalbi

Prima e dopo il restauro
Foto di Francesco Fiumalbi

Prima e dopo il restauro
Foto di Francesco Fiumalbi

La statua di Leopoldo II restaurata
Foto di Francesco Fiumalbi

La statua di Leopoldo II restaurata
Foto di Francesco Fiumalbi

La statua di Leopoldo II restaurata
Foto di Francesco Fiumalbi

La statua di Leopoldo II restaurata
Foto di Francesco Fiumalbi

La statua di Leopoldo II restaurata
Foto di Francesco Fiumalbi

La statua di Leopoldo II restaurata
Foto di Francesco Fiumalbi

venerdì 15 giugno 2012

IL FARO NON DEVE ESSERE ACCESO

7 commenti:
di Francesco Fiumalbi

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Giovedì 14 giugno 2012, è stato scritto un nuovo capitolo sulla questione del “Faro”. A distanza di oltre un anno dalla seduta del 28 aprile 2011, il Consiglio Comunale di San Miniato ha trattato nuovamente il tema. L’assise si è svolta in forma “aperta”, e i cittadini hanno potuto prendere parte al dibattito. Di seguito proponiamo una sintesi della discussione.

Il faro custodito dalla Pro Loco di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Il primo intervento è stato del Consigliere Roberto Ferraro, Capogruppo del “Popolo della Libertà”, che ha introdotto l’ordine del giorno: “Ricollocazione Faro Votivo sulla Torre di Federico II a San Miniato”. Ha affermato che le posizioni espresse negli ultimi anni sono figlie della controversa delibera del 1965, che di fatto chiuse la questione. A distanza di molti anni, si è costituito un Comitato, composto da valevoli cittadini, affinché il faro possa tornare a illuminare dall'alto della Rocca.

Subito è passata la parola al Sig. Mario Rossi “Maglietta”, il quale ha ricordato le motivazioni per cui si è costituito il Comitato, e ha chiesto di superare le posizioni espresse in passato. Ha affermato che il faro non sarebbe da associare al Fascismo, bensì alla volontà e alla dignità di quelle associazioni (Misericordia, Orfani e Vedove di Guerra, Reduci e Combattenti), che a suo tempo si adoperarono per l’acquisto e il posizionamento. Ricorda che nei primi anni ’60, l’allora Sindaco Bruno Falaschi (Sindaco dal ’46 al ’51, dal ’54 al ’56, e dal ’60 al ’64) era favorevole al suo ricollocamento sul rocchetto più alto della torre, ma che durante il mandato di Nello Baldinotti (dal 1964 al 1975) la questione del faro fu archiviata, nonostante a tale scopo la popolazione avesse raccolto 450.000 lire, una cifra pingue per l’epoca. Oggi il faro potrebbe essere, oltre che un monumento alla memoria dei Caduti della Prima Guerra Mondiale, anche un ottimo punto di riferimento in termini turistici.

A seguire l’intervento della Sig.ra Nicoletta Corsi, Presidente della Pro Loco di San Miniato, associazione che detiene e conserva materialmente il faro che fu donato all’Ass. Reduci e Combattenti, dall’allora Repubblica Federale Tedesca. Ha convenuto che il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, poteva essere l’occasione più adatta per ricollocare il proiettore, che fu installato in memoria delle vittime della Prima Guerra Mondiale, guerra che di fatto completò l’unificazione nazionale. Ha chiesto, pertanto, che la questione venga ridiscussa, e che possa essere valutata la proposta di riposizionamento.

La Consigliera Laura Cavallini, di “Sinistra Ecologia e Libertà”, ha sostenuto che il faro non possa essere riposizionato perché simbolo del sentimento di un’epoca che vedeva nella guerra un qualcosa di positivo e necessario. A livello di richiamo turistico, potrebbe essere addirittura controproducente. Ha chiesto pertanto di trovare una soluzione condivisa, affinché il faro possa essere ricollocato in un luogo più idoneo.

E’ intervenuto il Sig. Francesco Bertini, visibilmente emozionato, chiedendo di non parlare di Fascismo, perché se il faro non fu ricollocato negli anni ’60 è soltanto per una questione personale fra l’allora Assessore Benito Baldini e l’ex Consigliere della Democrazia Cristiana Fernando Salvadori. Ha chiesto rispetto per questa proposta, che merita di essere valutata con la massima attenzione.

Il Municipio di San Miniato in occasione del Consiglio Comunale aperto
Foto di Francesco Fiumalbi

Il sig. Giuseppe Chelli ha ricordato che il faro fu acquistato tramite una lotteria nazionale promossa anche dalla Misericordia di San Miniato, la quale acquistò la sede di Palazzo Roffia con parte del ricavato. Ha inoltre affermato che le argomentazioni contrarie sono prive di fondamento, di fronte alla dignità di quelle persone che negli anni ’20, grazie alla lotteria, riuscirono a fare molte cose importanti. Il faro deve stare in Rocca, altrove perderebbe di significato.

La Consigliera Laura Cavallini, replicando a quanti erano intervenuti fino a quel momento, ha sostenuto la legittimità della posizione contraria al ricollocamento.

Il Consigliere Simone Giglioli, Capogruppo del “Partito Democratico” ha presentato una mozione contraria al ricollocamento del Faro, ricordando che fu inaugurato il 24 maggio del 1928, data simbolo della Prima Guerra Mondiale e che fu attivo soltanto per 13 anni. Essendo questo periodo troppo esiguo di fronte alla pluricentenaria storia della Rocca, il faro non può essere considerato un simbolo cittadino e quindi non può essere ricollocato nella sua posizione originaria. L’argomentazione secondo cui il proiettore potrebbe essere un richiamo turistico, è da considerarsi controproducente perché sminuirebbe l’aspetto “votivo”. I due aspetti, “turistico” e “votivo” non sono compatibili fra loro, pertanto ha affermato che è giusto pensare ad una collocazione dignitosa, che potrebbe essere individuata presso il Sacrario di Santa Maria al Fortino, oppure presso il Cimitero Comunale. A tal proposito, ha citato un articolo apparso sulla Nazione dell’agosto del 1963, in cui veniva elogiata l’iniziativa, promossa dal cav. Pio Volpini già Consigliere della Democrazia Cristiana, di collocare il faro presso il Cimitero di San Miniato.
Ha ricordato che nel 1965, anche l’Associazione Combattenti e Reduci non era unanimemente d’accordo sulla questione, in quanto la sezione pontaegolese prese le distanze da qualsivoglia iniziativa in tal senso.
Ha poi affermato che la posizione contraria, non deve intendersi una ripetizione “pappagallesca” delle scelte delle passate amministrazioni, ma frutto della mancanza di adeguate motivazioni. Ha ricordato che il faro, pur non essendo stato promosso direttamente dal Partito Nazionale Fascista, fu “usato” da questo nei modi e nei termini della retorica propria del Ventennio.

Ha replicato Mario Rossi, affermando che la sezione pontaegolese dell’Associazione Combattenti e Reduci non era d’accordo per una questione campanilistica, avendo il desiderio di innalzare un proprio monumento nella frazione, che sarebbe costato molto. Il non voler contribuire al Faro sanminitese fu una scelta dettata dalla necessità di non disperdere risorse a scapito del monumento pontaegolese.
A chi sostiene la non rispondenza estetica del proiettore luminoso inviato dall’allora Repubblica Federale Tedesca, ha risposto che questo può essere sostituito con una macchina più confacente, ed esteticamente migliore. Il faro non può essere chiuso in una chiesa, né tanto meno essere posizionato al cimitero, in quanto perderebbe il suo significato originario.

Il faro custodito dalla Pro Loco di San Miniato, acceso durante le celebrazioni del 150° anniversario dell'Unità d'Italia
Foto di Francesco Fiumalbi

Ha preso la parola il Consigliere Carlo Corsi del “Popolo delle Libertà”, dichiarandosi contento per la documentazione storica che è stata proposta all’assemblea. Ha affermato che i Caduti della Prima Guerra Mondiale hanno pieno diritto di essere commemorati, dal momento che non sono passati nemmeno cento anni dal loro sacrificio per l’Italia. Ha definito ideologico l’intervento del Consigliere Giglioli. Nelle firme raccolte dal Comitato ci sono quelle di persone che si riconoscono in tutte le posizioni politiche, senza distinzioni, perché vedono nel dispositivo luminoso un simbolo sanminiatese che merita di essere ripristinato, a fronte anche delle “perdite” degli ultimi anni.

E’ intervenuto il Consigliere Filippo Malatesti del “Partito Democratico” affermando che il proiettore non farebbe risaltare la Torre di Federico II, anzi, in termini “fotografici”, potrebbe addirittura disturbare la fruizione visiva del monumento. Non sarebbe il faro a servizio della Rocca, ma viceversa, e questo non è assolutamente concepibile. Sono altri i modi per valorizzare San Miniato e i suoi monumenti.

Roberto Ferraro, Capogruppo del “Popolo delle Libertà”, afferma invece che i monumenti alla memoria storica sono un’importante attrazione turistica, come ad esempio lo è l’Altare della Patria. Le motivazioni della posizione contraria sono insignificanti e, replicando al Consigliere Giglioli, ha affermato che il faro col Fascismo non ha niente a che fare.
Fino a quel momento è stata citata numerose volte la delibera del 1965, ma non sono state presentate le lettere, datate 1961, che l’allora Sindaco Bruno Falaschi spedì all’Officina Galileo di La Spezia, e poi alla S.M.A. di Reggio Emilia, chiedendo preventivi per un nuovo faro rotante a tre luci, esattamente come quello andato distrutto nel 1944.
Il proiettore che si vorrebbe riposizionare, come quello originario, dovrebbe essere acceso solo in occasione delle feste nazionali e da un’ora dopo il tramonto fino alla mezzanotte. Nel 1965, il cambio di opinione da parte dell’Amministrazione Comunale, fu dovuta solo ed esclusivamente a divergenze di carattere personale.

Il Sig. Bruno Tamburini ha preso la parola, ricordando che i sanminiatesi andavano fieri del faro perché valorizzava davvero la Città, che negli anni ha perso molti simboli ed istituzioni. Incita il Comitato a non darsi per vinto e a continuare con pazienza nella sua missione, anche di fronte alla politica che ha tracciato la strada contraria al ricollocamento.

A sostegno del Sig. Bruno Tamburini è intervenuto nuovamente il sig. Francesco Bertini, ricordando che San Miniato faceva parte delle 100 Città d’Italia, ma che attualmente non è più così.

Ha preso la parola l’Assessore Giacomo Gozzini che, limitatamente all’aspetto turistico, ha affermato che il faro non aggiungerebbe niente a San Miniato. La discussione, pur essendo stata interessante, non ha trovato però rispondenza in quelle che sono le richieste da parte delle associazioni che si occupano di turismo nel nostro territorio. Giusto parlarne, ma non in termini turistici.

Il Consigliere Giglioli, sottolineando la correttezza delle parole dell’Ass. Gozzini, ha affermato che il faro non può certo essere visto come la soluzione a tutti i problemi di San Miniato. La tesi secondo la quale la mancata ricollocazione negli anni ’60 sia da attribuirsi al solo contrasto personale non può rispondere a realtà. E’ necessaria una sistemazione idonea, diversa da quella proposta dal Comitato, che è libero di muoversi come ritiene più giusto.

E’ intervenuto il Consigliere Michele Altini del “Popolo delle Libertà” dichiarando che quando le motivazioni non sono sufficienti, basta pronunciare la parola “Fascismo”. Ha chiesto al Sindaco Vittorio Gabbanini di avere il coraggio di una scelta che rispecchia la volontà di centinaia di cittadini sanminiatesi, che hanno firmato la petizione promossa dal Comitato. Il faro è da intendersi come un simbolo e un valore aggiunte per San Miniato.

Il faro della Rocca, disegno di Mario Caponi
Foto di Francesco Fiumalbi

Il Sindaco Vittorio Gabbanini ha preso la parola, dicendosi positivamente colpito dal dibattito, sia per la documentazione storica che è emersa, sia per l’emozione con cui molti cittadini sono intervenuti, che dimostra il forte attaccamento alla Città. Ha ribadito che la grandezza di San Miniato non può misurarsi dalla presenza o meno del faro, ma da altri indicatori come il bilancio positivo delle presenze turistiche e la sede dei Corsi di Orientamento della Scuola Normale Superiore di Pisa.
La necessità di trovare una collocazione adeguata al proiettore luminoso deve essere valutata. Implica un’accurata riflessione collettiva. La proposta di sistemare il faro sulla cima della Torre di Federico II non può essere accolta, ma parlandone tutti assieme è possibile trovare una soluzione condivisa, pur partendo da posizioni molto distanti.

L’intervento del Sindaco conclude la discussione. Il Consiglio Comunale passa alla votazione della mozione presentata dal Consigliere Giglioli, sostanzialmente contraria al riposizionamento del faro sulla Torre, che viene approvata con voto favorevole del Partito Democratico e Sinistra Ecologia e Libertà. Contrario il voto del Popolo della Libertà, assenti i consiglieri di UDC e Comunisti Italiani.

La questione tuttavia non sembra essersi conclusa. Dal Comitato fanno sapere che porteranno avanti la proposta.

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mercoledì 13 giugno 2012

A FUOCO IL CONVENTO DI SAN FRANCESCO

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di Francesco Fiumalbi

Doveva essere un giorno di festa, oggi 13 giugno 2012, per i frati francescani di San Miniato. Oggi infatti si festeggia Sant'Antonio da Padova, il santo francescano più conosciuto e venerato, secondo forse solo a San Francesco.
Invece sono stati attimi di paura e apprensione oggi pomeriggio. E non è ancora finita del tutto (sono da poco passate le 17), ma il peggio sembra alle spalle. Un incendio, la cui dinamica è tutt’ora al vaglio dei Vigili del Fuoco, ha provocato seri danni ai piani alti dell’edificio conventuale annesso alla Chiesa di San Francesco. Poco prima delle ore 13.00, ha cominciato a salire una silenziosa, ma vistosa, colonna di fumo. Secondo una prima ipotesi, sembra che l’incendio si sia innescato per cause accidentali in un locale situato all’ultimo piano del complesso francescano, propagandosi anche agli ambienti limitrofi. Ad ora non è stato possibile quantificare l’entità dei danni e se il fuoco abbia interessato anche elementi strutturali in legno dei solai e della copertura.
L’incendio pare sia sotto controllo da parte delle due squadre dei Vigili del Fuoco intervenute, anche se il vento sta rallentando le operazioni di bonifica e messa in sicurezza. Sul posto anche Carabinieri e gli agenti della Polizia Municipale, chiamati a presidiare la piazza antistante.
A quanto sappiamo sembrerebbe che non ci siano feriti, solo danni materiali. La chiesa, che contiene inestimabili opere d'arte, fortunatamente non è stata interessata dalle fiamme.
Vi terremo aggiornati sulla situazione.

1° AGGIORNAMENTO, ore 21.15 del 13 giugno 2012:
I Vigili del Fuoco hanno terminato la messa in sicurezza, di quella parte dell'edificio interessata dalle fiamme, poco prima delle ore 17.30. Secondo alcune indiscrezioni, sembra che alcuni libri antichi della biblioteca siano andati distrutti nell'incendio, ma per adesso non ci è dato da sapere con certezza. Per il momento non si hanno infatti notizie certe riguardo ai danni effettivi subiti dall'edificio e dagli arredi, che probabilmente saranno valutati nei giorni a seguire.
Apprendiamo inoltre che la programmata funzione religiosa dedicata a Sant'Antonio si è svolta regolarmente presso la chiesa di San Francesco, in un clima comunque di festa.


2° AGGIORNAMENTO, ore 12.30 del 14 giugno 2012:
Da Giuseppe Chelli che ha parlato con uno dei frati francescani, apprendiamo che fortunatamente non è andato perduto alcun volume della biblioteca. Le indiscrezioni circolate in proposito si sono rivelate prive di fondamento. E' andata completamente distrutta una camera, in cui non erano conservati documenti di interesse storico o artistico.
Al convento sono al lavoro tecnici e operai per ripristinare i locali danneggiati e riportare la situazione alla normalità.

Il complesso architettonico risale al 1211, quando, secondo la tradizione, alcuni notabili sanminiatesi offrirono a San Francesco l'antica chiesa altomedievale dedicata a San Miniato. Nei secoli la fabbrica fu ampliata, furono aggiunti due chiostri e numerosi altri locali.

L'incendio al Convento di San Francesco
Foto di Francesco Fiumalbi

L'incendio al Convento di San Francesco
Foto di Francesco Fiumalbi

L'incendio al Convento di San Francesco
Foto di Francesco Fiumalbi

L'incendio al Convento di San Francesco
Foto di Francesco Fiumalbi

L'incendio al Convento di San Francesco
Foto di Francesco Fiumalbi

venerdì 8 giugno 2012

IL GIURAMENTO DEI SANMINIATESI E LA NASCITA DEL COMUNE

1 commento:
di Francesco Fiumalbi


ARCHIVIO DOCUMENTARIO DIGITALE DI SAN MINIATO [ADSM]
1172, 05 maggio, Il giuramento dei sanminiatesi e la nascita del Comune

Siamo a proporre il commento di un interessante documento storico, conservato presso l’Archivio di Stato di Firenze, (ASF, Diplomatico, San Miniato, n. 1, 1172, maggio 5) pubblicato per la prima volta da Pietro Santini nella sua opera Documenti dell’antica costituzione del Comune di Firenze, Documenti di Storia Italia, tomo X, G. P. Vieusseux, Firenze, 1895, alle pagine 363-364.
Si tratta del giuramento che alcuni diplomatici sanminiatesi formularono nei confronti delle città di Firenze e Pisa, datato 5 maggio 1172. L’aspetto su cui intendiamo soffermarci non è tanto il giuramento in quanto tale, bensì tutta una serie di informazioni collaterali, che indicano in maniera inequivocabile l’inizio di quel processo che porterà alla costituzione del Comune di San Miniato.

Panorama di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

IL CONTESTO In un contesto assai complesso, per il quale si rimanda al nostro post IL CONTESTO DEL XII SECOLO, l’Imperatore Federico I “Barbarossa” aveva deciso di rafforzare il suo castello di San Miniato, che divenne la sede del tribunale di suprema istanza regia e il centro di raccolta dei tributi che la Tuscia doveva all’Impero nel 1161 (1).
Cristiano di Bach Vescovo di Magonza, conosciuto più semplicemente come Cristiano di Magonza, diventò nel 1165 legato imperiale per la Tuscia e si inserì in una situazione pronta ad infiammarsi a causa di vecchie e nuove questioni. Da una parte Pisa e Firenze e dall’altra Lucca, Siena e Pistoia collegate con i Genovesi. Pisa e Firenze pervennero ad un accordo incontrandosi nella nostra San Genesio (2). Cristiano di Magonza tentò di organizzare un incontro distensivo, ancora una volta a San Genesio nel febbraio del 1172 (3). Tuttavia il 6 marzo successivo, il Legato omperiale stipulò un accordo con Lucca e Genova contro Pisa, accordo a cui parteciparono anche il Conte Macario, vicario delle contee di Siena e San Miniato, nonché le comunità di San Miniato, Volterra di altri luoghi (4). Pisa venne così messa al bando (oggi si direbbe “embargo”) e il 28 marzo Cristiano di Magonza, da Siena, chiamò alle armi i Genovesi, ai quali chiese anche del denaro per pagare i cavalieri, in particolar modo quelli di stanza a San Miniato (5).
In tutto questo, i Fiorentini ne uscivano svantaggiati perché l’isolamento di Pisa precludeva a Firenze l’accesso verso il mare; lo stesso, i Sanminiatesi si trovarono isolati rispetto alle due città più importanti della Toscana con le quali avevano stretto importanti legami di natura commerciale (6). L’ipotetico crollo degli scambi commerciali fra Pisa e Firenze avrebbe di fatto danneggiato anche gli abitanti del territorio sanminiatese e questa nuova situazione fu senz’altro la goccia che fece traboccare un vaso ormai colmo. Abbiamo già detto che fra il 1161 e il 1163 Federico I “Barbarossa” aveva fissato in San Miniato il centro di raccolta dei tributi. A questa scelta fece senz’altro seguito una poderosa campagna di rafforzamento delle opere difensive del castello sanminiatese. Come rilevato anche dalla Cristiani Testi, l’ingerenza delle autorità imperiali nel tessuto insediativo sanminiatese doveva aver minato la libera attività di quei nuovi ceti agricoli, mercantili a artigiani che avevano nella borgata pedecastellare il proprio centro di riferimento (7).

Firenze, Palazzo Vecchio
Foto di Francesco Fiumalbi

IL GIURAMENTO Nel maggio del 1172 i rappresentanti dei cittadini di San Miniato si incontrarono nel Palazzo Vescovile di Firenze con i rappresentanti dei Fiorentini e dei Pisani e qui avvenne il giuramento.
I sanminiatesi si impegnarono a difendere tanto gli uomini, quanto gli averi, delle città di Pisa e Firenze, di accordarsi con loro circa l'eventualità di intraprendere nuove guerre e stipualare pacificazioni e promisero di far fare lo stesso giuramento a tutto il popolo di San Miniato e del suo distretto (eccetto a Buzatello et Buticcia et Gadanitto, località non identificate), al fine di recuperare il castello sanminiatese. Tutto questo a patto che ciò non avvenga contro l'Imperatore, l'unica autorità riconosciuta, con la facoltà di sciogliere il giuramento stesso (8).
In pratica i cittadini di San Miniato posero le basi di un accordo con Pisa e Firenze per allontanare dal cassero sanminiatese il controllo imposto dal Vicario Imperiale Cristiano di Magonza, senza mettere in discussione l'autorità dell'Imperatore (9). Questo avrebbe evitato il ricongiungimento delle forze militari di Lucca e di Siena, da dove Cristiano di Magonza controllava la situazione e quindi San Miniato poteva considerarsi un nodo strategico per la guerra che si sarebbe accesa di li a poco (10). Evidentemente, il problema non era costituito dall'autorità imperiale, ma dalle modalità con cui questa veniva esercitata dal Vicario, il quale doveva godere di una larga autonomia, nonché di ambizioni e disegni personali non sempre in accordo con gli effettivi interessi generali dell'Impero.

LA NASCITA DEL COMUNE Lasciando un momento da parte la portata politica e militare del giuramento, l’aspetto di maggiore interesse riguarda l’organizzazione civica del popolo sanminiatese, evidentemente distinta rispetto al governo vicariale. Si tratta della prima, germinale, forma di “comune” sanminiatese di cui abbiamo notizia, anche se di “comune” ancora non si parla, almeno non in questo documento. Come nel resto della Toscana, almeno inizialmente, l’istituzione comunale non sembra registrare propositi di governo amministrativo a carattere pubblico. Si tratta, probabilmente, di istanze di tipo privato, che oggi chiameremmo “lobbies”, anche se, è bene precisare, questa considerazione non può valere in senso assoluto (11). Il fenomeno, tuttavia, non fu sempre immediato, ma comportò, più in generale, un graduale passaggio da un ordinamento pubblico di tipo pre-comunale ad uno propriamente comunale. Le fonti, infatti, tacciono al riguardo di particolari movimenti repentini e violenti (12).
Sia Pisa che Firenze, da anni ormai si erano dotate di un governo civico relativamente autonomo.
A Firenze, nell’XI secolo, era andata costituendosi una rappresentanza laica, costituita da consoli, che esercitava il potere amministrativo congiuntamente alle istituzioni ecclesiastiche. Le istanze in favore di una organizzazione comunale provennero inizialmente dall’antico ceto nobiliare unitamente al ceto “borghese” legato alla manifattura e ai commerci, organizzatosi a sua volta in organismi corporativi, che prenderanno il nome di Arti.
La stessa situazione si verificò a Pisa che, nel 1081, ottenne da Enrico IV un importante diploma, attraverso il quale riconobbe nella futura Repubblica Marinara la presenza di una assise composta da dodici consoli eletti (13). In questo caso il Comune nacque dall’organizzazione degli armatori e dei mercanti di mare (14).
La costituzione di organizzazioni civiche rientrò in quel rinnovato fermento culturale che investì anche le istituzioni ecclesiastiche con nuovi movimenti e confraternite religiose. Alla base di questo processo sembra esserci la cosiddetta “coniuratio”, l’intesa fra “pari” che, all’interno dei centri urbani, metterà in moto la costituzione e lo sviluppo delle istituzioni comunali, intese come organismi per difendere e legittimare interessi economici e politici collettivi (15).

Municipio di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Come sottolineato nel tempo da diversi storici, l’organizzazione comunale vide nella città, nel centro abitato, il luogo fisico della sua nascita: ovvero il luogo di incontro delle istanze politico-economiche. Tutto questo non poté, tuttavia, essere confinato alla sola dimensione urbana, e  deve essere considerato un processo che investì il territorio, il sistema politico ed economico di tipo territoriale, connesso alla città. E’ il centro urbano che nasce e si sviluppa come sintesi di un sistema territoriale, non il contrario, almeno non nel contesto storico-geografico considerato.
Questo aspetto viene sottolineato anche nel documento, all’interno del quale i rappresentanti sanminiatesi vengono indicati come  de Sancto Miniato et de eius curia vel discrictum, alludendo ad una forma non ben specificata di governo, la curia, che non si limitava soltanto al centro urbano, ma anche ad un territorio ad esso collegato, il districtum. E questo aspetto è rimarcato anche un’altra volta nel documento: omnem populum de castro Sancti Miniati et totius curtis eius et || districtus ||, excepto Buzatello et Buticcia et Gadanitto, bona fide sine fraude hanc totam securitatem firmam.
Tra l’altro si fa riferimento ad un sistema insediativo di tipo curtense (le curtis erano una sorta di aziende agricole, più o meno vaste, che potevano avere anche funzioni di carattere amministrativo (16)), evidentemente coesistente con altri tipi di organizzazione territoriale, come le piccole proprietà agrarie o le terre pubbliche. L’unica certezza che sembra trasparire dal documento è che il sistema delle curtis non era evidentemente sovrapponibile all’idea di “distretto” territoriale, almeno non nella nostra accezione contemporanea. Probabilmente costituivano delle piccole entità aggregative, sotto il controllo di uno o più proprietari, e la cui autonomia poteva variare notevolmente a seconda dei casi.
Nel documento del giuramento c’è anche qualcosa in più: i rappresentanti sanminiatesi propongono di dotarsi di figure atte all’amministrazione della giustizia (all’epoca la giustizia aveva un’accezione molto più ampia e investiva gran parte degli aspetti della vita politica), chiamati securitatis sacramenta consules altrimenti detti capitanei che il popolo avrebbe rinnovato nel tempo. Sono queste le figure deputate al controllo degli interessi, dapprima in campo economico e poi anche politico e amministrativo, come risulta evidente dagli Statuti del 1337. Solo in un secondo momento verrà istituita la carica podestarile, affinché sia preservato l’interesse collettivo superando interessi ed influenze particolari.
Questa forma organizzativa doveva essere condivisa da tutta la popolazione, tanto da mettere d’accordo, come si legge nel documento, maiores quam minores, con evidente allusione all’esistenza di un ceto magnatizio, e ad uno più popolare. D’altra parte, l’esigenza di costituire una relativamente autonoma organizzazione civica, non poteva che partire dal ceto più abbiente, nelle cui mani risiedeva la proprietà agraria, essendo più direttamente interessato ad una autonomia economico-politica. E questo lo possiamo notare anche dai nomi dei rappresentanti sanminiatesi, fra cui figura un esponente dei Mangiadori, che sarà una delle famiglie più influenti a San Miniato nel XIV secolo. Si trattava quindi della piccola e media nobiltà terriera, residente entro le mura cittadine, sorta all’ombra delle clientele laiche ed ecclesiastiche, ma che in queste vedeva anche il principale ostacolo al proprio sviluppo (17).

Panorama di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Tuttavia anche il ceto popolare, composto per lo più da artigiani e mercanti, non poteva che assecondare una politica di origine e rappresentanza locale, evidentemente più favorevole ad accogliere le istanze economiche dal territorio. E’ del tutto evidente che la nascita delle unità comunali avvenne in risposta a quei sistemi clientelari, di origine comitale o episcopale, volti al mantenimento dello status quo, piuttosto che all’assecondare ambizioni d’autonomia locali nei campi politico ed economico (18).
Un altro aspetto particolarmente interessante riguarda l’organizzazione architettonico-militare del castello sanminiatese. Infatti i rappresentanti di San Miniato si propongono di recuperare il pieno controllo del castello etiam sine superiori incastellatura, quindi anche senza la parte alta, il nucleo del castello imperiale. Probabilmente i sanminiatesi non erano interessati tanto all’eliminazione della sede dei vicari imperiali (fonte di diversi privilegi e di introiti dovuti all’indotto economico ad essa connessa) quanto a “recuperare” una qualche forma di autogoverno, che fosse più o meno indipendente dalla giurisdizione imperiale. I termini utilizzati per descrivere il fortilizio sanminiatese “superiori incastellatura”, evidenziano la presenza di una complessa macchina difensiva che si componeva di una  parte più alta, il cassero, e una parte più bassa, evidentemente un circuito difensivo più ampio (19).
Ciò potrebbe far riflettere sulla reale portata architettonica delle opere promosse da Federico II nella prima metà del ‘200. Queste probabilmente si innestarono in un sistema difensivo, la cui organizzazione era già fissata da tempo, probabilmente con i lavori degli anni ’50 e ’60 del XII secolo, voluti da Federico I “Barbarossa” per accogliere le nuove funzioni amministrative, come il tribunale di suprema istanza regia e il centro di raccolta dei tributi della Tuscia. Tali lavori di potenziamento dovevano aver sensibilmente modificato l’assetto castrense, inglobando consistenti porzioni della collina, che evidentemente i sanminiatesi rivendicavano.

ESITO Il giuramento portò allo scontro armato tra le forze pisane, fiorentine e sanminiatesi da una parte e quelle imperiali affiancate dai lucchesi e dai senesi. Ma di questo ne abbiamo già parlato nel post: IL CONTESTO STORICO DEL XII SECOLO. Si arriverà quindi alla costituzione della LEGA DI SAN GENESIO alla quale parteciparono anche i rappresentanti sanminiatesi: uno è rimasto anonimo, mentre l’altro fu un certo Vacaio figlio di Sufredi, consule castri Sancto Miniato ed è il primo console sanminiatese di cui si conosce il nome (20). Nel documento che sancisce la costituzione della Lega, non si parla di Comune ma si indica genericamente castro. Questo deve farci riflettere sull’effettivo riconoscimento istituzionale della nuova entità sanminiatese, che al 1197 si era ormai costituita. In relazione a ciò, risulta difficile stabilire quale tipo di giurisdizione potesse far valere, in relazione anche alla presenza dei vicari imperiali, e quale fosse l’ambito territoriale di riferimento. Soltanto alcuni anni dopo, con un vero e proprio “patto di convivenza” con l’amministrazione imperiale, il Comune di San Miniato potrà acquisire l’ambita autonomia, che diventerà completa solo alla fine del ‘200.


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NOTE BIBLIOGRAFICHE
(1) Davidsohn Robert, Storia di Firenze, Tomo I, p. 720-721, in Coturri, San Miniato nella “Storia di Firenze” di Robert Davidsohn, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 45, 1976, p. 10, poi anche in Cristiani Testi Maria Laura, San Miniato al Tedesco, saggio di storia urbanistica e architettonica, Marchi e Bertolli, Firenze, 1967, p. 30 e in Salvestrini Francesco, Il Nido dell’Acquila, in Il Valdarno inferiore terra di confine nel Medioevo (Secoli XI – XV), Olschki Editore, Firenze, 2008, pp. 240-241.
(2) Davidsohn Robert, Op. Cit., pp. 779-782, in Coturri, Op. Cit., p. 10 e in Salvestrini Francesco, San Genesio. La comunità e la pieve fra il VI e il XIII secolo, in Cantini e Salvestrini, Vico Wallari – San Genesio. Ricerca storica e indagini archeologiche su una comunità del Medio Valdarno Inferiore fra alto e pieno Medioevo, Firenze University Press, Firenze, 2010, p. 65.
(3) Coturri Enrico, Il Borgo di San Genesio, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 19, 1955-56, pagg. 31.
(4) Davidsohn R., Op. Cit., p. 775, in Coturri, Op. Cit., p. 11.
(5) Ibidem.
(6) Salvestrini, Il Nido dell’Aquila…, cit., p. 242.
(7) Cristiani Testi Maria Laura, San Miniato al Tedesco. Saggio di storia urbanistica e architettonica, Marchi e Bertolli, Firenze, 1967, p. 24.
(8) Coturri Enrico, Le Fonti Documentarie per una storia di San Miniato, in Bollettino dell'Accademia degli Euteleti, n. 47, 1980, pp. 12-13.
(9) Salvestrini, Il Nido dell’Aquila…, cit., p. 241.
(10) Volpe Gioacchino, Studi sulle istituzioni comunali a Pisa. Città e contado, consoli e podestà: secoli XII-XIII, Pisa, 1903, p. 222. Cfr. Salvestrini, Il Nido dell’Aquila…, cit., p. 242n.
(11) Ambrosioni Annamaria e Zerbi Pietro, Problemi di storia medioevale, 4° Edizione, Vita e Pensiero, Milano, 1988, p. 185-186.
(12) Ambrosioni e Zerbi, Op. Cit., p. 187.
(13) Repetti Emanuele, Dizionario Storico Fisico Geografico della Toscana,Tofani Editore, Firenze, 1833, volume IV, p. 228.
(14) Volpe, Studi sulle istituzioni…, cit., p. 1
(15) Ambrosioni e Zerbi, Op. Cit., p. 185.
(16) Riguardo l’organizzazione delle curtis si veda: Boutruche Robert, Signoria e feudalesimo, vol. 1, Ordinamento curtense e clientele vassallatiche, Il Mulino, Bologna, 1971, pp. 77-125.
(17) Ambrosioni e Zerbi, Op. Cit., p. 186.
(18) Ambrosioni e Zerbi, Op. Cit., p. 187.
(19) Cristiani Testi Op. Cit., p. 22.
(20) Salvestrini, Il Nido dell’Aquila…, cit., p. 244.
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