domenica 27 novembre 2011

INAUGURANDOSI UN BUSTO DI AUGUSTO CONTI (seconda parte)

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Continua il nostro percorso alla scoperta di Augusto Conti, insigne sanminiatese che molto fece per l’Unità d’Italia, dapprima come portabandiera a Curtatone e Montanara e poi come senatore e filosofo. Dopo l’introduzione pubblicata da Rassegna Nazionale, in questa seconda parte proponiamo discorso dell’allora Sindaco Agostino Bachi pronunciato all’inaugurazione del busto di Augusto Conti. L’opera fu realizzata dallo scultore Antonio Bordone e inserita nella nicchia progettata dal Prof. Cassioli. L’epigrafe fu redatta da Guido Mazzoni, allora segretario dell’Accademia della Crusca alla quale apparteneva lo stesso Augusto Conti.

Antonio Bordone, Busto di Augusto Conti
Facciata del Municipio di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi



Estratto da RASSEGNA NAZIONALE, fascicolo del 16 aprile 1906

Un anno è scorso rapidamente. – Un anno fa un Vegliardo, il nostro grande Concittadino, giaceva estinto sul suo letto di grandi dolori; la Morte lo aveva toccato con l’ala sua gelida, lasciandolo in braccio alla Gloria.
Un inno, di subito si levò in Italia e fuori, e fu un inno che pianse e cantò: pianse la perdita del Cittadino, pianse la dipartita di Lui dall’affetto de’ suoi, degli amici, dei discepoli; cantò le laudi del filosofo, dello scrittore, dell’uomo innamorato dell’arte, e di quest’inno che mirabile slancio che unanime creò, risuona sempre l’eco sonora, che si ripercuoterà quando una voce umana vorrà evocare le supreme idealità del Vero, del Bello e del Buono.
E come sarà possibile a me, non ultimo nella venerazione per l’Uomo illustre, ma ultimo per ingegno e perdono di parola eloquente, aggiungere una nota a quell’inno glorioso? Io acuirò le forze della mia povera mente per quella sola possibile, quella, cioè, del comune affetto per il grande Concittadino. E questa nota, o abitanti del Samminiatese, l’avete già espressa Voi, quando per mezzo della vostra Rappresentanza municipale voleste che non indegna cornice accogliesse il dono prezioso che il Signor Alessandro Norsa, per affetto inesauribile verso il Padre della sua diletta consorte, volle farci della venerata effigie; e voleste ancora che il Ch.mo Prof. Guido Mazzoni, con alata parola, nel breve spazio di pietra concessogli scolpisse la vita intemerata e sapiente del caro estinto. Da Voi, amati concittadini, trarrò la forza, dico anzi l’audacia di pronunziare questa breve commemorazione. Se potessi trasfondere nella mia parola il fremito di commozione affettuosa, che in questo momento fa battere i vostri cuori, oh! Allora sì che essa fatta sopra ogni altra eloquente saprebbe evocare dinnanzi a Voi la figura di Augusto Conti, quale io la sento: figura superba e fiera, vivificata da un’anima grande, alla quale fu dato vedere sublimi armonie, fu luce perenne una fede fortemente sentita, supremo dovere l’amor della patria, sorriso ineffabile gli affetti della famiglia.

Antonio Bordone, Busto di Augusto Conti
Facciata del Municipio di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Le date della nascita, della morte, lo stato di servizio d’insegnante per più di mezzo secolo, tutto ciò noi conosciamo, né vogliamo ripetere.
La vita di Augusto Conti, o Signori, è un ammaestramento continuo nella parola e nell’opera: di essa ho visioni delle quali la mia mente si compiace nei momenti meno tristi e il cuore si solleva. E queste visioni oggi ricordo, e più chiare mi si presentano, qui, dinanzi all’effige pensosa di Lui.

Io lo vedo giovane, baldo, con il vessillo tricolore in pugno, in mezzo ad una primavera d’eroi, dalle vette dell’Appennino inneggiare alle Alpi, monti sublimi incoronati di raggi e di tempeste, alle Alpi che in quel momento gli fanno traboccare l’anima di dolore e d’allegrezza: la servitù dei fratelli, la speranza della prossima liberazione. Scende la schiera de’ prodi sul fiume di Virgilio e sul verde piano l’epica lotta s’ingaggia; furono vinti, ma la loro sconfitta ha la sua pagina gloriosa nella storia degli eserciti vicino a quella delle Termopili.
E il giovane baldo, con pochi superstiti, compie la ritirata su Brescia; e là si presenta il suo Generale, al De Lauger, e riconsegnandogli la bandiera, gli dice: << Generale, onorata la presi, onorata la rendo >>. La fierezza di queste parole è la coscienza di un dovere assolutamente compiuto. E questo generoso inizio del suo amore per l’Italia, sarà la solida base su cui si eleverà il suo patriottismo sincero, non mai smentito, e da cui trarrà ispirazioni veramente geniali, dai momenti di tristezza infinita della servitù fino agli ultimi momenti della sua vita dopo la riscossa – i fati d’Italia saranno segnati da lui in mirabili documenti: egli vedrà Vittorio Emanuele II principe profetato dell’Alighieri e dal Machiavelli ed affermerà che Giuseppe Garibaldi, deponendo nelle mani del Gran Re la dittatura di tante province, superò con senno e la virtù il proprio valore, non mai vinto dai nemici d’Italia!

Antonio Bordone, Busto di Augusto Conti
Facciata del Municipio di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Io lo vedo nella pienezza della sua virilità. A tarda ora della notte, in piedi vicino ad un’alta scrivania; la luce della lampada illumina l’alta sua fronte – scrive l’ultima pagina della opera classica, la storia della Filosofia, compiuta con serena obiettività. Egli, con mirabile sintesi, rievoca tutta la storia del pensiero umano nelle sue manifestazioni per la ricerca della verità, e la mano docile corre sulla carta e trascrive: Là nel silenzio de’ templi orientali e tra’ i colonnati di Pesto e Crotona, le conservate tradizioni del tempo primitivo si trasfondono nelle platoniche contemplazioni; ne’ giardini e porticati di Atene Socrate conversa e n’esce la schiera degli oratori e degli storici che son meraviglia del mondo; nelle ville romane e nel Foro nasce la filosofia del buon senso e l’applicazione di lei alla giurisprudenza s’ordina geometricamente e regge ancora le più civili nazioni; nelle Catacombe, dal Colosseo, tra i padiglioni crociati di Costantino e gl’idoli infranti, sorge la filosofia del Cristianesimo, che si svolge poi ne’ chiostri solitari, ove medita San Tommaso e dipinge l’Angelico, nelle scuole operose ove si formano la prosa del Passavanti e la poesia dell’Alighieri; ed infine il filosofo scende per i maggiori delle scuole moderne fino al Vico, che applica l’osservazione interiore alla vita del genere umano e ci dà la filosofia della storia; da ogni parte, egli conclude, un lavoro continuo ardente per comparare i fatti dell’animo umano con tutte le tradizioni, con tutte le lingue, con tutti i sistemi, con tutte le arti, con tutte le leggi affinché se ne aduni la totalità delle manifestazioni dell’anima nostra, dentro di sé e nelle sue attinenze con l’umana famiglia, con l’universo e con Dio, in tutta la vastità dello spazio e del tempo.
Ed egli, che aveva già scritto i Criteri e già letto tutti gli Autori di cui si era occupato nella sua storia, forse in quell’ora di letizia per il compimento dell’opera sua, vide la grande ombra del Gioberti assenziente, del Gioberti, che sarei tentato di chiamare il vicin suo grande; perché sembra innegabile che la luce emanante dal filosofo piemontese abbia irradiato la mente del nostro Conti ed abbia plasmato la sua nobile figura di cittadino e pensatore. Certamente dovettero piacergli gl’impeti focosi dello stile del Gioberti, stile subito e passionato come il Bruno. Ed egli conferma la propria testimonianza che il Primato riformò gran parte della gioventù italiana, la invogliò di un accordo tra la religione, la scienza e la libertà del nostro paese, la svogliò di tenebrose cospirazioni e di pugnali, la commosse all’aperto congiurare della volontà risoluta ed in ogni modo palesata e della virtù. Presentimmo tutti, dice poi a mo’ di commento, che degli animi così preparati doveva nascere presto grandi novità; l’aspettavamo con certezza, e le novità nacquero ad un tratto, perché i fatti civili li crea il forte consentimento; da un libro (noi ne siamo testimoni) – egli seguita – dal Primato d’Italia folgorò il 1848, la cui memoria fa battere il cuore a tutti noi che rammentiamo la serenità di quei giorni e l’allegria di que’ canti di guerra e di speranza.

Antonio Bordone, Busto di Augusto Conti
Facciata del Municipio di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Io lo vedo vecchio e cieco, in mezzo alla sua nuova famiglia, che gli prodiga le più amorevoli cure, circondato dall’amore sviscerato della figliola, dei parenti, dall’affetto dei suoi discepoli che vedono e ricordano in Lui il venerato Maestro.
La sua mente è serena e lucida, confortata da principii incrollabili, che in Lui si sono idealizzati supremamente: infatti egli detta il Discorso per Curtatone e Montanara e poco dopo il Messia – quello fremente amore vero di patria, gloria pe’ morti di quella memoranda giornata, inneggiante al vessillo tricolore, che unico dall’Alpe alla Sicilia s’inalbera sulla torre d’Arnolfo; questo, visione d’asceta, quasi viatico (come egli si esprime) per l’altra vita.
Vedo sulla fronte del Vegliardo, che le forze fisiche venute meno confinano per lunghe ore immoto, passare, segnalate da impercettibili movimenti, le memorie de’ tempi suoi: la illetta natale delle Fonti, le apriche collinette, le valli consapevoli di tante sue lacrime, di tanti suoi gaudii, dove per tanto tempo sedé nel Consiglio municipale in quella sala di cui tanto si compiaceva, perché gli ricordava, ne’ dipinti del quattrocento e nelle araldiche imprese di tanti valentuomini, un passato non inglorioso; a cui diè tanta opera sua nelle amministrazioni locali e nel Parlamento.
Vedo su quella fronte passare il ricordo dei primi ardori giovanili, della campagna del 48, delle speranze di que’ giorni e dei timori per la libertà; del suo insegnamento che cominciò qui, nella sua Città natale, e poi continuò per più di mezzo secolo nel modo più eletto, più coscienzioso e che ha dato agli studiosi e ad ogni ordine di cittadini una enciclopedia filosofica, letteraria ed educativa, che è e resterà monumento della sua operosità – la vedo illuminarsi di un senso di tenerezza al ricordo della sua prima consorte adorata; di un sentimento di profonda soddisfazione rivedendo nel silenzio della luce la grandiosa sua concezione dell’idea che decorò la facciata di S. Maria del Fiore, idea della quale Egli andò sempre superbo, e che inveri è opera degna della mente sua poderosa.
Ma quella fronte si offusca: passano i ricordi di tante amarezze. Egli fu buono, buono in sommo grado; e questo mondo, o Signori, voi ben sapete che i buoni affligge; ed Augusto Conti ebbe nella vita molte afflizioni e amarezze, e soprattutto lo addolorò un pensiero: quello che si dubitasse, che si negasse il suo amore per l’Italia.
Egli non ha bisogno della mia difesa; l’opera sua lo difende – ma sia concesso a me, che non seguo la sua filosofia, di affermare ancora una volta con voce sonora: Si, Augusto Conti amò l’Italia liberata dallo straniero, indipendente e una; amò la libertà e quanto altri la vide come luce perenne, nata inseparabile con la coscienza dell’uomo, sublimata nei dolori, nelle lotte, nei martiri della fede e del pensiero.
Sfollate, o scribi e farisei di tutti i partiti, d’intorno alla veneranda figura. Augusto Conti oggi appartiene solamente ai buoni d’ogni partito, perché essi nella vita e nelle opere di Lui trovano e troveranno sempre un esempio, una parola che conforta nelle quotidiane miserie, che fortifica nelle lotte per le giuste aspirazioni del progresso, della scienza, della civiltà.
E questa figura eminentemente civile, per volontà di popolo, sulla facciata della Casa del popolo avrà perenne ricordo; e l’effigie venerata evocherà per noi e per le venture generazioni le sembianze di tanto Concittadino, che fu grande per inesauribile bontà, per sommo sapere, per operosità senza pari, per inestimabile virtù.


6 marzo 1906
Agostino Bachi
Sindaco di San Miniato

domenica 20 novembre 2011

LA DIRUTA PIEVE DI BARBINAIA (terza parte) ANALISI ARCHITETTONICA

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di Francesco Fiumalbi

Nella prima parte abbiamo analizzato il contesto geografico entro cui si collocava la perduta Pieve di Barbinaia; nel secondo intervento abbiamo fatto un excursus sulle fonti documentarie che, nei secoli, hanno riguardato questa pieve. In questo post vedremo cosa rimane dell’antico edificio.

Porzioni murarie dell’antica Pieve di Barbinaia
Foto di Francesco Fiumalbi

Della pieve rimangono solo pochi frammenti. La storia non è stata molto clemente con questo edificio: il continuo riuso delle strutture e dei materiali ha prodotto una situazione piuttosto difficile da ricostruire: pietre arenarie squadrate accostate a robusti paramenti in laterizio, nuove aperture, chiusura di quelle vecchie, ampliamenti, demolizioni, inserimento di elementi strutturali metallici. Un vero e proprio mix di continue sovrapposizioni, tutte più o meno leggibili in questo edificio abbandonato, la cui storia è più che millenaria.

Una millenaria sovrapposizione di materiali e tecniche diverse
Foto di Francesco Fiumalbi

I robusti blocchi di pietra arenaria facevano parte, con ogni probabilità, del nucleo più antico della pieve; o meglio andavano a costituite la struttura portante dell’edificio di culto vero e proprio. La pietra, che somiglia molto alla cosiddetta “pietra forte”, è del tutto simile a quella utilizzata per le altre pievi e suffraganee di cui è giunto qualcosa fino ai giorni nostri: la Pieve di San Saturnino di Fabbrica, la chiesa di San Jacopo in Sant’Albino vicino Molino d’Egola e la chiesa di Sant’Andrea Vallis Arni, presso Santa Croce sull’Arno, solo per citarne alcune. Diverse, invece, sembrerebbero le pietre della Pieve di Santa Maria a Corazzano, anche se montate con la medesima tecnica costruttiva. I blocchi che attualmente si possono vedere sulla facciata della chiesa di San Regolo a Bucciano sono identici a questi, proprio perché per la costruzione di quell’edificio furono utilizzati quelli provenienti da Barbinaia. Altre pietre di questa pieve potrebbero essere state riutilizzate per la chiesa di San Lorenzo nel Comune di Montopoli, forse anche per Agliati e perfino per il campanile della chiesa di San Germano di Moriolo.

Muratura di pietra “a filaretto”
in quel che resta della Pieve di Barbinaia
Foto di Francesco Fiumalbi

Le pietre di cui abbiamo parlato si trovano un po’ ovunque negli edifici attualmente esistenti in località Barbinaia. Questo perché sono state riutilizzate. Mentre quelle che facevano parte del paramento originario sono riconoscibili dalla tecnica costruttiva: sono ben squadrate e disposte su file parallele, secondo la cosiddetta tecnica della muratura a “filaretto”. A differenza della tipica muratura in laterizio, questa in pietra richiede un uso decisamente inferiore di malta, di contro è necessario un aumento gli spessori dei muri e del peso della struttura.
Questa muratura in pietra è ancora presente in alcune porzioni della muratura originaria, probabilmente databile VII-VIII secolo d.C., anche se non possiamo escludere ampliamenti successivi. Questa coincide con la parete settentrionale della casa colonica e col il muro che segue l’andamento della strada.

La muratura in pietra che si trova
lungo l’attuale via di Barbinaia
Foto di Francesco Fiumalbi

Ricordiamo che nella seconda parte di questo intervento abbiamo parlato della costruzione della strada, agli inizi del ‘900, proprio laddove vi erano i resti della pieve. Furono tolte le pietre dell’abside e furono recuperati importanti manufatti come i basamenti delle colonne ed altri elementi di pregio. Quello che rimane visibile ancora oggi è rappresentato nel disegno qua sotto.


Cosa rimane di Barbinaia
Schema di Alessio Guardini

Invece, la porzione di muratura evidenziata nel disegno che si trova nella parte occidentale dell’edificio è in laterizio. Cronologicamente dovrebbe essere stata realizzata alcuni secoli più tardi rispetto a quella in pietra: XII-XIII secolo.
Si tratta di quella tipica muratura in laterizio con cui sono state realizzati i principali edifici religiosi della zona a cavallo del 1200: la Cattedrale di San Miniato, la Pieve di Corazzano, la Pieve di San Martino a Palaia, la Collegiata dei SS Lorenzo e Leonardo a Castelfiorentino, la Pieve dei SS Ippolito e Biagio a Castelfiorentino, parte della Pieve di Coiano, solo per citarne alcune. Questa tipologia costruttiva, unitamente all’utilizzo di un limitato campionario decorativo, prende il nome di “romanico valdelsano”.

Paramento in laterizio
in quel che resta della Pieve di Barbinaia
Foto di Francesco Fiumalbi

Questa tecnica decorativa in cotto fu un elemento altamente qualificante e al tempo stesso unificante della maggior parte degli edifici dell’epoca (1). Nell’esempio di Barbinaia il riferimento più evidente è da segnalarsi nella ghiera dell’arco situato sul fronte occidentale della costruzione. E’ un elemento che, a differenza di quanto ipotizzato in passato, dovrebbe essere stato scolpito in situ; in particolare tali decorazioni a zig-zag dovrebbero appartenere al periodo più antico dell’applicazione di queste tecniche, cioè a cavallo fra il XII e il XIII secolo (2).
In particolare questa tipologia appare identica rispetto a quella impiegata nelle piccole finestrelle della facciata dell’Abbazia di San Salvatore a Fucecchio, datata XII secolo, e nel Duomo di San Miniato, della prima metà del XIII secolo (3). Tuttavia gli elementi decorativi in cotto, probabilmente, non appartenevano alla pieve vera e propria, bensì a strutture ad essa adiacenti.

Ghiera in laterizio della Pieve di Barbinaia
Foto di Francesco Fiumalbi

Diverso è, invece, il discorso sugli elementi in pietra come la ghiera e le basi delle colonne conservate presso il Museo Diocesano d’Arte Sacra di San Miniato (4). Si tratta di elementi lapidei monolitici, di notevoli dimensioni, decorati da elementi geometrici e floreali scolpiti.
Mentre per l’arco della monofora il motivo decorativo è decisamente stilizzato, ben lontano dai motivi decorativi classici, le basi delle colonne hanno quel caratteristico motivo a funi e ad ovuli che richiama immediatamente i modelli classici di epoca romana (5).
Nella quarta e ultima parte, cercheremo di capire come doveva presentarsi la Pieve di Barbinaia nell'epoca del suo massimo splendore.

NOTE BIBLIOGRAFICHE:
(1) Barbucci Federica, Campani Franco, Giani Barbara, Motivi e tecniche decorative in cotto nell’architettura romanica del medio Valdarno Inferiore, in riv. Erba d’Arno, n. 51, Fucecchio, 1993, pagg. 37-39.
(2) Barducci, Campani, Giani, Op. Cit., pagg. 48-51.
(3) Si veda l’immagine pubblicata in Dilvo Lotti, San Miniato, vita di un’antica città, SAGEP, Genova, 1980, pag. 375.
(4) Si vedano le immagini pubblicate in Dilvo Lotti, San Miniato nel tempo, SAGEP, Genoca, 1981, pag. 58.
(5) Ducci Anna Maria e Badalassi Letizia, Tesori Medievali nel territorio di San Miniato, CRSM, Pacini Editore, Pisa, 1998, pagg. 36-37.

domenica 13 novembre 2011

INAUGURANDOSI UN BUSTO DI AUGUSTO CONTI (prima parte)

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Continua il nostro percorso alla scoperta di Augusto Conti, insigne sanminiatese che molto fece per l’Unità d’Italia, dapprima come portabandiera a Curtatone e Montanara e poi come senatore e filosofo. Proponiamo, di seguito, il fascicolo estratto da Rassegna Nazionale che tratta dell’inaugurazione del busto presso il Municipio di San Miniato. In questa prima parte proponiamo l’introduzione al discorso del sindaco di allora Agostino Bachi che invece sarà trattato nella seconda parte.

Estratto da RASSEGNA NAZIONALE, fascicolo del 16 aprile 1906

Pubblichiamo il discorso pronunziato il 6 marzo 1906 dal sindaco di San Miniato, inaugurandosi sulla facciata di quel palazzo municipale un busto marmoreo dell’illustre Filosofo. Il monumento di San Miniato è riescito una bellissima cosa nella sua semplicità. – In una artistica nicchia di pietra di Fiesole (nicchia disegnata dal Prof. Cassioli) sta il bellissimo busto del Conti dovuto allo scalpello dell’esimio Professore Bortone. Il fondo della nicchia imita l’antico mosaico di cui la doratura dà maggior risalto alla figura del Professore, che pare guardi fisso la bella facciata della Chiesa del Crocifisso dirimpetto al palazzo del Comune. Sotto il busto vi è la seguente Iscrizione dettata dal Prof. Guido Mazzoni, Segretario della R. Accademia della Crusca: La effige di AUGUSTO CONTI – soldato legislatore filosofo – che le ideali armonie della vita – dalla cattedra e dai libri mostrò – volle qui posta il Comune – nell’anniversario della morte – di tanto cittadino – VI marzo MCMVI.

Epigrafe commemorativa di Augusto Conti
Municipio di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Alla inaugurazione di questo busto tutta la cittadinanza Samminiatese partecipò come alla glorificazione del suo illustre conterraneo, e si associarono lontani S. E. il Conte Guicciardini, Deputato del Collegio, i Senatori Gabba, Villari, Blaserno, Sonnino. Si nota con piacere che il ricordo posto ad Augusto Conti fa riscontro ed è simmetrico alla lapide commemorante il plebiscito che portò l’aggregazione della Toscana all’Italia. Ecco l’iscrizione dettata dal de P. Giuseppe Manni d. S. P. Accademico residente della Crusca, e apposta alla casa dove A. Conti nacque, in San Pietro alle Fonti a San Miniato: - In questa casa – il VI dicembre MDCCCXXI – nacque AUGUSTO CONTI – sulla cattedra e ne’ volumi – filosofo e letterato – di sapienza e bellezza antica – tenace ad armonizzare – nella diritta coscienza – la fede avita – e l’italica libertà – propugnata – a Curtatone col braccio – in parlamento colla parola – dovunque e sempre – con l’aperto esempio – di virtù grandi.

Epigrafe commemorativa di Augusto Conti
Villa Contessa Marianna, San Pietro alle Fonti, San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Iscrizione dettata dal Prof. Giovanni Tortoli, Arciconsolo della R. Accademia della Crusca, e apposto alla casa dove A. Conti morì, in Firenze, via Marsilio Ficino, N. 4: Qui ne’ VI Marzo del MCMV – finiva a LXXII anni di vita – AUGUSTO CONTI – samminiatese – per la patria prode e operoso – nelle lettere illustre – nelle filosofiche discipline – solenne maestro – che dall’eterna armonia – del vero e del buono – trasse un accordo di dottrine e di affetti – che lo fece all’Italia – mirabile esempio – di fede sapienza virtù.

Epigrafe commemorativa di Augusto Conti
Casa di Augusto Conti, Via Marsilio Ficino 4, Firenze
Foto di Francesco Fiumalbi

Nella seconda parte, sarà proposto il discorso commemorativo pronunciato dall’allora Sindaco di San Miniato, Agostino Bachi, in occasione dell’inaugurazione del busto di Augusto Conti.

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sabato 5 novembre 2011

LA DIRUTA PIEVE DI BARBINAIA (seconda parte) DOCUMENTI

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di Francesco Fiumalbi

Nella prima parte abbiamo analizzato il contesto geografico entro cui si collocava la perduta Pieve di Barbinaia, di cui rimangono solo poche tracce. In questo post tratteremo invece delle notizie provenienti dalle fonti documentarie, che ci consentono di tracciare un quadro abbastanza completo della storia di questa antichissima pieve.

La strada che da Bucciano conduce in Loc. Barbinaia
Foto di Francesco Fiumalbi

Il primo documento che testimonia della Pieve di Barbinaia è datato 898 d.C.. Si tratta di una pergamena conservata nell’Archivio Arcivescovile di Lucca (1), in cui il presbitero Rachiprando, figlio di  Ostrifusi, si impegna a non allivellare i beni della pieve senza la dovuta licenza, pena 200 soldi d’argento. L’atto è stato rogato a Lucca e ci fornisce tutta una serie di informazioni. Rachiprando era stato ordinato sacerdote nella Pieve Santa Maria Vergine di Barbinaia dal Vescovo Gherardo (in carica dall’869 al 895 (2)), mentre l’atto veniva sancito con il Vescovo Pietro (in carica dall’896 al 932). La pieve era dotata di un fonte battesimale e aveva chiese suffraganee, anche se queste non vengono specificate.
Il secondo documento porta la data del 27 luglio 917. Anche in questo caso si tratta di una pergamena conservata nell’Archivio Arcivescovile di Lucca (3). Viene sancita l’ordinazione del presbitero Pietro, da parte sempre del suddetto Vescovo Pietro (in carica dal 896 al 932), che a lui affida la gestione del patrimonio della pieve sia da un punto di vista religioso, attraverso le chiese suffraganee (anche stavolta non indicate) che da quello economico, attraverso l’amministrazione dei terreni, dei frutti, dei beni mobili e immobili. La pieve in questo caso è indicata come Eccl. S. Johan. Et S. Maria (…) sita loco et finibus Berbinaria. Da notare la doppia intitolazione, con l’aggiunta di San Giovanni Battista, essendo quella di Barbinaia una pieve dotata di fonte battesimale.

L’edificio contenente porzioni di muri
appartenuti all’antica Pieve di Barbinaia
Foto di Francesco Fiumalbi

La terza pergamena, conservata anch’essa nell’Archivio Arcivescovile di Lucca (4), ed è simile alla precedente. Il Vescovo Corrado (in carica dal 935 al 964) ordina il presbitero Pietro, confermando la gestione dei beni, in quella che viene chiamata Eccles. Illa cui vocabulum est beati S. Johan. Baptiste et S. Maria sita in loco et finibus ubi dicitur Berbinaia, quod est ultra fluvio Arno.
A questo punto nei documenti c’è un vuoto lungo più di tre secoli. Il documento successivo è datato 1251. Il pievano di Barbinaia, prete Matteo, fu chiamato, assieme a Gerardo proposto della pieve di Santa Maria San Genesio di San Miniato, a districare la questione tra l'abate del Monastero di San Salvatore di Fucecchio e il Vescovo di Lucca circa i diritti sulla pieve di Salamarzana (oggi Collegiata di San Giovanni Battista) (5).  
Nel 1260 la pieve di Barbinaia è inserita nell’Estimo delle chiese della Diocesi di Lucca (6). Qui, per la prima volta, sono indicate anche le chiese suffraganee:
Ecclesia S. Reguli de Bucciano
Ecclesia S. Blasii de Montebicchieri
Ecclesia S. Iacobi de Chiecina
Ecclesia S. Petri de Collelungo
Ecclesia Ss. Stephani e Laurenti de Pratilione
Ecclesia S. Barbare de Brucciano
Ecclesia S. Martini de Corneto de Cumulo

Nelle decime pontificie del 1275-76 e del 1277-78 sono segnalate soltanto tre suffraganee: San Regolo a Bucciano, San Pietro di Collelungo e San Martino di Corneto (7).
In quelle del 1302-03 tornano ad essere sei: San Biagio di Montebicchieri, San Martino di Corneto, SS. Martino e Lorenzo di Pratiglione, San Regolo di Bucciano, Santa Barbara di Bricciano e di San Pietro di Collelungo (8).

La chiesa di San Lorenzo a Pratiglione
Probabilmente ricostruita, si trova nel Comune di Montopoli
Foto di Francesco Fiumalbi

Nel diario di Giovanni di Lemmo da Comugnori (9) non è mai citata Barbinaia. Nella sua cronaca, che va dal 1299 al 1319, solo un episodio potrebbe essersi svolto nei pressi della pieve è quello descritto alla carta 38r (10):
Die domenicho X martii (del 1314, n.d.r.) illi de Montebicchario de Stibbio et quidam alii famuli guelfi posuerunt se in insidis terram di Bucciano, et ceperunt Cioncerum Farolfi et Gradum Arrigi de Comugnori qui ibant de Agliati ad Buccianum.
In poche parole, uomini di Montebicchieri, insieme ad altri, tesero un’imboscata nel territorio di Bucciano, riuscendo a catturare due persone che stavano andando da Agliati proprio a Bucciano.
Quest’ultimi insediamenti si trovano su due colli situati rispettivamente sulla sponda sinistra e su quella destra del torrente Chiecina. La strada che li unisce passava, allora come oggi, proprio dalla pieve di Barbinaia. Considerando che la valle è isolata e che l’attraversamento del fiumiciattolo avrebbe comportato l’esposizione ad eventuali nemici, non è inverosimile pensare che il luogo dell’imboscata fosse proprio vicino alla pieve. Tuttavia questa non viene nominata, segno evidente che doveva trovarsi in uno stato di abbandono, tale da non considerarla come punto di riferimento. Ignoriamo i motivi dell’agguato, anche se potrebbe esserci un collegamento con le ribellioni e gli attacchi causati dai Pisani guidati da Uguccione della Faggiuola, che soltanto pochi giorni prima (21 febbraio 1314) aveva compiuto una prima scorribanda nei pressi di Stibbio. Infatti viene specificato che gli uomini di Montebicchieri erano insieme a dei servitoriguelfi e questo potrebbe far pensare che i catturati probabilmente erano filo pisani o, più semplicemente, dei ribelli.

Mappa della Val di Chiecina
Disegno di Francesco Fiumalbi

Dell’insediamento di Barbinaia non vi è traccia neppure negli Statuti del Comune di San Miniato, datati 1337 (11). In particolare, nella rubrica 47 <50> del libro IV (12), Barbinaia non viene menzionata all’interno dell’elenco delle comunità che dovevano costituire una societas, ovvero quelle entità amministrative che dovevano fornire quei piccoli contingenti che in caso di guerra sarebbero andati a costituire l’esercito sanminiatese. Non figurano neppure Agliati o Bucciano, che si erano ribellati durante la parentesi segnata da Uguccione della Faggiuola (1314-1317). Con la pace di Napoli del 1328, poi ratificata a Montopoli nel 1329, questi castelletti dovevano essere restituiti dai Pisani ai Sanminiatesi. Potrebbe darsi che a questi insediamenti fosse toccata la stessa sorte di Moriolo che, una volta tornato sotto il controllo sanminiatese, fu immediatamente raso al suolo (13). Infatti anche Moriolo non risulta nell’elenco delle societas del 1337.
Il territorio circostante la Pieve di Barbinaia doveva aver subito gravi conseguenze durante gli scontri con i pisani e forse, anche lo stesso edificio religioso doveva essere stato fortemente danneggiato.

L’edificio contenente porzioni di muri
appartenuti all’antica Pieve di Barbinaia
Foto di Francesco Fiumalbi

Nella visita pastorale del 1360, il covisitatore diocesano riferisce che la pieve era tenuta dal presbitero Guido da San Giovanni e che la località era ormai abbandonata. I canonici erano ridotti a due ma lì nessuno vi abitava e lo stesso Guido afferma che essendo rettore anche della chiesa di Pratiglione, a Barbinaia officiava soltanto una volta al mese (14).
Da alcuni contratti stipulati negli anni '70 del '300 si evince la presenza di una chiesa dedicata a San Bartolomeo nel castello di Agliati, che però non risulta negli elenchi delle suffraganee della Pieve di Barbinaia nei secoli precedenti (15). Il 1 ottobre 1373 Guido, pievano di Barbinaia, insedia il sacerdote Bernardo Ugolini nella chiesa di San Martino di Corneto di Cumolo, che era di patronato degli abitanti del castello di Agliati (16).
Il 29 giugno 1383 una nuova visita fu effettuata dal presbitero Giovanni, vicario della diocesi lucchese, che trova la pieve ruinatam et delectam et omnia mala deposita. Il rettore della pieve abitava nella canonica adiacente la chiesa di San Regolo presso Bucciano (17). 
Il 30 maggio 1422, nella riunione fra i rettori delle pievi della zona (fra cui Fabbrica, Corazzano e San Miniato e altre) per far fronte all'imposta di 10000 fiorini da corrispondere al vicario fiorentino di stanza a San Miniato, Giovanni Corbinelli, è documentata la presenza del pievano di Barbinaia (18).
Una nuova visita pastorale fu effettuata il 4 settembre del 1466 che trovò la chiesa sine tecto et ruinam inans. Il pievano era Giuliano Nardi da Monteboro che dichiarò di non sapere chi si occupasse della cura della chiesa. Il rettore mostrò al visitatore l'atto di nomina a pievano e dichiarò la rendita della pieve pari a 60 staia di grano e 50 orci d'olio. Il visitatore ordinò che la chiesa fosse restaurata, tenuta chiusa per non farvi entrare gli animali, e che vi fosse celebrata la messa almeno ogni anno, in occasione della festa di San Giovanni Battista. Disposizioni queste che probabilmente non furono seguite (19). Il battesimo veniva amministrato nella chiesa di Bucciano (20), che però è indicata come semplice oratorio (21). Stessa situazione di abbandono per la vicina chiesa di San Martino di Cumulo (oggi Agliati) retta dal prete Antonio Tornabuoni (il quale deteneva anche il beneficio sull'altare di Santa Caterina nella chiesa di Bucciano), che risultava parzialmente senza copertura, sporca e circondata dalla vegetazione (22). Lo stesso Pievano Giuliano Nardi risultava rettore anche della chiesa di San Jacopo di Chiecina, che non aveva cura d'anime e venne trovata in stato di forte abbandono, ormai immersa fra i rovi. La rendita della chiesa era di 14 staia di grano e il visitatore comanda di celebrarvi comunque una messa all'anno, in onore di San Jacopo, santo titolare (23).
Un secolo più tardi, nel 1564, della pieve non rimaneva che poco, essendo stata trovata dal visitatore dischopertum, et pars que est choperta, manet clausa, et cappellanus… in ea celebrat missam… semel in mense. Il pievano era Michelangelo Betti che però, abitando a Pescia, non si presentò. Lo stesso visitatore non poté raggiungere la pieve, ma il cappellano lo informò che la chiesa, disabitata, un tempo era grande e bella (24)Almeno una volta al mese, sembra vi si celebrasse una funzione, seppur la chiesa fosse in gran parte priva del tetto.

L’edificio contenente porzioni di muri
appartenuti all’antica Pieve di Barbinaia
Foto di Francesco Fiumalbi

Nel 1575 fu classificata come “oratorio” (25). Nelle Carte del Popolo di San Regolo a Bucciano, redatta dai Capitani di Parte Guelfa fra il 1580 e il 1595, compare il Luogo detto Barbinaia (26), segno che ormai era un zona scarsamente abitata e lontana dalle principali vie di comunicazione dell’epoca. Infatti, nel corso dell’ultima visita, datata 1603, la pieve fu trovata destructa la maggior parte e dove è destructa vi è degli arbori, et ha tre navi; nelle vicinanze viene segnalata la presenza di una abitazione (27). Nel 1622 il beneficio della Pieve di Barbinaia, insieme a quello di altre pievi, andò a costituire la “mensa” del nuovo vescovato di San Miniato (28). Almeno fino al 1829 sembra che nel luogo dove sorgeva l’antica pieve, vi si celebrasse ancora una messa al mese. Tuttavia da quell’anno, gli obblighi relativi alla Pieve di Barbinaia furono trasferiti definitivamente alla Cattedrale di San Miniato (29).

Pianta del Popolo di San Regolo a Bucciano, anni 1580-1595
Carte dei Capitani di Parte Guelfa, c. 692
Rielaborazione schematica

Nel 1860, Ignazio Donati affermava che la pieve era “tutta in rovina non restando in piedi che poche braccia di mura laterali e molta parte della muraglia sovrastante il coro. All’intorno è tutto ingombro il terreno di pietre quadre e sassi fra spine e dumi, ma questi avanzi fanno giudicare soltanto a vederli, che questa chiesa doveva esser bella e assai spaziosa e forse distinta in tre navate, poiché, oltre le grosse pietre di cui erano costruite le mura, si vedono fra le macerie alcuni capitelli di colonne, larghi più di un metro atti a sostenere un peso molto rilevante, e che fosse destinata a contenere una popolazione assai numerosa” (30).
Vista l’abbondanza di pietre già squadrate, nel corso dei secoli la Pieve di Barbinaia fu utilizzata come cava per materiali da costruzione: la chiesa di Bucciano ha murature di pietra arenaria del medesimo tipo; anche per il campanile, eretto nel biennio 1874-75, furono utilizzate le pietre dell’antica chiesa, trasportate dagli abitanti della zona che prestarono i carri per il trasporto (31).
I Lorenzelli, un tempo proprietari della Villa di Bucciano e dei terreni circostanti, decisero di costruire, ai primi del ‘900, un nuovo tracciato stradale che fu fatto passare esattamente all’interno dell’antica costruzione. Fortunatamente i Lorenzelli recuperarono i basamenti delle colonne ed altri elementi di pregio che, dal 1966, sono conservati presso il Museo Diocesano d’Arte Sacra (32).


NOTE BIBLIOGRAFICHE:
(1) Barsocchini, Memorie e Documenti per servire alla Istoria del Ducato di Lucca, Francesco Bertini Tipografo Ducale, Lucca, 1841, tomo IV, parte II, pagg. 67-68. Doc. L, Archivio Arcidiocesi di Lucca (d’ora in avanti AAL) ++K.86.
(3) Barsocchini, Memorie e Documenti per servire alla Istoria del Ducato di Lucca, Francesco Bertini Tipografo Ducale, Lucca, 1841, tomo V, parte III, pag. 94. Doc. MCLXXIV, AAL *L.38.
(4) Barsocchini, Memorie e Documenti per servire alla Istoria del Ducato di Lucca, Francesco Bertini Tipografo Ducale, Lucca, 1841, tomo V, parte III, pag. 198. Doc. MCCXCVIII, AAL *E.84.
(5) Concioni Graziano, Le vicende di una Pieve nella cronologia dei suoi pievani. San Genesio di Vico Vallari 715-1466, Accademia Lucchese di Scienze, Lettere e Arti, Edizioni ETS, Pisa, 2010, p. 45. Cfr. Morelli Paolo, Il territorio separato di Fucecchio, in L'Abbazia di San Salvatore di Fucecchio e la «Salamarzana» nel basso medioevo, Atti del Convegno, Comune di Fucecchio, 1987, p. 23.
(6) Guidi Pietro, Tuscia Rationes decimarum Italiae, Roma, 1932, BPL, Ms. 135, in Dini Francesco, Dietro i nostri secoli, Centro Editoriale e Grafico, Santa Croce sull’Arno, 1979, pag. 117.
(7) Coturri Enrico, Note di storia relative alla Pieve di Barbinaia, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 51, 1984, pag. 66.
(8) Ibidem.
(9) Mazzoni Vieri (a cura di), Diario di Ser Giovanni Lemmo Armaleoni da Comugnori”, Olschky, Firenze, 2008.
(10) Mazzoni, Op. Cit., pag. 50.
(11) Salvestrini Francesco (a cura di), Statuti del Comune di San Miniato al Tedesco (1337), Centro Studi sulla Civiltà del Tardo Medioevo, ETS, Pisa, 1994.
(12) Salvestrini, Op. Cit., pagg. 335-336.
(13) Repetti Emanuele, Dizionario Storico Fisico Geografico della Toscana,Tofani Editore, Firenze, 1833, volume III, pagg. 428-429, voceMoriolo.
(14) AAL Visite pastorali 1, c. 130, in Morelli Paolo, Pievi, castelli e comunità fra Medioevo ed età moderna nei dintorni di San Miniato in AAVV Le colline di San Miniato (Pisa): la natura e la storia, supplemento n. 1 al vol. 14 (1995) dei Quaderni del Museo di Storia Naturale di Livorno, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Provincia di Pisa, pag. 87.
(15) Ciampoltrini Giulio, Insediamenti medievali abbandonati nel territorio di Palaia. Cerretello e Agliati fra ricerca archeologica di superficie e fonti documentarie, in Morelli Paolo (a cura di), Palaia e il suo territorio fra antichità e medioevo, Atti del Convegno di Studi, Palaia 9 gennaio 1999, Comune di Palaia, Bandecchi & Vivaldi, Pontedera, 2000, pp 94-95.
(16) Ciampoltrini Giulio, Insediamenti medievali... Op. Cit., p. 95.
(17) AAL Visite pastorali 2, c. 132v. in Coturri Enrico, Note di storia relative alla Pieve di Barbinaia, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 51, 1984, pag. 66. e Morelli, Pievi, castelli... Op. Cit., pag. 87.
(18) Archivio Arcivescovile di Lucca, Libri Antichi di Cancelleria, n. 59, c. 11v; Cfr. Concioni, Le vicende... Op. Cit., p. 62.
(19) AAL, Visite pastorali 9, c. 284; Cfr. Coturri, Op. Cit., pag. 66; Cfr. Concioni, Le vicende... Op. Cit., p. 88.
(20) AAL, Visite pastorali 9, cc. 284-285; Cfr. Morelli, Pievi, castelli... Op. Cit., pag. 87.
(21) AAL, Visite pastorali 9, c. 286; Cfr. Concioni, Le vicende... Op. Cit., p. 78.
(22) AAL, Visite pastorali 9, c. 289; Cfr. Concioni, Le vicende... Op. Cit., p. 78.
(23) AAL, Visite pastorali 9, c. 285; Cfr. Concioni, Le vicende... Op. Cit., p. 88.
(24) Coturri, Op. Cit., pag. 67.
(25) AAL, Visite patorali 26, c. 257v, in Morelli, Pievi, castelli... Op. Cit., pag. 87.
(26) Archivio di Stato di Firenze, Carte dei Capitani di Parte Guelfa, c. 692.
(27) Coturri, Op. Cit., pag. 67.
(28) Ughelli Ferdinando, Italia sacra, vol. III, Venezia, 1719, pag. 271, in Morelli, Pievi, castelli... Op. Cit., pag. 87.
(29) Coturri, Op. Cit., pag. 67.
(30) Donati Ignazio, Memorie e documenti per la storia di Montopoli, Montopoli, 1860, pag. 445.
(31) Dini Francesco, Dietro i nostri secoli, Centro Editoriale e Grafico, Santa Croce sull’Arno, 1979, pag. 43.
(32) Ibidem.

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