lunedì 26 settembre 2011

TOPONOMASTICA PONTAEGOLESE (seconda parte)

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di Francesco Fiumalbi



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Come abbiamo ricordato anche nel post TOPONOMASTICA… PINOCCHINA la toponomastica è l’insieme dei nomi attribuiti alle entità geografiche ed il loro studio socio-linguistico (1).
Possiamo affermare che la toponomastica è un qualcosa di caratterizzante, un qualcosa che riesce a dare un significato oltre al valore strettamente fisico. I nomi dei luoghi sono una sorta di “indicatori” geografici, ovvero ci forniscono una serie di indicazioni che non sarebbero ricavabili altrimenti, anche perché, spesso, fanno riferimento a situazioni o a circostanze appartenenti a contesti storico-culturali del passato, che noi non abbiamo conosciuto.
Proponiamo questa interpretazione. Il territorio è costituito da tre parti: struttura, identità e significato. Tutte queste cose sono dipendenti reciprocamente. I toponimi associano significati alla struttura, andando a costituire l'identità propria di un territorio.


Oratorio dedicato alla Madonna dei Boschi
Cima di Costa, Ponte a Egola
Foto di Francesco Fiumalbi
Lungo i rilievi collinari occidentali, da Stibbio fino a “Cima di Costa” troviamo alcuni fitonimi. Abbiamo già incontrato il Podere “La Quercia”, situato all’intersezione fra via Stibbio e via Poggio ai Frati, nei pressi del serbatoio dell’acquedotto.
Nelle vicinanze troviamo anche l’oratorio dedicato alla Madonna dei Boschi, di cui abbiamo notizia nel 1808, costruito dalla famiglia Benedetti (1). Tuttavia, nella carta IGM dei primi del ‘900, troviamo il toponimo di “Madonna delle Grazie” (2) che nel “Catasto Leopoldino” era precedentemente segnato soltanto come “La Madonna”. Effettivamente, sul fregio dell’edicola che sovrasta l’altare dell’oratorio c’è scritto proprio MATER DIVINE GRATIE, quindi il riferimento alla Madonna delle Grazie sembrerebbe più corretto. Non conosciamo tuttavia l’origine di questo toponimo anche se una tradizione popolare parla di una apparizione della Vergine.
Vicino alla Madonna dei Boschi, troviamo il toponimo “Le Fornaci”, ed era effettivamente un’area attrezzata per la produzione dei laterizi, appartenente alla famiglia Marianelli (3), situata in un luogo caratterizzato da un terreno argilloso e in prossimità di riserve di legname da utilizzare per la combustione.
Spostandoci più a sud, ai piedi di Stibbio, troviamo il fitonimo di Farneto. La farnia è il tipo di quercia più diffuso in Europa (4) la cui presenza doveva essere piuttosto consistente in quella zona. L’area denominata Farneto si trova in un contesto morfologico di falso piano e, per questo motivo, qui è stata ipotizzata la localizzazione della chiesa di San Salvatore in Plagia (5), rammentata già nel 1260 nell’elenco delle suffraganee della Pieve di Fabbrica (6). In particolare con il termine “Plagia” o “piaggia” si deve intendere uno “spazio piano che scende dolcemente” (7), quindi perfettamente aderente alla situazione del posto. Inoltre il vicino Ossario di Sant’Espedito e il toponimo “La Canonica” lascia pensare ad una struttura ricettiva gestita da sacerdoti (8), situata lungo l’importante direttrice costituita dalla via Maremmana.

Piano sotto Farneto con l'Ossario di Sant’Espedito
Foto di Francesco Fiumalbi

Proprio nei pressi de La Canonica doveva trovarsi il guado sull’Egola, più o meno dove oggi c’è la pescaia, e che era anticamente controllato dal vicino castello di Leporaja che si trovava su un vicino rilievo collinare (9) e di cui ne parleremo approfonditamente in un apposito intervento. Più a Sud troviamo il curioso toponimo di “Calpetardo”, di cui si ignora il significato.
Attraversato il Torrente Egola, troviamo il mulino dei Ridolfi (che darà vita al nome di Molino d’Egola), dove alla fine del ‘700 lavorava la famiglia Matteucci che ne diventerà proprietaria (10).
Il mulino sorgeva nei pressi del fiume, lungo il percorso della strada di fondovalle che corre lungo la parte orientale della Valdegola. Spostandoci verso nord, presso l’attuale Molino d’Egola, nelle mappe del Catasto Generale Toscano, incontriamo il toponimo “Tignamica” che ricorda la presenza di una graminacea, la timiana, che riesce a nascere in luoghi molto sfavorevoli e contraddistinta da fiori di colore giallo e da un forte odore (11).

Molino d’Egola
Sulla dx il mulino dei Ridolfi, al centro “Calpetardo”, a sx la zona detta “Tignamica”
Foto di Francesco Fiumalbi

Nel piano vicino, sempre nel Catasto Generale della Toscana troviamo “Podere La Mota”, con evidente richiamo ad una particolare conformazione idrogeologica del terreno, e il toponimo di “Pieve Vecchia”. Qui, infatti, si trovava l’antichissima Pieve di San Saturnino in Fabbrica (12), che viene ricordata anche in via San Saturnino, la strada che corre al centro dell’abitato di Molino d’Egola. Lo stesso nome di “Fabbrica” è un toponimo abbastanza comune. Indica un luogo dove si svolgevano delle lavorazioni e per questo sembra essere connesso con l’antico villaggio altomedioevale che probabilmente tra origine da un più antico insediamento romano. Se qui doveva essere presente un villaggio, doveva esserci anche dell’acqua. Infatti, nel raggio di duecento metri troviamo la “Fonte del Lotti”, recentemente restaurata, la “Fonte del Greco” e il “Podere La Fonte” che conserva ancora oggi un grande pozzo lungo via Vecchia del Molino.

Fonte del Lotti, Molino d’Egola
Foto di Francesco Fiumalbi

Fonte del Greco, Molino d’Egola
Foto di Francesco Fiumalbi

Via Vecchia del Mulino, sulla sinistra
il pozzo-cisterna del Podere La Fonte
Foto di Francesco Fiumalbi

Precisiamo quanto abbiamo detto in “TOPONOMASTICA PONTAEGOLESE (prima parte)” relativamente alle “colmate” di Giuncheto. Si tratta di interventi che furono realizzati nella prima metà dell’800 (13).


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NOTE BIBLIOGRAFICHE
(1) Vallini Valerio, Storia di Ponte a Egola, Edizioni Ponte Blu, Santa Croce sull’Arno, 1990, pag. 39.
(2) Vallini, Op. Cit., pag. 51.
(3) Vallini, Op. Cit., pag. 39.
(5) Morelli Paolo, Pievi, castelli e comunità fra Medioevo ed età moderna nei dintorni di San Miniato, in Le Colline di San Miniato (Pisa), Suppl. n. 1 al Quaderno del Museo di Storia Naturale di Livorno n. 14, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Prov. Pisa, 1995, pag. 86.
(6) P. Guidi, Tuscia Rationes decimarum Italiae, Roma, 1932; BPL, Ms. 135.
(7) Pianigiani Ottorni, Vocabolario Etimologico della lingua italiana, Roma, 1907.
(8) Stopani Renato, Guida ai percorsi della via Francigena in Toscana, Le Lettere, Firenze, 1995, pagg. 15-17.
(9) Vallini Valerio, Agostino Dani, Leporaja in Valdegola, Edizioni dell’Erba, Fucecchio, 1998.
(10) Vallini, Op. Cit., pag. 36.
(11) Pianigiani Ottorni, Op. Cit.
(12) Pianigiani Ottorni, Op. Cit.
(13) Regoli Ivo, Nanni Giancarlo e Pierulivo Monica (a cura di), L’Arno disegnato, Comune di San Miniato, 1996, pagg. 54-55.

domenica 18 settembre 2011

IL FORO DELLA CHIESA DELLA "CROCETTA"

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di Francesco Fiumalbi

La piccola chiesa detta della “Crocetta” ha un foro. Si trova nel suo fronte principale, lungo via Giosuè Carducci, appena fuori della distrutta Porta di Ser Ridolfo, proprio davanti all’ex Monastero della SS. Annunziata, meglio conosciuto come “La Nunziatina”.
La chiesa della “Crocetta” fu costruita fra il 1660 e il 1668 dalla Compagnia dell’Annunziata (1). Tale “associazione laicale”, istituita probabilmente dopo la peste del 1348 (2), si era già adoperata per la costruzione della chiesa della SS. Annunziata a partire dal 1383. Nel 1522 la Compagnia donò l'edificio agli Eremitani di Lecceto osservanti la regola di Sant’Agostino, tuttavia mantenendo la propria sede in un oratorio adiacente alla chiesa. La situazione perdurò fino alle controversie degli inizi del XVII secolo, quando la Compagnia si staccò definitivamente dal convento costruendo l'edificio che ancora oggi fronteggia la Nunziatina, anch'esso dedicato alla SS. Annunziata (3). La Compagnia poi fu soppressa nel 1784 a seguito delle riformagioni Leopoldine (4).

La chiesa della Crocetta
Foto di Francesco Fiumalbi

La chiesa della Crocetta si affaccia, col fianco settentrionale, sull’attuale via Giosuè Carducci, dalla quale è possibile accedere all’interno attraverso due porte. Al centro del prospetto troviamo il nostro foro, praticato su una pietra abbastanza grande nelle dimensioni. Si tratta di un blocco di pietra serena, che essendo molto sensibile agli sbalzi di temperatura tende a “esfoliarsi”, cioè a perdere pezzi secondo piani paralleli, consumandosi sempre di più.
Molti di voi lo avranno certamente notato, ma in tantissimi si saranno fatti “distrarre” dalla lapide bianca, posta al di sopra, che cattura inevitabilmente l’attenzione del passante. Non è un elemento che risalta agli occhi. Va saputo cercare. A differenza degli altri elementi presenti in questa porzione di muro, come le due buche pontaie, i due paracarro in pietra, l’epigrafe e la cornice in mattoni disposti di taglio a sottolineare il piano di calpestio interno, il nostro “foro” non trova una spiegazione immediata, evidente.


Il “buco” della Crocetta
Foto di Francesco Fiumalbi


Notiamo che la pietra, seppur gravemente danneggiata, doveva ospitare un’iscrizione. Abbiamo rintracciato due frasi che, seppur leggermente diverse, indicano il medesimo significato. Probabilmente si tratta di una diversa traduzione dal latino all’italiano.

ELEMOSINE PER REDIMERE GLI STIAVI DAI TURCHI – 1664
Samuels (5)

ELEMOSINE PER LA REDENZIONE DEGLI STIAVI – 1644
Piombanti (6)

Secondo Rossano Nistri, il testo sarebbe stato un'altro ancora:
[ELEM]OSINE P. RISCATTAR / LI STIAVI DA' TURCHI

Non sappiamo quale sia corretta. Vista la costruzione della chiesa fra il 1660 e il 1668 sembrerebbe più plausibile la prima datazione, tuttavia non dobbiamo escludere che la pietra non sia un elemento di riuso e quindi precedentemente databile, anche perché nel 1641 avvenne qualcosa di interessante.
Per quale motivo si raccoglievano a San Miniato le elemosine per riscattare gli schiavi cristiani dai turchi musulmani?

Il “buco” della Crocetta
Foto di Francesco Fiumalbi

Il 9 febbraio 1641 i membri della Compagnia dell’Annunziata chiesero di entrare a far parte alla Compagnia del Riscatto di Roma per la liberazione degli schiavi dai “mori”. L’unione fu sancita l’11 aprile 1645, e da quel momento il nome variò in Compagnia del Riscatto (7).
Tale istituzione romana, faceva capo all’Ordine della Santissima Trinità che aveva come nome completo “Ordine della Santissima Trinità e redenzione degli schiavi” (8). Secondo la tradizione, infatti, il fondatore Giovanni De Matha, originario della Provenza, nel giorno della sua prima celebrazione della Santa Messa solenne, il 28 gennaio 1193, ebbe la visione di Cristo Redentore tra uno schiavo bianco e uno moro. Tale immagine fu riprodotta nel 1210 attraverso un mosaico cosmatesco, tutt’ora esistente, sul portale dell'antico convento di San Tommaso in Formis sul Celio a Roma (9).
I membri della nuova Compagnia del Riscatto sanminiatese, come i confratelli romani, erano riconoscibili da una cappa nera con cintura bianca, contraddistinta da una croce a due colori, rosso e celeste, sulla spalla bianca. Esattamente come i frati “trinitari”, chiamati, appunto, crocettini (10). Per questo motivo la chiesa della Compagnia prese il nome di “Crocetta”.


NOTE BIBLIOGRAFICHE:
(1) Piombanti Giuseppe, Guida storico-artistica della città di San Miniato al Tedesco, Tip. Ristori, San Miniato, 1894, ristampa anastatica in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 44, 1975, San Miniato, pag. 71.
(2) Tognetti Livio, Il convento dei SS. Jacopo e Lucia di San Miniato nel racconto del primo libro della Cronaca, in Centi, Morelli, Tognetti, SS. Jacopo e Lucia: una chiesa, un convento. Contributi per la storia della presenza dei Domenicani in San Miniato, Accademia degli Euteleti, Palagini, San Miniato, 1995, pag. 140.
(3) Tognetti, Op. Cit., pagg. 142-143
(4) Piombanti, Op. Cit., pag. 71.
(5) Salmuels Olga, Due ore a San Miniato, Accademia Degli Euteleti, Palagini, San Miniato, 1987, pag. 6.
(6) Piombanti, Op. Cit., pag. 72.
(7) ASCSM, n. 443, Compagnia dell’Annunziata, Deliberazioni, in Tognetti, Op. Cit., pag. 143
(10) Piombanti, Op. Cit., pag. 72.

lunedì 5 settembre 2011

SAN GENESIO COME PONTIDA?

1 commento:

Anche quest’anno dal 9 all’11 settembre, presso l’area archeologica di San Genesio – Vico Wallari si svolge il raduno toscano del partito “Lega Nord”. La collocazione della manifestazione è stata scelta quale luogo simbolo di episodi documentati e avvenuti oltre 800 anni fa. Vale la pena ricordare che è consuetudine, del tutto trasversale da parte dei partiti politici, di avvalersi, più o meno legittimamente, di circostanze storiche. Il fine, come sempre, è quello di creare un substrato culturale che faccia da collante per la base elettorale.
Si precisa che in questo intervento non viene discussa la fondatezza o meno della manifestazione, bensì si prende a pretesto la stessa per parlare un po’ della nostra storia. Ogni giudizio di merito è rinviato al lettore.
Vista la complessità dell’argomento, pur riconoscendone la non esaustività in  questa sede, abbiamo convenuto suddividere il tema in tre parti.




IL CONTESTO SANMINIATESE DEL XII SECOLO

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di Francesco Fiumalbi
Nel XII secolo, il Medio Valdarno Inferiore era una terra di confine, equidistante da tutti i maggiori centri urbani della Toscana. La pianura, organizzata per la produzione cerealicola, era completamente sgombra da tutti i centri che oggi la contraddistinguono: Santa Croce e Castelfranco di Sotto dovevano ancora essere fondati (1), San Miniato Basso, Ponte a Egola e La Scala non esistevano proprio. Un nucleo abitato, il distrutto borgo di Santa Flora, doveva trovarsi sulla sponda empolese dell’Elsa (2). Fucecchio era un castelletto fondato dai Cadolingi di Pistoia e che ben presto entrò sotto il controllo della Diocesi di Lucca (3) (4). Vi era poi il borgo di Fabbrica ai piedi di Cigoli, raccolto attorno alla Pieve di San Saturnino. Altri villaggi dovevano trovarsi sulle rive dell’Arno come Sant’Andrea in Saturno e San Vito nei pressi dell’odierna Santa Croce, Agutano e Soffiano fra le odierne San Pierino e Ontraino.
La situazione del Medio Valdarno Inferiore era come una torta suddivisa in tante fette: a Nord la Diocesi di Lucca, a Est il contado fiorentino con Empoli che si sottometteva a Firenze nel 1182 (5), a sud la Diocesi di Volterra (6), a ovest la Repubblica Pisana (7). Al centro, il territorio sanminiatese costellato da tante piccole case-forti sparse e controllate dalle famiglie legate alla proprietà terriera, in continuità con i preesistenti pagi (di origine romana, se non etrusca) (8). Non mancavano neppure possedimenti di importanti famiglie marchionali, come i Gherardeschi, i quali nella prima metà dell'XII secolo controllavano i castelli di Vetrugnano (vicino all'odierna Montebicchieri), Pratiglione  e Cumulo (entrambi in val di Chiecina), Collegalli, Barbialla e Scopeto (nei pressi dell'attuale Balconevisi) (9)
Vi erano poi due insediamenti di una certa rilevanza: Vico Wallari e San Miniato.


San Miniato, vista panoramica da Cigoli
Foto di Francesco Fiumalbi

Vico Wallari era un abitato di origine romana, probabilmente costruito attorno ad una villa, o mansio, di epoca tardo repubblicana, verosimilmente sviluppatasi lungo la direttrice viaria Pisa-Firenze, la via Quinctia, inaugurata intorno al 123 a.C. (10).  L’abitato medioevale, sviluppatosi a partire dall’VI secolo sotto la giurisdizione ecclesiastica lucchese (11), raggiunse la massima espansione proprio a cavallo fra l’XII e il XIII secolo, quando oltre a divenire luogo di importanti diete ed incontri diplomatici, ricevette importanti privilegi come quello di Celestino III, datato 24 aprile 1194. Con questa bolla papale veniva riconosciuta una relativa autonomia all’interno del tessuto ecclesiale lucchese nel Valdarno (12), prima della sua definitiva distruzione, da parte dei sanminiatesi, avvenuta nel 1248 (13).

La Cappella di San Genesio
Fu fatta costruire in memoria dell’antico borgo dal
Vescovo di San Miniato Mons. Torello Pierazzi nel 1841
Foto di Francesco Fiumalbi

Il colle di San Miniato era un possedimento della Diocesi di Lucca, controllato attraverso la vicina Pieve di San Genesio. A partire dal X secolo era stato ceduto con contratto di livello a vari cittadini lucchesi facenti parte della clientela episcopale dei Lambardi (14). La svolta avvenne alla metà dell’XI secolo, quando Enrico III, in funzione anticanossiana, volle creare un proprio centro di controllo in posizione strategica ed equidistante dalle maggiori città toscane (15). Bonifacio III di Canossa, padre della celebre Matilde, controllava per conto del Sacro Romano Impero, la Marca della Tuscia. Salito al trono Enrico III gli si oppose, forse persuaso dalla moglie Beatrice di Lotaringia, cugina di Enrico, che rivendicava diritti sulla Lorena (16). Già tra il 1054 e il 1056, sotto Enrico IV, si trovava stabilmente a San Miniato un vicario imperiale (17).
Il castello imperiale di San Miniato accrebbe di importanza durante l’XI e il XII secolo tanto che divenne sede del Tribunale di Suprema Istanza Regia e, Eberhard di Amern, Legato per conto di Federico I Barbarossa, vi stabilì il punto di raccolta dei tributi dovuti all’Imperatore dalla Toscana e, a partire dal 1163, dal Ducato di Spoleto (18). San Miniato, tuttavia, era costituito da due anime: da una parte il nucleo fortificato imperiale, e dall’altra il centro abitato che era andato formandosi negli anni ai margini del castello. I vicari non mantenevano una presenza costante a San Miniato, lasciando spazi di autonomia per una gestione locale che si concretizzeranno più avanti con l’istituzione comunale (19).

San Miniato, vista panoramica da Scacciapuce
Foto di Francesco Fiumalbi


NOTE BIBLIOGRAFICHE
(1) Onori Alberto Maria, La Vicarìa Lucchese della Valdarno, in Malvolti e Pinto (a cura di), Il Valdarno inferiore terra di confine nel Medioevo (Secoli XI – XV), Olschki Editore, Firenze, 2008, pagg. 204 e segg.
(2) G. Lastraioli, Un paese scomparso: il Borgo di Santa Fiora, Bullettino Storico Empolese, 1958/1
(3) Malvolti Alberto e Vanni Desideri Andrea, La Strada Romea e la viabilità fucecchiese nel Medioevo, Comune di Fucecchio, Ed. dell’Erba, Fucecchio, 1995, pagg. 5-8.
(4) Morelli Paolo, Signorie ecclesiastiche e laiche nel Valdarno Lucchese fra X e XIII secolo, in Malvolti e Pinto (a cura di), Il Valdarno inferiore terra di confine nel Medioevo (Secoli XI – XV), Olschki Editore, Firenze, 2008, pagg. 289 e 290.
(5) http://cronologia.leonardo.it/cronofi4.htm
(6) Mori Silvano, L’incastellamento di Castelnuovo: alle origini di un centro minore della Valdelsa volterrana, tra appunti di storia e suggestioni agiografiche, in Miscellanea Storica della Valdelsa, anno CX, Castelfiorentino, 2004, pag. 8.
(7) Ceccarelli Lemut Maria Luisa, Giurisdizioni signorili ecclesiastiche e inquadramenti territoriali, in Malvolti e Pinto (a cura di), Il Valdarno inferiore terra di confine nel Medioevo (Secoli XI – XV), Olschki Editore, Firenze, 2008, pagg. 23-41.
(8) Mori, Op. Cit.
(9) Salvestrini Francesco, Castelli e inquadramento politico del territorio in bassa Valdelsa durante i secoli XI-XIII. L'area fra Montaione e San Miniato al Tedesco, in Miscellanea Storica della Valdelsa, anno CIV, fasc. 1, n. 279, Castelfiorentino, 1998, p. 63. Si veda anche Ceccarelli Lemut, I conti Gherardeschi, in AA.VV., I ceti dirigenti in Toscana nell'età precomunale, Atti del Convegno di Studi, Firenze 2 dicembre 1978, Pacini Editore, Pisa, 1981, pp. 180-182 ed anche p. 189 e la carta conclusiva.
(10) Salvestrini Francesco, San Genesio. La comunità e la pieve fra il VI e il XIII secolo, in Cantini e Salvestrini, Vico Wallari – San Genesio. Ricerca storica e indagini archeologiche su una comunità del Medio Valdarno Inferiore fra alto e pieno Medioevo, Firenze University Press, Firenze, 2010, pagg. 29-30.
(11) Cantini Federico, La chiesa e il borgo di San Genesio: primi risultati dello scavo di una grande pieve della Toscana altomedioevale (campagne 2001-2007), in Campana, Felici, Francovich, Gabbrielli, Chiese e insediamenti nei secoli di formazione dei paesaggi medievali della Toscana (V-X secolo), Atti del Seminario, San Giovanni d’Asso, Firenze, 2008, pp. 65-94.
(12) Salvestrini Francesco, San Genesio. La comunità e la pieve fra il VI e il XIII secolo, in Cantini e Salvestrini, Vico Wallari – San Genesio. Ricerca storica e indagini archeologiche su una comunità del Medio Valdarno Inferiore fra alto e pieno Medioevo, Firenze University Press, Firenze, 2010, pagg. 54-56.
(13) Davidsohn Robert, Storia di Firenze, Sansoni, Firenze, Tomo II, pagg. 474-475, in Coturri Enrico, San Miniato nella “Storia di Firenze” di Robert Davidsohn, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 45, 1976, pag. 10.
(14) Salvestrini Francesco, Castelli e inquadramento..., pag. 60.
(15) Salvestrini, Castelli e inquadramento..., pag. 71.
(17) Bonincontrii Laurentrii, Historia Sicula, in Lami Giovanni, Deliciae eruditorium seu veterum anekdoton opusculorum collectanea, IV, Firenze, 1739, pag. 25.
(18) Davidsohn R., Op. Cit. Tomo I, pagg. 720-721 e 903, in Coturri, San Miniato nella “Storia di Firenze” di Robert Davidsohn, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 45, 1976, pag. 10.
(19) Salvestrini Francesco, Castelli e inquadramento..., pag. 73.

IL CONTESTO STORICO DEL XII SECOLO

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di Francesco Fiumalbi


La situazione italiana nella seconda metà del XII secolo era assai articolata. Da una parte le vicende legate a Federico I Barbarossa e al Pontefice Alessandro III, dall’altra un complesso gioco di equilibri fra le principali città toscane quali Firenze, Pisa, Siena, Lucca, Pistoia e Arezzo.
Federico I Barbarossa era stato eletto Re di Germania nel 1152. Tuttavia aveva la necessità di legittimare la propria posizione: voleva farsi incoronare Imperatore e per questo aveva bisogno del Papa. 
Iniziò così la sua prima discesa italiana. Sottomise molti comuni nel settentrione ed infine si fece incoronare Imperatore, il 18 giugno 1155 da Adriano IV. Con lo stesso Pontefice aveva stretto accordi contro i Normanni per la conquista del Regno di Sicilia. Durante il viaggio per Roma, prima di giungere a Siena, è assai probabile che Federico I Barbarossa abbia fatto sosta proprio a San Miniato, quale tappa prima di immettersi nella Valdelsa seguendo la direttrice Francigena.
L’incoronazione avvenne senza il consenso del Senato e, per questo, i romani si rivoltarono all’Imperatore il quale fu costretto a fuggire in fretta e furia, minacciando di tornare per sottomettere Roma. A quel punto il Papa strinse accordi con i Normanni, concedendo al Re di Sicilia Guglielmo I il Malo l’Italia Meridionale col Trattato di Benevento del 1156. 
A causa di numerosi contrasti ideologici fra cesaropapismo imperiale e teocrazia papale si giunse nel 1158 alla seconda discesa di Federico I Barbarossa in Italia. Sottomise Brescia, iniziò la ricostruzione di Lodi e assoggettò Milano che aveva precedentemente respinto una sentenza in favore di Lodi e Como. Convocò la seconda e più importante Dieta di Roncaglia con cui poneva forti limitazioni all’autonomia dei Comuni dell’Italia Settentronale come i diritti dell’Imperatore sull’elezione di duchi, conti e marchesi, nomina dei consoli comunali e dei magistrati cittadini, riscossione delle tasse, conio delle monete, imposizione di lavori di carattere pubblico. Un inasprimento delle condizioni che in seguito, nel 1167, porterà alla costituzione della Lega Lombarda presso l’abbazia di Pontida. 
Intanto nel 1160 era ripresa la controversia col Papa, che minacciò di scomunicare Federico I Barbarossa. Tuttavia il Pontefice morì e fu eletto successore al soglio di Pietro Alessandro III. Sempre nel 1160 l’Imperatore convocò un Concilio a Pavia al quale il nuovo Papa si rifiutò di partecipare. Federico I Barbarossa nominò un antipapa, Vittore IV, che scomunicò Alessandro III il quale fece altrettanto sia con l’antipapa che con l’Imperatore. Lo scisma era destinato a durare fino al 1177. Nel frattempo l’Imperatore ordina la distruzione di Milano che si era più volte ribellata e in questo viene aiutato anche da Pisa.
Tornato in Germania, l’Imperatore scese nuovamente in Italia nel 1162. Pisa, per l’aiuto concesso all’Imperatore a Milano, ottenne numerosi benefici, tra cui il controllo di tutta la costa tirrenica da Porto Venere a Orbetello. Ciò provocò la reazione di Genova e determinò un forte risentimento nelle città di Firenze, Lucca, Volterra e Siena che miravano ad ottenere un autonomo sbocco sul mare. 
E’ in questo contesto tumultuoso che Federico I Barbarossa decide di rafforzare il suo castello di San Miniato. Federico I Barbarossa, inviò nel Valdarno Guelfo VI, suo zio, Duca di Toscana e feudatario degli antichi possedimenti di Matilde di Canossa fin dal 1152: con la scusa di discutere dello scisma papale, convocò una dieta presso San Genesio con lo scopo reale di rafforzare il potere imperiale e di pacificare le città della Toscana.  Alla dieta parteciparono i consoli di Pisa, Pistoia, Lucca, Siena e Firenze, l’arcivescovo di Pisa e rappresentanti dei Guidi, dei Gherardeschi, degli Aldobrandini e degli Alberti (1). Anche se non riuscì a risolvere le controversie, Guelfo VI ottenne dai partecipanti un importante giuramento di fedeltà (2).
Ancora nel 1164 fu convocata presso San Genesio una nuova dieta, alla quale parteciparono i consoli delle principali città della Toscana; la riunione fu bruscamente interrotta dalla notizia della morte, a Lucca, dell’antipapa Vittore IV (3).
In questi anni, “La rocca sveva, quasi falco appollaiato sulla vetta del colle a spiare tutta la campagna lontana, dominava la pianura cosparsa di borgate per le quali serpeggiava l’Arno, i monti pisani e le cime dell’Appennino Lucchese, di lassù lo sguardo spaziava fino a Monte Morello che sovrastava Firenze, fino alle colline di Fiesole, ai monti boscosi di Vallombrosa, e verso mezzogiorno, fino ai monti del Chianti e del Senese” (4).

San Miniato, vista panoramica da Bucciano
Foto di Walter Scarselli

Nell’ottobre del 1162 Federico I Barbarossa scese nuovamente in Italia. La situazione era incandescente, da una parte la ricerca dell’alleanza con Pisa e Genova contro il Regno di Sicilia, dall’altra lo scisma papale per mezzo del quale Alessandro III aveva stretto alleanze con Francia e Inghilterra, e il malcontento che serpeggiava nelle città settentrionali. Non potendo contare che solo sulle proprie forze, l’Imperatore nell’autunno del 1164 fece ritorno in Germania per organizzare un forte esercito. 
Nel frattempo Cristiano di Bach Vescovo di Magonza, conosciuto come Cristiano di Magonza, diventò nel 1165 legato imperiale per la Tuscia. Il rappresentate dell'Imperi, alla fine del 1164 e poi nell’autunno del 1165, si trovava a San Genesio. In quest’ultima occasione cercò, invano, di raccogliere i consoli rappresentanti delle città della Toscana (5).
La quarta discesa dell’Imperatore in Italia avvenne nell’estate del 1166. Dapprima regolò un paio di questioni nell’Italia Settentrionale e poi, nella primavera del 1167 mosse verso l’Italia Centrale: obbiettivo Roma. Nel frattempo, alle spalle dell’Imperatore si costituì la Lega Lombarda presso l’Abbazia di Pontida. Il Papa Alessandro III fuggì presso i Normanni e Federico I Barbarossa giunse a Roma trionfante dove in una San Pietro semidistrutta fu incoronato Imperatore dall’antipapa Pasquale III che era succeduto a Vittore IV. L’esercito fu colpito dalla peste e ben presto andò in rotta e ripiegò verso l’Italia Settentrionale attraverso la costa. Dal Piemonte Federico I Barbarossa, nel 1168, fece un rocambolesco ritorno in Germania.
La situazione in Toscana era pronta ad infiammarsi. Da una parte Pisa e Firenze e dall’altra Lucca, Siena e Pistoia collegate con i Genovesi. Pisa e Firenze pervennero ad un accordo incontrandosi a San Genesio (6). Intervenne Cristiano di Magonza che, dopo aver tentato di organizzare un incontro, ancora una volta a San Genesio nel febbraio del 1172 (7). Tuttavia il 6 marzo stipulò un accordo con Lucca e Genova contro Pisa, accordo a cui partecipano anche Macario, vicario delle contee di Siena e San Miniato, nonché le comunità di San Miniato, Volterra di altri luoghi (8). Pisa viene così messa al bando e il 28 marzo Cristiano di Magonza, da Siena, chiama alle armi i Genovesi, ai quali chiede anche del denaro per pagare i cavalieri, in particolar modo quelli di stanza a San Miniato (9). I Fiorentini ne uscivano svantaggiati perché l’isolamento di Pisa precludeva a Firenze l’accesso verso il mare; lo stesso, i Sanminiatesi si trovarono isolati rispetto alle due città più importanti della Toscana con le quali avevano stretto importanti legami di natura commerciale (10). 
Nel maggio del 1172 i rappresentanti dei cittadini di San Miniato si incontrarono nel Palazzo Vescovile di Firenze con i Fiorentini e i Pisani. Qui, giurarono reciproca alleanza al fine di impadronirsi del castello imperiale aggrappato alla collina sanminiatese, in modo anche da liberare alcuni prigionieri pisani che lì aveva recluso Cristiano di Magonza e facendo sì che i cittadini sanminiatesi recuperassero il pieno controllo sulla propria comunità (11). Pisa e Firenze, con questo patto, riconoscevano a San Miniato la sua importanza strategica e, per questo, volevano assolutamente scongiurare un ricongiungimento fra Lucca e Siena alleate in questo confronto (12).
Il 1 giugno 1172 Cristiano di Magonza convocò a San Genesio i consoli di Pisa, Firenze, Lucca a Genova per arrivare ad un accordo di pace, ma, fiutando l’alleanza fra Pisani e Fiorentini, fece arrestare i consoli delle due città e li imprigionò a Lucca (13).

Panorama di San Miniato da Scacciapuce
Foto di Francesco Fiumalbi

A questo punto scoppiò la guerra e a pagare il dazio maggiore fu proprio il territorio sanminiatese. L’esercito pisano si attestò alla confluenza fra Arno ed Era in modo da bloccare la strada ai Lucchesi che attraverso il lago di Bientina avrebbero potuto facilmente raggiungere il Valdarno. L’esercito fiorentino si dispose a Castelfiorentino, in modo da chiudere la Valdelsa a Cristiano di Magonza che si trovava a Siena. I Sanminiatesi, dal canto loro, è avevano provveduto ad isolare il castello imperiale e minacciavano di porvi l’assedio.
Chiuso fra i due eserciti, Cristiano di Magonza, assieme agli eserciti di Siena, Pistoia, Lucca, Genova insieme a uomini dei Guidi, mosse verso San Miniato. Da sud Cristiano di Magonza percorse i crinali sulla sponda occidentale dell’Elsa, distruggendo probabilmente un fortilizio nei pressi dell’attuale Castelnuovo (14). I Lucchesi probabilmente seguirono il tracciato della via Francigena in territorio lucchese, giungendo poi a San Miniato attraverso la Valdegola. Il 16 agosto 1172 “lo popolo de Lucha arse Sancto Miniato et Ventrognana (nei pressi dell’odierno Montebicchieri, n.d.r.) et Montearoni et Falchonechisi (l’odierno Balconevisi, n.d.r.) et altre castella della sua corte” (15).
Andò meglio ai Pisani e ai Fiorentini. Nel mentre che i Lucchesi erano impegnati nel territorio sanminiatese, l’esercito di Pisa iniziò a saccheggiare il contado di Lucca e contemporaneamente sparsero la voce che intendevano puntare sulla città. I Lucchesi fecero un immediato dietrofront e furono colpiti da un agguato pisano nei pressi del ponte sul Serchio. Cristiano di Magonza, per vendetta, ordinò ai Guidi di conquistare Pontedera, ma i Pisani li respinsero. Cristiano fu attaccato e sconfitto dai Fiorentini nei pressi di Colle Val d’Elsa (16). Tuttavia questi spargimenti di sangue non spostarono molto l’ago della bilancia e Cristiano di Magonza poté mantenere il controllo su San Miniato. Inoltre la rovinosa riconquista della Città della Rocca provocò la devastazione dei territori circostanti con conseguente peggioramento della situazione economica della zona (17). Solo ai primi di agosto del 1174, con accordo intercorso fra Cristiano di Magonza e il legato imperiale Macario, fu concesso ai sanminiatesi di ricostruire la loro terra distrutta due anni prima e di potervi fare ritorno (18).

San Miniato, vista panoramica da Bucciano
Foto di Walter Scarselli

Federico I Barbarossa nel 1174 scese nuovamente in Italia con un esercito di 8000 uomini. Passando dalla Borgogna, rase al suolo Susa, occupò Torino, ma si trovò di fronte alla città di Alessandria, fondata dal suo avversario, il Papa Alessandro III. Qui subì una brusca battuta d’arresto. A quel punto l’Imperatore fu costretto a scendere a patti e dovette rinunciare, almeno provvisoriamente, ai suoi diritti fissati con la Dieta di Roncaglia del 1158. Il 29 maggio 1976 si giunse quindi alla battaglia di Legnano dove la compagine imperiale fu letteralmente annientata dalla Lega Lombarda. Federico I Barbarossa si giocò la carta del Papa, con il quale si incontrò ad Anagni. L’imperatore riconobbe l’autorità del Papa, rinunciò ad ogni sovranità su Roma e ripristinò al Regno Pontificio diversi territori conquistati dai canossiani. In cambio, il Papa smise di appoggiare la Lega Lombarda. L’accordo fu sancito col Congresso di Venezia.
La situazione in Italia andò migliorando e la definitiva pace fra Impero e Lega Lombarda fu sancita a Piacenza e ratificata con la Pace di Costanza solo nel 1183, nella quale Federico I Barbarossa riconosceva la Lega Lombarda e rinunciava definitivamente ai diritti sanciti a Roncaglia. Dall’altra la Lega Lombarda giurava fedeltà all’Impero. Il 18 settembre 1177, lasciata Venezia, l’Imperatore si spostò verso l’Italia Centrale dove fece visita anche al castello di San Miniato (19).
Il 30 agosto 1181 morì il Papa Alessandro III e al suo posto fu eletto il Vescovo di Lucca, Lucio III. Nel 1184 Federico I Barbarossa scese per la sesta volta il Italia, riuscendo a combinare il fidanzamento fra il suo figlio Enrico (18 anni) con Costanza d’Altavilla (30 anni) figlia di Tancredi di Lecce, figlio di Ruggero III di Puglia, quindi della linea diretta per la successione al trono del Regno di Sicilia sul quale l’Imperatore non aveva mai smesso di puntare gli occhi. Nel 1185 il Papa Lucio III morì e fu eletto Urbano III, uomo rigido che non aveva simpatia alcuna per l’Imperatore. A quel punto Federico I Barbarossa circondò lo stato pontificio facendo sposare il figlio con Costanza d’Altavilla. Durante la sua sesta discesa in Italia, Federico I Barbarossa si fermò alcuni giorni al castello imperiale di San Miniato retto dal suo vicario Macario (20).
Peggiorarono i rapporti fra Impero e Papato e si arrivò al saccheggio dei territori controllati dalla Chiesa per opera del figlio Enrico. Urbano III non fece in tempo a lanciare la scomunica che morì il 20 ottobre 1187. Fu eletto Gregorio VIII che però morì dopo appena due mesi mentre si trovava a Pisa per organizzare una crociata contro Saladino che aveva da poco riconquistato Gerusalemme. Fu la volta di Clemente III. Il 10 giugno 1191, all’età di 68 anni, morì l’Imperatore Federico I Barbarossa, impegnato nella terza Crociata. Al Barbarossa succedette il figlio Enrico VI.

(1) Bonincontrii Laurentrii, Historia Sicula, in Lami Giovanni, Deliciae eruditorium seu veterum anekdoton opusculorum collectanea, IV, Firenze, 1739, pag. 97 in Salvestrini Francesco, San Genesio. La comunità e la pieve fra il VI e il XIII secolo, in Cantini e Salvestrini, Vico Wallari – San Genesio. Ricerca storica e indagini archeologiche su una comunità del Medio Valdarno Inferiore fra alto e pieno Medioevo, Firenze University Press, Firenze, 2010, pag. 60.
(2) Salvestrini Francesco, San Genesio. La comunità e la pieve fra il VI e il XIII secolo, in Cantini e Salvestrini, Vico Wallari – San Genesio. Ricerca storica e indagini archeologiche su una comunità del Medio Valdarno Inferiore fra alto e pieno Medioevo, Firenze University Press, Firenze, 2010, pag. 61.
(3) Davidsohn R., Op. Cit. Tomo I, pagg. 723-24 in Salvestrini Francesco, San Genesio. La comunità e la pieve fra il VI e il XIII secolo, in Cantini e Salvestrini, Vico Wallari – San Genesio. Ricerca storica e indagini archeologiche su una comunità del Medio Valdarno Inferiore fra alto e pieno Medioevo, Firenze University Press, Firenze, 2010, pag. 64.
(4) Davidsohn R., Op. Cit. Tomo I, pagg. 720 in Cristiani Testi Maria Laura, San Miniato al Tedesco. Saggio di storia urbanistica e architettonica, Marchi e Bertolli, Firenze, 1968, pagg. 21-22.
(5) Coturri Enrico, Il Borgo di San Genesio, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 19, 1955-56, pagg. 28-29.
(6) Davidsohn R., Op. Cit. Tomo I, pagg. 779-782, in in Salvestrini Francesco, San Genesio. La comunità e la pieve fra il VI e il XIII secolo, in Cantini e Salvestrini, Vico Wallari – San Genesio. Ricerca storica e indagini archeologiche su una comunità del Medio Valdarno Inferiore fra alto e pieno Medioevo, Firenze University Press, Firenze, 2010, pag. 65.
(7) Coturri Enrico, Il Borgo di San Genesio, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 19, 1955-56, pagg. 31.
(8) Davidsohn R., Op. Cit. Tomo I, pagg. 775, in Coturri, San Miniato nella “Storia di Firenze” di Robert Davidsohn, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 45, 1976, pag. 11.
(9) Davidsohn R., Op. Cit. Tomo I, pagg. 777, in Coturri, San Miniato nella “Storia di Firenze” di Robert Davidsohn, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 45, 1976, pag. 11.
(10) Salvestrini Francesco, Il Nido dell’Acquila, in Il Valdarno inferiore terra di confine nel Medioevo (Secoli XI – XV), Olschki Editore, Firenze, 2008, pag. 242.
(11) Santini Pietro, Documenti dell’antica costituzione del Comune di Firenze, Documenti di Storia Italia, tomo X, G. P. Vieusseux, Firenze, 1895, pp 363-364. Si veda anche Davidsohn R., Op. Cit. Tomo I, pagg. 779, in Coturri, San Miniato nella “Storia di Firenze” di Robert Davidsohn, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 45, 1976, pag. 11.
(12) Salvestrini Francesco, Il Nido dell’Acquila, in Il Valdarno inferiore terra di confine nel Medioevo (Secoli XI – XV), Olschki Editore, Firenze, 2008, pag. 242, nota 40.
(13) Coturri Enrico, Il Borgo di San Genesio, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 19, 1955-56, pagg. 31.
(14) Mori Silvano, L’incastellamento di Castelnuovo: alle origini di un centro minore della Valdelsa volterrana, tra appunti di storia e suggestioni agiografiche, in Miscellanea Storica della Valdelsa, anno CX, Castelfiorentino, 2004, pag. 16.
(15) Davidsohn R., Op. Cit. Tomo I, pag. 789, in Mori S., Op. Cit., pag. 17.
(16) Ibidem.
(17) Cristiani Testi Maria Laura, Op. Cit., pag. 22.
(18) Davidsohn R., Op. Cit. Tomo I, pagg. 800, in Coturri, San Miniato nella “Storia di Firenze” di Robert Davidsohn, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 45, 1976, pag. 12.
(19) Davidsohn R., Op. Cit. Tomo I, pagg. 818, in Coturri Enrico, San Miniato nella “Storia di Firenze” di Robert Davidsohn, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 45, 1976, pag. 13.
(20) Davidsohn R., Op. Cit. Tomo I, pagg. 849, in Coturri, San Miniato nella “Storia di Firenze” di Robert Davidsohn, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 45, 1976, pag. 13.
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