mercoledì 21 dicembre 2011

BUONE FESTE 2011-12

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La pubblicazione dei post riprenderà sabato 7 gennaio 2012

domenica 18 dicembre 2011

IL CROCIFISSO AI CAPPUCCINI

9 commenti:
di Francesco Fiumalbi
APSM-ISVP-003
IL CROCIFISSO AI CAPPUCCINI

SCHEDA SINTETICA
Oggetto: Edicola votiva
Luogo: San Miniato, Loc. I Cappuccini, via Calenzano
Tipologia: Edicola
Tipologia immagine: Pittura murale
Soggetto: Gesù Crocifisso
Altri soggetti: No
Autore: Antonio Luigi Gajoni
Epigrafe: No
Indulgenza: No
Periodo: Pittura primi anni '60, edicola più antica fine '700-inizio '800
Riferimenti: Antonio Luigi Gajoni

Id: APSM-ISVP-003

Fondato nel 1609, l’ex convento dei Frati Cappuccini si trova lungo la strada di crinale che dall’antica, e distrutta, porta di Poggighisi conduce alla frazione di Calenzano (1). E’ oggi sede del Centro Studi “I Cappuccini” della Cassa di Risparmio di San Miniato.
La facciata della chiesa e, più in generale, l’antico convento, sono orientati a nord, ovvero verso coloro che, uscendo da San Miniato, percorrono la strada per Castelfiorentino. Si rivolgono quindi non tanto a chi viene, ma soprattutto a chi va. All’ingresso del sagrato della chiesa è situata una grande edicola (150x280 cm circa), inserita all’interno della cinta muraria del convento, contenente una Crocifissione dipinta da Antonio Luigi Gajoni attorno al 1964 (2).
Antonio Luigi Gajoni (Milano, 1889 – San Miniato, 1966) è stato un pittore molto attivo a San Miniato, dove si stabilì a partire dal 1940. Anche se della sua ricca biografica tratteremo in un apposito post, vale la pena ricordare la sua imponente produzione pittorica per la Diocesi di San Miniato (3).

Ex convento dei Padri Cappuccini a San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Come nelle altre sue opere d’arte sacra, anche per questa Crocifissione, Gajoni utilizza un linguaggio espressivo che trova ideale fondamento nella grande tradizione pittorica manierista e barocca, mutuata, però, da soluzioni compositive decisamente moderne. Anche l’utilizzo di colori accessi, forti, contrastanti, dotati, però, di una complessità tutta interiore, con la ricerca di cangiantismi e gradazioni tonali (4) segue la medesima direzione.

Antonio Luigi Gajoni, Crocifissione
Ex convento dei Padri Cappuccini a San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Come possiamo vedere dall’immagine, la figura del Cristo Crocifisso è perfettamente aderente alla tradizione iconografica. Della figura spicca il volto, contratto, sofferente, ma che ha la forza di volgersi verso l’alto, verso Dio, quasi a pronunciare le parole: “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno” (Gv, 23,34).
Ma la cosa davvero insolita è il sipario, dipinto ai lati della croce. Non si tratta del velo del tempio che si squarciò al momento della morte di Gesù: è un sipario; Gesù è ancora vivo. Interessante è notare anche la posizione della croce: la base sembra posizionata oltre il sipario, mentre la parte superiore è chiaramente davanti. E’ un’illusione.
Il telone è rosso, come quello dei teatri, che apre, ed al tempo stesso chiude, la rappresentazione. Una visione degli ultimi momenti della vita terrena di Gesù, quindi un sipario che si chiude, ma anche il nuovo che porterà la morte e la resurrezione, e quindi è anche un sipario che si apre.
Il tema del sipario non è nuovo nella pittura del primo novecento, basti pensare al Sipario per Parade di Pablo Picasso (1917). Tema che verrà sviluppato fra le due guerra, ma che verrà recuperato alcuni anni più tardi da altri grandi maestri della pittura del ‘900, fra cui De Chirico, con le opere Orfeo trovatore stanco (1970) e Orfeo solitario (1973), e da Savador Dalì con Il sipario della memoria (1983).

Antonio Luigi Gajoni, Crocifissione
Ex convento dei Padri Cappuccini a San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

E’, quindi, una Crocifissione “spettacolare” quella di Gajoni, è uno spettacolo. E’ l’evento al culmine della vita di Cristo, la scena finale del primo atto, quello terreno. Il sipario è ormai pronto a chiudersi, ma anche a riaprirsi con la morte e resurrezione di Gesù.
La figura del Cristo emerge chiara e luminosa rispetto al “cielo oscurato” dello sfondo. Il terreno su cui poggia la croce diventa un palcoscenico. Infatti non è collinare, come vorrebbe la tradizione, bensì piatto.
La composizione è contraddistinta da forti contrasti cromatici: il rosso morbido e denso del sipario, il bianco luminosissimo del perizoma, il giallo composto dell’aureola che, legati da tonalità  più cupe, caratterizzano la fervida attività pittorica di Antonio Luigi Gajoni.

Antonio Luigi Gajoni, Crocifissione
Ex convento dei Padri Cappuccini a San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Anche se, probabilmente, non si era ancora concluso, Gajoni con questa opera dimostra certamente di respirare quella ventata di aria nuova proveniente dal Concilio Vaticano II e che, proprio nei messaggi conclusivi, riserverà agli artisti un posto speciale.



NOTE BIBLIOGRAFICHE
(1) Piombanti Giuseppe, Guida della Città di San Miniato al Tedesco, Tipografia Ristori, San Miniato, 1894, in Matteoli Anna (a cura di), Guida storico-artistica di San Miniato, Bollettino dell'Accademia degli Euteleti, n. 44, 1975, pag. 127-129.
(2) Macchi Luca, Immagini sacre per le pubbliche vie di San Miniato e del suo territorio comunale, in Bollettino dell’Accademia degli Euteleti, n. 61, 1994, San Miniato, pag. 200.
(3) Per le notizie biografiche su Antonio Luigi Gajoni si rimanda a Fagioli Marco, Antonio Luigi Gajoni pittore. Da Parigi a San Miniato, Aion, Firenze, 2001.
(4) Fagioli Marco, Roberta Roani (a cura di), Anton Luigi Gajoni, artista tra Italia e Francia. Pitture e bozzetti dal 1904 al 1966, Catalogo della Mostra tenutasi a Palazzo Grifoni – San Miniato (Pisa), Bandecchi e Vivaldi, Pontedera, 2002, pag. 79.

sabato 10 dicembre 2011

LA DIRUTA PIEVE DI BARBINAIA (quarta parte) COME POTEVA ESSERE

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di Francesco Fiumalbi e Alessio Guardini

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Dopo aver trattato del contesto geografico entro cui si collocava la Pieve di Barbinaia, analizzato le testimonianze documentarie e aver fatto un’analisi architettonica di ciò che ne rimane, siamo ora a cercare di capire come poteva apparire all’epoca del suo massimo splendore.

Porzioni murarie dell’antica e diruta Pieve di Barbinaia
Foto di Francesco Fiumalbi

“Grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio, per cui verrà a visitarci dall'alto un sole che sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace”
Luca 1, 78-79

Fin dagli inizi del Cristianesimo si era diffusa la pratica di orientare i luoghi di culto verso la direzione est-ovest. Questa prassi verrà sancita in maniera ufficiale nel Concilio di Nicea: le chiese dovevano essere Versus Solem Orientem, condizione confermata più e più volte dai pontefici susseguitisi fino al medioevo (1).
Nella figura di Gesù sono molti gli aspetti legati al sole (Sol Justitiae, Sol Invictus e Sol Salutis); inoltre la direzione orientale richiamerebbe il simbolo della croce, a sua volta simbolo della vittoria di Cristo sulla morte. La condizione per cui l'ingresso principale era sul lato occidentale, faceva sì che i fedeli entrati nell'edificio, avvicinandosi verso l’altare, ripercorressero idealmente il percorso di Cristo (2).
Realizzare un edificio con un orientamento perfetto, per i mezzi dell’epoca, non era facile, ma nemmeno impossibile. Tuttavia gli sforzi potevano essere vanificati dalla conformazione orografica del territorio circostante; l’orientamento poteva variare verso una precisa direzione fisica nell’orizzonte orografico dove fisicamente sorgeva il sole. E’ questo il caso anche della Pieve di Barbinaia: la valle del Torrente Chiecina forma un angolo di circa 25°, in senso orario, rispetto all’ideale asse est-ovest. Quindi se la chiesa fosse stata orientata esattamente verso oriente, la finestra absidale avrebbe guardato verso la collina. Per ovviare a questo problema l’edificio doveva presentare un orientamento inclinato di 20° in senso orario rispetto all’asse equinoziale (est-ovest): i due setti paralleli di muratura seguono infatti tale angolazione.


Cosa rimane dell’antica Pieve di Barbinaia
Schema di Alessio Guardini

Nel 1860, Ignazio Donati affermava che la pieve era “tutta in rovina non restando in piedi che poche braccia di mura laterali e molta parte della muraglia sovrastante il coro. All’intorno è tutto ingombro il terreno di pietre quadre e sassi fra spine e dumi, ma questi avanzi fanno giudicare soltanto a vederli, che questa chiesa doveva esser bella e assai spaziosa e forse distinta in tre navate, poiché, oltre le grosse pietre di cui erano costruite le mura, si vedono fra le macerie alcuni capitelli di colonne, larghi più di un metro atti a sostenere un peso molto rilevante, e che fosse destinata a contenere una popolazione assai numerosa” (3).

I due setti murari paralleli che sono giunti fino ai giorni nostri, sono distanti fra loro circa 11,50 metri e dovrebbero costituire il lato minore. Il lato maggiore, secondo i canoni dell’epoca (4), doveva essere circa il doppio (5). Considerando una struttura a tre navate e prendendo per buona l’idea che la facciata fosse in linea con la parete che presenta resti di strutture in laterizio, possiamo tentare di ricostruirne l’aspetto a grandi linee.
La pianta, schematicamente, doveva essere costituita da due grandi quadrati, di lato 20 braccia (o 4 canne agrimensorie, circa 11,60 m). La suddivisione interna doveva essere in rapporto 1:2, ovvero la navata centrale doveva misurare 10 braccia (o 2 canne agrimensorie, circa 5,80 m) e le navate laterali 5 braccia ciascuna (pari a 1 canna agrimensoria, circa 2,90 m). E tutto questo per 4 moduli o campate. Da questo se ne ricava il seguente schema compositivo:

Schema compositivo della pieve di Barbinaia
Disegno di Alessio Guardini

E’ assai probabile che la pieve avesse anche una torre laterale, costruita attorno al XII-XIII secolo, forse ad uso di torre campanaria (6), un po’ come la pieve di Corazzano, la Pieve di Cojano, la Pieve di Casole d’Elsa. Di seguito proponiamo la ricostruzione ipotetica della pianta:

Pianta della Pieve di Barbinaia, ipotesi
Disegno di Alessio Guardini

Sicuramente la facciata doveva in qualche modo corrispondere all’organizzazione interna dei volumi. Per cui doveva essere tripartita secondo lo schema interno e doveva presentarsi idealmente in questo modo:
Sezione della Pieve di Barbinaia, ipotesi
Disegno di Alessio Guardini

Facciata della Pieve di Barbinaia, ipotesi
Disegno di Alessio Guardini

Con questo post si conclude il viaggio alla scoperta della Pieve di Barbinaia, di cui ancora molto rimane da capire. Sicuramente attorno alla Pieve dovevano esserci delle sepolture, ma anche una comunità. E’ assolutamente inconcepibile una pieve di queste proporzioni isolata: doveva esserci un villaggio, magari non molto grande, ma qualcuno doveva abitarvi nelle vicinanze. In attesa che l’archeologia faccia la sua parte, per ora dalla Pieve di Barbinaia è tutto (forse).

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NOTE BIBLIOGRAFICHE:
(2) Ibidem.
(3) Donati Ignazio, Memorie e documenti per la storia di Montopoli, Montopoli, 1860, pag. 445.
(4) Si veda la Collana Chiese medioevali della Toscana, Ed. dell’Acero.
(5) Dilvo Lotti, San Miniato nel tempo, SAGEP, Genoca, 1981, pag. 56.
(6) Dini Francesco, Dietro i nostri secoli, Centro Editoriale e Grafico, Santa Croce sull’Arno, 1979, pag. 43.

sabato 3 dicembre 2011

15 MINUTI CON… ALEXANDR STAL’NOV

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di Francesco Fiumalbi

Questa puntata della rubrica “15 MINUTI CON…” è dedicata ad Alexandr Stal’nov, iconografo russo, che ha realizzato l’apparato pittorico della chiesa dedicata alla Trasfigurazione del Signore di San Miniato Basso. Le icone di Maria, Madre di Dio della Tenerezza e il trittico della Trasfigurazione del Signore sono opere maturate da un artista proveniente da un contesto socio-culturale molto lontano dal nostro. Durante una sua recente visita a San Miniato Basso, abbiamo colto l’occasione per intervistarlo a proposito della sua esperienza, artistica e religiosa insieme.

Sig. Stal’nov, lei che è un iconografo, potrebbe spiegarci quale rapporto intercorre tra arte e icona?
L’arte, in generale, è come una porta molto larga, attraverso la quale può entrare di tutto. L’arte religiosa è un qualcosa di più stretto, e l’icona è una porta ancora più piccola, nella quale il pittore si esprime preservando l’ortodossia. Fare un’icona è mettersi al servizio di Dio, un po’ come il sacerdozio. L’icona non è solo un dipinto, come nella tradizione artistica e religiosa occidentale: è la “Scrittura” che si fa immagine, che si manifesta e l’iconografo è l’intermediario. Per questo, durante la sua realizzazione l’iconografo prega; può aiutarsi ascoltando musica sacra, recitare salmi, oppure restare in silenzio, mettendosi in ascolto. L’icona non è frutto della sola mente, o della sola tecnica, ma anche del cuore, del cuore che sta in ascolto di Dio.

 Alexandr Stal'nov

Per diventare iconografi occorre, quindi, aver maturato una vera e propria vocazione. Qual è stata la sua storia?
Inizialmente pensavo di fare il pittore o il restauratore. Abito in una città, San Pietroburgo, che è moderna, molto occidentale, costruita grazie anche a numerosi architetti italiani. Facendo il mio percorso di studi sulla pittura, ad un certo punto mi recai nella città di Novgorod, a circa quattro ore di viaggio da San Pietroburgo. E’ una città molto antica, fondata oltre mille anni fa, famosa per la sua importantissima scuola di pittura di icone. Su consiglio di una amica, mi recai in un vicino monastero, tuttora esistente. All’epoca non funzionava più come tale, ma il regime sovietico lasciava che gli spazi del monastero fossero utilizzati come ateliers di pittura per icone. Io studiavo, guardavo, mi colpiva la bellezza dell’arte di queste icone. Per me fu una vera e propria scoperta, anche come riscoperta di una tradizione antichissima. L’interesse fu così forte che quando tornai a San Pietroburgo non mi interessava più la pittura “laica”, ma cominciai ad approfondire le icone, che non sono solo opere da guardare, come fatto artistico, magari in un museo, ma sono proprio un collegamento con Dio. Hanno un senso più grande, servono per qualcosa di più. Avevo 22-23 anni, e di lì a poco avrei ricevuto il Battesimo nella Chiesa Ortodossa Russa.

Alcuni anni dopo è iniziata la sua esperienza anche in Italia.
Sono stato chiamato, nel 1991, dal Centro “Russia Cristiana” di Seriate, vicino Bergamo, che ha lo scopo di far conoscere la ricchezza artistica, culturale e liturgica del patrimonio ortodosso russo, nonché di favorire il dialogo ecumenico fra Cattolici e Ortodossi Russi. Nel frattempo insegnavo Iconografia alla Scuola Teologica di San Pietroburgo e una delegazione della scuola venne a trovarmi al mio laboratorio. Nello stesso anno ho conosciuto Giancarlo Pellegrini, noto iconografo italiano, col quale ho cominciato a collaborare intensamente dal 1993. Abbiamo realizzato opere a Padova, a Castel Gandolfo, a Mestre.

Per l’icona della Trasfigurazione di San Miniato Basso è stato scelto il modello a mosaico della Cappella Palatina di Palermo. Quali difficoltà ha incontrato nell’esprimere il tema?
La Cappella Palatina di Palermo è un vero tesoro, forse più importante addirittura della Cappella Sistina, anche se molto meno conosciuta. Stilisticamente non ci sono particolari differenze con il linguaggio iconografico orientale. Cambiano la sensibilità, alcuni particolari elementi della tradizione, ma non il messaggio, che è il messaggio di Cristo. Non ci sono state difficoltà: la proto-immagine italiana ha concesso un po’ più di libertà, proponendo, quello che a Palermo è un mosaico, in chiave pittorica. Ho comunque cercato di rimanere nel solco tracciato dalla tradizione, poi ognuno ha la propria sensibilità. Non si tratta di copiare un modello, bensì di esprimerlo. Riguardo al tema della Trasfigurazione c’è il racconto scritto nel Vangelo, e poi c’è la tradizione iconografica: possiamo accentuare leggermente un dettaglio, ma non possiamo stravolgere la tradizione.


Alexandr Stal'nov


Ha trovato difficoltà ad esprimersi nel contesto italiano, lontano da quello russo?
Nessuna difficoltà. In Italia ho trovato persone con grande fede e questa fede non può che andare di pari passo con l’arte. In Italia c’è la concentrazione di arte e di architettura più grande del mondo. Vengo da lontano,  ma qui ho percepito una sensibilità diffusa per la religione e per l’arte, innata, c’è una sorta di dimensione interiore collettiva.

Grazie Sig. Stal’nov, il tempo a nostra disposizione è terminato.
E’ stato un piacere.

domenica 27 novembre 2011

INAUGURANDOSI UN BUSTO DI AUGUSTO CONTI (seconda parte)

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Continua il nostro percorso alla scoperta di Augusto Conti, insigne sanminiatese che molto fece per l’Unità d’Italia, dapprima come portabandiera a Curtatone e Montanara e poi come senatore e filosofo. Dopo l’introduzione pubblicata da Rassegna Nazionale, in questa seconda parte proponiamo discorso dell’allora Sindaco Agostino Bachi pronunciato all’inaugurazione del busto di Augusto Conti. L’opera fu realizzata dallo scultore Antonio Bordone e inserita nella nicchia progettata dal Prof. Cassioli. L’epigrafe fu redatta da Guido Mazzoni, allora segretario dell’Accademia della Crusca alla quale apparteneva lo stesso Augusto Conti.

Antonio Bordone, Busto di Augusto Conti
Facciata del Municipio di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi



Estratto da RASSEGNA NAZIONALE, fascicolo del 16 aprile 1906

Un anno è scorso rapidamente. – Un anno fa un Vegliardo, il nostro grande Concittadino, giaceva estinto sul suo letto di grandi dolori; la Morte lo aveva toccato con l’ala sua gelida, lasciandolo in braccio alla Gloria.
Un inno, di subito si levò in Italia e fuori, e fu un inno che pianse e cantò: pianse la perdita del Cittadino, pianse la dipartita di Lui dall’affetto de’ suoi, degli amici, dei discepoli; cantò le laudi del filosofo, dello scrittore, dell’uomo innamorato dell’arte, e di quest’inno che mirabile slancio che unanime creò, risuona sempre l’eco sonora, che si ripercuoterà quando una voce umana vorrà evocare le supreme idealità del Vero, del Bello e del Buono.
E come sarà possibile a me, non ultimo nella venerazione per l’Uomo illustre, ma ultimo per ingegno e perdono di parola eloquente, aggiungere una nota a quell’inno glorioso? Io acuirò le forze della mia povera mente per quella sola possibile, quella, cioè, del comune affetto per il grande Concittadino. E questa nota, o abitanti del Samminiatese, l’avete già espressa Voi, quando per mezzo della vostra Rappresentanza municipale voleste che non indegna cornice accogliesse il dono prezioso che il Signor Alessandro Norsa, per affetto inesauribile verso il Padre della sua diletta consorte, volle farci della venerata effigie; e voleste ancora che il Ch.mo Prof. Guido Mazzoni, con alata parola, nel breve spazio di pietra concessogli scolpisse la vita intemerata e sapiente del caro estinto. Da Voi, amati concittadini, trarrò la forza, dico anzi l’audacia di pronunziare questa breve commemorazione. Se potessi trasfondere nella mia parola il fremito di commozione affettuosa, che in questo momento fa battere i vostri cuori, oh! Allora sì che essa fatta sopra ogni altra eloquente saprebbe evocare dinnanzi a Voi la figura di Augusto Conti, quale io la sento: figura superba e fiera, vivificata da un’anima grande, alla quale fu dato vedere sublimi armonie, fu luce perenne una fede fortemente sentita, supremo dovere l’amor della patria, sorriso ineffabile gli affetti della famiglia.

Antonio Bordone, Busto di Augusto Conti
Facciata del Municipio di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Le date della nascita, della morte, lo stato di servizio d’insegnante per più di mezzo secolo, tutto ciò noi conosciamo, né vogliamo ripetere.
La vita di Augusto Conti, o Signori, è un ammaestramento continuo nella parola e nell’opera: di essa ho visioni delle quali la mia mente si compiace nei momenti meno tristi e il cuore si solleva. E queste visioni oggi ricordo, e più chiare mi si presentano, qui, dinanzi all’effige pensosa di Lui.

Io lo vedo giovane, baldo, con il vessillo tricolore in pugno, in mezzo ad una primavera d’eroi, dalle vette dell’Appennino inneggiare alle Alpi, monti sublimi incoronati di raggi e di tempeste, alle Alpi che in quel momento gli fanno traboccare l’anima di dolore e d’allegrezza: la servitù dei fratelli, la speranza della prossima liberazione. Scende la schiera de’ prodi sul fiume di Virgilio e sul verde piano l’epica lotta s’ingaggia; furono vinti, ma la loro sconfitta ha la sua pagina gloriosa nella storia degli eserciti vicino a quella delle Termopili.
E il giovane baldo, con pochi superstiti, compie la ritirata su Brescia; e là si presenta il suo Generale, al De Lauger, e riconsegnandogli la bandiera, gli dice: << Generale, onorata la presi, onorata la rendo >>. La fierezza di queste parole è la coscienza di un dovere assolutamente compiuto. E questo generoso inizio del suo amore per l’Italia, sarà la solida base su cui si eleverà il suo patriottismo sincero, non mai smentito, e da cui trarrà ispirazioni veramente geniali, dai momenti di tristezza infinita della servitù fino agli ultimi momenti della sua vita dopo la riscossa – i fati d’Italia saranno segnati da lui in mirabili documenti: egli vedrà Vittorio Emanuele II principe profetato dell’Alighieri e dal Machiavelli ed affermerà che Giuseppe Garibaldi, deponendo nelle mani del Gran Re la dittatura di tante province, superò con senno e la virtù il proprio valore, non mai vinto dai nemici d’Italia!

Antonio Bordone, Busto di Augusto Conti
Facciata del Municipio di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Io lo vedo nella pienezza della sua virilità. A tarda ora della notte, in piedi vicino ad un’alta scrivania; la luce della lampada illumina l’alta sua fronte – scrive l’ultima pagina della opera classica, la storia della Filosofia, compiuta con serena obiettività. Egli, con mirabile sintesi, rievoca tutta la storia del pensiero umano nelle sue manifestazioni per la ricerca della verità, e la mano docile corre sulla carta e trascrive: Là nel silenzio de’ templi orientali e tra’ i colonnati di Pesto e Crotona, le conservate tradizioni del tempo primitivo si trasfondono nelle platoniche contemplazioni; ne’ giardini e porticati di Atene Socrate conversa e n’esce la schiera degli oratori e degli storici che son meraviglia del mondo; nelle ville romane e nel Foro nasce la filosofia del buon senso e l’applicazione di lei alla giurisprudenza s’ordina geometricamente e regge ancora le più civili nazioni; nelle Catacombe, dal Colosseo, tra i padiglioni crociati di Costantino e gl’idoli infranti, sorge la filosofia del Cristianesimo, che si svolge poi ne’ chiostri solitari, ove medita San Tommaso e dipinge l’Angelico, nelle scuole operose ove si formano la prosa del Passavanti e la poesia dell’Alighieri; ed infine il filosofo scende per i maggiori delle scuole moderne fino al Vico, che applica l’osservazione interiore alla vita del genere umano e ci dà la filosofia della storia; da ogni parte, egli conclude, un lavoro continuo ardente per comparare i fatti dell’animo umano con tutte le tradizioni, con tutte le lingue, con tutti i sistemi, con tutte le arti, con tutte le leggi affinché se ne aduni la totalità delle manifestazioni dell’anima nostra, dentro di sé e nelle sue attinenze con l’umana famiglia, con l’universo e con Dio, in tutta la vastità dello spazio e del tempo.
Ed egli, che aveva già scritto i Criteri e già letto tutti gli Autori di cui si era occupato nella sua storia, forse in quell’ora di letizia per il compimento dell’opera sua, vide la grande ombra del Gioberti assenziente, del Gioberti, che sarei tentato di chiamare il vicin suo grande; perché sembra innegabile che la luce emanante dal filosofo piemontese abbia irradiato la mente del nostro Conti ed abbia plasmato la sua nobile figura di cittadino e pensatore. Certamente dovettero piacergli gl’impeti focosi dello stile del Gioberti, stile subito e passionato come il Bruno. Ed egli conferma la propria testimonianza che il Primato riformò gran parte della gioventù italiana, la invogliò di un accordo tra la religione, la scienza e la libertà del nostro paese, la svogliò di tenebrose cospirazioni e di pugnali, la commosse all’aperto congiurare della volontà risoluta ed in ogni modo palesata e della virtù. Presentimmo tutti, dice poi a mo’ di commento, che degli animi così preparati doveva nascere presto grandi novità; l’aspettavamo con certezza, e le novità nacquero ad un tratto, perché i fatti civili li crea il forte consentimento; da un libro (noi ne siamo testimoni) – egli seguita – dal Primato d’Italia folgorò il 1848, la cui memoria fa battere il cuore a tutti noi che rammentiamo la serenità di quei giorni e l’allegria di que’ canti di guerra e di speranza.

Antonio Bordone, Busto di Augusto Conti
Facciata del Municipio di San Miniato
Foto di Francesco Fiumalbi

Io lo vedo vecchio e cieco, in mezzo alla sua nuova famiglia, che gli prodiga le più amorevoli cure, circondato dall’amore sviscerato della figliola, dei parenti, dall’affetto dei suoi discepoli che vedono e ricordano in Lui il venerato Maestro.
La sua mente è serena e lucida, confortata da principii incrollabili, che in Lui si sono idealizzati supremamente: infatti egli detta il Discorso per Curtatone e Montanara e poco dopo il Messia – quello fremente amore vero di patria, gloria pe’ morti di quella memoranda giornata, inneggiante al vessillo tricolore, che unico dall’Alpe alla Sicilia s’inalbera sulla torre d’Arnolfo; questo, visione d’asceta, quasi viatico (come egli si esprime) per l’altra vita.
Vedo sulla fronte del Vegliardo, che le forze fisiche venute meno confinano per lunghe ore immoto, passare, segnalate da impercettibili movimenti, le memorie de’ tempi suoi: la illetta natale delle Fonti, le apriche collinette, le valli consapevoli di tante sue lacrime, di tanti suoi gaudii, dove per tanto tempo sedé nel Consiglio municipale in quella sala di cui tanto si compiaceva, perché gli ricordava, ne’ dipinti del quattrocento e nelle araldiche imprese di tanti valentuomini, un passato non inglorioso; a cui diè tanta opera sua nelle amministrazioni locali e nel Parlamento.
Vedo su quella fronte passare il ricordo dei primi ardori giovanili, della campagna del 48, delle speranze di que’ giorni e dei timori per la libertà; del suo insegnamento che cominciò qui, nella sua Città natale, e poi continuò per più di mezzo secolo nel modo più eletto, più coscienzioso e che ha dato agli studiosi e ad ogni ordine di cittadini una enciclopedia filosofica, letteraria ed educativa, che è e resterà monumento della sua operosità – la vedo illuminarsi di un senso di tenerezza al ricordo della sua prima consorte adorata; di un sentimento di profonda soddisfazione rivedendo nel silenzio della luce la grandiosa sua concezione dell’idea che decorò la facciata di S. Maria del Fiore, idea della quale Egli andò sempre superbo, e che inveri è opera degna della mente sua poderosa.
Ma quella fronte si offusca: passano i ricordi di tante amarezze. Egli fu buono, buono in sommo grado; e questo mondo, o Signori, voi ben sapete che i buoni affligge; ed Augusto Conti ebbe nella vita molte afflizioni e amarezze, e soprattutto lo addolorò un pensiero: quello che si dubitasse, che si negasse il suo amore per l’Italia.
Egli non ha bisogno della mia difesa; l’opera sua lo difende – ma sia concesso a me, che non seguo la sua filosofia, di affermare ancora una volta con voce sonora: Si, Augusto Conti amò l’Italia liberata dallo straniero, indipendente e una; amò la libertà e quanto altri la vide come luce perenne, nata inseparabile con la coscienza dell’uomo, sublimata nei dolori, nelle lotte, nei martiri della fede e del pensiero.
Sfollate, o scribi e farisei di tutti i partiti, d’intorno alla veneranda figura. Augusto Conti oggi appartiene solamente ai buoni d’ogni partito, perché essi nella vita e nelle opere di Lui trovano e troveranno sempre un esempio, una parola che conforta nelle quotidiane miserie, che fortifica nelle lotte per le giuste aspirazioni del progresso, della scienza, della civiltà.
E questa figura eminentemente civile, per volontà di popolo, sulla facciata della Casa del popolo avrà perenne ricordo; e l’effigie venerata evocherà per noi e per le venture generazioni le sembianze di tanto Concittadino, che fu grande per inesauribile bontà, per sommo sapere, per operosità senza pari, per inestimabile virtù.


6 marzo 1906
Agostino Bachi
Sindaco di San Miniato

domenica 20 novembre 2011

LA DIRUTA PIEVE DI BARBINAIA (terza parte) ANALISI ARCHITETTONICA

1 commento:
di Francesco Fiumalbi

Nella prima parte abbiamo analizzato il contesto geografico entro cui si collocava la perduta Pieve di Barbinaia; nel secondo intervento abbiamo fatto un excursus sulle fonti documentarie che, nei secoli, hanno riguardato questa pieve. In questo post vedremo cosa rimane dell’antico edificio.

Porzioni murarie dell’antica Pieve di Barbinaia
Foto di Francesco Fiumalbi

Della pieve rimangono solo pochi frammenti. La storia non è stata molto clemente con questo edificio: il continuo riuso delle strutture e dei materiali ha prodotto una situazione piuttosto difficile da ricostruire: pietre arenarie squadrate accostate a robusti paramenti in laterizio, nuove aperture, chiusura di quelle vecchie, ampliamenti, demolizioni, inserimento di elementi strutturali metallici. Un vero e proprio mix di continue sovrapposizioni, tutte più o meno leggibili in questo edificio abbandonato, la cui storia è più che millenaria.

Una millenaria sovrapposizione di materiali e tecniche diverse
Foto di Francesco Fiumalbi

I robusti blocchi di pietra arenaria facevano parte, con ogni probabilità, del nucleo più antico della pieve; o meglio andavano a costituite la struttura portante dell’edificio di culto vero e proprio. La pietra, che somiglia molto alla cosiddetta “pietra forte”, è del tutto simile a quella utilizzata per le altre pievi e suffraganee di cui è giunto qualcosa fino ai giorni nostri: la Pieve di San Saturnino di Fabbrica, la chiesa di San Jacopo in Sant’Albino vicino Molino d’Egola e la chiesa di Sant’Andrea Vallis Arni, presso Santa Croce sull’Arno, solo per citarne alcune. Diverse, invece, sembrerebbero le pietre della Pieve di Santa Maria a Corazzano, anche se montate con la medesima tecnica costruttiva. I blocchi che attualmente si possono vedere sulla facciata della chiesa di San Regolo a Bucciano sono identici a questi, proprio perché per la costruzione di quell’edificio furono utilizzati quelli provenienti da Barbinaia. Altre pietre di questa pieve potrebbero essere state riutilizzate per la chiesa di San Lorenzo nel Comune di Montopoli, forse anche per Agliati e perfino per il campanile della chiesa di San Germano di Moriolo.

Muratura di pietra “a filaretto”
in quel che resta della Pieve di Barbinaia
Foto di Francesco Fiumalbi

Le pietre di cui abbiamo parlato si trovano un po’ ovunque negli edifici attualmente esistenti in località Barbinaia. Questo perché sono state riutilizzate. Mentre quelle che facevano parte del paramento originario sono riconoscibili dalla tecnica costruttiva: sono ben squadrate e disposte su file parallele, secondo la cosiddetta tecnica della muratura a “filaretto”. A differenza della tipica muratura in laterizio, questa in pietra richiede un uso decisamente inferiore di malta, di contro è necessario un aumento gli spessori dei muri e del peso della struttura.
Questa muratura in pietra è ancora presente in alcune porzioni della muratura originaria, probabilmente databile VII-VIII secolo d.C., anche se non possiamo escludere ampliamenti successivi. Questa coincide con la parete settentrionale della casa colonica e col il muro che segue l’andamento della strada.

La muratura in pietra che si trova
lungo l’attuale via di Barbinaia
Foto di Francesco Fiumalbi

Ricordiamo che nella seconda parte di questo intervento abbiamo parlato della costruzione della strada, agli inizi del ‘900, proprio laddove vi erano i resti della pieve. Furono tolte le pietre dell’abside e furono recuperati importanti manufatti come i basamenti delle colonne ed altri elementi di pregio. Quello che rimane visibile ancora oggi è rappresentato nel disegno qua sotto.


Cosa rimane di Barbinaia
Schema di Alessio Guardini

Invece, la porzione di muratura evidenziata nel disegno che si trova nella parte occidentale dell’edificio è in laterizio. Cronologicamente dovrebbe essere stata realizzata alcuni secoli più tardi rispetto a quella in pietra: XII-XIII secolo.
Si tratta di quella tipica muratura in laterizio con cui sono state realizzati i principali edifici religiosi della zona a cavallo del 1200: la Cattedrale di San Miniato, la Pieve di Corazzano, la Pieve di San Martino a Palaia, la Collegiata dei SS Lorenzo e Leonardo a Castelfiorentino, la Pieve dei SS Ippolito e Biagio a Castelfiorentino, parte della Pieve di Coiano, solo per citarne alcune. Questa tipologia costruttiva, unitamente all’utilizzo di un limitato campionario decorativo, prende il nome di “romanico valdelsano”.

Paramento in laterizio
in quel che resta della Pieve di Barbinaia
Foto di Francesco Fiumalbi

Questa tecnica decorativa in cotto fu un elemento altamente qualificante e al tempo stesso unificante della maggior parte degli edifici dell’epoca (1). Nell’esempio di Barbinaia il riferimento più evidente è da segnalarsi nella ghiera dell’arco situato sul fronte occidentale della costruzione. E’ un elemento che, a differenza di quanto ipotizzato in passato, dovrebbe essere stato scolpito in situ; in particolare tali decorazioni a zig-zag dovrebbero appartenere al periodo più antico dell’applicazione di queste tecniche, cioè a cavallo fra il XII e il XIII secolo (2).
In particolare questa tipologia appare identica rispetto a quella impiegata nelle piccole finestrelle della facciata dell’Abbazia di San Salvatore a Fucecchio, datata XII secolo, e nel Duomo di San Miniato, della prima metà del XIII secolo (3). Tuttavia gli elementi decorativi in cotto, probabilmente, non appartenevano alla pieve vera e propria, bensì a strutture ad essa adiacenti.

Ghiera in laterizio della Pieve di Barbinaia
Foto di Francesco Fiumalbi

Diverso è, invece, il discorso sugli elementi in pietra come la ghiera e le basi delle colonne conservate presso il Museo Diocesano d’Arte Sacra di San Miniato (4). Si tratta di elementi lapidei monolitici, di notevoli dimensioni, decorati da elementi geometrici e floreali scolpiti.
Mentre per l’arco della monofora il motivo decorativo è decisamente stilizzato, ben lontano dai motivi decorativi classici, le basi delle colonne hanno quel caratteristico motivo a funi e ad ovuli che richiama immediatamente i modelli classici di epoca romana (5).
Nella quarta e ultima parte, cercheremo di capire come doveva presentarsi la Pieve di Barbinaia nell'epoca del suo massimo splendore.

NOTE BIBLIOGRAFICHE:
(1) Barbucci Federica, Campani Franco, Giani Barbara, Motivi e tecniche decorative in cotto nell’architettura romanica del medio Valdarno Inferiore, in riv. Erba d’Arno, n. 51, Fucecchio, 1993, pagg. 37-39.
(2) Barducci, Campani, Giani, Op. Cit., pagg. 48-51.
(3) Si veda l’immagine pubblicata in Dilvo Lotti, San Miniato, vita di un’antica città, SAGEP, Genova, 1980, pag. 375.
(4) Si vedano le immagini pubblicate in Dilvo Lotti, San Miniato nel tempo, SAGEP, Genoca, 1981, pag. 58.
(5) Ducci Anna Maria e Badalassi Letizia, Tesori Medievali nel territorio di San Miniato, CRSM, Pacini Editore, Pisa, 1998, pagg. 36-37.
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